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La conferenza stampa del presidente

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Bella e vivace conferenza stampa di Aurelio De Laurentiis a Castelvolturno nel pre-match di Napoli-Roma. Il passaggio più interessante è stato quello in cui il presidente ha chiesto ai giornalisti di parlare bene del calcio per far rinnovare l’amore vesto questo bellissimo gioco. Un aspetto condivisibile, anche per questo è nato con passione Soldatoinnamorato, proprio per riappropriarci dell’amore verso questo sport bellissimo che troppo spesso si perde tra polemiche e polveroni.

DeLa ha poi dato un’altra stoccata a Benitez. Chi scrive vuole sottolineare questo aspetto perché lo spagnolo lo ha sempre mal digerito: il numero 1 azzurro ha detto che Rafa voleva portare Damiao a Napoli invece di Higuain. Se non arrivassero smentite dall’Inghilterra sarebbe l’ennesima dimostrazione di quanto il signor “prendetemi Michu” abbia superato ampiamente il picco della propria carriera per scivolare sempre più in basso. In fondo non è un caso se un tecnico che ha vinto la Champions League ed ha avuto l’opportunità di allenare il Real Madrid sia finito relegato nella Premiership inglese. In serie B. Dove attualmente merita di militare.

Ma, oltre questo, De Laurentiis ha attaccato Sky e Mediaset dicendo l’ovvietà che i due broadcaster che detengono i diritti del nostro campionato invitino in veste di opinionisti solo ex stelle di Juve, Milan ed Inter. Un’ovvietà come dicevamo che dovrebbe far riflettere di quanto il nostro club sia sempre sotto pressione anche perché il più delle volte chi commenta le partite non lo fa sempre con obiettività. Salvando la pace di Adani per Sky e di Sacchi per Mediaset il resto della pletora di commentatori sono spesso inadeguati al ruolo che sono chiamati a ricoprire, al di là delle faziosità sempre più ricorrenti che di certo non giovano il Napoli.

Bella denuncia quella di Aurelio, ma c’è un PERO’ grande quanto una casa. Ma se per primo lui, nel suo club, non ritiene indispensabile inserire in organico delle vecchie glorie azzurre, perché dovrebbero farlo delle aziende private che tra l’altro pagano fior di milioni alla sua società? Qui abbiamo sempre sostenuto che il Napoli avrebbe bisogno come il pane di un dirigente “parafulmine” per affrontare i periodi più turbolenti. Sia per creare un dialogo responsabile tra squadra, società e allenatore che per ammansire i media che molto spesso ci massacrano. Senza dover per forza rispolverare la polemica di Sarri sugli arbitri che dovrebbe essere un esempio principe di come all’interno del club ci sia comunque un malessere da questo punto di vista.

Chi scrive ritiene che Maradona possa essere ampiamente all’altezza del compito, anche solo come ambasciatore dei nostri colori farebbe grandi cose. Oggi De Laurentiis ha detto pure che vuole aprirsi al mercato cinese e chi più di Diego potrebbe, con la sua immagine, portare il club Napoli in giro per il mondo? Ma anche se non fosse Maradona, De Laurentiis dovrebbe comunque provvedere nell’inserire in organico un dirigente che sappia fare filtro e che sia stimato dai media. Decida lui un nome, ma lo faccia. Altrimenti poi non può lamentarsi se anche le pay tv fanno altrettanto. E’ un controsenso. Un controsenso come tanti del vulcanico De Laurentiis che, lo ribadiamo, resta per distacco il miglior presidente di questa società dal 90 anni a questa parte. Noi siamo per la critica, non per la delegittimazione. E speriamo ogni giorno di fare una critica costruttiva. Che sia condivisibile o no ci importa meno. Ma se scriviamo ciò è perché questo club ha tante tante tante potenzialità ancora inespresse che è obbligatorio sfruttare.

Valentino Di Giacomo

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Dal nostro inviato a Mosca.

