Tags Posts tagged with "ultrà"

ultrà

0 1205

Daspo per il tifoso che minacciò il giornalista

Il Mattino oggi dà notizia che per l’ex capo ultrà della curva B, Alberto Mattera, è stato disposto il Daspo: per lui cinque anni di divieto di accesso agli impianti sportivi. Non solo, ma va avanti l’inchiesta della Digos guidata dal dirigente Francesco Licheri, per le minacce al giornalista Carlo Alvino perpetrate lo scorso 6 maggio davanti allo stadio San Paolo. 

Spiace dover rilevare i comportamenti scorretti di un collega, ma il suo modo di fare è stato quantomeno discutibile. Ovviamente siamo a disposizione per ogni chiarimento. Ma nel silenzio più assoluto di troppi media è necessario darne notizia.

L’ACCADUTO. Cosa accadde quel 6 maggio prima di Napoli-Torino? La notizia ebbe rilievo nazionale (se ne occuparono dal Corriere della Sera in giù) ed è possibile ricostruirla tramite un video che dà conto prima delle minacce e poi della “macchietta” riparatoria. (POTETE RIVEDERE TUTTO L’ACCADUTO CLICCANDO QUI). Mentre Alvino è in diretta con un tifoso che parla di “spregio delle regole”, arrivano dei personaggi che gli dicono “Nunn abbusc pecché nunn abbusc” – intimandogli però di terminare la diretta televisiva nel suo consueto appuntamento su Tv Luna. Dopo pochi minuti la trasmissione riprende con un Alvino abbracciato (stretto in una morsa?) tra i due ultrà i quali inscenano una “macchietta” dicendo che si era trattato solo di uno scherzo. Alvino si mostra pure sorridente e fa battute. Erano i giorni in cui il giornalista iniziava a fare da pupillo della comunicazione del Calcio Napoli ottenendo notizie e interviste dalla società azzurra, consuetudine ancora in corso, proseguita poi lo scorso maggio con l’intervista di Alvino a De Laurentiis registrata negli uffici della Filmauro dopo l’ingaggio di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli. 

articolo alvinoLA PROCURA. Nonostante il teatrale video riparatorio, gli uomini delle forze dell’ordine vogliono vederci chiaro. La Procura di Napoli apre un procedimento a carico degli ultrà che avevano minacciato Alvino. Scrive la Procura: “IL SECONDO FILMATO OFFRE IN MODO EVIDENTE UNA MACCHIETTISTICA RAPPRESENTAZIONE DELLA VIOLENZA ANCHE E SOPRATTUTTO ALLA LUCE DELLA STESSA DISPONIBILITA’ DELLA PERSONA OFFESA O DEL TIMORE REVERENZIALE MANIFESTATO DA ALVINO VERSO QUELLA FRANGIA DEL TIFO ORGANIZZATO”. L’iniziativa della Procura partenopea si è conclusa intanto con la decisione di spiccare un Daspo ai danni del capo-ultrà che aveva minacciato Alvino. Aggiungo che io stesso ho avvistato Mattera nei pressi del San Paolo, all’esterno della curva B, in occasione della prima partita stagionale giocata a Fuorigrotta dal Napoli contro il Milan. Alla prossima immaginiamo che il capo-ultrà non potrà accedere all’impianto.

daspo a tifoso

L’OPPORTUNITA’. Perché la ricostruzione della vicenda? Qualcuno potrà pensare che il sottoscritto sia animato da sentimenti ostili nei confronti di Carlo Alvino, ma non è così. Appena venne diffuso il video delle minacce subite dal giornalista di Tv Luna, immediatamente, per quello che può servire, scrissi un inequivocabile tweet: “Solidarietà massima al collega Carlo Alvino. Questa gente di merda è il male della nostra terra e dei nostri stadi. Spero intervengano presto le forze le dell’ordine per assicurare alla giustizia chi vuole chiudere microfoni e telecamere con le minacce. #Legalità in campo e fuori”. E’ evidente che non c’è alcun motivo personale per rimarcare questa vicenda, solo il rispetto della legge e, magari, dei doveri professionali a cui è tenuto un giornalista. Se un collega viene minacciato io sto con lui, siamo all’ABC. Le autorità hanno fatto il loro dovere, Alvino invece – che non risulta abbia denunciato le minacce subite – ha invece inscenato una “macchietta”, come scrive la Procura, temendo ritorsioni.

tweet alvinoLA DEONTOLOGIA. Tutto questo è avvenuto nel silenzio più totale dei media, degli organi di categoria del giornalismo, ma soprattutto con la totale disponibilità del Calcio Napoli a concedere interviste esclusive ad un giornalista che per la Procura di Napoli inscena “macchiette” con chi lo minaccia. Un comportamento grave da parte del giornalista, ma pure della SSC Napoli e del suo presidente che ha praticamente promosso Alvino ad house organ della propria comunicazione concedendo esclusive ed interviste. Tutto questo in un’estate in cui lo stesso De Laurentiis ha tuonato contro la stampa in quella pessima rubrica denominata “Vero o falso”. Non solo, ma lo stesso Alvino si è spesso messo sul piedistallo volendo impartire lezioni ai colleghi sportivi su deontologia e professionalità. Le comiche! Una società che poi – per altri versi – ha avuto l’enorme merito (a differenza di altri club che trattavano con personaggi vicini alla ‘ndrangheta) di aver reciso ogni rapporto con le frange estreme del tifo anch’esse troppo spesso collegate alla malavita organizzata.

IL CASO CHIARIELLO. Nel frattempo, una decina di giorni fa, De Laurentiis ha avuto pure l’ardire di minacciare azioni legali contro Umberto Chiariello, un professionista esemplare che da oltre 20 anni conduce una godibile trasmissione su Canale 21. Un professionista, Chiariello (CHE NON CONOSCO PERSONALMENTE), il quale da buon giornalista critica la società quando c’è da criticarla e la loda quando c’è da lodarla (spesso attirandosi insulti e minacce di chi lo accusa di “papponismo” – proprio come spesso accade pure a noi). La libertà di Chiariello lo aveva spinto persino a scrivere una lettera al presidente in cui spiegava le sue ragioni per l’acquisto-sogno di Cavani. Circostanza che deve aver dato fastidio. Una innocente lettera da tifoso, scritta da un uomo esemplare, dà fastidio. Non dà fastidio alla società invece che il giornalista-pupillo insceni macchiette con personaggi discutibili e non denunci – come sarebbe tenuto a fare – le minacce subite.  Una società che – ripetiamo – ha sempre invece tenuto la barra dritta sul rispetto della legalità.

