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In queste ore in tv e sui quotidiani non si parla d’altro che della possibile scissione del Partito democratico. Il solito, eterno, ricorrente tafazzismo di una sinistra che negli anni è sempre stata incapace di trovare una sintesi tra la sua anima democristiana e quella vetero-comunista. Oltre a tutta la ridda di personalismi. Atteggiamenti e modi di essere che in politica abbondano in tutto l’arco parlamentare senza escludere nemmeno il nuovismo dei 5 Stelle che passa da Di Maio a Di Battista.

E a me le dichiarazioni di De Laurentiis dopo Madrid hanno dato eguale impressione. Così come il Pd si getta INUTILMENTE nello sfascio, altrettanto fa De Laurentiis con il suo Napoli. INUTILI prese di posizione. E’ il gioco, come si dice a Napoli, di “o chi perde”. Vale a dire che non si gioca per vincere, ma a perdere. Come in una partita di tressette. Non si focalizzano le energie per vincere tutti insieme ma, come succede a certi bimbi che giocano in strada, si gioca a vincere da soli. “O io o niente”. E spesso è niente. Si mette nel conto la sconfitta di tutti per far vincere sé stessi.

aurelio e sarriDi tanto in tanto l’Aurelione da Torre Annunziata non manca di lanciare invettive contro la politica. La politica lassista che non sa fare, la questione stadio, Renzi, Meloni, Lotti, Alfano e via dicendo. Ne ha attaccati parecchi di politici De Laurentiis nel corso di questi anni. Alle ultime elezioni regionali in Campania ha lanciato persino non troppo velatamente il suo endorsement per De Luca sfavorendo Caldoro. Eppure De Laurentiis ha dimostrato con quelle parole dal Bernabeu di essere tale e quale ai politicanti che di tanto in tanto gli piace attaccare.

E, quel che è peggio, è che De Laurentiis è incapace di gestire i risvolti mediatici delle sue dichiarazioni. Ha visto la mala parata e subito si è involato per gli Stati Uniti imponendo ai tesserati della sua società un silenzio stampa che eufemisticamente definirei stucchevole. Un dispetto infantile contro chi, GIUSTAMENTE, ha criticato le sue dichiarazioni.

scissione pdPerò non vorrei addentrarmi troppo sulla personalità di De Laurentiis, uomo che non conosco. L’altro giorno, ad esempio, un noto giornalista di Repubblica, Maurizio Crosetti, ha scantonato di brutto su Twitter. Ha scritto: “Non c’era bisogno del Real per conoscere lo spessore tecnico, INTELLETTUALE E UMANO di De Laurentiis”. Ecco ci può stare, così come abbiamo fatto noi anche a mò di sfottò, criticare il presidente per la sua scarsa conoscenza tecnica del gioco, ma di più no. Scantonare sul lato Intellettuale e Umano ci sembra esagerato. Ma, al tempo dei social, va così. E spesso non nascondo che io stesso finisco con il farla fuori dal vaso.

Ad ogni modo il presidente ha fatto come un D’Alema o un Bersani qualsiasi. Una sorta di minacciata scissione. Ha messo in difficoltà davanti a milioni di persone il proprio allenatore generando articoli e articoloni sulla clausola rescissoria di Sarri. Chissà se siano o meno articoli direttamente “suggeriti” dalla società per dare un ulteriore avvertimento al mister natio di Bagnoli, una roba del tipo: “stai calmino perché se vuoi andar via ci devi 7 milioni di euro”.

stazione troisiNon sappiamo come si evolverà questa vicenda. Ma è tutto nato INUTILMENTE. Per personalismi, per portare acqua al proprio mulino, per vincere da soli. Il Napoli, per carità, andrà avanti pure senza Sarri. A mettere i soldini è De Laurentiis (che siano pochi o tanti non ha importanza). Resta l’inutilità del gesto. Come quel folle che entrò a San Pietro per sfregiare la Pietà di Michelangelo. Perché chi agisce da solo, senza pensare agli altri, è un ladro di bellezza. E Sarri, con il suo gioco, di bellezza ce ne ha regalata tanta.

