Tags Posts tagged with "vesuvio"

vesuvio

0 859

Il circo mediatico

Quando i soldati americani giunsero nel campo di concentramento di Buchenwald e si trovarono di fronte a quelle immagini indescrivibili avvertirono dei malori. Si chiedevano come potessero degli esseri umani provocare tanto male ad altri esseri umani. Tutti nelle vicinanze del campo sapevano cosa accadeva lì dentro. E così i militari raggrupparono tutti gli abitanti della zona e li portarono all’interno del campo di sterminio ad osservare cosa era stato fatto anche grazie al loro complice silenzio.

Ci sono filmati della liberazione del campo in cui signore eleganti portano le mani agli occhi per non guardare tutto quell’orrore. I signori sfilano in mezzo ai morti torturati camminando con i loro impeccabili cappotti. La decisione degli americani fu di mostrare anche ai tedeschi quelle immagini. Perché tutto quello che era accaduto in quel campo non sarebbe stato spiegabile con le parole perché tutto era troppo oltre qualsiasi immaginazione più macabra e terribile. Ai militari delle SS venne invece ordinato dagli americani di dare sepoltura ai cadaveri ammassati, forse l’unico modo efficace per umiliarli. 

Scrivo questo dopo aver assistito alla sceneggiata che abbiamo visto sui campi di Serie A. I tifosi della Lazio qualche giorno fa avevano ritratto su dei fogli Anna Frank con la maglietta della Roma. Una cosa schifosa, ma che il circo mediatico e dei social ha contribuito a diffondere. Magari era un passamano tra quattro teste di cazzo, ma così facendo si è data un’importanza e una pubblicità a quelle che restano sempre e comunque quattro teste di cazzo. Così, nella ormai perenne distorsione mediatica, è passato il concetto che gli italiani (o gli sportivi, i tifosi, gli ultrà), avessero la necessità di essere istruiti su cosa sia realmente accaduto agli ebrei nei campi di sterminio. E non è così. Basta scendere in strada, parlare con le persone, quanti conoscenti avete che offenderebbero la memoria di quei morti ammazzati? Vi sembra esista un’emergenza?

Al di là di questo, ciò che è più grave, è l’assurdo comportamento della Lega Calcio e della Federazione (con la complicità dei broadcaster televisivi) che hanno costruito la solita sceneggiata banale per ricordare, come si fa con i bambini, che “No, cattivo, non si fa”. Prima delle partite è stato letto un passaggio del diario di Anna Frank (che per Mihajilovic si chiama Anna FRANKIE – come detto ieri in un’intervista a Sky). E poi abbiamo dovuto subirci il pippotto moralistico dei bamboccioni viziati e strapagati come Bernardeschi. Perché ovviamente lo show è show e segue i propri rigidi schemi. 

Così facendo le istituzioni del calcio hanno potuto mostrare la loro pelosa attenzione a questo genere di fenomeni. Tutti felici e contenti, anche l’Italietta da social network perennemente indignata, tutti sempre pronti con i loro milioni di indici ad agitare l’accusa. I pollici, come si sa, sono impegnati per mettere i like sulle foto di qualche cesso scardato che davanti allo specchio si è fatto il selfie con la borsa nuova o con l’addominale appena scolpito in qualche fetida palestra.

Tutto può quindi tornare alla normalità. In un mondo in cui convivono il minuto di silenzio per le vittime del terremoto di Ischia, e qualche attimo dopo i cori sul Vesuvio che deve lavarci col fuoco. Dove convive l’esaltazione dei tifosi che festeggiano i gol di un loro calciatore “negro” e subito dopo i buu per il giocatore “negro” della squadra avversaria. E’ tutto normale nella schizofrenia di un mondo che ha perso completamente il senso della realtà. Così nell’offesa, così nel ricordo di una tragedia.

Il problema è che ormai commemoriamo date, celebrazioni, anniversari automaticamente, ma non ci ricordiamo manco più perché si fa. A Natale si festeggia l’albero e gli struffoli, a Pasqua si festeggia il capretto e la pastiera. Perché non lo sappiamo manco più perché ci sediamo a tavola tutti insieme. 

E così ci dimentichiamo pure perché fa schifo offendere la memoria di Anna Frank e di tutti gli ebrei ammazzati e scamazzati in ogni modo da altri esseri umani. E ci dimentichiamo, soprattutto, che un Paese serio avrebbe trovato e acciuffato i responsabili di quel gesto e magari avrebbe portato quelle quattro teste di cazzo a fare un tour in uno dei campi di sterminio nazisti. Come fecero gli americani a Buchenwald.

Troppo facile così: sentirci tutti terroristi quando i terroristi ammazzano i vignettisti di Charlie Hebdo, tutti assassini quando un uomo ammazza una donna (coniando quella munnezza di termine “Femminicidio” che contiene già in sé tutto il non-senso di questa società), tutti razzisti quando viene commessa violenza su persone di altre etnie. 

Andiamo dietro le emergenze, ci piace così. In un circo mediatico che non ha fine e dove tutti, ma tutti tutti tutti, hanno sempre qualcosa da dire. Pure quando non sono all’altezza di misurarsi con certi argomenti. Da questo punto di vista sentire Bernardeschi che parlava di sterminio degli ebrei è stata la chicca finale, un momento topico di ipocrisia e banalità, in una spettacolarizzazione costante di qualsiasi evento. Bello o brutto, chi se ne fotte, the show must go on. 