Per professione non mi occupo di sport che resta una passione a cui dedico i miei tempi da tifoso anche su questo blog. Per professione scrivo di migranti, terrorismo, politica estera soprattutto e, spesso, confrontandomi con le autorità che presiedono l’ordine pubblico. Autorità di cui ho stima e fiducia potendo osservare quotidianamente la dedizione e i sacrifici che mettono per tenere al sicuro i cittadini.  Ho avuto anch’io la mia quota d’attenzione proprio su questioni sportive per un infelice post su Facebook – come ne posso scrivere tanti e ne può scrivere chiunque – pubblicato sulla mia bacheca privata e non nell’esercizio della mia professione. Nonostante le cattiverie subite, me le sono fatte scivolare addosso, sicuro della mia nettezza morale e professionale. Perché il giornalista si fa, non si è, e la professione la si esercita nei luoghi predisposti. Ma lasciamo stare.

Ora, in un momento in cui il malcontento verso De Laurentiis è forte, ma sempre per questioni futili come i prezzi dei biglietti, ci chiediamo come mai si generano decine di polemiche per ragioni inutili e non per argomenti più seri. Le discussioni si generano contro una società che non è mai stata grande come adesso (fatta eccezione per 4/5 anni maradoniani), che con questa gestione ha ottenuto risultati eccellenti fino a portare sulla propria panchina uno degli allenatori più titolati della storia. Si fanno critiche con una sproporzione enorme tra la realtà dei risultati e le piccole pecche che possono essere avvenute nel corso di questi anni. Pecche che vanno rilevate, ma forse con livori più soffusi rispetto a questa percezione di odio verso De Laurentiis che si avverte in città.

Poi, invece, nessuno fa notare che la società concede ampi spazi ed opportunità ad un giornalista che non avrebbe avuto il coraggio di denunciare delle violenze e che, anzi, si presta persino a inscenare macchiette insieme a loro. I video sono inequivocabili, potete giudicare autonomamente. Non solo, ma il signore in questione spesso dà pure lezioni di comportamento e professionalità. E vabbè, per dirla con il nuovo vate della stampa napoletana: è fesseria ‘e café! “Steveme pazzianno”. 

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 856

Il circo mediatico

Quando i soldati americani giunsero nel campo di concentramento di Buchenwald e si trovarono di fronte a quelle immagini indescrivibili avvertirono dei malori. Si chiedevano come potessero degli esseri umani provocare tanto male ad altri esseri umani. Tutti nelle vicinanze del campo sapevano cosa accadeva lì dentro. E così i militari raggrupparono tutti gli abitanti della zona e li portarono all’interno del campo di sterminio ad osservare cosa era stato fatto anche grazie al loro complice silenzio.

Ci sono filmati della liberazione del campo in cui signore eleganti portano le mani agli occhi per non guardare tutto quell’orrore. I signori sfilano in mezzo ai morti torturati camminando con i loro impeccabili cappotti. La decisione degli americani fu di mostrare anche ai tedeschi quelle immagini. Perché tutto quello che era accaduto in quel campo non sarebbe stato spiegabile con le parole perché tutto era troppo oltre qualsiasi immaginazione più macabra e terribile. Ai militari delle SS venne invece ordinato dagli americani di dare sepoltura ai cadaveri ammassati, forse l’unico modo efficace per umiliarli. 

Scrivo questo dopo aver assistito alla sceneggiata che abbiamo visto sui campi di Serie A. I tifosi della Lazio qualche giorno fa avevano ritratto su dei fogli Anna Frank con la maglietta della Roma. Una cosa schifosa, ma che il circo mediatico e dei social ha contribuito a diffondere. Magari era un passamano tra quattro teste di cazzo, ma così facendo si è data un’importanza e una pubblicità a quelle che restano sempre e comunque quattro teste di cazzo. Così, nella ormai perenne distorsione mediatica, è passato il concetto che gli italiani (o gli sportivi, i tifosi, gli ultrà), avessero la necessità di essere istruiti su cosa sia realmente accaduto agli ebrei nei campi di sterminio. E non è così. Basta scendere in strada, parlare con le persone, quanti conoscenti avete che offenderebbero la memoria di quei morti ammazzati? Vi sembra esista un’emergenza?

Al di là di questo, ciò che è più grave, è l’assurdo comportamento della Lega Calcio e della Federazione (con la complicità dei broadcaster televisivi) che hanno costruito la solita sceneggiata banale per ricordare, come si fa con i bambini, che “No, cattivo, non si fa”. Prima delle partite è stato letto un passaggio del diario di Anna Frank (che per Mihajilovic si chiama Anna FRANKIE – come detto ieri in un’intervista a Sky). E poi abbiamo dovuto subirci il pippotto moralistico dei bamboccioni viziati e strapagati come Bernardeschi. Perché ovviamente lo show è show e segue i propri rigidi schemi. 

Così facendo le istituzioni del calcio hanno potuto mostrare la loro pelosa attenzione a questo genere di fenomeni. Tutti felici e contenti, anche l’Italietta da social network perennemente indignata, tutti sempre pronti con i loro milioni di indici ad agitare l’accusa. I pollici, come si sa, sono impegnati per mettere i like sulle foto di qualche cesso scardato che davanti allo specchio si è fatto il selfie con la borsa nuova o con l’addominale appena scolpito in qualche fetida palestra.