Ecco, Lello Arena (alias Tonino), come in Scusate il Ritardo, avrebbe detto sia alla combriccola del Pd che ad Aurelio… “Non litigate”. Ma Aurelio rompe e paga, tanto i cocci sono sempre i suoi.

Valentino Di Giacomo

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Siani vuole rifare Così parlò Bellavista”
Quando l’ho letto mi stavo sentendo male come non mi sentivo dal Marzo ’91. Non ci vuoi credere, il mondo ti crolla addosso perché vedi il mito violentato, come scoprire che Babbo Natale non esiste.
Non sono un fan di Siani, non lo seguo molto, forse non riesco a superare il trauma del suo cognome che mi ricorda altre storie, ma non sono neanche uno di quelli che lo critica a priori.

Volevo scrivere qualcosa a sua difesa leggendo le critiche che sta ricevendo per lo spettacolo del 16 a San Carlo, trovo una cosa bellissima celebrare lo scudetto con Maradona e una delle figure più pop e popolari della nostra cultura contemporanea nel posto della cultura classica per antonomasia della nostra città. Ci avrei visto bene anche Nino D’angelo, Bruscolotti, giocatore simbolo del primo scudetto, ma sarà uno spettacolo non una celebrazione.
L’unica critica che si può muovere per me all’evento sono i prezzi impopolari, forse era l’occasione migliore per portare ragazzi e scolaresche nel teatro d’opera più antico d’Italia, invece di costringerli alla lirica e ai balletti (o almeno così si faceva quando io ero studente) che senza le giuste basi difficilmente hanno presa sugli adolescenti. Trovo squallide, ridondanti, inutili e pretestuose le accuse di chi vede un tempio violato, che ci piaccia o no la cultura napoletana è viva grazie al sostrato popolare e non il contrario, se ci affidassimo solo agli intellettuali, agli esperti del settore seguiremmo mode fino a una triste omologazione intellettuale e Napoli perderebbe la sua personalità.

Questo non vuol dire che il San Carlo debba ospitare in modo fisso e costante Siani, Salemme o magari i comici di Made in sud… ma vuol dire semplicemente che aprire le  porte alla cultura pop per una delle celebrazioni più importanti della storia moderna della nostra città sia una cosa magnifica ed é forse proprio l’emblema del nostro modo di fare arte.

Poi ieri mattina leggo la notizia di Siani accostato all’altro mio mito, Bellavista, non De Crescenzo, io amo proprio il professore Bellavista. Purtroppo i social ci hanno abituato male, a leggere solo i titoli ed ero pronto ad inveire contro il buon Alessandro Siani, la mia reazione al post del caro Paco Rapillo, uno di quei napoletani che seguo sempre volentieri,  è stata istintiva “mi suicido”. Non ve la prendete a male, ma avrei reagito così anche se al suo posto ci fosse stato Troisi o chicchessia.

Mi sono poi procurato una copia dell’articola, sempre grazie al solerte Nato con la camicia e ho scoperto che purtroppo c’ero cascato anche io. “Porto in scena la Napoli di Bellavista” è uno di quei titoli che ti vogliono necessariamente far saltare dalla sedia, nell’intervista poi si rivela che lui è direttore artistico di un progetto che coinvolge lo stesso De Crescenzo, che Sergio Solli e Benedetto Casillo sono fra gli attori e che è un modo di celebrare i 40 anni dall’uscita del libro.
Allora mi rendo conto che la situazione è ben diverse, non è un remake, ma un omaggio dichiarato e se dicessi che Siani non è la persona adatta a fare questo lo direi solo per invidia… Non sono un attore, non sono un regista e non faccio teatro, in un progetto del genere mi farebbe piacere anche solo spazzare a terra pur di esserci, per cui aspetto, andrò all’Augusteo e solo allora, eventualmente arriveranno le critiche o gli elogi, come è giusto che sia.