Trovate i responsabili di quei gesti intollerabili, educateli. Organizzare queste sceneggiate  moralistiche offende davvero la memoria di quelle persone uccise. Come tante volte mi sono sentito offeso io, da napoletano, guardando di tanto in tanto quel finto, insulso, insopportabile teatrino mediatico quando in tv o sui giornali vogliono farci la predica sul Vesuvio. Siete finti. Banali. Inutili. Questo non è educare, è romanzare. E, continuando a non educare, renderemo sempre di più uno spettacolo ogni cosa. Bella o brutta che sia, non farà differenza. Per nessuno. L’importante sarà dire “io c’ero”. E non importa se sui social, in tv o sui giornali. Tutto purché manifestare in ogni modo la propria misera esistenza.  

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

0 4648

L'amara verità

Avete visto il titolo e avete pensato: “Fammi vedere questo fesso dove vuole arrivare”. E allora ve lo spiego. Milano è più bella di Napoli e i milanesi sono meglio dei napoletani. E’ così e non può essere altrimenti. Me ne accorgo ogni volta che vado nel capoluogo lombardo. Ci sono ritornato per fare una bella intervista che qui su SoldatoInnamorato vi mostreremo tra qualche giorno. Certo, nella città meneghina non ci sta il Vesuvio e il lungomare (per giunta liberato), fa freddo già ora che noi andiamo ancora a mare e d’inverno ci si puzza del santissimo freddo. Per non parlare della nebbia eh! 

Ecco, spazzati via tutti i cliché, ora possiamo ragionare. Ah, non ho parlato di pizza, sfogliatelle, caffè e mozzarelle perché qualche fesso che importa o qualche “emigrato” lo si trova. 

A Milano sono civili. Te ne accorgi dalle scale mobili in metropolitana: chi vuole andare con le proprie gambe cammina a sinistra, chi si sfasterea si ferma a destra. Ora pensate a tutte le (rare) metropolitane perse a Napoli perché da capre ci si mette tutti fermi sia a destra che a sinistra.

Ah, a Milano le metropolitane passano come la leggenda di Mussolini sui treni in orario.

Puoi arrivare da un punto all’altro della città senza mai abbandonare la Milano tube. Sui marciapiedi difficilmente becchi qualcuno che si ferma come un coglione al centro impedendo agli altri di passare o due persone che si piantano a chiacchierare nel bel mezzo. Si chiamano MARCIA A PIEDI, quindi camminano. Se devono guardare una vetrina ci si fermano davanti lasciando passare chi deve proseguire la propria passeggiata. 

A Milano difficilmente si trovano quei puzzati di fame che incontriamo sulle nostre tangenziali che per non comprare una lampadina (che costa dai 3 ai 30 euro) marciano con gli abbaglianti appicciati. A Milano il rosso è rosso, il verde è verde. Chi viene da destra ha la precedenza. 

A Milano il Comune aiuta il cittadino in tutto: dalla scuola, agli asili nido, alla sanità. Se vai in ospedale dicendo che hai dolore ai reni non ti liquidano – senza fare nessun accertamento – dicendo che è un’infezione e ti prescrivono medicinali, a tentativo. Se a Milano hai i calcoli renali – come ho dovuto scoprire io attraverso esami privati perché all’ospedale San Paolo di Napoli al pronto soccorso teneno che fa e quindi al massimo ti palpeggiano la parte – ti fanno le ecografie e cercano di capire che tieni. Gratis. 

A Milano sanno vendersi pure quello che non tengono. La nostra via dei Mille è assai meglio della gettonatissima via Montenapoleone. Ma Milano è “la capitale della moda”, nonostante a Napoli ci sono tra i migliori stilisti del mondo: chiedere a Isaia, Kiton o a Marinella. 

Noi invece ci siamo assuefatti al cliché che loro devono avere l’organizzazione e noi poiché pensiamo di essere bravi, intelligenti, simpatici (e soprattutto furbi), dobbiamo campare con quello che il Padreterno ci ha dato. Uno stereotipo alimentato da film di merda come Benvenuti al Sud o Benvenuti al Nord con il sempre pessimo Alessandro Siani che personalmente mi fa artisticamente schifo proprio per quella maschera del napoletano co ‘o core bbuono. Che poi vi do una notizia: se viaggiate un poco troverete città che sono naturalmente altrettanto belle come Napoli. Faccio solo qualche esempio:  Lisbona, Rio de Janeiro e Istanbul. E popoli meravigliosi ovunque, basta saper cercare.

Insomma in virtù della bellezza noi dobbiamo sopportare l’inciviltà, la maleducazione, la disorganizzazione. E in fondo lo consideriamo il giusto prezzo per godere delle bellezze di Napoli. Magari beandoci delle storie di Bellavista che alla Rinascente “si praticano solo prezzi fissi” e che i vari Cazzaniga sono una maniata di imbecilli. I furbi siamo noi. 

Per anni mi sono beato pure io della bellezza della mia città. Considero valore (per dirla con il napoletano rinnegante Erri De Luca) fare come oggi che al 4 ottobre posso ancora farmi i bagni a mare. Anche questa è vivibilità, lo penso e continuo a pensarlo. Come penso pure che Napoli sia meglio di Roma in tutto e per tutto avendo abitato nella capitale per diversi anni. 

Ma proprio perché “la base” l’abbiamo, noi che ci crediamo così furbi, non sarebbe invece intelligente costruire tutto il resto? Basterebbe semplicemente avere rispetto degli altri ed educazione. Quella stessa educazione che i napo-milanesi sanno avere quando si trasferiscono al Nord: il napoletano – per usare un altro abituale cliché – che quando va a Milano non butta la carta a terra. Non la butta perché a Milano hanno creato un valore che è quello della civiltà, del rispetto, dell’educazione. Tutti valori che noi invece abbiamo buttato nel cesso perché si deve guidare con il faro scassato e restare fermi a sinistra sulle scale mobili. 

