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Il caso

Gentile ministro,

è lodevole il suo annuncio di voler imporre «tolleranza zero» per la violenza negli stadi. Un problema, quello della sicurezza e della inciviltà nel corso delle manifestazioni sportive, che si trascina da anni e che troppe volte è stato affrontato solo a colpi di slogan e misure inefficaci. «Metterci la faccia» – come lei ama dire – dopo tanti fallimenti passati non sarà certamente un’impresa semplice, eppure ciò che non si comprende è da quale prospettiva lei si appresta ad affrontare questo tema. In questi giorni ha, ad esempio, equiparato i cori insultanti nei confronti delle madri dei calciatori agli ululati razzisti. Una similitudine forzata che già prevede anche giuridicamente due differenti imputazioni. Per l’offesa alle madri si tratta di diffamazione e, se mi consente la boutade, neppure sempre dal momento che tra i calciatori, come pure tra i giornalisti o persino tra i ministri, non tutti possono giurare di avere genitrici pudiche. Quanto agli ululati razzisti si tratta di discriminazione: si offende una persona per il suo essere. È una discriminazione ontologica che mortifica un nero solo perché nero: condizione immodificabile. Tra l’altro, come lei ben sa, l’umanità non ha mai messo in pericolo la propria stessa esistenza a causa di semplici insulti. Mentre le pagine più buie della storia si sono avute con leggi razziali, pulizie etniche, apartheid. Come può quindi mettere sullo stesso piano due fenomeni così distanti tra loro e con conseguenze così differenti?

Tra le sue dichiarazioni c’è poi una colpevole lacuna che omette quanto sta accadendo recentemente nel nostro Paese. L’assalto ai napoletani all’esterno di San Siro nel giorno di Santo Stefano è solo l’ultimo episodio che vede i partenopei attaccati per il solo fatto di essere napoletani. Un attacco perpetrato da ben tre tifoserie, una persino estera. Anche qui, come vede, è un problema che attiene all’essere in quanto essere. Evidentemente non è bastata neppure la morte del giovane napoletano Ciro Esposito, ucciso con un colpo di pistola da un ultrà neofascista della Roma appena quattro anni fa. Di finali di Coppa Italia se ne sono giocate a decine all’Olimpico di Roma negli ultimi anni, eppure di assalti di tifoserie non coinvolte neppure nella gara (si giocava Napoli-Fiorentina), ne è avvenuto soltanto uno.

Episodi di truce violenza che seguono i cori beceri che si ascoltano in quasi tutti gli stadi italiani ogni domenica. Non le sembra un valido esempio di come dalle parole è breve poi il passo per andare all’azione? Anche sui cori contro i napoletani, da anni ascoltiamo il refrain del «Vesuvio lavali col fuoco», un coro insopportabile per l’augurarsi la distruzione di un popolo per mano di un’eruzione, ma ancor peggio per quel «lavali» che ancora una volta pone i napoletani come «sporchi, colerosi e terremotati». Canzoncina che lei ben conosce e per la quale più volte ha cercato di scusarsi per averla proferita lei stesso in pubblico. Perché è vero che spesso il tifo da stadio fa emergere il peggio di noi stessi. Parlo anche per me che, non occupandomi professionalmente di sport, da tifoso malato, sono solito vedere le partite del mio Napoli nella mia curva B invece che in tribuna stampa. Anche lei frequenta lo stadio, immagino il suo disagio, nel sentire certe bestialità quando va a vedere una partita. Capita anche a me. Ad esempio al San Paolo, tifoseria molto spesso corretta, provo insofferenza quando prima dell’inizio della gara gli ultras intonano cori contro gli odiati «sbirri» o di solidarietà per i «diffidati». In quel momento mi guardo intorno, vedo i volti degli ormai pochi bimbi che i genitori portano allo stadio e provo vergogna. Lei parla spesso dei suoi figli, oggi, in coscienza, avrebbe piacere di portarli in uno stadio dove si discrimina un nero solo perché nero o un napoletano solo perché napoletano? Ha piacere che i suoi figli ascoltino offese a quelle onorate divise che ogni giorno, tra mille rischi, garantiscono la nostra sicurezza?

Lei ha probabilmente ragione che le partite non vanno sospese in caso di cori discriminatori. Ciò, come dimostrato anche da inchieste delle commissioni parlamentari, mette nelle mani degli ultrà l’arma di poter ricattare i club spaventati da multe e dalle stesse chiusure di curve e interi stadi. Eppure, queste decisioni che puniscono tutti indistintamente, sono necessarie finché non si punisce singolarmente chi si macchia di questi reati. Oggi le famiglie non frequentano più gli stadi anche perché gli impianti sono ormai diventati dei check-point: si viene schedati, perquisiti, con l’impossibilità persino di portare all’interno una bottiglia d’acqua o un ombrello in caso di pioggia. Sono stati installati tornelli e telecamere. Le famiglie hanno pagato un prezzo alto e sacrificato la propria passione, purtroppo è di tutta evidenza che questo prezzo è stato pagato avendo ben poco in cambio. Il sospetto è che le norme e gli strumenti per stroncare il tifo violento ci siano già tutti. Fino ad oggi è invece forse mancata la volontà di farlo e certe dichiarazioni – come le sue – che relativizzano determinati temi certamente non aiutano. Le auguro buon lavoro nell’interesse di tutti noi tifosi e anche, «da ministro e da papà», le auguro che questo clima non porti un giorno persino suo figlio a cantare quei beceri cori di cui lei stesso si è reso protagonista in passato. Sbagliamo tutti, ma dovremmo tutti lavorare per non far ripetere anche alle future generazioni i nostri stessi errori. Confido in una sua risposta e soprattutto che prima che sia troppo tardi prenda una posizione chiara sul clima d’odio nei confronti dei napoletani. Le è dovuto da ministro, ma anche da leader politico che ha deciso di togliere l’indicazione Nord dal simbolo del proprio partito. 

Saluti da Napoli.

