Tags Posts tagged with "vacanza"

vacanza

0 657
Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Sarà che quest’anno le mie vacanze sono state una specie di interrail in Cumana alternando le spiagge libere di Lucrino e Arco Felice, spingendomi qualche volta in macchina fino a Miseno, ma in questo campionato per i buoni e cattivi mi sto ispirando spesso alle vacanze.

Chi non è mai stato lasciato da una ragazza? Chi non ha mai passato una stagione a marcare stretto una ragazza che, quando hai finalmente trovato il coraggio di dichiararti, ti ha detto che ti vede solo come un amico? Chi non ha mai lasciato una ragazza per pentirsi amaramente? Almeno una di queste tre cose vi è sicuramente capitata, e se non vi è capitata è perchè avete avuto troppa paura di vivere, e ovviamente e un discorso valido per tutti e tutte, io parlo di ragazze perchè mi baso sulla mia vita ma il mio discorso è universale.
Dopo queste batoste non è facile rialzarsi, c’è chi subito trova un altro partner da trattare malissimo, chi si rinchiude in sé stesso per paura d’amare, chi insiste per riconquistare l’amore perduto… ma soprattutto c’è chi decide di regalarsi una vacanza per divertirsi, ‘a parià. Ibiza, Mykonos, LLoret de Mar o Ischia non importa: l’importante è che sia un posto pieno di ragazzi e ragazze con il solo obiettivo di divertirsi e di non pensare a nulla. Il ragazzo appena lasciato in questi posti non va tanto per il sottile, sfrutta ogni occasione che trova, abbassando anche i suoi standard estetici, l’importante è il numero, e sfogarsi, divertirsi, rimettersi in pista. Nessuno va nelle discoteche di Ibiza per trovare moglie, nessuno va ai falò sulle spiagge in costa Brava per trovare la donna per la prima vita… si va per trovare qualcuno con cui passare la notte, al massimo una vacanza e poi tornare ad essere due sconosciuti.

Finita la vacanza si ricomincia rinfrancati e con più fiducia in sé stessi, ma non bisogna neanche fare l’errore di sentirsi dei play boy fatti e finiti… Il Benevento oggi è stato la turista Inglese che su lettino di una spiaggia di un’isola greca ci ha fatto scordare lo Shaktar, certo è bastato un coktail e un paio di battute per fare quello di solito richiede mesi di posteggia ma ci siamo divertiti tantissimo e siamo tornati in carreggiata… mo però non pensiamo che in serie ci sono solo giovani turiste con tanta voglia di divertirsi.

 

Cattivi – la cosa peggiore che viene in mente ripensando alla partita sono i capelli di Belec, è stato il giocatore più impegnato dei suoi e alla fine dei 90 minuti era ancora pettinato come Ken il marito di Barbie (compagno? Amico? Trombamico? Me lo sono sempre chiesto ma questa e un’altra storia). Per il resto parliamo di una partita finita 6 a zero con gli avversari che sono entrati in area solo una volta… sarei il cattivo se trovassi un cattivo fra gli azzurri.

Buoni – Io mi immagino Sarri che mantiene stretta in mano una grossa catena a cui è legato Allan che scalpita, ringhia e scalcia, il mister lo lascia andare e lui corre come un pazzo pressando chiunque abbia palla, anche l’arbitro quando la raccoglie dopo il triplice fischio. Ma Allan non è solo pressing e corsa, è anche tecnica, intelligenza tattica e visione di gioco, anche oggi fra i migliori. Fra i buoni direi che non si può non citare l’intera catena di sinistra, Ghoulam mette lo zampino su 3 goal, Insigne un goal e un assist, e nel primo tempo sono realmente inarrestabili. Migliore di oggi però è quello che si porta il pallone a casa, meriterebbe una citazione anche Jorginho con i suoi 170 passaggi riusciti, ma Mertens oggi ha dimostrato una fame di goal e una grinta agonistica anche quando la partita aveva ancora poco da dire, e questo significa tanto.