Forse se invece di perdere tempo sui social a bearci delle nostre bellezze, provassimo a renderle fruibili e magari crearne di altre, saremmo veramente un grande popolo. Una città bella, vivibile e, per giunta, senza nebbia. Perché non è vero – come è comodo credere – che la colpa è solo dei politici, della politica, dei mariuoli in Parlamento. Vuole farcelo credere pure il sindaco a cui piacciono i corni giganti su via Caracciolo e le lettere strappalacrime che valgono medaglie d’oro di banalità. La colpa è nostra che in fondo abbiamo una città abitata per gran parte da stupidi, incivili, miserabili e ignoranti. Che per giunta pensano pure di essere furbi. 

Milano è meglio di Napoli. E gli abitanti di Milano sono meglio di quelli di Partenope. Fatevene una ragione. Altrimenti proviamo a cambiare.

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

 

 

0 1437

Eh si. Questa volta il titolo inganna, ma è un espediente voluto, fatto apposta, perché voglio rivolgermi proprio a voi: quelli della facile indignazione, i paladini di #NapoliCittàStato, i difensori del vessillo di Partenope in permanente attività. Non se ne può più. In un corto-circuito tra ignoranza e disinformazione che ormai sta superando ogni livello di guardia in ogni settore. Per fare un esempio basta fare un giro rapido sui social network che ogni giorno spunta una notizia di qualcuno che parla male di Napoli e migliaia di persone, come pecore in un gregge, a commentare glorificando le unicità di una terra con un provincialismo e un’arretratezza che non ha precedenti nella millenaria storia della nostra città.

L’ultimo episodio riguarda i tifosi del Foggia che per festeggiare il loro ritorno in Serie B hanno intonato i soliti cori sul Vesuvio. E centinaia, migliaia di siti web a riprendere la notizia come se fosse un affare di Stato, come se davvero i creatori di queste pagine online fossero così interessati al rispetto dell’educazione e della civiltà invece che al proprio tornaconto (talvolta economico) per aumentare traffico sul proprio sito. Che poi se fossero realmente civili, educati e rispettosi nei confronti dei propri lettori magari eviterebbero di pubblicare articoli con titoli contrari ad ogni buona regola deontologica e, ripeto, rispettosa dei lettori. Mi riferisco a quei titoli ormai tipici: “Ha fatto una scorreggia in pubblico, ecco chi è“. “Se vuoi che Sarri resti a Napoli clicca mi piace“, perché non c’è dubbio alcuno che il mister deciderà il proprio futuro in base ai like su una pagina Facebook… Certo, chi pubblica questa roba è in malafede, ma pure chi legge, chi commenta, chi partecipa non è proprio una volpe. E li sto trattando…

Ora, da qualche tempo in qua, va invece di moda la mercificazione dell’indignazione un tanto al chilo. Non sopporto quei link che rappresentano la politica e i politici come dei mostri, delle sanguisughe e, spesso, immotivatamente. Ma sono gusti. Quando però riguarda la mia città, mi incazzo doppiamente. Ora è arrivato persino lo sportello comunale “Difendi la città” per segnalare le offese contro Napoli e i napoletani, si dà patente di serietà a una massa di imbecilli che probabilmente andrebbero ignorati. Il sindaco di Cantù, il giornalista anti-Napoli, la soubrette che fa promozione di se stessa sparlando dei napoletani. Basta. Sono notizie che possono creare indignazione la prima volta, magari una seconda, poi basta. E’ diventato un sistema consolidato sfruttato da tutti: da chi l’offesa la riceve e da chi la pronuncia. Tutti ci guadagnano. Fessi e contenti. Come quando Salvini è venuto a Napoli e gli si è data ancora più importanza contestandolo.

La smettiamo? Riusciamo a metterlo un punto? Si riesce a fermare questa valanga di vacuità in nome della difesa di una città che deve essere per forza più bella, più civile, più di cuore, più tutto. Più passa il tempo e più va consolidandosi un clima culturale provinciale, chiuso, arretrato. In una sindrome d’accerchiamento che non esiste. Ormai non è più solo permalosità, ma idiozia.

Ecco, cari napoletani, miei concittadini, ma veramente siamo diventati questo? Oppure è soltanto una falsa rappresentazione dei media e dei social? Se apro la mia home di Facebook ci trovo solo amici che si incazzano per i cori sul Vesuvio, per il sindaco imbecille che sparla di Napoli, per il giornalista che mette l’accento sui problemi della città. Per carità, in Italia il razzismo verso i napoletani esisterà pure, ma non è un’emergenza. Non siamo i negri d’America degli anni ’50. Oltre a guardare il computer, impariamo pure a mettere il naso fuori dalla finestra. Fuori c’è un mondo che o non sa manco dove esiste “La città più bella del mondo” o che manco se la incula (per usare un termine un po’ forte che mi perdonerete). Non esiste solo Napoli, non esistono solo i napoletani, non siamo il centro dell’Universo pure se ci fa piacere pensarlo.

Abbiamo una bella città, con i suoi problemi e le sue bellezze, come tante tante altre. Pure a Barcellona fanno gli scippi, pure a New York si spara in strada e a volte nelle scuole. Il mare ce l’hanno pure a Valencia, un vulcano sta pure a Tokyo, musica tipica pure a Rio de Janeiro. Il mondo è bello perché è vario. Guardiamolo, non isoliamoci in noi stessi guardandoci ogni volta l’ombelico. Eravamo una città cosmopolita. Che fine abbiamo fatto? Ecco perché, talvolta, da napoletano, a voi napoletani vi schifo e vi odio. Non vogliatemi male.