Valentino Di Giacomo

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Daspo per il tifoso che minacciò il giornalista

Il Mattino oggi dà notizia che per l’ex capo ultrà della curva B, Alberto Mattera, è stato disposto il Daspo: per lui cinque anni di divieto di accesso agli impianti sportivi. Non solo, ma va avanti l’inchiesta della Digos guidata dal dirigente Francesco Licheri, per le minacce al giornalista Carlo Alvino perpetrate lo scorso 6 maggio davanti allo stadio San Paolo. 

Spiace dover rilevare i comportamenti scorretti di un collega, ma il suo modo di fare è stato quantomeno discutibile. Ovviamente siamo a disposizione per ogni chiarimento. Ma nel silenzio più assoluto di troppi media è necessario darne notizia.

L’ACCADUTO. Cosa accadde quel 6 maggio prima di Napoli-Torino? La notizia ebbe rilievo nazionale (se ne occuparono dal Corriere della Sera in giù) ed è possibile ricostruirla tramite un video che dà conto prima delle minacce e poi della “macchietta” riparatoria. (POTETE RIVEDERE TUTTO L’ACCADUTO CLICCANDO QUI). Mentre Alvino è in diretta con un tifoso che parla di “spregio delle regole”, arrivano dei personaggi che gli dicono “Nunn abbusc pecché nunn abbusc” – intimandogli però di terminare la diretta televisiva nel suo consueto appuntamento su Tv Luna. Dopo pochi minuti la trasmissione riprende con un Alvino abbracciato (stretto in una morsa?) tra i due ultrà i quali inscenano una “macchietta” dicendo che si era trattato solo di uno scherzo. Alvino si mostra pure sorridente e fa battute. Erano i giorni in cui il giornalista iniziava a fare da pupillo della comunicazione del Calcio Napoli ottenendo notizie e interviste dalla società azzurra, consuetudine ancora in corso, proseguita poi lo scorso maggio con l’intervista di Alvino a De Laurentiis registrata negli uffici della Filmauro dopo l’ingaggio di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli. 

articolo alvinoLA PROCURA. Nonostante il teatrale video riparatorio, gli uomini delle forze dell’ordine vogliono vederci chiaro. La Procura di Napoli apre un procedimento a carico degli ultrà che avevano minacciato Alvino. Scrive la Procura: “IL SECONDO FILMATO OFFRE IN MODO EVIDENTE UNA MACCHIETTISTICA RAPPRESENTAZIONE DELLA VIOLENZA ANCHE E SOPRATTUTTO ALLA LUCE DELLA STESSA DISPONIBILITA’ DELLA PERSONA OFFESA O DEL TIMORE REVERENZIALE MANIFESTATO DA ALVINO VERSO QUELLA FRANGIA DEL TIFO ORGANIZZATO”. L’iniziativa della Procura partenopea si è conclusa intanto con la decisione di spiccare un Daspo ai danni del capo-ultrà che aveva minacciato Alvino. Aggiungo che io stesso ho avvistato Mattera nei pressi del San Paolo, all’esterno della curva B, in occasione della prima partita stagionale giocata a Fuorigrotta dal Napoli contro il Milan. Alla prossima immaginiamo che il capo-ultrà non potrà accedere all’impianto.

daspo a tifoso

L’OPPORTUNITA’. Perché la ricostruzione della vicenda? Qualcuno potrà pensare che il sottoscritto sia animato da sentimenti ostili nei confronti di Carlo Alvino, ma non è così. Appena venne diffuso il video delle minacce subite dal giornalista di Tv Luna, immediatamente, per quello che può servire, scrissi un inequivocabile tweet: “Solidarietà massima al collega Carlo Alvino. Questa gente di merda è il male della nostra terra e dei nostri stadi. Spero intervengano presto le forze le dell’ordine per assicurare alla giustizia chi vuole chiudere microfoni e telecamere con le minacce. #Legalità in campo e fuori”. E’ evidente che non c’è alcun motivo personale per rimarcare questa vicenda, solo il rispetto della legge e, magari, dei doveri professionali a cui è tenuto un giornalista. Se un collega viene minacciato io sto con lui, siamo all’ABC. Le autorità hanno fatto il loro dovere, Alvino invece – che non risulta abbia denunciato le minacce subite – ha invece inscenato una “macchietta”, come scrive la Procura, temendo ritorsioni.

tweet alvinoLA DEONTOLOGIA. Tutto questo è avvenuto nel silenzio più totale dei media, degli organi di categoria del giornalismo, ma soprattutto con la totale disponibilità del Calcio Napoli a concedere interviste esclusive ad un giornalista che per la Procura di Napoli inscena “macchiette” con chi lo minaccia. Un comportamento grave da parte del giornalista, ma pure della SSC Napoli e del suo presidente che ha praticamente promosso Alvino ad house organ della propria comunicazione concedendo esclusive ed interviste. Tutto questo in un’estate in cui lo stesso De Laurentiis ha tuonato contro la stampa in quella pessima rubrica denominata “Vero o falso”. Non solo, ma lo stesso Alvino si è spesso messo sul piedistallo volendo impartire lezioni ai colleghi sportivi su deontologia e professionalità. Le comiche! Una società che poi – per altri versi – ha avuto l’enorme merito (a differenza di altri club che trattavano con personaggi vicini alla ‘ndrangheta) di aver reciso ogni rapporto con le frange estreme del tifo anch’esse troppo spesso collegate alla malavita organizzata.

IL CASO CHIARIELLO. Nel frattempo, una decina di giorni fa, De Laurentiis ha avuto pure l’ardire di minacciare azioni legali contro Umberto Chiariello, un professionista esemplare che da oltre 20 anni conduce una godibile trasmissione su Canale 21. Un professionista, Chiariello (CHE NON CONOSCO PERSONALMENTE), il quale da buon giornalista critica la società quando c’è da criticarla e la loda quando c’è da lodarla (spesso attirandosi insulti e minacce di chi lo accusa di “papponismo” – proprio come spesso accade pure a noi). La libertà di Chiariello lo aveva spinto persino a scrivere una lettera al presidente in cui spiegava le sue ragioni per l’acquisto-sogno di Cavani. Circostanza che deve aver dato fastidio. Una innocente lettera da tifoso, scritta da un uomo esemplare, dà fastidio. Non dà fastidio alla società invece che il giornalista-pupillo insceni macchiette con personaggi discutibili e non denunci – come sarebbe tenuto a fare – le minacce subite.  Una società che – ripetiamo – ha sempre invece tenuto la barra dritta sul rispetto della legalità.