Spesso si critica internet, si attaccano i social, senza tener conto di come a utilizzare e ad imprimere una direzione a questi strumenti siamo noi. Quella dell’opinionismo social è una piaga ben peggiore delle punizioni divine dell’Antico testamento, e racchiude tutto il peggio di cui può essere capace l’essere umano: arroganza, ignoranza, polemica sterile. Non si tratta di dover avere una laurea per poter avere il diritto di dire la propria, no, non fraintendetemi, spesso chi è in possesso di un titolo si crede ancora più legittimato a doverci comunicare la propria, arrivando alle vette del “tuttologo” di Mai dire TV, con la differenza di poter sfoggiare un percorso di studi.
Ma poi, bisogna avere un’opinione su tutto? In verità vi dico, non ho un’opinione su tutto, e non me ne pento. La questione non è difficile: la quantità di esperienze e conoscenze che possiamo ottenere è pur sempre limitata, ed è mia intima convinzione che la ricerca è un processo collettivo; per questo mi spaventano i tuttologi, spesso in grado di discettare su intricati problemi di politica internazionale o di medicina senza avere alcun tipo di approfondimento sul tema. Mi spaventano, perché ci vedo il brodo di cultura da cui emergono santoni alla Brigliadori pronti a propagandare pericolose fandonie anti-chemio; li temo perché lì c’è chi crede, come successo ad uno dei migliori scrittori italiani (a mio parere), Amleto de Silva, che esista un bambino dal nome Celardo: Amlo aveva pubblicato una finta lettera dove diceva cosa avrebbe fatto a un ipotetico figlio sfaticato nel caso non avesse fatto i compiti; ebbene, dopo che alcune pagine (quelle che ogni tanto rubano anche a noi foto e post) hanno preso la foto, ci sono stati commenti indignati in difesa del bambino.
C’è una quantità impressionante di opinionisti della home, che ad orari prestabiliti, manco fossero bot programmati, inseriscono commenti del tipo: 8:00 Obama cattivo; 9:00 PD ladro (o M5S falso); 10:00 considerazioni storiche ricopiate da Wikipedia; 11:00 commento della notizia del giorno; 12:00 commento sulle elezioni americane e così via. Questa attività smodata nel digitare rende questi personaggi non dei grandi commentatori su tutto lo scibile, ma solo dei fastidiosi “sapientoni”, le cui fonti spesso sono anche dubbie (inoltre, non pochi di questi si basano su informazioni di terza mano, non conoscendo altre lingue); e non va confusa con l’appartenenza a questa o quella parrocchia, ma è diffusa, e si va sempre più espandendo.
Un anno fa, o giù di lì, ho ricevuto una telefonata da una importante trasmissione TV di un canale russo per commentare il terrorismo in… Turchia. Mi sono rifiutato, per una semplice ragione: non conosco quell’argomento, non ne so più del normale lettore curioso, non parlo turco. Invece conosco, ahimè, connazionali improbabili che appaiono a commentare qualsiasi cosa, “esperti” del nulla, in cerca di un po’ di pubblicità, di una affermazione del proprio ego. E no, non sono d’accordo fino in fondo con quanto sosteneva Umberto Eco, né tantomeno voglio limitare la libertà d’espressione; spesso l’obiezione di questi tuttologi è quella della “democrazia e della libertà di parola”. Ma la democrazia non è urlare una serie di fesserie in un megafono, o avere il diritto di propagandare pericolose idiozie come le cure alternative per il cancro o abbaiare contro i vaccini; la democrazia è partecipazione, è discussione, è confronto. Ed i tuttologi non hanno bisogno di tutto ciò, perché hanno la verità, e la declamano; chi scrive, resta sempre seguace di ciò che insegnava il professor Gennaro Bellavista.

Giovanni Savino

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Due pesi e due misure

E’ notizia di questi giorni la rimozione da parte di Sky di Paolo Di Canio, reo di aver tatuato sul braccio l’eloquente scritta “DUX” per omaggiare Benito Mussolini. Che Paolo Di Canio avesse simpatie fascistoidi è una sorta di segreto di Pulcinella. In un derby esultò persino alzando il braccio in segno di saluto romano. Insomma, fermo restando l’ovvia condanna del fascismo, sembra la solita storia di morale tutta italiana. Un Paese bigotto il nostro, a cui si aggiunge l’iper-bigottismo americano di Sky e Fox: su certi argomenti il Paese “Stars&Stripes” mette la freccia e ci sorpassa a velocità smisurata in quanto alla finta morale.

