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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Per i ragazzi l’estate ha un’importanza fondamentale, è la fine della scuola, si organizzano i primi viaggi con gli amici, si va al mare, si può fare tardi tutte le sere, si può dormire fino a tardi… ma ovviamente tutto questo passa in secondo piano se pensiamo al vero motivo per cui i ragazzi amano l’estate: le avventure estive.

Volevo scrivere “la pucchiacca” ma sarei passato per sessista, per cui evito.
Nelle isole greche dove fittavi una casa con 15 amici in 20 metri quadri, nei campeggi nelle tende comprate alla fiera della casa, nella casa dello zio ad Agropoli, Ascea o Ischia. Ma anche a Ibiza, Formentera, in cosa brava, senza dimenticare gli ostelli delle capitali europee l’obiettivo principale è sempre stato uno: avere qualcosa da raccontare agli amici al ritorno, e gli amici ovviamente non ti chiedono nulla dei musei visitati.

Non so come sia oggi ma fino a qualche anno fa siamo cresciuti con il mito delle bolognesi, non si sa perchè nel nostro immaginario fossero comuniste, e quindi prive di morale cattolica, o perchè fossero settentrionali (quindi notoriamente più facili) ma non troppo, quindi non troppo distanti da noi, ma fatto sta che appena sentivi Bologna appizavi le orecchie, e non solo quelle, e andavi giocartela.

Ovviamente qualsiasi teoria geografica sull’ipotetica facilità delle donne lascia il tempo che trova, ma vallo a spiegare a un tardoadolescente in vacanza. Cosi poteva capitare che tanto partivi facendo lo sfacciato e con una certa sicurezza e finivi con la coda fra le gambe a raccontare a un amico che comunque non era il tuo tipo. Sono batoste che servono a rialzarti, a capire che ogni ragazza è uguale e unica allo stesso tempo, che le Bolognesi, le Milanesi, le Giapponesi vanno affrontate tutte con la stessa grinta, umiltà e determinazione ma che ad ognuna bisognare riservare cure diverse, capire come comportarsi, quali le sue debolezze e colpire nel momento giusto.

Oggi il Napoli, forse dell’umiliazione dell’andata, ha capito che era il caso di non cambiarsi la mutanda, e nonostante le assanze ha dato sei botte alla bolognese di turno (adesso le femministe si incazzano sul serio).

Cattivi: Il Bologna non ha mai tirato nello specchio della porta, si è reso pericoloso in una sola occasione ma Koulibaly ha chiuso lo specchio della porta a Brighi che è stato costretto a scalciare malamente fuori. Nessun errore, nessuna disattenzione, Reina mai impegnato… Fra i cattivi chi devo mettere, Sarri che non si voleva cambiare la maglietta?

Buoni: Scelta ancora più difficile, ottima prova di tutti ma senza dubbio merita una menzione Albiol, oltre a non aver fatto passare nulla in difesa si è reso pericoloso in due occasioni. Allan ha corso tantissimo e se il Bologna non è riuscito a costruire un’azione degna di nota è merito anche suo. Gabbiadini non ha fatto rimpiangere Higuain ed è il miglior complimento che gli si possa fare ma il migliore in campo di oggi con 3 goal e due assist e senza ombra di dubbio Mertens, serata da incorniciare per il folletto belga.

Paolo Sindaco Russo

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I buoni propositi ci accompagnano quasi tutto l’anno. A cominciare da quando si approssimano le festività natalizie – a volte le festività si approssimano presto, anche a novembre, quando iniziamo a vedere qualche vetrina, passato il furore di Halloween, popolarsi timidamente di qualche fiocco di neve o piccole stelle di Betlemme – nel momento in cui iniziamo a pensare all’arrivo del nuovo anno (come se un nuovo anno fosse una novità…. certo per noi che ne viviamo mediamente un’ottantina, ai primi 25-30 anni non ci abbiamo forse ancora fatto il callo); in seguito i buoni propositi si ripresentano quando si avvicina la primavera, per ripresentarsi imperterriti e mai sconfortati all’inizio dell’estate. Questi maledetti buoni propositi ritornano, protervi, al termine delle vacanze come se non ci fossero già abbastanza problemi a cui pensare.