Per professione non mi occupo di sport che resta una passione a cui dedico i miei tempi da tifoso anche su questo blog. Per professione scrivo di migranti, terrorismo, politica estera soprattutto e, spesso, confrontandomi con le autorità che presiedono l’ordine pubblico. Autorità di cui ho stima e fiducia potendo osservare quotidianamente la dedizione e i sacrifici che mettono per tenere al sicuro i cittadini.  Ho avuto anch’io la mia quota d’attenzione proprio su questioni sportive per un infelice post su Facebook – come ne posso scrivere tanti e ne può scrivere chiunque – pubblicato sulla mia bacheca privata e non nell’esercizio della mia professione. Nonostante le cattiverie subite, me le sono fatte scivolare addosso, sicuro della mia nettezza morale e professionale. Perché il giornalista si fa, non si è, e la professione la si esercita nei luoghi predisposti. Ma lasciamo stare.

Ora, in un momento in cui il malcontento verso De Laurentiis è forte, ma sempre per questioni futili come i prezzi dei biglietti, ci chiediamo come mai si generano decine di polemiche per ragioni inutili e non per argomenti più seri. Le discussioni si generano contro una società che non è mai stata grande come adesso (fatta eccezione per 4/5 anni maradoniani), che con questa gestione ha ottenuto risultati eccellenti fino a portare sulla propria panchina uno degli allenatori più titolati della storia. Si fanno critiche con una sproporzione enorme tra la realtà dei risultati e le piccole pecche che possono essere avvenute nel corso di questi anni. Pecche che vanno rilevate, ma forse con livori più soffusi rispetto a questa percezione di odio verso De Laurentiis che si avverte in città.

Poi, invece, nessuno fa notare che la società concede ampi spazi ed opportunità ad un giornalista che non avrebbe avuto il coraggio di denunciare delle violenze e che, anzi, si presta persino a inscenare macchiette insieme a loro. I video sono inequivocabili, potete giudicare autonomamente. Non solo, ma il signore in questione spesso dà pure lezioni di comportamento e professionalità. E vabbè, per dirla con il nuovo vate della stampa napoletana: è fesseria ‘e café! “Steveme pazzianno”. 

Valentino Di Giacomo

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Il circo mediatico

Quando i soldati americani giunsero nel campo di concentramento di Buchenwald e si trovarono di fronte a quelle immagini indescrivibili avvertirono dei malori. Si chiedevano come potessero degli esseri umani provocare tanto male ad altri esseri umani. Tutti nelle vicinanze del campo sapevano cosa accadeva lì dentro. E così i militari raggrupparono tutti gli abitanti della zona e li portarono all’interno del campo di sterminio ad osservare cosa era stato fatto anche grazie al loro complice silenzio.

Ci sono filmati della liberazione del campo in cui signore eleganti portano le mani agli occhi per non guardare tutto quell’orrore. I signori sfilano in mezzo ai morti torturati camminando con i loro impeccabili cappotti. La decisione degli americani fu di mostrare anche ai tedeschi quelle immagini. Perché tutto quello che era accaduto in quel campo non sarebbe stato spiegabile con le parole perché tutto era troppo oltre qualsiasi immaginazione più macabra e terribile. Ai militari delle SS venne invece ordinato dagli americani di dare sepoltura ai cadaveri ammassati, forse l’unico modo efficace per umiliarli. 

Scrivo questo dopo aver assistito alla sceneggiata che abbiamo visto sui campi di Serie A. I tifosi della Lazio qualche giorno fa avevano ritratto su dei fogli Anna Frank con la maglietta della Roma. Una cosa schifosa, ma che il circo mediatico e dei social ha contribuito a diffondere. Magari era un passamano tra quattro teste di cazzo, ma così facendo si è data un’importanza e una pubblicità a quelle che restano sempre e comunque quattro teste di cazzo. Così, nella ormai perenne distorsione mediatica, è passato il concetto che gli italiani (o gli sportivi, i tifosi, gli ultrà), avessero la necessità di essere istruiti su cosa sia realmente accaduto agli ebrei nei campi di sterminio. E non è così. Basta scendere in strada, parlare con le persone, quanti conoscenti avete che offenderebbero la memoria di quei morti ammazzati? Vi sembra esista un’emergenza?

Al di là di questo, ciò che è più grave, è l’assurdo comportamento della Lega Calcio e della Federazione (con la complicità dei broadcaster televisivi) che hanno costruito la solita sceneggiata banale per ricordare, come si fa con i bambini, che “No, cattivo, non si fa”. Prima delle partite è stato letto un passaggio del diario di Anna Frank (che per Mihajilovic si chiama Anna FRANKIE – come detto ieri in un’intervista a Sky). E poi abbiamo dovuto subirci il pippotto moralistico dei bamboccioni viziati e strapagati come Bernardeschi. Perché ovviamente lo show è show e segue i propri rigidi schemi. 

Così facendo le istituzioni del calcio hanno potuto mostrare la loro pelosa attenzione a questo genere di fenomeni. Tutti felici e contenti, anche l’Italietta da social network perennemente indignata, tutti sempre pronti con i loro milioni di indici ad agitare l’accusa. I pollici, come si sa, sono impegnati per mettere i like sulle foto di qualche cesso scardato che davanti allo specchio si è fatto il selfie con la borsa nuova o con l’addominale appena scolpito in qualche fetida palestra.