Bellavista e Troisi sono due figure che mancano tantissimo nella cultura napoletana, il loro sguardo innamorato e al contempo disincantato sulla città ci hanno fatto crescere non poco. Mi trovo spesso a dire che Troisi  manca alla città di più di Maradona.

Il racconto della nostra città sembra essere limitato al dualismo a Saviano si o Saviano no, Camorra o Pizza? Lungomare o Stese? Entrambe  voci fondamentali, Napoli ha bisogno di qualcuno che ogni giorno le sbatta in faccia la realtà, anche in modo romanzato, Napoli ha bisogno di chi ogni giorno ci ricordi quanto è bella, perchè l’etica segue l’estetica, non viceversa. Ma quello che manca è qualcuno che sia lì nel mezzo a ridere di entrambi, a prendersi in giro, ci vuole qualcuno che metta Don Gennarino Parsifal contro Genny Savastano, ci vuole qualcuno che dica a Ciro che Tutto sommat’ nun fa na vit’ e merd’? Quello stesso qualcuno che in una tarantella ci ricorda che a Napoli se mor’ a tarallucc’ e vino! Quello stesso qualcuno che urli allo spazzino di non arronzare perchè quella Chiavec’ e cuntessa butta le carte dalla finestra. A Napoli quel vuoto non si è più riempito…  e neanche Siani lo ha colmato, ma non credo abbia la pretesa di farlo, forse è il pubblico che ci spera, come ad ogni acquisto del Napoli speri che arrivi un altro Maradona.

Però  con questa operazione potrebbe fare qualcosa di importante:  aiutarci a ricordare chi ha raccontato Napoli con tutta la poesia dei suoi paradossi, con tutta la meraviglia dei suoi luoghi comune ridendone, senza mai deriderla.

E allora mandiamo a fanculo i pregiudizi, perchè in realtà di questo si tratta, e aspettiamo. Tanta merda Alessà, saremo noi, muratori del tremila, a giudicare se si tratta di un’ capolavoro o nu cess’ scassat’.

Paolo Sindaco Russo

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Foto di Paolo De Luca

Caro Massimo,
ieri a Napoli ti hanno intitolata una scala, quella dove hai girato Scusate il ritardo, si esatto quella dei 50 giorni da orsacchiotto.

Ovviamente stando a Napoli le cose potevano mai andare normalmente? Tipo che si scopriva la targa, le autorità presenti facevano un discorso preparato, con qualche frase fatta a condire un ricordo sincero, la gente che applaude e poi se ne va e i giornalisti che pensano a un titolo a effetto da piazzare on line…
No caro Massimo stando a Napoli ovviamente tutti hanno avuto qualcosa da ridire, stando a Napoli tutto era troppo o troppo poco.

Ma come gli dedicano solo una scala? Io gli avrei dedicato Piazza Garibaldi, invece di dedicarla a quello sterminatore di Napoletani.
Ma il Sindaco non tiene niente di megli da fare che inaugurare una scalinata?
Ma una pittata alla ringhiera ce la potevano fare.

Non contenti siamo riusciti a creare intorno a questo evento un vero e proprio caso: Il cartello non è stato messo proprio nel tratto utilizzato come location per il film ma in un altro tratto: ti rendi conto? Secondo alcuni puristi è quasi un”offesa alla tua memoria!

Caro Massimo, non riesco a non immaginare cosa avresti tu se fossi stato qui ieri, non riesco a non immaginarti sorridente nascosto fra la folla a osservare le faccia, a origliare battute e osservazioni per rubarle per i personaggi dei tuoi film, per renderle immortali.

Non posso non immaginarti sul palco quasi a vergognarti “A me? Mi state dedicando una strada?” per poi rivolgerti all’autorità di turno, un po’ chiamandola per nome un po’ chiamandola per titolo, magari alternando il tu, il voi e il lei. “Gigino, Signor Sindaco, Grazie non so che dire” Poi magari avresti improvvisato, avresti riportato sul palco quelle battute origliate, rubate qua e là per prenderci in giro, per prenderti in giro.