Da questa storia ne escono tutti sconfitti: Paolo Di Canio che non potrà raccontare le sue storie, i clienti di Sky che non potranno godere del godibilissimo programma dell’ex calciatore azzurro, uno dei pochi in tv dove si parla di calcio “vero”, ci perde pure Sky che aveva investito molto probabilmente per assicurarsi le prestazioni di Di Canio.

Poi, qui a Napoli, ci torna alla mente un episodio che ci fa pensare al classico meccanismo dei “due pesi e due misure”, riguarda Massimo Mauro. Il commentatore di Sky, con somma viltà, accusò l’allora allenatore del Napoli, Rafa Benitez, di essere “disonesto”. Cosa più grave, lo fece quando Benitez era già andato via dalla postazione tv e quindi non poté controbattere.

A me il fascismo fa schifo. Ma mi fanno più schifo certi personaggi che offendono gli altri senza che questi possano replicare. Che poi in tv è tutto, è il minimo criterio giornalistico consentire la difesa a chi è oggetto di critiche nel corso di un programma tv. Allora Sky difese Massimo Mauro per un gesto di una gravità inaudita che ha a che fare, oltre che con i basilari criteri giornalistici, con i fondamentali assunti di educazione ed “essere uomini”, vale a dire “parlare in faccia”.

Il mellifluo Mauro è ancora lì. Il “mostro” Di Canio invece no. Noi pensiamo che questo sia un comportamento intellettualmente “disonesto”. Se Sky vuole siamo qui per loro eventuali repliche. Noi le critiche le facciamo “faccia a faccia”.

Si segnala, così giusto per dire, che in Italia esiste il reato di apologia del fascismo, non quello di apologia di Mussolini. Il tatuaggio di Di Canio è stupido, fa schifo, è di cattivo gusto, ma non rappresenta un reato. Tanto più che il suo era un programma sportivo, non politico. Riteniamo quantomeno difficile che, nel bel mezzo di una trasmissione, Di Canio avrebbe potuto mettersi a parlare del manuale del perfetto fascista o delle leggi razziali. Vabbè, anche questa è andata. Male.

Valentino Di Giacomo

 

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Si dice che le grandi città non dormono mai.

 Questa regola conosce a Napoli una sua propria eccezione, con cadenza rigorosamente settimanale: la partita della domenica. Durante questo lasso di tempo, gli abitanti, colti da uno stato di febbrile eccitazione, in una sorta di coprifuoco che impongono a se stessi, quasi come fosse un riflesso involontario, si rifugiano nelle case per assistere all’evento, lasciando le strade, usualmente caotiche e affollate, in una condizione di totale abbandono. Chi è impossibilitato, per i motivi più disparati, ad assistere all’incontro, si arrangia come può.

Come il signore protagonista di questa storia.
Mia madre, membro di quella cerchia ristretta non interessata alla partita, passeggiando per i giardini di Via Ruoppolo, è testimone di una di quelle scene che confermano, ove mai ce ne fosse bisogno, l’unicità di questa città e dei suoi abitanti.
Un signore, appollaiato su uno scaletto, era intento, con la disinvoltura di chi sta compiendo l’azione più normale di questo mondo, a vedere la partita nella tv di una casa, attraverso i vetri della finestra.
“Signò venite a verè comme se vére bell!” diceva a mia madre che gli si avvicinava divertita.
Un paio di minuti più tardi, il proprietario di casa, anziché chiudere le tende e redarguire un ospite di certo poco discreto, apriva la finestra favorendo la fruizione dello spettatore occasionale, al quale stringeva anche la mano, presentandosi.

Un episodio divertente che racconta di un popolo maestro nell’arte dell’arrangiarsi, e che, con la propria creatività e fantasia, sa ovviare agli ostacoli della vita reinventandosi quotidianamente.
Un popolo che vive di caldi rapporti umani e conosce il significato più autentico e sincero della parola generosità.