Tutto può quindi tornare alla normalità. In un mondo in cui convivono il minuto di silenzio per le vittime del terremoto di Ischia, e qualche attimo dopo i cori sul Vesuvio che deve lavarci col fuoco. Dove convive l’esaltazione dei tifosi che festeggiano i gol di un loro calciatore “negro” e subito dopo i buu per il giocatore “negro” della squadra avversaria. E’ tutto normale nella schizofrenia di un mondo che ha perso completamente il senso della realtà. Così nell’offesa, così nel ricordo di una tragedia.

Il problema è che ormai commemoriamo date, celebrazioni, anniversari automaticamente, ma non ci ricordiamo manco più perché si fa. A Natale si festeggia l’albero e gli struffoli, a Pasqua si festeggia il capretto e la pastiera. Perché non lo sappiamo manco più perché ci sediamo a tavola tutti insieme. 

E così ci dimentichiamo pure perché fa schifo offendere la memoria di Anna Frank e di tutti gli ebrei ammazzati e scamazzati in ogni modo da altri esseri umani. E ci dimentichiamo, soprattutto, che un Paese serio avrebbe trovato e acciuffato i responsabili di quel gesto e magari avrebbe portato quelle quattro teste di cazzo a fare un tour in uno dei campi di sterminio nazisti. Come fecero gli americani a Buchenwald.

Troppo facile così: sentirci tutti terroristi quando i terroristi ammazzano i vignettisti di Charlie Hebdo, tutti assassini quando un uomo ammazza una donna (coniando quella munnezza di termine “Femminicidio” che contiene già in sé tutto il non-senso di questa società), tutti razzisti quando viene commessa violenza su persone di altre etnie. 

Andiamo dietro le emergenze, ci piace così. In un circo mediatico che non ha fine e dove tutti, ma tutti tutti tutti, hanno sempre qualcosa da dire. Pure quando non sono all’altezza di misurarsi con certi argomenti. Da questo punto di vista sentire Bernardeschi che parlava di sterminio degli ebrei è stata la chicca finale, un momento topico di ipocrisia e banalità, in una spettacolarizzazione costante di qualsiasi evento. Bello o brutto, chi se ne fotte, the show must go on. 

Trovate i responsabili di quei gesti intollerabili, educateli. Organizzare queste sceneggiate  moralistiche offende davvero la memoria di quelle persone uccise. Come tante volte mi sono sentito offeso io, da napoletano, guardando di tanto in tanto quel finto, insulso, insopportabile teatrino mediatico quando in tv o sui giornali vogliono farci la predica sul Vesuvio. Siete finti. Banali. Inutili. Questo non è educare, è romanzare. E, continuando a non educare, renderemo sempre di più uno spettacolo ogni cosa. Bella o brutta che sia, non farà differenza. Per nessuno. L’importante sarà dire “io c’ero”. E non importa se sui social, in tv o sui giornali. Tutto purché manifestare in ogni modo la propria misera esistenza.  

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

0 1748

Sbagliano i napoletani ad essere autoreferenziali

Napoli-Gomorra, Napoli-violenta, Napoli-munnezza. A Napoli siamo così esageratamente auto-referenziali che ogni volta qualche giornale italiano o straniero si occupa dei problemi della nostra città, noi tutti subito corriamo dietro alla notizia. E, ai tempi dei social, ai tempi del click che registra le visualizzazioni, magari una piccola notizia può assumere i contorni dell’evento di Stato. Lo abbiamo visto con la manifestazione di Salvini a Napoli. Probabilmente (ma con i se e con i ma purtroppo non si fa la storia) se i napoletani lo avessero ignorato si sarebbe davvero ottenuto l’effetto sperato: vale a dire l’irrilevanza della Lega Nord a Napoli, un partito che non esiste e che, credo e mi auguro, non esisterà mai a meno che non continuiamo ad essere così fessi da essere noi i vettori pubblicitari di questo partito che nella terra di Partenope non ha cittadinanza.

Perché scrivo di questo? Perché la nostra esagerata predisposizione alla auto-referenzialità non ci fa accorgere di quanto avviene nel mondo. E Napoli invece ha una sua vocazione cosmpopolita che è intrinseca da millenni. In questi giorni tanto si è parlato del caso-Juve e i rapporti tra i vertici del club bianconero e membri afferenti alla ‘ndrangheta calabrese.

Se in Italia la notizia è stata volutamente relegata in secondo piano da molti organi di informazione, non è accaduto altrettanto all’estero. Molti siti, televisioni e giornali si sono occupati dei rapporti tra la mafia e il più importante club italiano. Noi però non ce ne siamo accorti. Lontani i tempi di quando in occasione della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina venne ucciso un nostro tifoso per opera di un ultrà romanista e la notizia in primo piano era invece riservata a Genny ‘a Carogna. Oggi, a distanza di anni, possiamo ancor meglio analizzare e comprendere le ingiustizie mediatiche subite. Da aggrediti siamo diventati noi gli aggressori. Senza ritornare ai fatti dei celebri “treni devastati a Piazza Garibaldi dagli ultrà napoletani” che non sono mai esistiti.

Rifletto su questo e poi vado a fare un giro sul web. La notizia dei rapporti tra la Juve ed esponenti delle ‘ndrine è su molti dei maggiori siti internazionali. Sul britannico Guardian se ne parla in una lunga inchiesta,  su Fox Sports altrettanto. E persino in India su India Today o su Espn.com. Su Vanguard, sul tedesco Zeit online e per non farci mancare nemmeno la parlata francofona anche sul belga Dhnet.

Insomma vi basta cliccare sui link in azzurro per rendervi conto che molte volte si accusa Napoli di far fare brutta figura all’Italia intera a causa dei suoi problemi, ma che anche questa occasione è stata foriera di ciò. Come vedete c’è un club italiano che avrebbe intrattenuto rapporti con esponenti della mafia e la cosa fa fare una pessima figura al nostro calcio e al nostro Paese nel mondo intero. Ma i juventini almeno sono furbi. Loro, almeno loro, non inondano i social network di link del genere. In silenzio si fanno i fatti loro. Nel linguaggio mafioso si chiamerebbe omertà.