A Pino gli avete dedicato una Via, a me una scala… manco un vicolo, una piazzetta, una scala… a chi si dedica una scala? E pure il pezzo sbagliato della scala… Io il film l’ho girato più sotto, ma va bene… Grazie sono commosso”

Noi avremmo riso con te, avremo riso di noi avremo riso fino alle lacrime… quelle lacrime che oggi erano di commozione perchè tu non c’eri, non c’eri a farci ridere di noi per farci crescere per rendere comico il nostro essere ridicoli.

Caro Massimo io ti chiedo scusa per aver anche solo pensato di immaginare quello che avresti fatto, perchè comunque ci avresti sorpreso, perchè comunque eri imprevedibile, per cui non mi resta che salutarti con la mia faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e io zitto sotto.

Paolo

P.s. le voci del popolo sono liberamente tratte dal racconto di Paolo De Luca, che ringrazio

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La classifica di Antonio Giuliano

Stilare classifiche è un passatempo tanto sterile quanto divertente. Meglio ancora se si confrontano “competitors” figli di epoche diverse, in modo tale da rendere ancora più arduo il raffronto.

Chi vi scrive, ha una sorta di simpatica (?) ossessione per questo genere di attività, e oggi vuol iniziare a contagiarvi. Comincerò da una classifica relativa ad una delle maggiori arti nostrane, ovvero quella di far ridere. Non in senso negativo, ma nell’accezione cinematografica e artistica, si intende.

La mia personalissima top ten, rileggendola dopo averla partorita di getto, si è rivelata un inconsapevole tributo alla comicità napoletana. Totò e Massimo Troisi, ma anche altri artisti partenopei, hanno un posto di rilievo in questa selezione. Ho scelto in base ai miei gusti, e forse ho avuto poco rispetto per alcuni mostri sacri (Sordi fra tutti) che sono stati esclusi ma avrebbero meritato di esserci.

Ecco la mia top ten:

1) Totò, Peppino e la malafemmina

2) Così parlo Bellavista

3)Johnny Stecchino

4)Fantozzi

5)Non ci resta che piangere

6)Ricomincio da tre

7)Miseria e nobiltà

8)Compagni di scuola

9)Febbre da cavallo

10) Il secondo tragico Fantozzi

Scegliere non è stato facile, e gli assenti illustri sono parecchi. Di Alberto Sordi, autentica leggenda del cinema nostrano, capace di fotografare i difetti degli italiani come nessun altro, s’è già detto. Verve e cinismo lo hanno reso un grandissimo ma, in tutta franchezza, non sono riuscito a trovare un suo film in grado di scavalcare i dieci sopra citati. Certo, “Un Americano a Roma” o “Il medico della mutua” sono capolavori del nostro cinema, ma non hanno fatto breccia nel mio cuore.

Dispiace aver escluso Aldo Fabrizi o Nino Manfredi, ma la comicità romana (altra strepitosa scuola, una delle poche in grado di tener testa a quella partenopea), è comunque ben rappresentata dal Verdone di “Compagni di scuola” – più maturo rispetto agli esordi, meno legato alle gag dei singoli personaggi – e dall’ottima accoppiata Proietti – Montesano nel cult “Febbre da cavallo”.

Oltre ai due giganti Totò e Troisi, fuoriclasse che hanno segnato le rispettive epoche, ottimo riscontro anche per il grande Roberto Benigni e per Paolo Villaggio. I primi due Fantozzi sono uno spaccato straordinario della società italiana, ma al tempo stesso un vero manuale di comicità surreale.

Può sorprendere il secondo posto di “Così parlò Bellavista”, film che forse, nel resto d’Italia, non ha avuto lo stesso successo che ha ottenuto a Napoli. Io lo trovo un capolavoro assoluto, capace di dar luogo ad una comicità corale e intelligente, oltre che di produrre scene indimenticabili: chi non ha riso dinanzi al racconto del cavalluccio rosso o a Marina Confalone che insulta la lavastoviglie?