 

Paolo Sindaco Russo

 

0 2706

“Pare ca ‘o napulitano nun po’ viaggià, po’ sulamente emigrà!” Sono passati più di 30 anni da questa famosa battuta del grande Massimo Troisi, con la quale puntava il dito contro il pregiudizio che voleva che i napoletani si allontanassero dall’amata Patria solo per trovare “una fatica” e non “pe’ viaggià, pe’ conoscere”. Da allora il popolo partenopeo si è messo in moto e, complici i voli low cost, ha “invaso” il mondo. Ma c’è modo e modo di viaggiare e il napoletano resta comunque un viaggiatore atipico, diverso da ogni altro al mondo. Fatti i dovuti distinguo, ci sono delle linee di condotta comuni che valgono per la stragrande maggioranza dei napoletani che partono per le vacanze. Dieci regole fondamentali che vanno al di là delle differenze di classe, di ceto, di età e pure di religione.

1) “Portati dietro uno di tutto” Come Totò in trasferta a Milano, il napoletano non rinuncia a portare con sé oggetti per ogni evenienza: dal borsello con le medicine, alla marenna per soppontare lo stomaco in viaggio (cosa che succede alle 10 di mattina), al maglioncino di lana “pecché nun se po’ mai sapé!”, fino ad arrivare a quelli che in auto caricano provviste come se stesse per scoppiare la terza guerra mondiale. Per il napoletano resta un mistero come faccia il milanese a partire con un solo minuscolo trolley.

2) “Non dimenticarti qualcosa contro il malocchio” perché si sa “L’uocchie valene cchiú de’ scuppettate” e in vacanza colpiscono ancora di più. Il napoletano non parte se non ha con sè un portafortuna: dal corniciello all’amuleto, dai santini alle corone del rosario, che spuntano fuori soprattutto in aereo, che piú che in volo sembra di stare su un pullman diretto a Montevergine. E puntualmente a bordo degli aerei con una prevalenza di passeggeri napoletani all’atterraggio scatta l’applauso liberatorio, fenomeno unico a livello mondiale.

3) “Cerca di fare amicizia con i napoletani che incontri”. Il napoletano quando è fuori dalla sua Patria attiva un radar, un geolocalizzatore capace di individuare i conterranei nel raggio di un miglio e che funziona in modo semplice: appizzare le orecchie per captare l’accento. Operazione facilitata enormemente dall’abitudine di parlare a voce alta, come se si stesse facendo un comizio senza megafono. Una volta individuato il compaesano, i più discreti si limitano a scambiare sorrisi e occhiate significative, come dire “Simme ‘e Napule paisà” e l’altro dà un cenno di assenso pure se è di Grumo Nevano, perché varcati i confini della Campania siamo tutti napoletani. I più estroversi, invece, si lanciano in lunghe chiacchierate fino al famoso “Simme asciute a parienti!”
Un classico delle amicizie nate all’estero sono quelle fra gli sposi in viaggio di nozze in posti tropicali, che si salutano con un “A Napoli ci dobbiamo vedere insieme i video dei matrimoni!”

4) “Vedi di sapere che si dice a Napoli”. Il napoletano non sopporta l’idea di essere all’oscuro di quello che succede in città in sua assenza, e per ovviare a questa mancanza di informazioni ha due canali: uno più formale, i quotidiani locali, un tempo introvabili fuori Patria oggi facilmente consultabili online. Ovviamente l’unico tema che spinge a tanto interesse per l’informazione è uno solo: la campagna acquisti del Napoli. Per la cronaca cittadina invece utilizza il canale informale, ovvero il costante contatto telefonico con i parenti a casa. Fosse anche in un paesino sperduto sulle Ande i napoletani non rinunciano mai alla quotidiana telefonata con i familiari, oltretutto per essere aggiornati in tempo reale anche su malanni, inciuci e ferie di parenti e amici. Non a caso a questa opererazione è preposta la donna della famiglia.

5) “Aiuta sempre i napoletani in difficoltà”. Perché lontani da Napoli ci si sente in terra straniera, anche se hai varcato di poco i confini regionali, e scatta il senso di appartenenza alla stessa Patria e la solidarietà fra connazionali. Che si tratti di cercare il bambino che si è perso in spiaggia o accogliere sotto all’ombrellone il vecchietto con l’insolazione, fino a dare una mano nella rissa in discoteca, il napoletano non fa cadere il grido d’aiuto del fratello in difficoltà.