Quando poi mia madre, che non aveva resistito alla tentazione di scattare una foto per immortalare la scena, congedandosi, chiedeva se la foto scattata potesse essere divulgata, questi rispondeva:
“Signò, o Nàpule sta vincendo, putite fa chell ca vulit!”

Perché in questa città tutto è concesso. Se il Napoli vince ancora di più.

Lorenzo Sorrentino

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La polemica esagerata

E insomma la Napoli di oggi fa notizia sempre più spesso per l’ira che scatena sui social, per le liti tv e i “pulcinella”. Napoli si offende e fa la vittima per i Giletti, le Lucarelli e i Mentana (sebbene – lo ammetto – mi faccia quasi ribrezzo accostare quest’ultimo, maestro di giornalismo, agli altri due). Questo siamo diventati? Ha fatto rabbia anche a me la rappresentazione che Giletti, con un pessimo lavoro giornalistico, ha dato di Napoli qualche settimana fa parlando di monnezza alla stazione di Piazza Garibaldi. Tanto più che vivendo a Roma da anni per parte della settimana ritengo che la capitale, pur senza luoghi comuni frutto di un’identità che va sempre più perdendo, è assai meno vivibile e organizzata di Partenope.

È il frutto pure di un’informazione che gioca a rincorrersi come un cane che si morde la coda. Se nell’era dei quotidiani e delle tv esisteva già questo meccanismo, con il web e assai di più con i social, il sistema di martellamento delle notizie – vere o false, utili o inutili che siano – si è ingigantito a dismisura. Ed è così che chi fa il mio mestiere di giornalista ormai si perde tra i social a ricercare notizie che spesso però fanno perdere il contatto con la realtà. Per carità, ho vissuto pure io in redazioni-carrozzone dove il mondo che si raccontava era solo quello delle agenzie di stampa e un cronista poteva scrivere pur senza mai mettere il naso fuori dal giornale. Pure per il caffè bastava chiamare al bar di sotto e farselo portare a domicilio, così da evitare contatti con il “banale” mondo reale.
Ed è così che un “pulcinella” detto in tv in un programma sportivo diventa il primo pensiero da manifestare sui social o in un bar per tanti napoletani. Nei commenti più “potabili” si parla di  profanazione di un simbolo e offese per una città intera.Tutto questo dicendo semplicemente un “pulcinella”.
Ecchissene se in tante zone della Campania si continua ad avvelenare il terreno e persino le falde acquifere con i rifiuti tossici o che a Roma, a Palazzo Chigi, una “cabina di regia” eterodiretta affronterà l’eterna questione sul futuro di Bagnoli. Noi per l’Italia 2.0 siamo qui, ai piedi di un Vesuvio che non ci ha ancora lavati col fuoco, a parlare dei pulcinella e a ballare la tarantella in mezzo alla monnezza perché il Napoli è primo in classifica. E in parte è colpa nostra.
Esiste realmente il razzismo verso i napoletani, lo vivo soprattutto quando mi dicono “Non sembri di Napoli”. Eppure un tempo questo era un popolo assai più leggero, più auto-ironico. Se ci avessero dato del “pulcinella”, avremmo risposto con un pfui delle labbra ed un sorriso dicendo “E voi avete solo la nebbia” aggiungendo un sorriso ulteriore. Ridicola l’affermazione, spaesante la risposta. Come quando Giulietta divenne zoccola.
E invece in questo vittimismo c’è tutta l’inadeguatezza attuale di chi ci rappresenta. Ha detto bene Mentana nell’intervista che ci ha rilasciato in esclusiva ieri – “meritereste di più“. Perché poi in fondo la nostra maggior risorsa – l’identità – diventa pure un fardello. Solo un napoletano parlando fuori dalla propria città ha l’obbligo di rappresentarla. Questo avviene meno da altre parti, anzi è quasi ovunque è un sentimento sconosciuto. Sentiamo di dover parlare in rappresentanza di un’intera città. E anche gli altri ci vivono spesso così. Perché la nostra identità di popolo trasborda, dilaga e spesso travolge per primi noi stessi. Eppure siamo pur sempre nella città dove il nostro più grande artista contemporaneo ha ricevuto due funerali: uno a Roma e uno a Napoli.  E nessuno se ne chiede il motivo?
Perché non parlate della vittoria del Napoli invece di parlare solo dell’Inter, Napoli merita rispetto” – ha detto Auriemma l’altra sera a Tiki Taka. È come se fossimo sempre alla ricerca di una legittimità, del riconoscimento della nostra stessa esistenza da parte degli altri. Devono parlare di noi e devono parlarne pure bene. Solo noi, in quanto napoletani, siamo legittimati ad ignorarci e ignorare i nostri veri problemi oppure a parlar male dei guai che pure ci sono in città. E non sto riproponendo l’odiato stereotipo che ci dipingono addosso di “avete camorra e monnezza e pensate al pallone” o, in tempi andati, “il colera e il terremoto“. Dico solo che un “pulcinella” dovrebbe causare meno reazioni di ben altri problemi e offese che subisce la nostra città e il nostro popolo.
Lo ammetto, guardo poco la tv, i talk poi li evito quasi tutti. E perdonatemi se sono orgoglioso a prescindere della mia città e della mia cultura pure se altri resistono nel riconoscerla. Ci sono abituato e non me ne dolgo. E perdonatemi pure se non posso far a meno di notare che mentre noi ci guardiamo l’ombelico pensando a Pulcinella, nel resto d’Italia le nostre polemiche appaiono stucchevoli e arretrate. Mi spiace, ma la mia identità si impone con leggerezza col mio essere napoletano ogni giorno, che è un modo differente di intendere e sentire la vita. E chi se ne fotte – scusate il francesismo – se in un programma sportivo non dedicano tempo alla mia squadra. Non reclamerei mai una roba del genere. Per un napoletano il prezzo di essere ridicoli e quindi sfottuti è l’onta più grande da evitare. Per un napoletano è un’offesa maggiore una risata di scherno che un pacchero dato con forza. Mi spiace, ma per me mai aggettivo fu più consono di quello usato da Mentana. Pulcinella. E non venitemi a dire che per voi una “pulcinellata” sia un complimento per quanto alla nostra maschera immortale e ricca di storia possiamo essere legati. E mentre abbiamo divagato questi 5 minuti leggendo queste righe, nel silenzio di tanti, Bagnoli resta un mare pieno di fantasmi. Pullecenella va ‘n carrozza e tutte ‘o vedono e ‘o sentono – avrebbero commentato così dei vecchi saggi. I simboli servono. Ma per rappresentare qualcosa che ci vive dentro. Altrimenti restano fantocci. E pure ridicoli.
Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Giovane attore Napoletano con un percorso di studi  che attraversa due continenti Renato Paioli continuerà il percorso di successo che la tv italiano ha intrapreso nel mondo delle Fiction. Mentre è alla prese con la realizzazione di quella che sarà la prima serie Zombie italiana abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con lui