Tutto può quindi tornare alla normalità. In un mondo in cui convivono il minuto di silenzio per le vittime del terremoto di Ischia, e qualche attimo dopo i cori sul Vesuvio che deve lavarci col fuoco. Dove convive l’esaltazione dei tifosi che festeggiano i gol di un loro calciatore “negro” e subito dopo i buu per il giocatore “negro” della squadra avversaria. E’ tutto normale nella schizofrenia di un mondo che ha perso completamente il senso della realtà. Così nell’offesa, così nel ricordo di una tragedia.

Il problema è che ormai commemoriamo date, celebrazioni, anniversari automaticamente, ma non ci ricordiamo manco più perché si fa. A Natale si festeggia l’albero e gli struffoli, a Pasqua si festeggia il capretto e la pastiera. Perché non lo sappiamo manco più perché ci sediamo a tavola tutti insieme. 

E così ci dimentichiamo pure perché fa schifo offendere la memoria di Anna Frank e di tutti gli ebrei ammazzati e scamazzati in ogni modo da altri esseri umani. E ci dimentichiamo, soprattutto, che un Paese serio avrebbe trovato e acciuffato i responsabili di quel gesto e magari avrebbe portato quelle quattro teste di cazzo a fare un tour in uno dei campi di sterminio nazisti. Come fecero gli americani a Buchenwald.

Troppo facile così: sentirci tutti terroristi quando i terroristi ammazzano i vignettisti di Charlie Hebdo, tutti assassini quando un uomo ammazza una donna (coniando quella munnezza di termine “Femminicidio” che contiene già in sé tutto il non-senso di questa società), tutti razzisti quando viene commessa violenza su persone di altre etnie. 

Andiamo dietro le emergenze, ci piace così. In un circo mediatico che non ha fine e dove tutti, ma tutti tutti tutti, hanno sempre qualcosa da dire. Pure quando non sono all’altezza di misurarsi con certi argomenti. Da questo punto di vista sentire Bernardeschi che parlava di sterminio degli ebrei è stata la chicca finale, un momento topico di ipocrisia e banalità, in una spettacolarizzazione costante di qualsiasi evento. Bello o brutto, chi se ne fotte, the show must go on. 

Trovate i responsabili di quei gesti intollerabili, educateli. Organizzare queste sceneggiate  moralistiche offende davvero la memoria di quelle persone uccise. Come tante volte mi sono sentito offeso io, da napoletano, guardando di tanto in tanto quel finto, insulso, insopportabile teatrino mediatico quando in tv o sui giornali vogliono farci la predica sul Vesuvio. Siete finti. Banali. Inutili. Questo non è educare, è romanzare. E, continuando a non educare, renderemo sempre di più uno spettacolo ogni cosa. Bella o brutta che sia, non farà differenza. Per nessuno. L’importante sarà dire “io c’ero”. E non importa se sui social, in tv o sui giornali. Tutto purché manifestare in ogni modo la propria misera esistenza.  

Valentino Di Giacomo

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Due pesi due misure

Gennaro De Tommaso ('Genny 'a carogna') durante la finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli allo stadio Olimpico di Roma, 3 maggio 2014. ANSA/ETTORE FERRARI

Per mesi e mesi i napoletani erano diventati un popolo di Genny ‘a Carogna. Da napoletani dovremmo fare lo sforzo, come un esercizio benefico e di orgoglio, di ricordare per quanto tempo, dopo la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, i mezzi di informazione dedicarono spazio a quell’omone pieno di tatuaggi che senza maglietta chiedeva ad Hamsik di non giocare la gara.

Noi napoletani avevamo un nostro morto a terra, sparato con un colpo di pistola da un’ultrà romanista appartenente agli ambienti dell’ultra-destra. Ma Ciro era di Scampia. E, me ne vergogno ancora, ma devo ammettere che persino io nelle ore successive alla tragedia pensavo dentro di me che in fondo quel Ciro da Scampia la morte se l’era un po’ cercata. Ricostruivo con la mente la scena e pensavo fosse una delle tante viste dentro e fuori gli stadi italiani dove i tifosi napoletani molto spesso riescono ad eccellere in violenze. E invece no, Ciro da Scampia era un ragazzo per bene che era andato a Roma per seguire il suo Napoli e aveva trovato la morte. Chi fa schifo sono io a pensare certe cose animato dal pregiudizio.

Ma Ciro e la sua agonia in ospedale, in quella lotta tra la vita e la fine, in quelle ore erano diventati una notizia marginale. Esisteva solo Genny, con il nomignolo accattivante e con l’espressione truce. Il physique du role perfetto per andare in pasto ai media. A Napoli spuntavano telecamere ovunque con i microfoni da puntare dinanzi ai volti di ragazzi sprovveduti che dicevano esattamente ciò che i media chiedevano: far passare tutti i napoletani per sodali di Genny.

Eppure, al di là della fedina penale non proprio immacolata dell’omone della curva, Genny aveva chiesto che la partita non si giocasse perché c’era un morto a terra. Non era da considerarsi una richiesta originale o assurda se ci si ferma a quella e non al contorno del personaggio. Eppure quella sera passarono in secondo piano sia la vittoria della Coppa Italia che il grave ferimento di un ragazzo napoletano che morirà alcuni giorni dopo. Perché il calcio può fermarsi di fronte alla morte, lo ha fatto spesso. Chi passeggia con una coppa in mano su 39 morti indossa altri colori…

E parlando di altri colori, ma avete notato il modo con cui è stata “trattata” la notizia dei rapporti tra la Juve e personaggi legati alla ‘ndrangheta per mantenere la pace nel nuovissimo e bellissimo Juventus Stadium? C’è una discrepanza enorme nel trattamento riservato ai napoletani (come popolo) e ai juventini?

Ecco, noi non chiediamo che alla Juve e ai suoi tifosi venga riservato lo stesso trattamento subito qualche anno fa dai tifosi e dai cittadini napoletani. Noi non vogliamo che tutti i juventini finiscano con l’essere etichettati per ‘ndranghetisti come noi siamo stati tutti Genny ‘a Carogna. Crediamo invece che questa NOTIZIA (perché anche se molti giornali la ignorano è una signora NOTIZIA) possa essere la giusta occasione per discutere finalmente della condizione degli stadi in Italia e del suo tifo.