6) “Trova un posto dove si mangia bene” Il napoletano è onnivoro e curioso, quindi una chance la concede a qualsiasi tipo di cucina. E soprattutto se ha fame, è pronto anche a mangiare le cavallette fritte. Però, dopo 3 giorni di cucina “straniera” scatta la nostalgia di casa e fondamentalmente ha bisogno di due cose: un buon piatto di pasta e un caffè degno di questo nome. Perché per il napoletano Starbucks potrebbe anche essere un detersivo, ignora cosa sia. Se la sua ricerca disperata ha buon esito finirà con il mangiare lì fino a vacanza ultimata. Ma se non li trova scatta la crisi di astinenza. Unica eccezione: la pizza. Il napoletano non mangia mai la pizza fuori Napoli, lo considera un atto sacrilego.

7) “Divertiti ma senza stancarti” La vacanza per il napoletano è divertimento, scoperta di posti nuovi, ma sempre con un imperativo: stancarsi il meno possibile. Massimo risultato con il minimo sforzo. Dimenticatevi che il napoletano si svegli alle 7 per fare jogging, che sotto il sole dell’una si lanci in sfide a racchettoni, che si faccia convincere a inerpicarsi per delle escursioni in montagna o che venga coinvolto dagli animatori per fare “il risveglio muscolare”. Non se parla proprio. Unico strappo alla regola: la partita di pallone. Se in spiaggia esce un supersantos o un amico prenota un campo di calcetto, il napoletano non sa dire di no. E’ il richiamo della foresta.

8) “Comportati meglio che a casa tua” Il napoletano quando é in trasferta ha una sola parola d’ordine: “Verimme e nun ce fa riconoscere!” Non tanto per sè, ma per il buon nome della città e anche per evitare di sentirsi apostrofare come “i soliti napoletani”. In particolare pagano il prezzo di questo “orgoglio partenopeo” i più piccoli, che subiscono restrizioni mai conosciute a casa, tipo “Nun fa burdell” e per il mancato rispetto delle stesse subiscono cazziate e paliatoni, con urla e pianti annessi, che hanno un’unica conseguenza: far arrevotare un’intera spiaggia o un silenzioso condominio alle 3 del pomeriggio.

9) “Non tornare a mani vuote”. Dalla guantiera di dolci per la nonna ai magnetini per i nipoti, il napoletano al suo ritorno ha sempre un pensierino per tutta la famiglia. Perché sa che se lo aspettano e non vuole deludere nessuno. E finchè non si viaggia in aereo nessun problema, ma con tutte le restrizioni antiterrorismo, per il napoletano adesso portare un presente a casa è diventato impresa ardua, ma non impossibile. Così fra mutande e calzini nei bagagli da stiva trova posto ogni bendiddio, dai cannoli siciliani ai formaggi francesi. Col rischio di farsi inseguire dai cani antidroga.

10) “Trovati chi ti viene a prendere al ritorno” Il napoletano quando rientra in Patria vuole a tutti i costi che qualcuno lo venga a prendere al suo arrivo, non solo pe’ sparagnà i soldi del taxi, ma perché gli piace sentire l’abbraccio della famiglia, degli amici, e anche perché non vede l’ora di cominciare a raccontare quello che gli è successo in vacanza. Ed è per questo che quando si arriva alla stazione o all’aereoporto ci sono folle di familiari, con criaturi nei passeggini al seguito, che non appena vedono spuntare da lontano i parenti urlano un “Oilloc!!” manco fossero i reduci di ritorno dalla guerra. E si sprecano commenti che spaziano da “Comme stai bell!” al “Comme ti si fatt’ brutt!”, a “Comme staje nero!” a “Si cchiù ianche e quanne si partuto!”. Seguiti da risate, schiamazzi e pacche sulle spalle.

Agli stranieri presenti a Napoli, se vogliono capire qualcosa sulla nostra città, consiglio vivamente di andare a vedere le partenze e gli arrivi all’aeroporto di Capodichino.
Poi mi diranno se hanno mai visto in qualsiasi altro aeroporto del mondo qualcosa di vagamente simile.

0 3109

In materia di nazionalismo il napoletano è come l’americano, il francese o l’inglese. Il napoletano è orgoglioso di essere napoletano fino alle estreme conseguenze. Lo statunitense, il francese o l’inglese quando viaggiano pretendono di parlare nella propria lingua, non si adattano: chiedono informazioni costringendo l’altro a fare uno sforzo di comprensione. Il napoletano è uguale, ma solo quando viaggia in Italia.