Infine, due menzioni particolari, tra i film esclusi. Il miglior “undicesimo” è la “Banda degli onesti”, ennesima prova di gran classe del duo Totò e Peppino. Fuori classifica, invece, “I soliti ignoti”. Per lo spessore artistico e la genialità, è riduttivo parlare di film comico, ma anche di commedia. E’ il racconto magistrale di un’Italia che non c’è più. E’ il film capostipite di un genere, che ha fatto capire al mondo quanto grande fosse Monicelli e quanto bravo fosse Gassman.

Antonio Giuliano

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Un punto in 4 partite, 5 goal fatti e 10 subiti e un campionato che in questo momento non promette nulla di più di una salvezza all’ultima giornata nella più rosea delle previsioni.
Ecco il profilo di una squadra perfetta per fermare il Napoli.
Sono uno scaramantico ai confini con l’animismo e sono bene il rischio di scrivere un articolo simile ma purtroppo è una fredda e dura realtà cui non possiamo sottrarci, i corsi e i ricorsi storici riportano alla nostra memoria momenti in cui i sogni di gloria si sono infranti contro il muro di una difesa a 6 protetta da 3 interditori spaccacaviglie di una provinciale che difendeva l’1 a 0 ottenuto per puro caso.

Troisi è stato il primo grande artista a sottolineare questa storica caratteristica del Napoli. La storica battuta “C’è che il Napoli sta perdendo col Cesena” fa infatti riferimento a una Napoli Cesena 2 a 2 in cui i romagnoli avevano bisogno di punti salvezza e il Napoli puntava alla zona UEFA.

La storia è piena di esempi simili, ricordate lo scorso campionato? Il Napoli lottava per la Champions e il Parma era retrocesso, fallito, con giocatori senza stipendio e totalmente privo di qualsivoglia motivazione… Quale fu il risultato? 2 a 2 ovviamente.

Stesso risultato contro l’Atalanta nell’86 ’87 quando il Napoli lottava per  il primo scudetto (che poi vinse) e l’Atalanta venne retrocessa.

Non siete ancora convinti?

Pensiamo al Napoli di Boskov che a dicembre puntava alla zona UEFA contro un Brescia saldamente ultimo in classifica, uno fisso su tutte le schedine d’Italia e ovviamente l’ex di turno porta in vantaggio il Brescia, poi l’incredibile palo di Cadete (un goal in 13 partite) salva il Napoli dal 2 a 0 e solo Cruz riesce a raggiungere un pareggio che stava strettissimo agli azzurri.

Vogliamo poi parlare del Sassuolo? il suo primo punto in serie a fu proprio contro il Napoli di Benitez che aveva sempre vinto fino a quel momento.

L’elenco è veramente lungo e il Chievo ci compare spesso, è veramente difficile trovare un campionato in cui il Napoli non abbia fatto beneficienza a una squadra che aveva bisogno di punti, a un goleador fermo da mesi o a un difensore giù di morale che per puro caso si trovare a saltare su un calcio d’angolo nell’area avversaria trovando così il primo goal in carriera.

Non so se sia sfortuna, non so se sia mancanza di concentrazione o troppa sufficienza nell’affrontare certe partite, ma fatto sta che troppo spesso certe sfide non riusciamo a vincerle e anche se il Napoli viene da due prestazioni superlative e il Carpi è quello che è… io mi caco letteralmente sotto.

Paolo Sindaco Russo

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La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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E’ notizia di pochi giorni fa che la Top 50 dei protagonisti del cinema tricolore vede un intero podio colorarsi di azzurro: Alessandro Siani, Paolo Sorrentino e Mario Martone sono al vertice della Power list del cinema italiano stilata dal mensile Ciak e dal periodico Box Office.
Una consacrazione per il cinema di matrice partenopea che giunge nel 2015 ma che ha radici lontane e profonde.