Lo stadio non è più un luogo di festa, le persone “normali” ormai evitano di andare allo stadio e preferiscono guardare la partita in tv. Le persone “normali” poco capiscono le esigenze auto-referenziali di molti gruppi ultrà che usano il calcio come occasione di sfogo (a volte violento) invece che come un’opportunità per fare festa. No, le persone “normali”, quelle che hanno bambini e mogli, la famiglia spesso la lasciano a casa e non perché lo stadio sia un luogo “pericoloso”, ma perché gli stadi italiani sono ormai diventati bui, tristi. A Napoli poi è un duplice delitto perché la nostra era una tifoseria piena di allegria, pronta al folklore, ad irridere i tifosi avversari con la battuta irriverente. Questa potrebbe essere l’occasione per parlarne seriamente. Ma non lo si farà. Noi resteremo tutti Genny ‘a Carogna e chiameremo loro ‘ndranghetisti. Con buona pace del buon senso.

Anche De Laurentiis ha pagato lo scotto dei “tifosi professionisti”. All’inizio della sua avventura a Napoli, in un Napoli-Frosinone del 2006, i tifosi fecero esplodere dei petardi per ricattare il presidente. Riportiamo un articolo di Repubblica: “Alla tifoseria più violenta d’Italia, quella del Napoli, sono stati arrestati cinque capi. Violenti ed estorsori. Questa mattina all’alba la Digos di Napoli, su mandato del sostituto procuratore Antonio Ardituro, è entrata nelle case del centro storico di tre caporioni degli Ultras ’72, la tifoseria organizzata più vecchia del San Paolo, quella che occupa la parte centrale della Curva B, e di due capi dei Blue Tiger, gruppo dei Distinti. Le accuse – intrecciate – sono di estorsione ai danni della società e di associazione a delinquere per reati contro le persone: incendi, danneggiamenti, resistenza a pubblico ufficiale. Il filo unificante di questa inchiesta, e unificante nei rapporti tra gli Ultras ’72 di Vincenzo Busiello, 42 anni, Alberto Mattera, 45, e Vittorio Puglisi, 20, e i Blue Tiger di Franceco Ruggiero, 61 anni, e Salvatore Piccirillo, 42, sono la continua, vessante richiesta di biglietti omaggio alla società. Cento biglietti per ogni gruppo (e i gruppi toccati dall’inchiesta, a prescindere dagli arresti, sono stati cinque) più altri tagliandi da avviare nell’amplissimo mercato del bagarinaggio e la possibilità di gestire fette del merchandising, ufficiale e in nero, del Calcio Napoli.

Ecco, noi i problemi li abbiamo avuti simili a quelli della Juve, ma li abbiamo risolti in altro modo ed è uno dei maggiori meriti di De Laurentiis e pure uno dei grandi motivi per cui il presidente è continuamente osteggiato da alcuni gruppi organizzati. Ci siamo rivolti alle forze dell’ordine e alle autorità preposte. A Napoli, nella patria di Genny ‘a Carogna. Pure se nessuno lo ricorda. Strano eh? Però se volete continuare a darci lezioni di civiltà fate pure. Oggi cosa dovremmo fare? Chiamarvi tutti ‘ndranghetisti?

Valentino Di Giacomo

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Sbagliano i napoletani ad essere autoreferenziali

Napoli-Gomorra, Napoli-violenta, Napoli-munnezza. A Napoli siamo così esageratamente auto-referenziali che ogni volta qualche giornale italiano o straniero si occupa dei problemi della nostra città, noi tutti subito corriamo dietro alla notizia. E, ai tempi dei social, ai tempi del click che registra le visualizzazioni, magari una piccola notizia può assumere i contorni dell’evento di Stato. Lo abbiamo visto con la manifestazione di Salvini a Napoli. Probabilmente (ma con i se e con i ma purtroppo non si fa la storia) se i napoletani lo avessero ignorato si sarebbe davvero ottenuto l’effetto sperato: vale a dire l’irrilevanza della Lega Nord a Napoli, un partito che non esiste e che, credo e mi auguro, non esisterà mai a meno che non continuiamo ad essere così fessi da essere noi i vettori pubblicitari di questo partito che nella terra di Partenope non ha cittadinanza.

Perché scrivo di questo? Perché la nostra esagerata predisposizione alla auto-referenzialità non ci fa accorgere di quanto avviene nel mondo. E Napoli invece ha una sua vocazione cosmpopolita che è intrinseca da millenni. In questi giorni tanto si è parlato del caso-Juve e i rapporti tra i vertici del club bianconero e membri afferenti alla ‘ndrangheta calabrese.

Se in Italia la notizia è stata volutamente relegata in secondo piano da molti organi di informazione, non è accaduto altrettanto all’estero. Molti siti, televisioni e giornali si sono occupati dei rapporti tra la mafia e il più importante club italiano. Noi però non ce ne siamo accorti. Lontani i tempi di quando in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina venne ucciso un nostro tifoso per opera di un ultrà romanista e la notizia in primo piano era invece riservata a Genny ‘a Carogna. Oggi, a distanza di anni, possiamo ancor meglio analizzare e comprendere le ingiustizie mediatiche subite. Da aggrediti siamo diventati noi gli aggressori. Senza ritornare ai fatti dei celebri “treni devastati a Piazza Garibaldi dagli ultrà napoletani” che non sono mai esistiti.

Rifletto su questo e poi vado a fare un giro sul web. La notizia dei rapporti tra la Juve ed esponenti delle ‘ndrine è su molti dei maggiori siti internazionali. Sul britannico Guardian se ne parla in una lunga inchiesta,  su Fox Sports altrettanto. E persino in India su India Today o su Espn.com. Su Vanguard, sul tedesco Zeit online e per non farci mancare nemmeno la parlata francofona anche sul belga Dhnet.