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1829

Convincetevi! Quello di Ghoulam non è un errore. E’ stato tutto orchestrato. Un soffio d’angelo, una coda di diavolo ha spostato il pallone di pochi millimetri per far sì che quella palla, anziché essere spazzata in avanti, andasse all’indietro proprio sui piedi di Bonucci. E’ andata così. Ve lo giuro.

E voi credete davvero che il secondo gol – come ha detto Sarri – sia stato preso per colpa di Allan che non ha ripiegato su Higuain? Siete dei maledetti ingenui. Riguardatelo il gol. C’è la deviazione, ancora di Ghoulam, verso il centro dell’area e la palla passa a 40 centimetri da Chirches, quel tanto che basta per non consentire che la prendesse il romeno. Un campo di calcio è lungo circa 100 metri. Tra tante parti quel bastardo di pallone ha scelto proprio di andare verso l’innominato e senza che nessuno potesse intervenire. Chiriches non è andato incontro ad Higuain, non perché fosse distratto. Ma perché un’oscura presenza gli bloccava i piedi e gli tirava la maglietta.

Voi, se volete, potete dire e scrivere che il Napoli ha perso per gli errori di Ghoulam, per ragioni tattiche, per ragioni tecniche, per l’arbitro, perché Higuain ce l’hanno loro, perché Sarri ha sostituito Insigne e tutte le boiate che si scrivono in questi casi. Ma, dentro di voi, lo sapete benissimo che non è vero. Io da ieri sono invece convinto che l’unica ragione per cui il Napoli ha perso a Torino è che Dio è bianconero. Chi non fosse cattolico può sostituire a piacimento con Allah, Budda e succedanei. Gianni Brera parlava della dea Eupalla. Chiamatela come volete, ma è assurdo che il Napoli perda per l’ennesima volta a Torino per circostanze che definire sfortunate è riduttivo.

Il Napoli, per il secondo anno consecutivo, ha giocato alla pari e pure meglio dei bianconeri. E ancora una volta non ce l’ha fatta. Lo scorso anno per quella deviazione puttana sul tiro di Zaza, quest’anno per due assurdità a cui non ci si può credere.

Non posso dirvi con certezza se Dio sia juventino oppure, in quelle logiche che animano i credenti, i nostri patimenti per la squadra di calcio servano come compensazione perché l’Altissimo ci consente ancora di vivere in questa città vulcanica con il Vesuvio sempre pronto a minacciare. Non so dirvi se Dio, più semplicemente, sia un razzista del nord che ha in odio i napoletani.

Il Dio della Bibbia è violento, vendicativo, truculento. Eppure, almeno io, quando guardo la partita, ad ogni tiro del Napoli lo invoco e prego. A volte prego pure ad alta voce, come in una crisi, in uno stato di trans, vomito parole di preghiera e di speranza. E’ una malattia, è la mia malattia con cui faccio i conti ad ogni match e non ci posso fare niente. Dopo, poi, in me subentra la vergogna perché con tutti i problemi che ci sono nelle vite e nel mondo non avrei diritto ad invocare l’Altissimo perché il Napoli segni. E, come i fumatori, vizio che non mi faccio mancare, rimando ogni volta il proponimento di smettere. Ma, drogato, sono vinto. Sono religioso e blasfemo. Come Silvio Orlando nel pregevole Young Pope di Sorrentino, porto addosso la croce e qualche effige di Maradona.

Dio, è colpa mia se il Napoli ha perso? A volte penso di crederci. Ma nulla è certo, se non tutte queste inquietudini e tutte queste paure. Sono tifoso, un misero tifoso e devo scendere a patti con queste meschine debolezze.

Ebbene si. Io da ieri, se cercavo una prova, ho avuto la dimostrazione che Dio esiste e se esiste tifa per quelli là. Quello di Ghoulam non è un errore, lo sapete pure voi. E’ un soffio d’angelo, una coda di diavolo che ha spostato il pallone e l’ha fatto andare lì. Provatemi il contrario.

E quindi, in questi miei deliri, poiché la speranza è l’ultima a morire e la fede che si poggia sulla speranza è più incrollabile di qualsiasi altra forma di fede, sono allora costretto a pensare che il disegno divino voglia che il Napoli, per far un dispetto a quelli là, dovesse perdere a Torino per poi iniziare la sua rimonta. Lo scorso anno a quelli là è successo così. Non so se devo sperarci o se devo avere fede. Ma, affidandomi comunque alla ragione, sono portato a credere che il Napoli sia una squadra bellissima, organizzata, con un allenatore capace che ha saputo creare varianti alle assenze importantissime di Milik, Gabbiadini e Albiol. Devo credere che il Napoli giochi un gran calcio e che, alla lunga, il Signore voglia premiare chi ogni giorno ci prova e combatte. Non siamo ultimi, ma da ieri io sono ancor più convinto che possiamo essere primi. Dobbiamo solo fare pace con i Santi e un poco pure con noi stessi. Amen.