Ciao Renato, cominciamo a parlare un po’ di te, parti da Napoli e poi ti formi a Berlino e Los Angeles. Quanto sono importanti le tue origini?

Ciao, innanzitutto grazie, è un piacere essere con voi di soldatoinnamorato, allora,  nonostante il mio percorso Internazionale tra le diverse città che hai menzionato, il mio cuore nasce e resta a Napoli. Ho iniziato qui il mio percorso studiando con Umberto Serra, credo che nascere in questa città, significhi nascere artista, a Napoli si respira arte ovunque, è una continua ispirazione. Per farla breve, la storia ricorda molti artisti Napoletani, ormai immortali, per citarne qualcuno, Totò, Troisi, De Filippo, se parliamo di attori, ma ce ne sono tanti altri, personalmente credo che nascere in questa città abbia influito tantissimo su tutte le scelte della mia vita e sono orgoglioso di essere Napoletano.

Quanto invece è stato importante il tuo percorso internazionale?

Studiare all’estero è stato fondamentale, innanzitutto viaggiare, conoscere, confrontarsi, è importante per la crescita personale, ti apre la mente. Gli strumenti dell’attore, sono le emozioni, vivere e lavorare lontano da casa per pagarmi gli studi mi ha arricchito tantissimo, infatti quando mi chiedono cosa mi hanno insegnato, rispondo sempre: Non è quello che mi hanno insegnato, ma quello che ho vissuto. Lo studio diventa uno strumento, ma sono le esperienze, le sensazioni, i confronti e le emozioni vissute chef anno la differenza.