Napoli e il cinema, una rapporto che nasce a cavallo fra le due guerre, negli anni ’30, e che da allora non ha mai smesso di sfornare una miriade di straordinari attori, registi, sceneggiatori. Totò e i fratelli De Filippo, Sofia Loren, Massimo Troisi e Lello Arena, passando per il cinema di denuncia di Francesco Rosi, fino ad arrivare ai più recenti Martone, Capuano, e il duo da premio Oscar, Paolo Sorrentino e Tony Servillo, lanciando sulla ribalta nazionale attori dalla comicità dirompente come come Nando Paone, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme e Alessandro Siani . Per inciso anche il premio Oscar, Gabriele Salvatores è nato a Napoli da genitori napoletani, salvo poi trasferirsi giovanissimo a Milano. Quindi per quanto ci riguarda è a pieno titolo nostro conterraneo.


E sarebbe giusto chiedersi se Luciano De Crescenzo avrebbe potuto girare quel capolavoro corale che è “Così parlò Bellavista” se non avesse avuto a disposizione un “capitale umano” così vasto a cui attingere a piene mani.
Se Roma è la capitale del cinema girato, Napoli è la capitale del cinema parlato, vissuto, ideato, interpretato. E non poteva essere diversamente visto che la nostra città era già una delle capitali del teatro e che, dunque, ha trovato una nuova forma espressiva nella settima arte. Non a caso molte delle commedie del Maestro Eduardo De Filippo ma anche di suo padre, Eduardo Scarpetta, sono state adattate per il cinema e hanno avuto come interpreti attori che calcavano le tavole del palcoscenico.


Dal suo canto il pubblico partenopeo ha sempre premiato i film che avevano una matrice napoletana, non solo riempiendo le sale, ma rivedendoli fra le mura domestiche, prima sulle cassette pirata e ora in dvd, fino ad impararli a memoria, al punto che tante frasi e battute ormai sono entrate di prepotenza nel linguaggio comune, si sono trasformate in veri e proprio modi di dire, dei neo-proverbi da usare quotidianamente.
Così, sfruttando le innate doti da teatranti, spesso a Napoli non si sta al cinema solo nelle sale, ma anche al bar, al tavolo accanto in pizzeria, persino dal salumiere. Perché c’è una battuta di film per tutte le occasioni che ti offre la possibilità di comunicare in modo veloce, sintetico e soprattutto efficace. E se non capisci… allora non sei napoletano!


Non solo, le battute ti offrono la possibilità anche di fare il simpaticone nella comitiva, di farti apprezzare sul posto di lavoro e, perché no, di conquistare le ragazze facendo “il brillante” recitando interi sketch. Quanti amori a Napoli sono nati dalla freccia scoccata da Troisi nei panni di Cupido! Anzi, i più maturi, o per dirla alla Totò “maturotti ma ancora validi” ricorderanno che il Cupido del programma cult “Indietro tutta”, ansioso di poter scoccare i suoi dardi, era un giovanissimo Francesco Paolantoni, altro alfiere della comicità napoletana.
Proviamo a stilare la TOP TEN delle battute più usate dei film “made in Napoli”, quelle che per noi napoletani non hanno bisogno di sottotitoli. Una classifica provvisoria e che potrebbe allargarsi a dismisura, perché ogni napoletano sicuramente ne avrebbe qualcuna da aggiungere.