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 3274

La polemica

Quando ho scritto l’articolo “Esiste solo la vostra autoreferenzialità che ha rotto il cazzo a un’intera città” ho voluto farlo volutamente con il linguaggio degli striscioni e degli slogan che abitualmente usano i gruppi organizzati degli ultrà.

E’ necessario, direi urgente, cercare di fare qualcosa prima che la situazione precipiti ulteriormente. Contro il Milan, partita decisiva in cui erano necessari i tre punti per giocarci al meglio le chance di vittoria nel finale di campionato, gli ultrà non hanno solo pensato a sostenere a loro modo la squadra, ma hanno invece preferito esporre uno striscione contro gli OCCASIONALI. Mentre il Napoli, la squadra per cui noi usciamo pazzi, era in campo a lottare, loro pensavano, nella loro ottusa autoreferenzialità, a fare la guerra contro chi per ragioni personali, di lavoro, di studio, di tempo non può essere sempre presente allo stadio.

Questo è un dato che fa ben comprendere quanto ormai l’idiozia di questi soggetti sia completamente fuori controllo. Invece di essere contenti che almeno in alcune partite lo stadio sia pieno, loro se la prendono con gli OCCASIONALI.

Io non ci credo che la gente non vada allo stadio perchè il San Paolo è inospitale o perché sia fatiscente. E non credo nemmeno che le persone preferiscano vedere la partita a casa invece di vederla, con uno dei pochi riti collettivi quale lo stadio è rimasto, sugli spalti. No, io penso invece che molte persone “comuni” non hanno voglia di andare allo stadio perché non si sentono coinvolti. Anzi, sono persino sbeffeggiati da striscioni e cori dei gruppi organizzati.

Gli ultrà del Napoli da alcuni anni hanno dichiarato guerra al folklore: non si possono più cantare cori per i singoli giocatori, non si possono fare cori originali, persino l’Oi vita mia è stato abolito. Ragion per cui quando creammo questo sito decidemmo di chiamarlo soldatoinnamorato: perché è questo il coro spontaneo che riesce ad unire il calcio e la città attraverso la propria tradizione musicale.

E vogliamo parlare dei cori degli ultrà? Scopiazzamenti dagli altri stadi d’Italia e d’Europa. In uno si dice persino che dell’eruzione ce ne freghiamo… In un altro si parla di “cori al funerale”. Perché sono  effettivamente funerei questi tifosi, omologati al grigiore di tante altre curve del Paese: drappi neri, stemmi di coltelli e bandane sul volto. Se si prendono i codici del Daesh (o dell’Isis come mediaticamente va di moda chiamare lo Stato Islamico) non si noterà poi tutta questa differenza. 

Lo stadio non è più folklore, colore, calore. Solo facce abbrutite e simboli di sfida e violenza. Chi scrive non è uno scolaretto alle prime armi: ho frequentato la strada e le curve degli anni ’80 e ’90. Non pretendo che lo stadio diventi un teatro, anzi il calcio-show snaturerebbe uno dei pochi eventi popolari dove non è preteso bon ton. Lo stadio DEVE puzzare, non è roba per educande. Però deve puzzare di festa, non di odio. Non mi spaventa che un bambino, come accadeva a me 30 anni fa, possa ascoltare le peggio parolacce andando in curva con mammà e papà, ma mi spaventa che un bimbo possa essere educato allo sport come mezzo di violenza, di rancore, di acredine. E invece lo sport è il gioco praticato dagli adulti, una festa, un momento per staccare due ore dalle preoccupazioni e dai malesseri che ci propina la vita tutti i giorni.

Voglio incazzarmi allo stadio per una giocata sbagliata, per una partita persa, ma non voglio andare allo stadio già incazzato come se dovessi andare a fare una guerra. Non è guerra, è amore. E’ amore il Napoli nostro, è ricordo, è nostalgia, è malinconia, è rabbia, è vita. Non può essere derubricato ai codici e codicilli di quattro teste di cazzo che giocano a fare i duri per confrontarsi ed affrontarsi con altre teste di cazzo che giocano al gioco degli ultrà nelle altre curve d’Italia. Quelle è una vostra guerra, non la nostra. Non di questa città che spanteca di amore e passione verso la nostra maglia azzurra.

Ecco, a volte mi sembra che voi, a dispetto di “Io stavo a Gela”, “Io porto lo striscione per tutta Europa facendo sacrifici” (così come avete risposto in alcuni commenti all’articolo precedente) non ve ne fotte un cazzo del nostro Napoli. A voi interessa solo la vostra MENTALITA’, superiore al Napoli, superiore a Napoli, superiore a qualsiasi risultato.

Non ve lo scrivo per sfida, ma per amore che ho verso la mia maglia, verso i miei colori. Dovremmo remare tutti assieme queste ultime dieci giornate per stare vicini ai nostri ragazzi. E invece voi pensate a fare le liste di proscrizione contro gli OCCASIONALI oppure ad abboffare di “Pappone” uno che in 10 anni ha riportato la nostra città nel paradiso del calcio. Ma già, per voi è poco, del resto abitate in Svizzera, mica a Napoli. Delle buche, dei disservizi, del traffico, dei mezzi pubblici a voi non ve ne fotte un cazzo. Però vi interessa se uno, con le proprie tasche, compra o non compra un calciatore. Siete fatti così, prendere o lasciare, senza ragionare. Perché non sia mai qualche volta vi venga in mente di farlo… Ci perdereste la MENTALITA’. Che è l’unica cosa di cui vi importa veramente. Passando sopra a tutto e a tutti. Pure al nostro Napoli. Pure alla nostra Napoli.

Ah già, ma io sono un occasionale di merda. Perché lavoro il sabato e la domenica, lavoro dopo la mezzanotte e lavoro pure quando c’è l’Europa League. Eh già, come posso parlare io dei vostri sacrifici? Chi cazzo sono io? Un occasionale di merda.

Voi, occasionali nell’usare il cervello. Ma lo sapete. Dovete solo fare la sceneggiata dei puri, duri e crudi. Di tutto il resta a voi non frega nulla. Esistete solo voi, il vostro linguaggio che ormai non capisce più nessuno. E nessuno rappresentate. La città vi schifa e voi, sotto sotto, ne siete contenti.