Insomma vi basta cliccare sui link in azzurro per rendervi conto che molte volte si accusa Napoli di far fare brutta figura all’Italia intera a causa dei suoi problemi, ma che anche questa occasione è stata foriera di ciò. Come vedete c’è un club italiano che avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti della mafia e la cosa fa fare una pessima figura al nostro calcio e al nostro Paese nel mondo intero. Ma i juventini almeno sono furbi. Loro, almeno loro, non inondano i social network di link del genere. In silenzio si fanno i fatti loro. Nel linguaggio mafioso si chiamerebbe omertà.

Valentino Di Giacomo

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Foto di Claudio Gervasio

Ieri mattina alle ore 12.30 si è giocata allo stadio Simpatia di Pianura la partita tra Lokomotiv Flegrea -Esperia Rione Alto valevole per la sesta giornata del girone B di terza categoria.

I verde Nero si sono schierati con il consueto 4-3-3: Cantales-Guida-Franco-Dellonco-Moretti-Corteggiano-palombo-Gentile- Laviano-Minopoli-Scarpitti. L’esperia Rione Alto inizia subito il Match con due buone occasioni nei primi 5 minuti del match, una su calcio piazzato. Dopo 10 minuti la Lokomotiv andava vicina al goal prima conMinopoli su cui il portiere faceva un miracolo poi con con un colpo di testa di Gentile di poco a lato.

Nella parte centrale del primo tempo i Verde Nero mostrano una leggera sofferenza al centro del campo, permettendo al Rione Alto di tirare da fuori, in un ‘occasione bravo Cantales a parare. Al 35 minuto Laviano per i padroni di casa prova l’eurogoal da centrocampo senza fortuna. Sul finire di primo tempo la squadra di Mister La Nave va ancora vicina al goal con un colpo di testa di Franco su un calcio piazzato parato dal portiere ospite e con Laviano che spreca da ottima posizione.Il primo tempo si chiude sul punteggio di 0-0.

Nella ripresa nulla da segnalare nei primi 10 minuti. A questo punto primo cambio dei padroni di casa con Cioce per Palombo, subito dopo ancora bravo il portiere ospite a parare un tiro di Minopoli. Alla mezz’ora della ripresa tornano a rendersi pericoloso il Rione Alto con un tiro dalla distanza. da notare pure una bella sciarpata dei tifosi di casa.

A 8 minuti dalla fine secondo cambio per i Flegrei con Cierro che entra al posto di Corteggiano. Nei minuti finali la Lokomotiv cerca di segnare e ha ancora due buone occasioni con Minopoli-laviano. La prima l’attaccante la spreca di testa da ottima posizione dopo un cross perfetto di Scarpitti, la seconda la prima punta dopo un’azione personale tira addosso al portiere appena entrato in area di rigore. Negli ultimi 4 minuti di recupero ecco la doccia gelata. su un contropiede Cantales sbaglia l’uscita di testa permettendo agli ospiti di segnare a porta vuota, a questo punto i Verde Nero si gettano in avanti per cercare il pari e vengono puniti sul capovolgimento di fronte sullo 0-2 che sancisce la fine del match e decreta la seconda sconfitta per i Verde Nero. La Lokomotiv Flegrea per quanto prodotto avrebbe meritato sicuramente il pari. Questi i risultati del Girone B di terza Categoria:

Lokomotiv Flegrea 0- Rione Alto 2,

Pianura Calcio 2- Montecalcio 0,

Real Puteoli 1-Interpianurese 7,

Virtus Social Quarto 1- Virtus Marano 2,

Atletico Naples 1904 0-Villaricca 2,

Cus Napoli 0-Virtus Panza 0.

Claudio Gervasio

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Due pesi e due misure

E così (dalla nebbia di Bergamo mi verrebbe da dire per renderla più melodrammatica) assurge alle cronache Alfio Zanga. E’ il tifoso che ha dato su Twitter dell’antisportivo a Pepe Reina per aver esultato sotto la curva, accusa che il nostro condottiero spagnolo ha rispedito subito al mittente con epiche e signorili risposte.

Ma Alfio Zanga non è nuovo alle cronache. Il suo nome compare, non da indagato, nelle intercettazioni dell’inchiesta a carico di un’ultrà atalantino, Claudio Galimberti detto “Il Bocia”.  Il 12 aprile del 2010, durante Atalanta-Sassuolo, Il Bocia aveva raggiunto la zona di prefiltraggio dello stadio di Bergamo portandosi dietro una testa di maiale, fino ad arrivare a ridosso dei tornelli. Per Galimberti scattò un Daspo di 5 anni.

Nell’inchiesta Zanga (ripetiamo, non da indagato) compare in alcune conversazioni con Il Bocia risalenti al 2009-2010. Gli ultrà atalantini rifiutano il pugno duro di Digos e Forze dell’Ordine negli stadi e stabiliscono di dover alzare il livello degli scontri. In una conversazione Il Bocia dice: «noi abbiamo voglia di picchiare e basta». E solo cinque giorni dopo, con la diffida all’amico Andrea Quadri, 22 anni, il Bocia comincia «a tirare fuori un’idea seria che può essere anche quella della violenza. Perché così non va bene – dice ad un altro supporter -. Dì al Citaristi (assistente capo della Digos) che il primo a morire è lui. Vai su e dagli due pugni sul muso, uccidilo di botte». È arrabbiato, ed è meglio «se me ne vado perché sono pericolosissimo, più il tempo passa». E se «vado su (in questura, ndr) faccio disastri, perché ne becco uno al collo e lo appendo», dice il giorno dopo ad Alfio Zanga, tifoso più anziano di altri, che non compare tra gli indagati.

Quello che è successo e succede nella tifoseria atalantina, succede quasi ovunque. Esiste un mondo, quello degli ultras, che ha i suoi codici e le sue regole. Sono leggi che valgono ovunque, a Bergamo come a Napoli, Roma o Milano. In precedenti tweet Zanga ad esempio accusa Maroni e Alfano, i due ministri degli Interni che più sono intervenuti sulla questione stadi, perché sarebbe colpa loro se all’Olimpico di Roma ci vadano pochi tifosi. Solita roba di “No alla tessera” ed “Onore ai diffidati” che vediamo pure a Napoli.