Uno dei peggiori buoni propositi che devo affrontare puntualmente, visto che mi riguarda di persona, è caratterizzato dal desiderio di tante e tanti che, al rientro dalle vacanze, si rendono conto che le loro velleità relative alla fotografia sono state puntualmente e miseramente disattese dalla valanga di foto mal riuscite scattate in luoghi magari bellissimi, mitici, scenograficamente spettacolari e chi più ne ha più ne metta, e vorrebbero migliorare la qualità dei loro scatti…

Devo fare una precisazione: comunque sia, lode a quelli che si rendono conto che le loro foto non rispecchiano le aspettative e la bellezza dei luoghi visitati. Significa che hanno una certa sensibilità estetica e buon gusto, oltre che avere delle esigenze quanto meno superiori alla media. Gli altri, quelli che tornano dalle vacanze e postano su facebook e altrove le loro immagini senza nemmeno ruotarle affinché vengano viste dritte sullo schermo, be’, quelli sono senza speranza e non meritano attenzione da parte mia (e nemmeno da parte di parenti e amici su fb… se avete un minimo di buon cuore, e di autostima, bloccateli senza pietà, anche se loro non capiranno mai il motivo).

Perché il desiderio di quelli che vogliono migliorare le proprie foto mi riguarda di persona? Perché ho la ventura di condurre un corso di fotografia ormai da quasi sette anni, e spesso il desiderio degli allievi è, espresso o meno che sia, quello lodevole ma ambiguo di “migliorare le proprie foto”.

Pare facile…

Non voglio stare qui a scrivere un papiello relativo alla qualità minima che devono avere le immagini che mostriamo ad altri diversi da noi stessi (questa sarà materia per un articolo successivo…), quanto rendere partecipe chi legge di certi principi generali che caratterizzano la fotografia, in particolare quella delle vacanze, e la rendono diversa da una cosa che fa talmente parte di noi e che, per questo, diamo così tanto per scontata da… dimenticarne le peculiarità. Questa cosa è il nostro ricordo.

La fotografia, anche nella sua forma intrinsecamente legata alla memoria, quella che comunemente si chiama foto ricordo (e che spesso ultimamente prende la forma del selfie, o più in generale dell’immagine scattata con il cellulare e prontamente postata e condivisa), può permettersi anche con il massimo dello sforzo di riprodurre, e consentirne pertanto la memoria, in maniera “accurata” soltanto la nostra percezione visiva – in realtà non riproduce esattamente la nostra memoria visiva, in quanto l’immagine fotografica risponde a dei criteri che non corrispondono completamente a quelli della nostra visione, continua e binoculare, meno che mai alla nostra memoria in senso più ampio associata allo stimolo visivo. Il nostro ricordo, anche se fotograficamente catturato nel momento stesso in cui si forma, necessita di supporti che non sono meramente visivi, i quali supporti contribuiscono alla sua formazione e successiva riemersione. Quando rivediamo le foto che abbiamo scattato, si manifesta una piccola sinestesia: il senso visivo stimola un ricordo ben più ampio e articolato che mette in moto una quantità di altri ricordi che sono stati registrati dal cervello provenienti dagli altri sensi, magari nemmeno esattamente nello stesso momento, e che contribuiscono nell’insieme a formare in noi il ricordo come lo conosciamo. Sensazioni tattili, odori, suoni, sensazioni di benessere dovuti alla temperatura, alla compagnia, vengono prontamente e sistematicamente memorizzati e difficilmente possono essere cancellati, anche se non li sperimentiamo di continuo; così come succede alle sensazioni negative, che magari vengono relegate in secondo piano e che però il nostro subconscio tiene in riserva fino al momento in cui potrebbero tornare utili.

Purtroppo, tutto quello che non è registrato visivamente dalla fotografia non sarà percepibile a un osservatore terzo, e spesso anche noi, presto o tardi, dimenticheremo in parte o del tutto i motivi che ci hanno spinto a scattare quella determinata immagine. La foto della bella spiaggia della sperduta isola greca o della caletta di Stromboli probabilmente evocherà in chi l’ha scattata tante sensazioni differenti, e magari continuerà a farlo anche a vent’anni di distanza dal momento della ripresa, ma tante, troppe volte la sensazione, l’atmosfera che caratterizzava quel momento verrà persa, nonostante la fotografia sia stata presa proprio per testimoniarla. Dobbiamo tenere conto che, chiunque sia l’altro che guarda le nostre foto, non potrà mai percepire le particolarità che quella situazione rivestiva per noi, a meno che non riusciamo a comunicarle in qualche modo inserendo degli indizi visuali all’interno della foto stessa. Le fotografie, lungi dall’essere una rappresentazione oggettiva della realtà, diventano per un osservatore estraneo un rebus complesso, in cui la percezione visiva la fa da padrona, ed è soltanto per intuizioni degne del miglior detective che possiamo tentare di inferire qualche significato altro da ciò che vediamo, cercando di dare un senso diverso a quel tramonto uguale a milioni di altri, oppure alla foto del monumento volutamente o meno identica alle cartoline, ovvero alle migliaia di foto viste su internet. A meno che… chi le ha scattate non ci stia deliziando raccontandoci il dietro le quinte di ogni singola foto, mentre ce le mostra al pc in un’interminabile e soporifera sequenza, dopo averci subdolamente invitato a cena al rientro dalle vacanze…