Valentino Di Giacomo   

0 2514

Radiografia degli ultras

Non serve praticamente a nulla la partita di stasera tra Napoli e Legia Varsavia. Eppure, nonostante tutto, la scorsa notte si sono registrati scontri tra napoletani e polacchi. Le cronache raccontano di 16 arresti, 14 feriti tra cui 9 agenti delle Forze dell’Ordine.

Ormai le partite sono il pretesto per fare a mazzate. Non è una novità, non è una notizia. Non si può chiamarli tifosi, non perché non lo siano. E’ che sono prima teppisti, disadattati, incivili. Lo stadio e gli eventi sportivi sono solo il pretesto.

Questi soggetti non sono la maggioranza della tifoseria, anzi, sono pochi e isolati. Fanno solo più rumore. A Napoli poi è fortissimo l’intreccio tra il mondo ultras e la delinquenza di ogni tipo, anche di stampo camorristico. Alla prima in casa stagionale contro la Sampdoria in Curva A ci fu pure un accoltellamento. Ero lì allo stadio: circa 5000 persone restarono a guardare quello che combinavano una maniata di deficienti.

Non appartengono al mondo del calcio questi personaggi, sono laterali. Gli stadi e quello che c’è intorno sono soltanto il pretesto, il palcoscenico designato per fare un po’ di macello. Ragazzini dai 14-15 anni in su che giocano a sentirsi uomini in questo modo, visto che per il resto dei giorni sono il nessuno generalizzato. Gente invisibile che esiste solo in queste occasioni: quando siti e giornali riportano le loro gesta e si fa la corsa a pubblicare foto e video di questi scontri. E’ possibile incontrarli pure al centro storico quando camminano la sera in gruppi di 15-20 persone solo per spaventare i passanti con canti e spintoni. Vivono e cacciano in branco, da soli sarebbero nessuno. Magari qualcuno di questi guagliuncielli va pure bene a scuola, ma in gruppo si trasforma e fa il tipo con la capa spostata che si porta assai.

La camorra al San Paolo ci sta da sempre. Questi episodi non sono afferibili però alla malavita organizzata. Sono solo dei delinquenti organizzati che giocano a fare i guappi bardandosi di sciarpe e bandiere. Se chiedete ad uno di questi chi era Zurlini, Panzanato o Mistone non sanno nemmeno chi siano, perché non sono tifosi.

Non è così soltanto a Napoli, anzi la nostra città, per una volta, non è neppure l’epicentro di questo genere di fenomeno. In tutta Italia e in Europa è cominciato questo gioco di “fare gli hooligans”, gli ultras di “mentalità” da diversi anni. Quasi ogni tifoseria ha i suoi imbecilli delinquenti. Spesso si danno appuntamento su internet e si incontrano nelle stazioni di servizio, nelle stazioni ferroviarie, anche in qualche posto sperduto e si prendono a mazzate. Ci sono codici che vietano le armi eppure le ferite di coltello non sono rare in questi scontri. Si gioca con i gemellaggi, quelli del Legia ad esempio sono gemellati con i tifosi della Juve. Si fanno gemellaggi non per senso sportivo, ma per procurarsi altri nemici con cui scontrarsi.

Sono estranei al mondo del calcio. Ma il mondo del calcio nulla fa per modificare lo stato delle cose. I club difficilmente ne parlano. Sono affari che riguardano lo Stato. E nulla si fa nemmeno sotto il profilo dell’educazione allo sport, della civiltà, del vivere contrapposti ma rispettandosi. La Lega Calcio o la Figc se ne fregano. Meno se ne parla meglio è.

Per tanti anni il San Paolo è stato un luogo di colori, di folklore, di sfottò. Allo stadio ci si poteva andare con i bambini che al massimo sarebbero ritornati a casa ripetendo qualche parolaccia. Oggi il folklore non deve esistere, non si possono nemmeno cantare cori per i singoli calciatori perché sono “mercenari”. I cori per Higuain partono dalle tribune perché in curva si violerebbero i codici di questi quaqquaraqquà.

Vedere questi personaggi mi ha allontanato dallo stadio. Io che per il Napoli ci campo e che la curva era casa mia. Non si può ignorarli. Perché, come me, chissà quanti ce ne sono che allo stadio ormai ci vanno malvolentieri proprio per non incrociare questi personaggi e subire i loro assurdi diktat. Per non parlare di quella bruttissima sensazione che ti prende quando ripensi alla bellezza di quello stesso stadio appena 15 anni fa, quando il Napoli era in B e con i gol di Schwoch volava in A in un San Paolo colorato e sempre pronto a sostenere la maglia e i calciatori nella buona e nella cattiva sorte. E oggi che il Napoli ottiene tra i migliori risultati della sua storia dobbiamo andare in uno stadio che è solo gremito, ma che spesso non è capace di fare il tifo. E per di più non sa divertire e non si diverte.

Ci sono tante forme di guerra nel calcio di oggi, gli scontri tra napoletani e polacchi per una partita che non vale niente, raccontano solo una parte della brutta aria che si respira nei nostri stadi.

vDG

@valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore, della fonte e del LINK, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1048
Foto di Paolo Russo

Erano gli ultimi anni di Maradona, noi non lo sapevamo, ma con il senno di poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un delitto non andarlo a vedere.

Io e mio fratello andavamo allo stadio, ci portava Zio Luciano o Zio Antonio e qualche mia madre. Andavamo in curva a, perchè era tranquilla, non come la curva B. “Facit’ assettà a signor'” “Signò nun ve preoccupat’ e criatur’ vè guardamm nuje” quell’attenzione dei vicini sconosciuti, che si preoccupavano dei figli altrui mi faceva sempre pensare alle parole di Nino D’Angelo, “E‘ ‘na casa chistu stadio Parimm na famiglia Sultant dinta ‘cca” le trovavo incredibilmente vere, non mi ritrovavo però su una cosa: quella sensazione io l’avevo in Curva A, perchè Nino la dedicava alla Curva B.