Riconosciamo a Zanga, al quale rivolgiamo massima solidarietà per i tanti insulti ricevuti dai napoletani dopo il tweet inviato ieri a Reina, di aver tenuto sempre un comportamento impeccabile anche dopo questi improperi ricevuti. Del resto anche nei rapporti della Digos viene definito – secondo quanto riporta la stampa – come un’ultrà moderato e tra i più anziani.

Certo, quando si parla di sportività, anziché guardare la pagliuzza negli occhi dell’altro, in questo caso di Reina, guardi la trave che gli sta intorno. E’ sportivo portare in uno stadio una testa di maiale o minacciare la questura e “aver voglia di picchiare e basta”? Passiamo appresso. Che è meglio. La miglior risposta l’ha data proprio Pepe Reina.

Valentino Di Giacomo

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Stadio San Paolo

Amici tifosi, vedo in giro un po’ di sconforto. Del resto non potrebbe essere altrimenti dopo che il Napoli ha fatto appena un punto in due partite. Noi tifosi facciamo i tifosi e quindi, come è giusto, ci lasciamo spesso prendere dall’esaltazione o dallo sconforto a seconda dei risultati. E’ legittimo. Al tifoso non si può chiedere coerenza, solo amore. E l’amore contempla pure la delusione, sennò amore vero non sarebbe.

Però, proprio perché ci conosciamo, guardiamoci in faccia. Noi siamo quelli (mi ci metto pure io, anche se non l’ho mai fatto, perché siamo una sorta di famiglia come cantava Nino) che fischiavano Insigne appena un anno fa, tanto che dopo un gol al Torino il ragazzo scoppiò in lacrime di liberazione. Noi siamo quelli che inneggiavano all’incendio della barca di De Laurentiis e che in Napoli Sampdoria gli gridammo qualsiasi cosa: dal pappone all’infame con tutto quello che ci sta nel mezzo.

E allora, guardandoci in faccia, dobbiamo dire che fino ad ora il Napoli sta facendo un campionato eccezionale. Abbiamo affrontato tutte le “grandi” e le abbiamo vinte tutte, solo ieri con la Roma abbiamo raccolto solo un punto. Ma era una Roma versione Carpi o Verona: sono venuti per prendersi il punto e se lo sono portati a casa. Noi abbiamo mancato di cinismo, quel tiro di un soffio fuori del capitano poteva oggi tenerci da soli al secondo posto.

Sempre guardandoci in faccia, diciamoci la verità, il Napoli non lotta per lo scudetto. Non è tenuto a farlo, blasone a parte. E’ una bellissima ipotesi, ma non è un qualcosa da raggiungere a tutti i costi. Io spero che quel canto a fine partita, dopo il pareggio casalingo con la Roma, duri per tante altre partite nella buona e nella cattiva sorte. I ragazzi stanno dando tutto quello che hanno in campo. Adesso hanno in corpo un po’ meno benzina rispetto a qualche settimana fa. E per questo dobbiamo essere noi la benzina senza piombo delle loro gambe.

Non facciamoci prendere da scoramenti, da polemiche inutili, da sconforti che non hanno senso. Deve ancora concludersi il girone d’andata, la corsa fino alla fine sarà lunga ed estenuante. E’ in questi momenti che la città deve stringersi ancora di più attorno ai ragazzi. Né dobbiamo farci impressionare dalle altre squadre: il campionato è lungo, vedrete che chi ha corso rallenterà e chi ha dovuto fare estenuanti rimonte ne pagherà gli sforzi.

Dopo il brutto inizio di campionato ora il clima in città è bellissimo. Non ci sono troppe polemiche. Eh si che qualcuno qualche zizzania ha cercato di metterla, come la storiella della festa di Higuain… Lasciamo stare, i nostri ragazzi sono dei professionisti, lo stanno dimostrando.

Non sappiamo dove il Napoli potrà arrivare. C’è di sicuro che siamo lì, e ci siamo in un campionato che è assai più difficile degli altri anni perché è molto più equilibrato. Si deciderà ai dettagli, ai colpi di fortuna che fino ad ora hanno premiato di più una squadra rispetto alle altre, avete capito quale, no?. Il Napoli gioca un gran calcio quando ne ha la possibilità. E’ questo forse tra i migliori Napoli di sempre per gioco e padronanza delle partite. Godiamocelo! Godiamoci ogni momento. Nella buona e nella cattiva sorte. Quando è amore vero si fa così.

vDG

Twitter: @valdigiacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Quando da bambini veniva un amichetto a giocare a casa tua o viceversa c’era sempre il momento dedicato ai videogiochi, possibilmente di calcio. Soccer (pronunciato rigorosamente come si scrive), Goal, Sensible Soccer, Kick Off… la lista era lunghissima e non esistevano trick, numeri, finte, giocate etc. i comandi erano 2: passaggio e tiro, e la somiglianza con il calcio è la stessa che può esserci fra Marco Marfè e Justin Bieber ma noi ci divertivamo molto e lo trovavamo anche molto realistico.

Di solito perdeva l’ospite e la giustificazione era sempre la stessa: “Tu ce lo puoi avere sempre!” era una scusa odiosa, magari stavamo un giorno e si a l’altro pure a casa del nostro amico a giocare, magari avevamo un versione leggermente diversa sulla nostra console, magari il nostro amico ci giocava solo quando stava con noi… Però la scusa era quella, pur di non ammettere che si era più scarsi, pur di non ammettere che non sapevamo giocare. E se pure avevamo lo stesso identico gioco a casa allora si passava ai classici “Tieni mazzo“, “Col tuo Joystick non mi trovo” etc. ma guai ad ammettere una sconfitta.

Il Napoli ha fatto quello che non è mai riuscito a nessuna italiana: vincere tutte le partite del girone di Europa League, ha fatto la miglior qualificazione agli ottavi della storia di questa competizione e il commento unanime è “però è un girone facile“, “avete giocato contro i morti” etc.

Non so perchè ma questi commenti mi ricordano quelli di noi bambini davanti a un videogioco, non voler ammettere la superiore dell’avversario è una cosa piuttosto infantile, ma (s)contenti voi contenti tutti.