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DISOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 1371

Diciamolo: quanti di voi, cresciuti con i telefilm americani, quando c’era la scena del ragazzone a stelle e strisce che apriva il frigo gigante e tirava fuori cose “buonissime” faceva il paragone con i frigoriferi napoletani? All’epoca, circa una quarantina d’anni fa, eravamo ragazzi, e morivamo d’invidia perché dal ciccio frigo americano uscivano cose che profumavano di moderno, di ricchezza: birra, coca cola, hot dog, cheesecake. Nel frigorifero napoletano in una giornata normale c’erano (e ci sono ancora) prevalentemente alimenti della tradizione popolare: pomodori, sottoli, verdure, qualche affettato, raramente dolci.
All’epoca, come dicevamo, eravamo giovani, buona parte del nostro tempo passava giocando a pallone nel mitico stadio “abbascio ‘o palazzo”, dove tutto faceva gioco, macchine, muri, passanti e comparse varie. Poi ogni tanto ci fermavamo e spuntava l’esigenza di addentare qualcosa, quel qualcosa era il più delle volte una frisella con il pomodoro. Di hot-dog neanche a parlarne, no coca cola, no cheesecake. Solo friselle con pomodoro, qualche volta con mozzarella o melanzane sott’olio, null’altro di più.
A distanza di qualche anno possiamo dirlo: la frisella era buonissima ma avevamo un senso di frustrazione per i nostri coetanei americani che potevano disporre di bel altro cibo.

Qualche anno e molte ricerche nutrizionali dopo ci è abbastanza evidente che un altro inganno degli anni ottanta è stato il cibo. Si perchè nella nostra tradizionalità (la frisella, sia chiaro, almeno a casa mia, era una scelta e non un ripiego: mia madre aveva capito tutto!) non sapevamo che stavamo consumando una merenda equilibrata e gustosa. Se poi, come il sottoscritto, siete cresciuti alle falde del Vesuvio, beh allora la vostra frisella è stata condita SOLO con spuncilli, ovvero con i pomodorini del Vesuvio, quelli del pendolo, quelli che si raccolgono d’estate e si conservano appesi per disporne durante il freddo inverno. Questi pomodori non essendo più duri come quelli freschi, sono adattissimi per la frisella ed hanno un sapore eccezionale che in parte deriva dal suolo collinare/vulcanico nel quale sono cresciuti ed in parte dal metodo di conservazione: il pendolo appunto.

Ovviamente il tutto era poi irrorato di olio extra vergine d’oliva, quello di una volta, quello estratto con il ciclo “discontinuo”, particolarmente denso e saporito che oramai non produce più nessuno.
Solo spuncilli dicevamo: i pomodori ciliegino, datterino o piccadilly, ringraziando il cielo, sono arrivati sulle nostre tavole, ahimè, solo nella seconda metà degli anni novanta. Fatemelo dire: senza gli spuncilli la frisella è un’altra cosa. Si perché oggi il pomodorino “industriale” arriva sulle nostre tavole bello turgido e con un sapore molto vago, per usare un eufemismo. Gli spuncilli invece sono morbidi e proprio per questo sono adattissimi ad essere strofinati sulla frisella.

Insomma lo avete capito, la frisella rappresenta per me quello che nel capolavoro disneyano “Ratatouille” la ratatouille, appunto, rappresenta per Anton Ego (il severo critico gastronomico che mentre assaggia questo buonissimo piatto preparato dal topino viene riportato immediatamente alla sua infanzia), un cibo buonissimo ma soprattutto un appuntamento con i ricordi d’infanzia, con l’età dei giochi, con i miei vecchi amici, tutti ancora ragazzi, tutti felici, tutti pieni di speranze e ambizioni.
Buona frisella a tutti e..mi raccomando solo Spuncilli!

Michelangelo Gigante

0 1565


Già lo scorso anno varie testate, tra cui il Corriere dello Sport, avevano riportato del bug di Google Maps: quando si digita “lavali col fuoco”, si viene indirizzati al Vesuvio. Certo, si può dire che scrivendo “vai a cag…” si finiva allo Juventus Stadium, ma, appunto: si finiva, ora non c’è più, invece si viene reindirizzati sul “formidabil monte, sterminator Vesevo” ogni volta che lo si invoca.

Schermata 2016-05-11 alle 14.54.48

Evidentemente i napoletani sono figli di un dio minore, e non si distingue nemmeno tra una frase certamente poco urbana, e l’invocare un disastro che può colpire chiunque: tifosi napoletani, milanisti, juventini o del Savoia. D’altronde, in un’epoca in cui tutto è relativo, dove crimini efferati della storia vengono sminuiti con la costante comparazione, “che sarà mai un lavali col fuoco”. Invece per noi conta. Siamo certi della protezione del Vesuvio, che non può prestar ascolto a tanta stupida cattiveria ma… hey, Google Maps, rimuovi questo bug?

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 399

Sono ormai anni che ogni tanto si diffonde qualche notizia su un’eruzione imminente del Vesuvio e fa impazzire la popolazione che vive alle sue pendici.
Quando era piccolina ricordo che si trattava di una voce che piano piano prendeva piede e maggiori dettagli ed arrivava a tutta quanta la città. Qualcuno, dopo che si era rivelata infondata, mi diceva che era per far scendere il prezzo delle case. Si sa, noi napoletani ne pensiamo una più del diavolo (io da napoletana posso dirlo, voi da non napoletani, no!) e il panico diffuso valeva un guadagno economico.