In Curva A mi sono sempre sentito un po’ a casa, guardavo con ammirazione i Blue Lions (pronuncia rigorosamente bluliò) e speravo un giorno di andare anche io là in mezzo. Negli anni ’90 subii il fascino mitologico della Curva B e l’idea di andare miez’o burdell’  mi allettava parecchio, così decisi di andare agli antipodi e seguire il Napoli dalle parti dello scaletto di Busiello & co.

Sono poi ritornato in A, un po’ per sentimento un po’ perchè ‘o burdell’ si era spostato a destra della tribuna.
Non ho mai fatto parte di nessun gruppo eppure a dispetto di tutto quello che si dice quando ci vado ho ancora quel piacevole senso di appartenenza che provavo da bambino.
Perchè si è vero che succedono fatti non piacevoli, si è vero che la mentalità ultrà mette vincoli che non condivido (non fare cori sui giocatori, tanto per dirne una), ma la Curva A, e gli ultrà in generale,  sono gli unici coerenti fra i tifosi del Napoli.

Inutile sottolineare gli aspetti negativi e gli eccessi di un mondo di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, ma nonostante io non abbia nessun legame con gli ultrà se non quello di essermi ritrovato a cantare al loro fianco più volte mi sento di affermare che il mondo ultrà può essere una salvezza per il Napoli e forse  per il nostro calcio.

Che vi piaccia o no gli ultrà sono quelli che nonostante il risultato vanno allo stadio, senza badare a cosa c’è in palio, al blasone degli avversari o al momento del Napoli, il tifo degli ultrà è ancora quel sano tifo carnale fatto di appartenenza. Quando il Napoli va in svantaggio gli unici cori di supporto che si sentono vengono proprio da lì e la cosa dovrebbe essere più evidente proprio dalla tribuna, dove siedono i giornalisti. Può sembrare una cosa da poco da poco ma non lo è, gli ultrà sono ancora fra i pochi che mettono il calcio davanti allo spettacolo, che mettono lo stadio prima della paytv, sono gli unici a essere rimasti tifosi e non essere trasformati in spettatori pronti a lamentarsi se lo spettacolo non piace.

Forse la cosa che sconvolge di più e che porta alla demonizzazione di un intero movimento e alla cosiddetta repressione è proprio questo: c’è ancora qualcuno capace di guardare al pallone nella sua semplicità, c’è ancora qualcuno che crede che il tifo e l’appartenenza contino il fondo più del risultato.

Ovvio che non stiamo parlando di santi, inutile ribadire le colpe e quanto di sbagliato sia accaduto e potrà ancora accadere, ma la demonizzazione mediatica e la repressione politica è stata solo l’ennesimo contributo a rovinare il nostro amato calcio, così come la caccia al colpevole dopo i fatti di Roma ha solo contribuito a rompere gli equilibri in Curva A.

Non mi renderò popolare per quello che ho scritto ma è bene che la Curva A continui a farsi sentire sempre e comunque, è bene che nello stadio ci sia un coro incessante ed è bene che chi decide di andare A sappia che lo fa per andare a cantare e sostenere, per andare a far parte di quella strana famiglia che negli anni è radicalmente cambiata senza però mai perdere la sua identità.

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1168

Quell'avvertimento ricevuto da un guagliunciello

Quando il San Paolo è una bolgia

In seguito a Napoli – Sampdoria, partita alla quale ho assistito in Curva A, parlai di camorra. Lo scrissi – come si può evincere andando a rileggere – più per istinto che per conoscenza precisa degli accadimenti. Ma la puzza di camorra quella torrida domenica sera la sentii tutta.

Arrivo un’ora prima del fischio d’inizio in un San Paolo semi-deserto. So benissimo che certi settori della curva sono ad appannaggio dei gruppi organizzati, ma c’è così poca gente che ci provo: dico al mio amico Emanuele “sediamoci qua“, indicando il settore centrale della curva. Passa forse un minuto e un ragazzino, sicuramente minorenne, mi dice: “Uagliò ccà nun putite sta”. E allora replico: “Non ti preoccupare frà, la voce non ci manca, facciamo il tifo pure noi”. E lui: “Forse nunn hai capito, nunn è aria, è meglio ca te spuoste cchiù allà”.

Alle prime penso alle solite prepotenze, preferisco non fare discussioni, tanto più che la curva è semi-deserta e ci sono buoni posti da prendere lo stesso per vedere la partita. Così Emanuele ed io ci alziamo e ce ne andiamo in una parte di curva più defilata dove ci sono altri amici. “Nunn è aria” mi aveva detto il guagliunciello. Ripenso a quella frase e vaglio due ipotesi: o ci sarà casino per i volantini distribuiti in città la sera prima della partita oppure lo scugnizzo ha visto la faccia nostra da bravi ragazzi e ha voluto fare il guappetiello. Poi non ci penso più. Lo speaker annuncia la formazione, mi lamento dell’assenza di Chiriches e della presenza di Koulibaly. Non ci penso mentre la partita comincia e mi faccio prendere dalle emozioni che il mio Napoli mi regala. Segna Higuain, poi risegna, 2 a 0. Che bello.

Tra il primo e il secondo tempo vedo la solita confusione: chi sta sopra va sotto, chi sta sotto va sopra. “Cocacola, patatine” urlano come sempre gli ambulanti. Poi vedo che dal settore centrale si forma un po’ più di calca. La partita inizia e scatta un fuggi fuggi generale che si diparte proprio dalla zona centrale della curva. “‘E mazzate!” qualcuno esclama mentre io cerco di ripararmi il più in alto possibile sugli spalti perché una folla che fugge venendoti addosso è come un mare in tempesta che ti sbatte incontro.

Finisce tutto in pochi minuti. Uno dei capi della tifoseria che per tutto il primo tempo aveva scandito e guidato i (discutibili) cori sparisce. Si riprende a tifare, ma quasi come se nulla fosse accaduto. Come se fosse normale per tutti che all’improvviso possano accadere cose del genere mentre si sta assistendo ad una partita. Intanto in campo la Sampdoria praticamente in un minuto riacciuffa il Napoli. 2 a 2. Partono i cori contro De Laurentiis. Anche alcuni estranei ai gruppi ultrà lo cantano.