Sulla partita poco di dire, sul prepartita ci sarebbe tanto da dire e per noi già lo ha fatto Valentino Di Giacomo ed è inutile aggiungere altro.

Cattivi – I pessimi con l’atteggiamento infantile li abbiamo già citati, i tifosi polacchi pure… Chi Rimane? Lo stadio vuoto, sarò ripetitivo ma proprio non riesco a capacitarmene, ma in fondo peggio per chi non c’era, in Curva ci si è divertiti tantissimo.

Buoni – una parola per Sarri va spesa, esordire così in Europa non è da tutti e lui ha saputo gestire bene l’organico, motivarli e dare spazio a tutti, veramente bravissimo. Mertens ha fatto un partitone e due goal splendidi, probabilmente è stato il migliore in campo, ma personalmente darei la palma a Chalobah, il ragazzo trova il goal al suo esordio al San Paolo (e che goal!) e gioca un’ottima prova.

Paolo Sindaco Russo

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Radiografia degli ultras

Non serve praticamente a nulla la partita di stasera tra Napoli e Legia Varsavia. Eppure, nonostante tutto, la scorsa notte si sono registrati scontri tra napoletani e polacchi. Le cronache raccontano di 16 arresti, 14 feriti tra cui 9 agenti delle Forze dell’Ordine.

Ormai le partite sono il pretesto per fare a mazzate. Non è una novità, non è una notizia. Non si può chiamarli tifosi, non perché non lo siano. E’ che sono prima teppisti, disadattati, incivili. Lo stadio e gli eventi sportivi sono solo il pretesto.

Questi soggetti non sono la maggioranza della tifoseria, anzi, sono pochi e isolati. Fanno solo più rumore. A Napoli poi è fortissimo l’intreccio tra il mondo ultras e la delinquenza di ogni tipo, anche di stampo camorristico. Alla prima in casa stagionale contro la Sampdoria in Curva A ci fu pure un accoltellamento. Ero lì allo stadio: circa 5000 persone restarono a guardare quello che combinavano una maniata di deficienti.

Non appartengono al mondo del calcio questi personaggi, sono laterali. Gli stadi e quello che c’è intorno sono soltanto il pretesto, il palcoscenico designato per fare un po’ di macello. Ragazzini dai 14-15 anni in su che giocano a sentirsi uomini in questo modo, visto che per il resto dei giorni sono il nessuno generalizzato. Gente invisibile che esiste solo in queste occasioni: quando siti e giornali riportano le loro gesta e si fa la corsa a pubblicare foto e video di questi scontri. E’ possibile incontrarli pure al centro storico quando camminano la sera in gruppi di 15-20 persone solo per spaventare i passanti con canti e spintoni. Vivono e cacciano in branco, da soli sarebbero nessuno. Magari qualcuno di questi guagliuncielli va pure bene a scuola, ma in gruppo si trasforma e fa il tipo con la capa spostata che si porta assai.

La camorra al San Paolo ci sta da sempre. Questi episodi non sono afferibili però alla malavita organizzata. Sono solo dei delinquenti organizzati che giocano a fare i guappi bardandosi di sciarpe e bandiere. Se chiedete ad uno di questi chi era Zurlini, Panzanato o Mistone non sanno nemmeno chi siano, perché non sono tifosi.

Non è così soltanto a Napoli, anzi la nostra città, per una volta, non è neppure l’epicentro di questo genere di fenomeno. In tutta Italia e in Europa è cominciato questo gioco di “fare gli hooligans”, gli ultras di “mentalità” da diversi anni. Quasi ogni tifoseria ha i suoi imbecilli delinquenti. Spesso si danno appuntamento su internet e si incontrano nelle stazioni di servizio, nelle stazioni ferroviarie, anche in qualche posto sperduto e si prendono a mazzate. Ci sono codici che vietano le armi eppure le ferite di coltello non sono rare in questi scontri. Si gioca con i gemellaggi, quelli del Legia ad esempio sono gemellati con i tifosi della Juve. Si fanno gemellaggi non per senso sportivo, ma per procurarsi altri nemici con cui scontrarsi.

Sono estranei al mondo del calcio. Ma il mondo del calcio nulla fa per modificare lo stato delle cose. I club difficilmente ne parlano. Sono affari che riguardano lo Stato. E nulla si fa nemmeno sotto il profilo dell’educazione allo sport, della civiltà, del vivere contrapposti ma rispettandosi. La Lega Calcio o la Figc se ne fregano. Meno se ne parla meglio è.

Per tanti anni il San Paolo è stato un luogo di colori, di folklore, di sfottò. Allo stadio ci si poteva andare con i bambini che al massimo sarebbero ritornati a casa ripetendo qualche parolaccia. Oggi il folklore non deve esistere, non si possono nemmeno cantare cori per i singoli calciatori perché sono “mercenari”. I cori per Higuain partono dalle tribune perché in curva si violerebbero i codici di questi quaqquaraqquà.

Vedere questi personaggi mi ha allontanato dallo stadio. Io che per il Napoli ci campo e che la curva era casa mia. Non si può ignorarli. Perché, come me, chissà quanti ce ne sono che allo stadio ormai ci vanno malvolentieri proprio per non incrociare questi personaggi e subire i loro assurdi diktat. Per non parlare di quella bruttissima sensazione che ti prende quando ripensi alla bellezza di quello stesso stadio appena 15 anni fa, quando il Napoli era in B e con i gol di Schwoch volava in A in un San Paolo colorato e sempre pronto a sostenere la maglia e i calciatori nella buona e nella cattiva sorte. E oggi che il Napoli ottiene tra i migliori risultati della sua storia dobbiamo andare in uno stadio che è solo gremito, ma che spesso non è capace di fare il tifo. E per di più non sa divertire e non si diverte.

Ci sono tante forme di guerra nel calcio di oggi, gli scontri tra napoletani e polacchi per una partita che non vale niente, raccontano solo una parte della brutta aria che si respira nei nostri stadi.

vDG

@valdigiacomo

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