Oggi la situazione non è tanto diversa, cambia però il modo in cui si diffonde la “voce” e il tipo di guadagno. Insomma cambiano i burattinai ma sempre, a mio parere dovrebbero essere denunciati per procurato allarme. Il veicolo odierno per la diffusione della qualunque sono i social network. Un potente mezzo di diffusione delle notizie e una grande risorsa se usati con criterio ma, appunto, solo se usati con criterio.
Passo al racconto di cosa è accaduto qualche giorno fa ma e’ solo per dirne una. Notizie di questo tipo, purtroppo, si diffondono spesso.
In settimana, è iniziato a girare su Facebook, un articolo dello scorso anno in cui si raccontava di un terremoto di bassa magnitudo che aveva avuto come epicentro il Vesuvio (normale attività sismica per il nostro vulcano). Qualche giornalista (stamattina mi sono svegliata diritta, altrimenti altro che giornalista avrei scritto!!!) ha intercettato la notizia e, senza verificare la data o non volendolo fare o, ancora, ignorando volutamente il piccolo particolare, ha ripreso e ricopiato la notizia aggiornandone la data.

A Torre del Greco si è diffuso il panico e ho saputo addirittura di due scuole evacuate.Il mio primo pensiero è stato quello di andare sul sito dell’Osservatorio Vesuviano e su quello dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) per verificare la veridicità della notizia perché questi siti riportano l’elenco dei terremoti in tempo reale. Visto che l’articolo dava anche magnitudo ed epicentro, doveva essere per forza stato registrato da loro. Beh, di questo terremoto non ce n’era traccia.
Andando a ritroso nella catena delle notizie, ho poi scoperto la vecchia notizia dello scorso anno e come era stata trasformata.
Come ho già scritto, le notizie allarmistiche che girano sono quasi sempre le stesse ma il guadagno su internet è dato dalla visualizzazione della notizia e dai click sui banner pubblicitari che la circondano nella stessa pagina. E’ la caccia al click disperato di rete. E non si guarda in faccia a nessuno. Prima il click e poi l’etica e tutte le altre belle morali.

Quella del terremoto non è stata l’unica bufala circolata in settimana ma ce n’è stata un’altra (anche questa vecchia, trita e ritrita) che riguardava un fantomatico studio fatto da scienziati americani sulla pericolosità della prossima eruzione del Vesuvio. La mia risposta è: e c’era bisogno degli americani?!?
Lo scenario più probabile (si può parlare solo di probabilità) è un’eruzione sub-pliniana o pliniana (quindi quella più distruttiva) ma che dovrebbe mostrare segni premonitori che la scienza al giorno d’oggi è in grado di interpretare abbastanza tempo prima da poter evacuare le zone interessate. Il problema principale, e questo è un mio parere personale, sarà proprio nei segni premonitori, che potrebbero essere costituiti da terremoti di forte intensità e fare morti e danni nelle nostre zone super-densamente popolate e con costruzioni decisamente non-antisismiche.

Clementina Sasso

0 856
I 90 secondi del terremoto del 1980

Dal nostro inviato a Mosca:

Ogni 23 novembre, apro su YouTube un filmato. Una registrazione saltata di una radio locale di Avellino, che alle 19.34.52 per 90 secondi incide un boato. Non di quelli da stadio, non una bomba, ma qualcosa di sovrannaturale, anche se è il movimento delle placche, il terremoto è ben spiegabile dalle scienze naturali. Sono nato a distanza di tre anni e mezzo da quel giorno, ma i racconti dell’Ottanta li ho sentiti tante volte. Un avvenimento che non devastò soltanto l’Irpinia e la Basilicata, ma intere parti della Campania. I paesi dell’epicentro furono rasi al suolo, e ancora oggi non del tutto ricostruiti (d’altronde, i discendenti del sisma di Avezzano e del maremoto dello Stretto ancora attendono un alloggio definitivo, a distanza di un secolo…); i morti furono dovunque, non solo in Irpinia, 53 vittime alla Stadera a Napoli, mia madre ancora oggi racconta di come, dopo la messa serale, il campanile della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo cadde sulla canonica, uccidendo sei persone. E lo stillicidio è infinito: nove ragazzi muoiono ad Angri perché gli crolla addosso la facciata della chiesa della Madonna del Carmine, e tanti perdono la casa, con sfollati dovunque, anche dove l’epicentro dista decine e decine di chilometri. Mio nonno spesso raccontava di come persero l’appartamento dove abitava con la famiglia, che però l’ingegnere comunale sosteneva fosse “agibile”: la prova antisismica, per questo luminare della protezione civile, consisté nel saltare nel salotto di casa.

Perché siamo figli del terremoto? Lo siamo e perché ogni volta che la nostra terra trema i nostri cari rivivono quei momenti, e perché il sisma ha segnato l’ennesima, e, credo, decisiva tappa nella distruzione della nostra terra. Ricordo le scosse del 1990, di come ci misero in fila per due a scuola e ci fecero uscire dalla classe; e i vari piccoli sussulti di questi anni, fino al terremoto del Matese di quasi due anni fa, ero tornato per le feste ed eravamo all’ultimo piano con i parenti, e quella paura negli occhi, quella luce, che si era accesa tra chi aveva vissuto l’Ottanta, mi è restata impressa più del divano che si sposta (e anche qua, il Matese è lontanuccio).

Siamo figli del terremoto perché il sisma è stata l’occasione per saccheggiare completamente il territorio: abusivismo a go-go, speculazioni infinite, clientele, assegnazioni di posti. Interi quartieri evacuati e interi rioni costruiti e diventati luoghi di esclusione; in più nel piccolo c’è stato anche il bradisismo nel 1984 nella zona flegrea, con lo spostamento degli abitanti del Rione Terra. E l’Irpinia ha inaugurato la gestione emergenziale, nonostante i ritardi nei soccorsi (quanti si sarebbero potuti salvare? Nessuno ne parla, oggi, ma all’epoca persino Pertini si indignò): la Campania è diventata dopo l’Ottanta la terra dei commissariamenti e delle emergenze, e la logica è sempre quella di garantire spartizioni e potere.