Il giorno dopo l’articolo che avevo scritto scopro dai quotidiani che quel sentore di “camorra” in curva era più che reale. Il blitz era organizzato: non si trattava di tifosi contro tifosi, ma anche all’interno del San Paolo – secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti – si stabilivano le gerarchie e le connivenze tra i sistemi camorristici. Si regolavano anche le faide sullo spaccio di droga. E allora ho ripensato alla frase del guagliunciello: “Nunn è aria“. Era tutto prestabilito, dovrei ringraziare un ragazzino che ha almeno la metà della mia età se non mi sono ritrovato tra le botte e i coltelli. Io, che quando giocavo a pallone in strada, ero quello che “fiutava” i pericoli prima dei compagni. Oggi invece mi serve il guagliunciello che mi indica dove sedermi in uno stadio.

Poi i fatti più recenti, Genny, la Sanità. Oggi la Procura ha emesso 10 Daspo agli indagati per i disordini di Domenica sera. Uno dei colpiti dal provvedimento figura in una foto su Facebook insieme a Gennaro Cesarano, ucciso a 17 anni, come un uomo grande.

Nunn è aria“. Non era aria per me quella sera, non è stata aria per Genny appena una settimana dopo. Non è aria per il calcio a Napoli, non per quella maggioranza di napoletani che vorrebbe assistere ad una partita di calcio tifando per la propria squadra e per i propri beniamini. Non è aria. Punto. E quando cambierà il vento non lo sappiamo ancora.

E, per favore, non mi dite che ho fatto la scoperta dell’acqua calda. Lo sapevo pure prima della scorsa settimana che la camorra è ovunque. È solo che tutto questo proprio non riesce ad essermi indifferente.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1773

La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 1863

Diamo un nome alle cose

L’ho vista dalla curva A Napoli – Sampdoria. Nel primo tempo mi sono goduto un Albiol pressoché perfetto, i due gol di Higuain li ho visti in lontananza segnati sotto la curva B. Nel secondo tempo Albiol, sotto l’altra curva, ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva fatto nella prima frazione, un po’ come tutto il Napoli. Eder ha imitato Higuain e segnato i suoi due gol sotto la B.

Ma non voglio soffermarmi solo sulla partita. C’è stato un calo fisico da parte di quasi tutti i giocatori azzurri. Se Sarri avesse avuto sette o otto cambi li avrebbe consumati tutti. La tanto sbandierata preparazione “lavoro e sudore” porterà pure benefici nel prossimo futuro, per adesso gli azzurri si sono fatti rimontare due volte su due. Se con il Sassuolo, come analizzammo dopo la prima giornata, il calo fisico e mentale ci portò a perdere, contro la Samp ne è venuto fuori un pareggio forse ancor più pesante di una sconfitta. Un pareggio che comunque è frutto di errori individuali, non di disposizione tattica. E questo mi lascia personalmente fiducioso per il futuro.

Ma, come dicevo, non vorrei parlare solo della partita: ognuno vede il calcio a modo proprio. Tutti per un giorno hanno torto o ragione. Vorrei approfondire invece del rapporto che si sta consumando tra il pubblico del San Paolo, le frecciate che leggiamo ogni giorno sui social network e il presidente Aurelio De Laurentiis. 

E’ esecrabile quanto sta avvenendo in città. Ieri in curva A, tafferugli a parte (e su questi sta indagando la Polizia), si è manifestato da subito un clima ostile nei confronti del presidente. “Abbiamo un sogno nel cuore, vincere il tricolore” si cantava al San Paolo sin dai primi minuti. I ragazzi erano in campo, ma i primi minuti sono trascorsi tutti per intonare prima i cori per i “diffidati” e poi per il presidente.

Pian piano però il Napoli macinava gioco e sono arrivati i due gol del Pipita. Sembrava tutto rientrato. Al rigore di Eder che accorciava le distanze si è alzato forte il coro dalla A: “Forza ragazzi“. Al secondo gol della Samp che pareggiava i conti nessuno ha più resistito, come se non si vedesse l’ora di trovare un capro espiatorio di quanto stava accadendo. E l’accusato era sempre lui: “De Laurentiis pezzo di merda“. I ragazzi in campo erano nuovamente scomparsi per chi era sugli spalti. Non bisognava più incoraggiare i nostri giocatori, ormai il colpevole era stato trovato, anzi quel gol di Eder era servito semplicemente per accomunarsi in quel coro quasi catartico che in tanti volevano cantare. Negli ultimissimi minuti il Napoli tentava gli ultimi assalti, due calci d’angolo si battevano proprio sotto la A che incitava nuovamente gli azzurri che invece arrancavano stanchi in mezzo al campo.

Gli ultrà non sono indispettiti con la squadra, né con Sarri (oggi in prima pagina la Gazzetta titolava di un “Sarri contestato”, poco di vero). Quando Hamsik e altri sono venuti sotto la curva a fine partita per salutare il pubblico sono stati applauditi. Il bersaglio era ed è chiaro: Aurelio De Laurentiis. Non è una novità, ma forse quest’anno, complice una campagna acquisti non proprio scoppiettante, è un pensiero che fa breccia non più soltanto tra la Napoli degli spalti, ma anche in città e sui social network si fa sempre più spazio questo trend di malcontento e di accusa.

Non mi va di prendere le difese di De Laurentiis, pur riconoscendo al nostro presidente di aver riportato il Napoli dove merita. Ma c’è bisogno di un argine altrimenti le cose prenderanno sempre di più una brutta piega. “O scudetto o nulla” sembra dire questo pubblico napoletano. Senza però ricordare che di scudetti il Napoli ne ha vinti solo due, mentre entriamo nel novantesimo anno dalla nascita del club, solo quando c’era Lui. Il presidente difetta certamente in comunicazione, “Noi vogliamo vincere” lo ha detto proprio lui più per accontentare il pubblico. Non doveva. Non se era ed è consapevole che il suo club, la nostra città e la nostra storia non sono quelle di chi “deve vincere” come il coro che si canta allo stadio.