Un napoletano non schifa l’America, la Francia o l’Inghilterra. Il napoletano se va a Londra si arrangia a parlare inglese, ci prova il più delle volte. Ma il napoletano che va in Italia schifa segretamente il posto in cui è ospitato, pure se ha deciso di fare la vacanza lì. Il napoletano che va a fare la villeggiatura in Calabria, ad esempio, non si cura minimamente di adeguare la parlata. Dialoga con tutti in un napoletano spesso più sguaiato del solito, quasi a marcare il territorio. Il napoletano diventa insolente con il personale di un ristorante e, pur quando deve fare un complimento, dirà: “Adda murì mammà, o frat, quant’è bbona sta sasiccia“.

Il napoletano in vacanza urla più del solito, ha atteggiamenti da padrone. “Te sto purtann ‘e sord e te haje sapè cumpurtà cu mme” pensa nel suo inconscio. Il napoletano in spiaggia urla, sbraita, alza la sabbia. Il napoletano a mare diventa come certi romani, si sente capitale di qualcosa pure se non sono nessuno. Il napoletano, quel napoletano, fa mettere vergogna ad altri napoletani. Ma per fortuna, tranne gli ignoranti, lo sanno quasi tutti che i napoletani non sono tutti così. Io però quando li vedo sono il primo a schifarli. Perché se ami Napoli e la sua vera cultura non puoi non schifare chi con i suoi comportamenti di merda esporta la peggiore immagine della nostra città.

Un napoletano, quello verace, in fondo è nazionalista fino a un certo punto. Non è tutto bello quello che è prodotto da noi. Certo, la mazzamma c’è ovunque, in ogni città. Ma quando vedi tuoi concittadini comportarsi male fa male due volte. E così i napoletani quando programmano le loro vacanze sperano sempre di andare in un posto “dove non ci sono napoletani”. Frase sentita mille volte e che purtroppo spesso non si può dire che non sia condivisibile.

Si certe volte un napoletano è razzista con un altro napoletano peggio di un leghista. Ma con ragioni fondate, non per becera e immotivata discriminazione.

Valentino Di Giacomo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 2371

 

Negli articoli precedenti forse sono apparso un po’ cattivo, nel mio cercare di gettare uno sguardo critico verso quelli che si accingono a partire portandosi dietro la macchina fotografica. Non volevo certo spegnere completamente gli entusiasmi, al limite li volevo raffreddare un po’, ma mi rendo conto di non essere venuto incontro alle esigenze di una buona parte di lettori.
Ebbene, nel mio intervento settimanale di quest’oggi cercherò invece di essere propositivo e dare qualche consiglio reale e soprattutto pratico (fuori tempo massimo, quasi, ma c’è tanta gente che in vacanza ancora non è andata, e poi sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli italiani si muove solo a ridosso di ferragosto…), stavolta senza facili ironie ma con un po’ di autoironia…

Il primo consiglio che posso dare a tutti è questo: partite leggeri.

Devo fare una confessione: sono il peggiore ascoltatore dei miei consigli. Quando devo organizzarmi per partire, nonostante le ottime intenzioni, tendo a portare con me almeno il doppio di quanto mi è realmente necessario. Ovviamente non lo consiglio a nessuno, significa avere con sé due corpi macchina, due esemplari per ogni obiettivo scelto o qualcosa del genere, e di conseguenza due borse fotografiche con relativa attrezzatura. Premessa, di solito mi muovo in auto, e nel bagagliaio riesco quasi sempre a trovare lo spazio utile per ficcarci qualcosa in più (non dirò quale auto ho e men che meno la targa, del resto ha i suoi 400.000 km e non attira molto i ladri; fatto sta che ha un bagagliaio modulare e c’entra di tutto). Per chi si sposta con altri mezzi le cose diventano molto complicate, per non parlare di chi vola low cost, ma ci arriveremo tra poco.