Cosa è cambiato in Italia nella gestione del post-terremoto? Temo poco o nulla, anche per averlo visto in presa diretta da volontario in Abruzzo nel 2009. E le immagini delle new town con i loro balconi cadenti testimoniano come si continui a costruire in spregio alle norme, semplicemente nel nome di un arricchimento bestiale.

Quei 90 secondi, forse, dopo 35 anni, ancora ci fanno tremare, anche se non li abbiamo vissuti. Quando a San Giuliano in Molise crollò la scuola, il parroco rispose così a chi gli chiedeva dove fosse Dio: “Non è il Signore a fare i calcoli del cemento”. Ecco, siamo ancora a questo. E le domande di Pertini, di Moravia, e di tanti altri risuonano nel vuoto, nell’eco di quei momenti, tra le macerie di quei giorni.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 2136

Andare a Verona contro l’Hellas non è una partita come tutte le altre per i napoletani. Negli anni ’80 divenne la partita simbolo del Sud contro il nord razzista. Dal “Lavali col fuoco” a “Giulietta è una zoccola”. In settimana Pierpaolo Marino ha raccontato che dopo uno dei “simpatici” cori dei veronesi contro i napoletani, Maradona si avvicinò alla panchina dicendo “ci penso io“. E ci pensò a suo modo lasciando gli scaligeri pieni di meraviglia.

Negli anni ’80 Verona – Napoli era una partita di cartello. Il Verona era reduce dalla vittoria di uno scudetto, nell’unico anno in cui venne predisposto il sorteggio integrale degli arbitri. Il Napoli si apprestava a comandare il palcoscenico nazionale con i suoi campionati al vertice che chiusero il decennio con la vittoria di due scudetti. Oggi la storia, per fortuna, è assai diversa: il Napoli è in alto, il Verona langue ultimo in classifica.

In queste settimane gli azzurri di Sarri hanno dimostrato di non badare troppo al blasone delle avversarie e sono riuscite a vincere sia contro le “grandi” che contro le cosiddette “piccole”. Dare il colpo di grazia al Verona sarebbe soltanto uno sfizio accessorio per proseguire il principale obiettivo di restare ai vertici della classifica in vista degli scontri diretti casalinghi contro le due squadre che attualmente ci precedono, Inter e Roma.

Eppure, personalmente, riservo un certo pathos alla partita perché sulla panchina scaligera siede Mandorlini. L’allenatore, con un passato da calciatore all’Inter, qualche estate fa alla presentazione della sua squadra inneggiò un coro per farsi bello con i suoi tifosi: “Ti amo terrone, ti amo terrone”. Un uomo di calcio dovrebbe offrire il buon esempio e invece si allinea agli ultrà più beceri e razzisti. Mandorlini venne deferito. Troppo poco!

Ora il Verona langue ultimo, la partita contro il Napoli è anche per il tecnico la cosiddetta ultima spiaggia! I nostri azzurri in campo dovranno essere undici Cutolo!! E per chi non ricorda consiglio di guardare questo video… Mandiamolo a casa!

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

0 1208

Qualche anno addietro viaggiavo molto spesso in aereo e, trovandomi di solito con largo anticipo in aeroporto, avevo molte ore di attesa da riempire, quindi finivo inevitabilmente per acquistare un libro. A volte romanzi, altre volte saggi; in uno di questi ultimi casi mi ritrovai ad appassionarmi di un libro molto affascinante, Civiltà sepolte di C. W. Ceram, un bel saggio un po’ romanzato sulla storia dell’archeologia. Il primo capitolo, che si intitola “Preludio su suolo classico”, tratta proprio della nascita dell’archeologia moderna, e non vi nascondo che non sono riuscito a trattenere le lacrime nel momento in cui, leggendo, mi resi conto di quanto quelle origini fossero vicine a me. Nel 1738, partendo dai primi ritrovamenti fatti dal generale d’Elbœuf, ai piedi del Vesuvio la corte dei Borbone, soprattutto sotto la spinta di Maria Amalia Cristina di Sassonia, ritrova una serie di resti, statue, un teatro. E dove c’era un teatro doveva esserci stata una città. Infatti, nel teatro viene ritrovata un’iscrizione che riportava il nome della città: Ercolano.

E’ notizia di questi giorni la mancata scelta della città di Ercolano come Capitale della Cultura 2016, le è stata preferita la lombarda Mantova. Per qualcuno è stata una delusione, sicuramente la scelta rispecchia molto un certo tipo di orientamento politico ed economico, ma personalmente trovo che si tratta di una visione oggettiva e sostanzialmente ragionata rispetto ad uno stato delle cose che non si può certo nascondere dietro proclami o buone intenzioni.