Gianfranco Irlanda

 

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Il ritorno dalle vacanze non è mai una bella cosa, salvo qualche rara eccezione. Per dirla con Leopardi, il momento in cui “Al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno” regala tristezza e sconforto e la fine di un tanto piacevolissimo quanto breve periodo di relax e divertimento.
Il momento peggiore del ritorno dalla vacanza è il breve tratto che ci porta dal portone alla porta di casa, il pensiero si sale con la rassegnazione di chi si avvia verso il patibolo con un chiodo fisso in testa: Speriamo che non sono venuti i Mariuoli. Quando si vede che la porta non è stata forzata e, una volta aperta, che tutto è dove deve stare c’è un attimo di sollievo, poi si parte con le preoccupazioni minori: si fosse scongelato il freezer? non è che ci sono le formiche nella dispensa? Il cassetto non si apre, ma già era scassato prima. Che tengo in frigo? Che si deve comprare? Poi si torna alla routine e tutto torna come prima, nella speranza che qualcosa vada meglio.

La prima di campionato è un po’ così, sai che comunque sta ricominciando una stagione calcistica di bestemmie e patemi e forse qualche gioia. All’inizio ti rendi conto che è tutto OK, che Hamsik sta dove deve stare, poi verifichi se c’è qualche piccolo problema, per fortuna nessuno di nuovo ma purtroppo qualcosa di vecchio è rimasto. Adesso però bisogna solo riprendere il ritmo e mettersi a lavorare.

Cattivi: il doppio trequartista non si è rivelata (ieri) una scelta felice, Insigne e Mertens si sono trovati in meccanismi nuovi e poco conosciuti, il secondo più intraprendete del primo sicuramente, ma in avanti non si è visto molto, almeno finchè non si è cambiato qualcosa. Hysaj, gioca fuori ruolo e si vede, in teoria a sinistra dovremmo essere coperti meglio, ma la sua prestazione è insufficiente. Maggio purtroppo regala letteralmente il 2 a 1 perdendo una marcatura anche semplice, in avanzi si è visto solo per una bella sgroppata. I terzini sono stati un problema, sappiamo che Maggio può fare di meglio, ma alla sua età le diagonali dovrebbe averle imparate.

Buoni: I Napoletani, anzi i Soccavesi, Cannavaro e Floro Flores hanno fatto tutto bene per segnare l’1 a 1, da napoletano sono felice per voi… Però che cazz’, giusto ieri dovevate cacciare la scienza? Hamsik, un goal e tanto lavoro, apre lui le marcature di questo campionato e merita di essere qui, sperando che sia di buon auspicio per lui e per noi. Reina merita però il primo posto fra i buoni, incolpevole sui goal ci regala quella parata di tacco ( o forse di culo) che ci ricorda perchè lo amiamo tanto!

Paolo Sindaco Russo

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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto da Flickr - Nazionale Calcio

Non smette di far parlare di sé Gonzalo Higuain, nervosissimo negli ultimi giorni di vacanza in Spagna, come testimonia il filmato di Elmundo.es. All’uscita dalla discoteca Pacha di Ibiza, alle 7.15, di stamattina, l’attaccante del Napoli è stato raggiunto da alcuni tifosi per foto e video. Ma il bomber albiceleste ha risposto duramente a chi gli ha ricordato il rigore sbagliato con l’Argentina. “Tu questo a me non lo dici“. E poi a un tifoso che girava un video: “Cancellalo o ti stacco la testa“. Higuain, che aveva trascorso la serata con il Pocho Lavezzi e altri amici, è stato portato a fatica lontano dal gruppo di tifosi: è rientrato nella nota discoteca ed si è allontanato attraverso un’uscita secondaria. Higuain è atteso ai primi di agosto per la ripresa degli allenamenti a Castelvolturno.

Dopo le voci sulla sua mania per le donne (VEDI LINK), ora è arrivata anche questa lite non proprio edificante che denota un certo nervosismo. Speriamo che Gonzalo possa calmarsi prima del suo rientro al Napoli.