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Pripyat, città abbandonata dopo l'esplosione della centrale di Chernobyl

Dal nostro inviato a Mosca:

Per molti italiani, Chernobyl’ è il disastro nucleare per eccellenza, anche se Fukushima (di cui colpevolmente si tace) ha raggiunto quei livelli di orrore, e sono state queste due catastrofi a porre (almeno per ora) termine ad ogni discorso sul nucleare.

Quel 26 aprile 1986 è rimasto impresso, anche per quelli che, come chi scrive, erano molto piccoli: la nube radioattiva sull’Europa, il divieto di comprare ortaggi e frutta, il silenzio imbarazzato dei vertici sovietici a nascondere la tragedia, e l’assoluta novità della catastrofe nucleare in tempo di pace. E, dopo la catastrofe, alzi la mano chi non ricorda i bambini bielorussi (la centrale si trova al confine tra Ucraina e Bielorussia) e ucraini che venivano qui, in cerca di un po’ d’aria e di sostegno nel caos seguito alla caduta dell’Urss.

A riascoltare l’annuncio d’evacuazione della città di Pripyat, a soli 2 km dalla centrale di Chernobyl, si avverte un senso d’inquietudine. Il tono ufficiale dei notiziari e degli annunci sovietici è incrinato, la voce della donna regge a fatica l’agitazione, come è normale che sia. L’evacuazione temporanea è diventata ormai eterna, in quei luoghi, come ha indicato il giornalista napoletano Marc Innaro in un servizio Rai di questi giorni, il tasso di radioattività è superiore alla norma di centinaia di unità.

Pripyat era una città modello, una delle ultime atomgorod (città dell’atomo) dell’Unione Sovietica, costruita per essere a misura d’uomo: i lavori furono eseguiti da brigate volontarie del Komsomol (la gioventù comunista) provenienti da tutto il paese, le strade vennero pianificate affinché non si formassero ingorghi, e la città non era un ghetto, ma un insediamento urbanistico con teatri, cinema, ospedali, asili. Una città con 47.500 abitanti, più di 25 nazionalità, abbandonata il 27 aprile di fronte alla tragedia nucleare: da quel momento Pripyat si è trasformata in un tetro sito archeologico dell’utopia atomica, ancora oggi sinonimo di catastrofe.

Lo scenario oggi presente nella Zona d’alienazione ricorda ciò che i fratelli Strugacskij descrissero nel loro romanzo Picnic sul ciglio della strada (ripubblicato in italiano nel 2011 da Marcos y Marcos), poi portato sullo schermo da Andrej Tarkovskij con il suo Stalker: lo stravolgimento delle leggi fisiche, una natura che si riappropria, mutata, del proprio spazio, e il tentativo di alcuni di vivere lì, tra le rovine di una città ferma al 1986.

La tragedia di Chernobyl continua ad essere un monito, anche per quel nucleare sconosciuto che abbiamo in Italia, come ad esempio il traffico di navi e armi nei nostri porti. Basta poco, e quei palazzi vuoti e quella natura contaminata potrebbero divenire realtà.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Antonio Conte (foto da Flickr)

Dopo i fatti di venerdì notte e tutto quello che ne è conseguito, era pronosticabile che gli incontri fra Nazionali di questa settimana si sarebbero svolte in un clima che definire teso è quantomeno generoso. Le federazioni nazionali e la UEFA non hanno ritenuto opportuno annullare le amichevoli e gli spareggi europei in programma (passino gli spareggi che sarebbero difficili da riorganizzare, ma le amichevoli? Volontà di “non darla vinta ai terroristi” o diritti televisivi?), mantenendo giustamente la massima allerta presso gli stadi, considerati obiettivi sensibili. Così è stata annullata all’ultimo momento Germania-Olanda ad Hannover per un allarme bomba non ancora verificato nel momento in cui scrivo. In settimana tutti i vertici del calcio europeo e delle federazioni si sono espressi sulla decisione di non annullare il torneo della prossima estate in Francia; l’auspicio di chi scrive è che per allora sia possibile parlare e scrivere soltanto di sport per un mese intero.

SPAREGGI EUROPEI E QUALIFICAZIONI – Dopo le qualificazioni di Irlanda e Ungheria (una delle sorprese della nuova formula a 24 squadre, dopo decenni a bassi livelli nonostante una grande tradizione che trovò il suo apice nell’inumano Ferenc Puskas), ieri sera si sono qualificate per le fasi finali anche l’Ucraina e la Svezia ai danni di Slovenia e Danimarca. Nella sfida tra le due compagini scandinave ha brillato come sempre la stella di Zlatan Ibrahimovic: a trentaquattro anni lo svedese si conferma il centravanti più forte del mondo e decide la partita con una doppietta dopo il gol su rigore all’andata. Alle qualificazioni africane per i Mondiali, l’Algeria di Ghoulam travolge per sette a zero la Tanzania, con una doppietta del nostro terzino sinistro.