A breve esordirai con questa serie attesissima: Hope. Cosa puoi raccontarci della serie e del tuo personaggio?

La serie Hope, è la prima serie Zombie Italiana, è ambientata in Puglia, a Cassano delle Murge, è stata scritta da Angelo Pace, un ragazzo dalla fantasia pazzesca, non posso svelare tanto della serie, ad Agosto abbiamo terminato le riprese della puntata pilota e attualmente sono in atto gli accordi per la produzione dell’intera stagione. Posso raccontarti che come in The Walking Dead, il mondo viene sconvolto da un evento e vedremo come reagiranno gli Italiani a questo evento. Il mio personaggio si chiama Francesco, lui è il papà di Hope, per chi se lo sta chiedendo, il nome della bambina è Americano perchè la mamma è Americana ed è lei a scegliere il nome. Francesco è stata una bella sfida per me, è un personaggio complesso, avrà una vera e propria metamorfosi, ti racconto soltanto che nella puntata pilota, ho perso quasi 18 kg e sono stato per 3 giorni con 2 bicchieri d’acqua al giorno solo per girare una scena. Credo che per contenuti e storia, in Italia non si è mai vista una serie del genere.

Non temi paragoni con The Walking Dead?

No, non lo temo, semplicemente perchè non stiamo copiando un prodotto, ma semplicemente stiamo dando la nostra risposta, la risposta Italiana allo stesso problema e come ben sappiamo, siamo diversi dagli Americani.

Cosa ti piace guardare in Tv e al Cinema?

In Tv guardo le serie, al cinema ci vado quando mi sento ispirato, dipende dallo stato d’animo per la scelta del film, posso dirti che mi piace andarci da solo e nel pomeriggio, non amo fare file e avere tanta gente in sala.

C’è un film che ogni volta che vedi pensi che avresti voluto farlo tu?

Si, mi sarebbe piaciuto interpretare, Il curioso caso di Benjamin Button, ahaha lo so ci sono andato pesante.

Napoli nel Bene e nel male fa sempre parlare di sé ti piacerebbe lavorare in qualche produzione nella tua città? Con quale attore o regista Napoletano ti piacerebbe collaborare?

Io amo Napoli e ovviamente lavorare nella mia città sarebbe un regalo bellissimo, mi piacerebbe lavorare con Paolo Sorrentino.

Una domanda d’obbligo per il nostro sito: Sei un tifoso?

Mi dispiace, ma non sono un amante del Calcio, seguo il Napoli con piacere quando sono con gli amici, e vedo che questa squadra fa soffrire tanto.

A cosa stai lavorando in questo momento? Quando ti vedremo in tv e al cinema?

Come già ditto, sto lavorando per Hope la serie, ma non è l’unico progetto in cantiere, un’altra serie è in arrive nella mia vita, si chiama “Ninth” è ambientata nell’antica Roma ed è tratta dal romanzo di Armando Roggero “La vendetta della Nona” e narra la leggenda della Nona legione in Britannia. In Ninth, sono uno dei due protagonist e il mio personaggio si chiama Flavio Prisco Sabiniano, tutto l’opposto dal personaggio di Francesco in Hope, comunque aggiorno di continuo il mio sito www.renatopaioli.it con tutto quello che faccio

Un saluto per i nostri lettori

Un forte abbraccio ai lettori di Soldatoinnamorato.it e grazie a tutti.

Grazie a te e in bocca a lupo per tutto!

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Porto Napoli

Non sono un esperto di calcio, non ho mai fatto corsi per diventare allenatore o cose simili e nonostante io abbia studiacchiato e leggiucchiato qualcosa sulla tattica non mi ritengo nulla di più di un semplice appassionato, e come tale ho perso il conto della quantità di partite (non solo del Napoli) viste allo stadio, dal mio esordio in Curva A nell’88. Fra abbonamenti, biglietti e trasferte forse mi sarei comprato non dico la casa, ma una macchina probabilmente si.