Che significa avere due di tutto? Non dico che porto con me due obiettivi uguali in tutto e per tutto, attenzione: avere un completo backup probabilmente lo fa (anzi lo faceva, nei tempi d’oro) solo qualche fotografo del National Geographic Magazine in missione per qualche mese sul campo. Il backup di cui parlo consiste nel riuscire a coprire e ad accavallare il più possibile (senza ovviamente esagerare) le lunghezze focali di cui si pensa di avere bisogno. Dovrei fare a questo punto, se fosse possibile, una premessa alla premessa, ricordando che quando ho iniziato a fotografare gli obiettivi a focale variabile, volgarmente detti zoom, non erano affatto la norma e soprattutto erano pochi quelli qualitativamente in grado di sostituire le lunghezze focali fisse più usate (se qualche lettore ha difficoltà a penetrare nel concetto di lunghezza focale, fissa o zoom che sia, suggerisco di fare una breve e illuminante ricerca su google…); preso come obiettivo cardine il 50mm, la cosiddetta focale normale, ci si abbinava un paio di obiettivi con cui si poteva fare quasi tutto, di solito per l’amatore erano il 135mm (la più lunga focale medio tele) e il 28, il primo vero grandangolare, ovvero una lunghezza focale più lunga, quindi una visione più stretta, e una più corta, quindi una visione più ampia rispetto alla focale di mezzo, il 50. Qualcuno, più interessato al reportage classico e alla ritrattistica, ambientata e non, poteva optare per la terna 24mm, 50mm e 100mm, coprendo una gamma di focali più tendente al grandangolare che al tele; in altri casi la scelta poteva essere 20mm, 35mm e 80/90/100mm (a seconda degli interessi specifici e dei gusti), spostandosi ancora di più sul grandangolare (paesaggistica urbana, interni, ritratti, col 35mm a fare le veci dell’obiettivo normale in versione larga). Gli utenti con meno mezzi, oppure più spesso i fotografi che usavano Leica a telemetro, tendevano a ridurre le opzioni, scegliendo solo due lunghezze focali (che potevano essere varie, ma di solito erano un grandangolare, dal 24 al 35 passando per il 28mm, e un medio tele tra gli 80 e i 100mm: la scelta è chiara, si poteva così scattare in interni o comunque vicino al soggetto, ed eventualmente usare il medio tele per isolare il soggetto dallo sfondo – più che avvicinarlo con un tele lungo). C’è da dire, e voglio sottolinearlo questo aspetto, che gli obiettivi fissi erano parecchio più luminosi dei corrispettivi zoom dell’epoca (questo vale anche adesso, anche se non nella stessa misura), ed erano magari tutti tra f/2.8 e f/1.4 (media f/2), mentre gli zoom se si andava bene erano f/4 costante su tutta l’escursione. Da queste abitudini sono nati gli zoom che si usavano, e si usano ancora sulle fotocamere digitali full frame, dalle escursioni “classiche” 35-70, 35-80, 28-70, 28-105, 24-90, eccetera… il marketing e anche le esigenze più spinte di parecchi amatori (alcuni pigri, altri giustamente stanchi di portarsi dietro quattro o cinque obiettivi pesanti e ingombranti) hanno portato agli zoom di lunghezze focali 28-200 prima e poi 28-300, coprendo parzialmente anche il territorio della fotografia sportiva e naturalistica, le lunghe focali. Per equivalenza, sono nati perciò molti obiettivi dedicati ai formati più piccoli, che coprivano esattamente gli stessi angoli di campo (la stessa visione, chiamiamola così, ma in effetti semplicemente la stessa inquadratura o ritaglio della realtà), e cioè il giustamente bistrattato 18-55 di corredo (dico giustamente perché terribilmente poco luminoso e, spesso, anche di scarsa qualità, soprattutto meccanica), equivalente quasi pari pari al 28-80 che era il corredo standard delle fotocamere di fascia economica nel tardo periodo analogico, ma anche i 18-200 (equivalenti ai 28-300) e tanti altri.

Mi direte voi, a questo punto, ma a che serve avere più obiettivi se con un 18-200/28-300 posso fare tutto? In effetti la sensazione di onnipotenza di un obiettivo dalle focali così estese viene presto a scontrarsi con i compromessi che gli sono connaturati. Scarsa luminosità (quindi difficoltà a scattare con scarsissima luce, anche con sensibilità estreme – vedi foto del cinghiale che accompagna questo articolo), maneggevolezza perfettibile, peso e ingombro non certo ridotti, sono tutti difetti presenti con gli obiettivi zoom, a maggior ragione con quelli pur di ottima qualità (e di enorme costo) che comunque non riescono ad eliminare tanti difetti che, già presenti nelle pari focali fisse, possono diventare estremamente pesanti su obiettivi frutto di troppi compromessi. In situazioni estreme avere una o due focali fisse, magari molto luminose o comunque qualitativamente molto buone, può tornare estremamente utile.