Avrà difetti, tanti, troppi Aurelio De Laurentiis, ma anche tanti tantissimi meriti. Oggi il Napoli è considerato stabilmente una “grande” del nostro campionato, gli azzurri oltre ad essere gli unici negli ultimi anni ad aver sottratto trofei alla Juventus, sono quelli che appena lo scorso anno hanno giocato (dopo 26 anni) una semifinale di Uefa. Troppo poco? Non lo so, non credo.

Ma la Napoli civile, anche quella che non condivide le scelte societarie del presidente, dovrebbe solidarizzare con De Laurentiis. E’ una questione di civiltà e di riconoscere una credibilità al presidente che comunque, al di là delle chiacchiere, questi si è conquistato con dei risultati.

E se dietro i cori allo stadio ci fossero macchinazioni ben più profonde? Se quel sentimento di avversità nei confronti di De Laurentiis fosse mosso per vili interessi. Ieri, come vi abbiamo riferito, in curva A sono avvenuti dei tafferugli: la tesi più probabile è che degli ultrà del Rione Sanità fossero ai ferri corti con i Mastiffs. Era un’azione premeditata quella di entrare nel San Paolo tra il primo e il secondo tempo ed aggredire quelli che già erano sugli spalti. L’altra tesi è che coloro che hanno posto in essere l’aggressione volessero che i gruppi ultrà disertassero lo stadio. Vogliamo dare credibilità a chi ancora compie questi gesti di violenza? E se De Laurentiis non scende a patti con queste persone compie un atto coraggioso o vile?

Solo per questo gesto di civiltà e di buon senso Aurelio De Laurentiis merita riconoscenza da parte della città, almeno da quella Napoli che si considera civile. Ci sta la critica, si può non essere d’accordo con le scelte societarie, ma quello che sta avvenendo è un accanimento bello e buono. Un accanimento che ha poche ragioni di esistere visti i risultati conseguiti dal Napoli “aureliano” negli ultimi anni.

Napoli vuole vincere? Sappia vincere prima fuori dal campo di calcio. “Il Dela figlio di put.. l’ha cantato il distinto, la curva e la tribuna insieme. Tutti hanno cantato anche non comprendendo bene il perché” – scrive Peppe Sorrentino nell’articolo che abbiamo pubblicato oggi. Ecco, non comprendendo bene il perché. E quando non ci si chiede i motivi per cui si compiono delle azioni non è mai un bene. Si ponga un freno agli istinti, prima che sia davvero troppo tardi. Bisogna scindere la legittima critica dall’accanimento. E se non lo si vuol fare per ragioni di logica, lo si faccia per amore della squadra. E’ De Laurentiis il presidente del Napoli. E’ un fatto di cui bisogna prendere atto. Rendere la vita impossibile a lui significa renderla difficile ai ragazzi che scendono in campo indossando la NOSTRA maglia. E in questo c’è tutto quel tipico autolesionismo tutto partenopeo. Un giorno lo scrittore Erri De Luca, in un carteggio privato, mi scrisse che Napoli i nemici li ha avuti sempre di più in casa che fuori. Lui si riferiva alla camorra. Non vorrei farlo io. E, soprattutto, non vorrei esserne mai complice. Vabbè, ma adesso bisogna parlare delle ultime ore di calciomercato. Meglio tacere. 

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 891

Vista dalla Curva B

Curva B - Magnammancill- (Napoli - Dnipro)

Il Dela figlio di put.. l’ha cantato il distinto, la curva e la tribuna insieme. Tutti hanno cantato anche non comprendendo bene il perchè. Sono sentimenti e mi piace scrivere di sentimenti e di quel pizzico di romanticismo che ancora si intravede al san paolo. E’ successo questo al San Paolo. Se ne può prendere atto o meno ma questa è la realtà allo stadio di ieri sera.

Ieri sera era la prima del San Paolo. Faceva un fottio di caldo e gli unici ad avere il cazzo tosto erano i ragazzi delle paranze dei ferri. Faceva tanto caldo che tutti hanno pensato di entrare dopo le 20:00, con conseguente intaso ai gate. I primi a disperarsi per l’incontro sono stati proprio i borghettari. Faceva caldo. La Sambuca e il Borghetto di contrabbando avrebbe ulcerato qualsiasi stomaco foderato di amianto. Ma di amianto c’era la nostra difesa che tanto dal caldo si è sbriciolata con il culo a terra. Con quel caldo e’ facile alzare bandiera bianca davanti ad un paio di finte doriane ed è altrettanto facile innamorarsi di quanto siamo forti lì davanti. La scioltezza di quei 45’ min iniziali palla al piede era la stessa scioltezza che aveva l’espansione della macchia di sudore dietro le mie spalle. All’intervallo c’era una folla confidente, appaciata c’era tanta guapparia nell’aria. Sarà stata l’abbronzatura e le ferie appena concluse ma non ho sentito un kitammuorto volare sugli spalti. Così confidenti che addirittura eravamo pronti a festeggiare il 30 esimo di un amico accendendo le candele del 3-0. Non l’abbiamo fatto, scaramanzia docet. Ma riti scaramantici a parte, quante altre cose non avremmo voluto fare o vedere nel secondo tempo. A partire dagli svenimenti per il caldo in aria di rigore o alle palle mosce dei nostri ultra-milionari lì davanti. Al 90esimo si è ingrossato il nervo e si sono infiammate le corde vocali. A memoria era da almeno 15-16 anni che non sentivo una contestazione così trasversale a mezzo coro. Tutta la curva ha cantato Dela figlio di puttana. Compatto, deciso e liberatorio, complimenti ai ragazzi. L’ho cantato anche io, con tutta l’aria accumulata nello stomaco ed era la prima volta dai tempi di Ferlaino che non lo facevo. E ad essere sinceri, non mi sono proprio pentito.

Peppe Sorrentino

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it