Quando ho iniziato a seguire il calcio quando avevi solo due alternative: la radio o lo stadio. Come se il mondo fosse diviso in due chi sentiva la partita per radio e di conseguenza si limitava al sentito dire e chi invece andava allo stadio e guardava il Napoli dal vivo, potendo apprezzare (o disprezzare) il gioco della squadra. Entrambi però avevano una cosa in comune: 90° minuto.
Chi tornava dallo stadio poteva rivede nel dettaglio le immagini viste dagli spalti, gli altri invece potevano finalmente vedere il racconto del telecronista.

I tifosi che si affidavano alle onde radio avevano però l’umiltà, nelle chiacchiere da bar, di stare a sentire chi andava allo stadio, chi aveva visto con i propri occhi il salvataggio di Ferrara, il cross di Francini, la sgroppata di Renica, ‘o goal e Maradona e il balletto di Careca, giustamente il testimone oculare aveva più credito di chi conosceva i fatti solo tramite un racconto.

Già da piccolissimo mi divertiva vedere le squadre come erano disposte in campo, non ne coglievo i movimenti e non ci capivo più di tanto, ma per esempio al momento del calcio di inizio cercavo di capire se i giocatori in campo erano messi come nel disegnino del Corriere dello sport.

Poi venne quel dicembre 91, il giorno in cui io personalmente ho capito l’importanza della tattica, ho visto per la prima volta che i movimenti di un reparto potevano essere più importanti della giocata di un singolo e che una squadra ben disposta e fedele agli schemi poteva rivelarsi una macchina micidiale. Il neo promosso Foggia di un giovanissimo Signori e con un Zeman in panchina pareggiò in rimonta 3 a 3 contro il Napoli di Zola e Careca. 

Da quel momento iniziai a seguire diversamente le partite, guardavo diagonali, raddoppi, sovrapposizioni, e soprattutto posizione e movimenti dei calciatori e mi resi effettivamente conto di una cosa: in tv tutto questo non lo vedi.
Il problema non è semplicemente tecnico e legato alle inquadrature, ma c’è anche una questione di regia: anche in un evento sportivo la regia fa necessariamente delle scelte in qualche modo personali, e per quanto sia molto più spettacolare mostrare le giocate del singolo e i tocchi più estrosi, per quanto sia logico mostrare la zona del campo dove è il pallone, si finisce per non apprezzare il lavoro oscuro dei giocatori magari meno dotati tecnicamente ima fondamentali per l’equilibrio tattico.

Allo stadio No. Allo stadio vedi tutto, si vede quando Callejon è pronto per l’inserimento ma non viene servito, si vede quando l’esterno spagnolo è sempre vicino al terzino della sua fascia e impedisce lo sviluppo del gioco da quelle parti mentre a casa sono tutti pronti a dire “Ha dormito una partita sana”. Dallo stadio si vedeva Inler che andava a chiudere le traiettorie di passaggio senza pressare per potere rimanere basso, e forse qualcosa di buono anche nelle sue peggiori prestazioni lo svizzero l’ha fatto. Dallo stadio si vede tutto, da casa si vede quello che vogliono farci vedere.

Non voglio poi aprire il capitolo sul calcio parlato, su quel meraviglioso mondo di opinionisti, ex allenatori, ex procuratori, ex calciatori, tutti ex! e si sa che gli EX hanno sempre il dente avvelenato, e il loro lavoro non è nulla di più e nulla di meno che creare polemiche…

Non voglio assolutamente demonizzare la tv e chi ci lavora ma il problema principale è che si sta dimenticando che stiamo parlando di calcio, non di spettacolo. OK seguirlo in TV ma se non hai mai visto il calcio dallo stadio allora mi dispiace, ma non hai idea di cosa tu stia parlando. Puoi citare a memoria date e goal, puoi sapere la formazione di tutte le squadre d’europa a memoria, puoi guardare tutte le partite di tutti i campionati che vuoi, ma se il calcio non lo vedi dal vivo avrai sempre una visione limitata.

Paolo Sindaco Russo

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