A questo punto ragioniamo su quello che mi sono portato in questo viaggio per l’Italia, alla ricerca di immagini di cento anni fa. Visto che il viaggio aveva uno scopo fotografico ben preciso, e che probabilmente sfocerà in una mostra, non potevo scendere troppo a compromessi, e la necessità di rifare letteralmente delle foto d’epoca di cui non si conosce la focale né il punto preciso da cui furono scattate rendeva necessario riuscire a coprire molte situazioni particolarmente ostiche (si tratta sia di cartoline, quindi foto scattate da professionisti, sia foto amatoriali, per cui le attrezzature in uso potevano essere parecchio diverse).
Ho quindi portato con me un obiettivo tutto fare, un 18-135 (qualitativamente buono ma non da urlo) che mi accompagna nelle escursioni in montagna, mentre in altre situazioni porto con me una terna di obiettivi meno ovvia, un 12-24 (zoom supergrandangolare), un 17-50/2.8 (zoom normale e luminoso) e un vecchio 75-150 a fuoco manuale che mi può tornare utile per isolare qualche soggetto. Ho ovviamente anche un vecchio 50 macro, f/4, leggero e poco ingombrante, che affianca il 18-135 nel caso voglia fare una macro “seria”, e… ultima ma non meno importante, ho sempre con me una compatta di buon livello (una Fujifilm X10), che mi affianca in auto quando non posso perdere tempo e mi accompagna la sera quando sarebbe troppo portarsi dietro tutta l’attrezzatura luminosa della reflex. Non dimentichiamo uno degli accessori più importanti, il cavalletto. Uno non enorme, ma robusto e solido come una roccia, che serva per un cielo stellato come per un panorama notturno (vedi foto delle stelle, scattata per 30 secondi… non gestibile se non con il cavalletto). Non porto tutto con me tutto il tempo, una parte resta in auto, altra in albergo nella valigia chiusa, e volta per volta, a seconda delle necessità, la composizione della borsa varia.
E sì, lo confesso, ho con me anche un classico 50mm f/1.4, perché… perché non si sa mai.

Certo, questo non lo definisco affatto un corredo “ideale” per un viaggio. La scelta che ritengo sempre migliore sarebbe avere una sola lunghezza focale e basta, che permetta di fare buona parte delle foto senza stare a pensarci troppo. Il rischio più grande quando si va in giro, specie in posti che non si conoscono, come spesso accade in viaggio, è di trovarsi di fronte una situazione imprevista e perdere tempo per decidere le impostazioni di macchina o l’inquadratura, non riuscendo a cogliere l’attimo. Credo fosse Robert Capa, un giorno, osservando in compagnia di un collega altri fotografi che giravano carichi di macchine ognuna con un obiettivo diverso, che affermò “chissà quante foto si perdono quelli…”
Certo mi rendo conto che un obiettivo solo può ingenerare parecchie frustrazioni, e sarebbe consigliabile, almeno psicologicamente, avere con sé almeno una coppia di obiettivi, se non si ha una idea chiara e non si è dei fotografi disciplinati come prussiani (anche se spesso si finirà per usarne quasi sempre uno).
Tanti anni fa giravo con una semplice compatta di buona qualità, dotata di un medio grandangolare (era la Yashica T-5 con obiettivo Carl-Zeiss Tessar T* 35/3.5, di una nitidezza spettacolare) e di un ausilio importante, un mirino a pozzetto che permetteva di inquadrare dall’alto senza portare la macchina all’occhio. Era la mia preferita per la street photography e soprattutto, avendo un obiettivo fisso, ormai ero talmente abituato a quel ritaglio della realtà da permettermi spessissimo di inquadrare senza guardare, scattando anche dietro di me o fuori dal finestrino mentre ero alla guida (vedi foto degli scooter sul lungomare…)
Più di recente mi sono trovato a girare per Istanbul scegliendo di portare la sola compatta X10, con zoom (equivalente) 28-100/2-2.8, che mi ha consentito di fare un po’ di tutto senza dover stare troppo carico e riuscendo nel caso anche a scattare qualche foto valida (ero turista, in questo caso, e reduce da tre voli low-cost uno dietro l’altro, non potevo esagerare col peso). Cosa mi è mancato in questo caso? Be’, forse la possibilità di scattare di notte senza sottostare a una perdita di qualità, e magari qualche volta un tele stretto per isolare i soggetti (precisiamo: non faccio ritratti di nascosto col tele, come succede a troppi miei allievi, quelli si fanno da vicino col grandangolare…), ma almeno non mi sono sentito troppo frustrato.

Gianfranco Irlanda