Vediamo un po’ le cose come stanno nella realtà.
Ercolano è una città di più di cinquantamila abitanti distribuiti in maniera diseguale su diciannove chilometri quadrati – un sesto della superficie di Napoli con meno di un quindicesimo della popolazione. Si estende dal golfo di Napoli fino alla sommità del Vesuvio, in una forma grosso modo triangolare. A Ercolano non c’è una libreria. In una delle piazze principali campeggiano due negozi di telefonia circondati da qualche sparuto negozio di abbigliamento. Sopravvivono molti bar, ma non ce ne sono di accoglienti per i turisti che si ostinano a venire a visitare gli scavi. E’ stato aperto da poco un “caffè letterario” che di letterario ha ben poco, ma ha molto dell’aperitivo con
spritz. Per lo shopping sono molto più gettonate le confinanti Portici e Torre del Greco, quindi anche il piccolo commercio langue, rimane giusto la memoria del mercato degli stracci (ai più conosciuto come Resina, ma che sarebbe la zona mercatale di Pugliano).
Esiste a Ercolano una guardia medica in una delle posizioni più scomode e irraggiungibili che si possano immaginare, in un vicoletto lato mare che praticamente rende inutile la sua presenza a buona parte della popolazione. Da anni si susseguono senza soluzione di continuità delle giunte di centrosinistra che hanno avuto il merito fondamentale di cambiare il nome storico di una strada antica, via 4 Orologi, affibbiandogli quello dello zio del presidente del consiglio comunale. Uno degli ex sindaci è stato responsabile di uno scempio colossale ai danni del territorio del Vesuvio tentando di costruire una nuova funicolare, con delle enormi e visibilissime colate di cemento, sbagliando però i calcoli (e meno male…) perché la stava costruendo nel territorio del comune di Torre del Greco; altri scempi memorabili sono la caserma dei carabinieri, i cui lavori sono stati interrotti da decenni perché abusiva, e il tentativo di ricostruire (o inventare?) il molo borbonico sul litorale della Favorita.

Questo è giusto quello che salta agli occhi e riecheggia nella memoria.

Io a Ercolano ci sono cresciuto. Non ci sono nato, ma dall’età di tre mesi fino ai diciott’anni ho trascorso la mia esistenza qui, e continuo ad abitarvi, a volte dico a dormirci, visto che la mia “vita” la vivo altrove. A Ercolano ho avuto una serie di fortune, però. Ho passato l’infanzia all’ombra di una villa dei primi del ‘900 dallo stile eclettico e sovrastata da una torre merlata che la faceva apparire come un castello medievale. Quell’edificio, Villa Maiuri, ospitava almeno fino al 1980 una scuola di archeologia per stranieri, e infatti ricordo questo via vai di giovani nordici un po’ hippy. Qui a Ercolano a fine ‘800 c’è stata una fioritura del Verismo, con la Scuola di Resina, che ha visto la presenza di pittori come Giuseppe De Nittis, Marco De Gregorio e Nicola Palizzi.
All’angolo della strada dove sono cresciuto si erge una delle più belle ville del ‘700 della zona,
Villa Campolieto. La strada dove si affaccia, quel tratto della Regia strada delle Calabrie che dalla Reggia di Portici scende a sud verso Torre del Greco, prende il nome di Miglio d’oro, proprio perché era la zona più bella e prestigiosa di tutto il Regno delle Due Sicilie, costellata da una serie di residenze nobiliari sfarzose e spettacolari. A Villa Campolieto, all’epoca appena restaurata, nei primi anni ’80 ebbi la fortuna di partecipare all’inaugurazione della mostra Terrae Motus, voluta da Lucio Amelio e comprendente opere di personaggi come Robert Mapplethorpe e Andy Warhol; quest’ultimo ricordo di averlo visto passeggiare per l’atrio della villa, sono cose che rimangono impresse… Sempre nello stesso luogo negli anni ’80 passavano personaggi come Rudolf Nureyev e Severino Gazzelloni, nel Festival delle Ville Vesuviane che attirava spettatori anche dal Giappone e dagli Stati Uniti, ma che faticava a entrare nel cuore della gente del luogo. A Villa Campolieto erano conservate alcune carrozze che erano state usate in Via col vento, peccato che un ex custode abbia avuto la bella idea di dare loro fuoco per vendetta… Più di recente ho avuto il piacere di trovarci Alejandro Jodorowski… mi fermo qui perché potrei continuare con questo elenco a lungo.

Ercolano vive di rendita – non sapendo forse nemmeno che farsene di questa rendita – di una serie di lasciti meravigliosi dati dalla natura e dalla Storia. Tra scavi, Parco Nazionale del Vesuvio e le settecentesche Ville Vesuviane, ce n’è abbastanza per campare davvero di rendita per secoli. Ma tutto questo bastava per far sì che la città fosse scelta come capitale della cultura?
A Ercolano ci sono gli scavi archeologici forse più interessanti di tutta Italia, ma attorno c’è un vuoto. Un vuoto culturale, istituzionale, un vuoto, mi duole dirlo, umano. Se c’è chi si lamenta dell’incapacità di Napoli di far fruttare davvero le risorse turistiche, dovrebbe gioire rispetto a quello che accade qui. Non parlo solo dei politici locali, tra l’altro sempre asserviti a dei giochi di potere locali senza via di uscita, ma la popolazione stessa a volte mi spaventa per l’ignoranza e l’inconsistenza. Si voleva far fruttare un patrimonio immenso, ma sarebbe stato come voler costruire un edificio senza prima aver scavato le fondamenta.
Non sono mai stato a Mantova, ma dopo aver visto un servizio televisivo parecchi anni fa m’è rimasta una gran voglia di andarci. Non so se da forestiero, guardando un servizio su Ercolano, avrei la stessa voglia di venirci, a giudicare dal ruolo che svolge la mia città nella cronaca e nelle notizie di attualità. Io ho un po’ rinunciato negli anni a cercare di fare qualcosa per questo mio territorio fortunato e disgraziato al contempo, quello che posso fare è accompagnare a visitare gli scavi e il Vesuvio agli amici che me lo chiedono, e sono tanti. Ma non riesco mai a trovare un luogo decente dove far loro mangiare qualcosa, e a volte nemmeno a fargli prendere un caffè.

Probabilmente Ercolano avrebbe avuto delle chance in più se, invece di essere candidata come Capitale della Cultura, fosse stata in lizza come luogo emblematico dell’Italia attuale.

Gianfranco Irlanda