L’ITALIA – Per giudicare i progressi dell’Italia di Conte è necessario partire da due presupposti:

1) il Belgio è una delle Nazionali più forti d’Europa;

2) le amichevoli di questa settimana erano partite irrilevanti da usare per provare nuove soluzioni.

I risultati di queste due partite dunque non cambiano di una virgola le ambizioni degli azzurri; il problema è semmai capire quali siano. La Nazionale è solida e aggressiva (anche se la difesa inizia a traballare un pò troppo) e quando tutto sarà messo a punto definitivamente sarà ostica quanto la Juventus-schiacciasassi di Conte; è però evidente che difetta di qualità in attacco, con Candreva ed El Shaarawy in fase involutiva, un Eder in forma strepitosa che non durerà di certo fino alla prossima estate e un Pellè che se segnasse tanto quanto lavora per la squadra sarebbe un attaccante da 30 gol. L’impressione è che l’Insigne attuale servirebbe come il pane, ma il CT sembra essersela presa parecchio per il ritiro dell’altra volta; come si faccia a preferire un panchinaro del Monaco a un giocatore che ha fatto sei gol in dodici partite di Serie A per me rimane un mistero, ma contento lui… Quanto a Manolo Gabbiadini, in gol appena entrato ieri sera contro la Romania, il paradosso si ripropone anche in Nazionale: in tutta la Serie A l’unico attaccante in grado di relegarlo in panchina è proprio l’argentino colmo di rabbia in squadra con lui, e di conseguenza la Nazionale rischia di perdere una bocca da fuoco di prim’ordine (e sappiamo tutti quanto sia necessaria). Nell’attuale modulo del Napoli Manolo non ha spazio e Sarri -giustamente visti i risultati- non ha nessuna intenzione di cambiare le cose; per il bene del Napoli, del ragazzo e della Nazionale c’è da sperare che trovi più minuti nella seconda parte della stagione. Se decidesse l’Europa League con un gol, ad esempio…

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Striscione del battaglione Azov, composto di volontari d'estrema destra, durante Dnipro-Napoli

Dal nostro inviato a Mosca:

Lunedì mattina, momento già critico per chi scrive (la combo lunedì e mattina poi è micidiale), e tra le pagine Facebook di alcuni amici russi una notizia assurda ma non troppo, per chi ha un po’ di dimestichezza con le tifoserie dell’Europa orientale: dopo l’aggressione a quattro tifosi inglesi (colpevoli di essere neri) del Chelsea all’Olimpico di Kiev durante il match con la Dinamo, il direttore dello stadio ha proposto di istituire un settore riservato ai tifosi di colore. Sì, avete capito bene: a 21 anni dalla fine definitiva dell’apartheid in Sudafrica, e a 60 dal boicottaggio dei bus a Montgomery negli USA, la divisione per colore della pelle sembra tornare in Ucraina. Ma gli ultras della Dinamo Kiev non sono soli in questa odiosa caccia al nero: a Pietroburgo le frange più radicali della tifoseria dello Zenit non vuole giocatori “africani” in squadra, e nel 2011 dagli spalti dello stadio Petrov volarono banane all’indirizzo di Roberto Carlos, allora giocatore dell’Andzhi. Un anno dopo, un gruppo di ultras della città russa uscì con un comunicato dove si affermava come non sarebbero mai stati accettati giocatori gay o di colore tra le fila dello Zenit. In Russia, paese dove si celebra ogni 9 maggio la vittoria sovietica sul regime nazista, gruppi con svastiche e celtiche sono presenti praticamente in ogni tifoseria, e le aggressioni razziste contro immigrati dell’Asia Centrale e “diversi” di ogni tipo sono spesso e volentieri commesse dai cosiddetti futbolnye fanaty.

In Polonia, altro paese che ha subito distruzioni immani durante la Seconda guerra mondiale, nel centro di Varsavia non è raro trovare celtiche, sigle del Ku Klux Klan e altri graffiti razzisti a firma dei supporter del Legia Varsavia, che si sono introdotti anche recentemente nel nostro amato San Paolo. Altri fenomeni di xenofobia sono presenti in quasi tutte le curve dell’Est europa, e l’odio verso i “neri” spesso si intreccia alle storiche ostilità interetniche di tutti contro tutti: russi contro polacchi, ucraini contro russi e polacchi, ceceni contro slavi, ungheresi contro romeni e slovacchi, bulgari contro turchi, albanesi contro serbi…

Il razzismo odierno è sempre la paura dell’altro, il terrore di perdere qualcosa. E il gioco più bello del mondo si trasforma in un’occasione per regolare conti irrazionali e ingiustificati. Le tribune per i tifosi di colore, però, potrebbero essere anche rivendicate da alcuni gruppi italiani, sempre pronti a invocare il Vesuvio e a bollare noi napoletani in ogni modo. Pensateci, e abbiatene paura.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it