1) Vuoi dare un consiglio a un amico che si trova davanti a una scelta importante, suggerendogli un compromesso? “Fai cinquanta giorni da orsacchiotto! Accussì nun fai a figura ‘e merda da pecora ma manco ‘o lione ca però campa solo nu juorno” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


2) Vuoi sottolineare un tuo gesto che denota nobiltà d’animo, quella generosità di cui a volte solo noi napoletani siamo capaci? “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”Totò, “Signori si nasce”


3) Dopo aver provato a spiegare le tue ragioni, vuoi liquidare il tuo interlocutore, senza scendere troppo nei dettagli? “E ho detto tutto!” – Peppino De Filippo “Totò Peppino e la malafemmina”


4) Non riesci a far cambiare idea a un tuo amico che si mostra cocciuto e ottuso? “Ma vafanculo tu e mammina!” – Massimo Troisi “Ricomincio da tre”


5) In un museo d’arte moderna, davanti a un’opera che ti lascia senza parole per quanto è brutta e incomprensibile, vuoi esprimere tutto il tuo scetticismo? “Ma secondo te, l’operaio del Tremila cosa penserà di aver trovato: un capolavoro o ‘nu cess scassato?” – Benedetto Casillo “Il mistero di Bellavista”


6) Dovete apparare i soldi per fare un regalo di gruppo e fra voi c’è il riccone di turno? “Faccimme… 5 mila lire io, 5 mila lire iss, e nu milione e duje tu…” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


7) Sei indignato per il prezzo di acquisto di un calciatore che secondo te non vale tutti quei soldi?
Nu milione… Uanema ddò priatorio!!Aldo Tarantino, alias ‘o Cavaliere di “Così parlò Bellavista”


8) Ti stai chiedendo qual è la strada migliore per arrivare a destinazione?
Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” – Totò “Totò, Peppino e la malafemmina”


9) Un amico si mostra indeciso e prende tempo prima di dirti di sì a partire insieme per le vacanze?
“E Cardone mio non abbiate soggezione, sforzatevi!Totò “La banda degli onesti”


11 – perchè il 10 è sempre Maradona ) Un amico inaspettatamente ha lasciato la fidanzata dopo 10 anni di “mutanda in testa”?
A’ libertà, a libertà, pure ‘o pappavallo l’adda pruvà”Gerardo Scala alias Luigino il poeta di “Così parlò Bellavista”
E chest’è!

Sofia Alfieri

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Da questa stagione Maurizio Sarri sarà il nostro allenatore. Noi abbiamo formulato i 10 motivi per cui già lo adoriamo. Eccoli.

1) Perché un self-made-man. Dalla prima categoria con la Faellese alla serie A. Una carriera costruita con le proprie mani senza mai scendere a compromessi e senza rinnegare il proprio credo di gioco.

2)Perché è nato a Napoli, i genitori lavoravano all’Italsider di Bagnoli. E speriamo che questo sia un bel segnale per far rifiorire l’eterno progetto di quella zona che è potenzialmente straordinario.

3)Perché non si dà arie. Rappresenta quel napoletano che ogni giorno lotta con la vita per ottenere risultati, vivendo da eroe, ma senza sentirsi tale.

4)Perché il suo è un gioco bello, arioso, ragionato. Se ripeterà a Napoli il gioco visto ad Empoli resteremo incantati dalla bellezza dell’organizzazione della squadra.

5)Perché è un po’ napoletano e un po’ toscano. E ci ricorda insieme Troisi e Benigni.

6)«Ho scelto come unico mestiere quello che avrei fatto gratis. Ho giocato, alleno da una vita, non sono qui per caso. Mi chiamano ancora l’ex impiegato. Come fosse una colpa aver fatto altro». E’ una frase da appendere ai muri che ci ricorda un calcio che ormai non esiste più. Con lui riscopriamo il romanticismo di questo sport.

7)Perché è bello vincere con alla guida del Napoli un allenatore che nel palmares aveva persino una Champions League. Ma se Sarri vincesse a Napoli darebbe speranza a tutti quei napoletani che non mollano mai e che faticano un giorno per volta ad arrivare dove sono.

8)Perché è un uomo di cultura, divora libri e cerca di capire come va il mondo al di fuori dal campo di gioco. Ma senza sentirsi un professore, senza la spocchia di sentirsi migliore di altri. La laurea della strada viene assai prima di quelle prese nelle scuole e nelle università.

9)Perché sarebbe una lezione spettacolare mostrare al mondo intero e a noi stessi che i risultati possono ottenersi attraverso il lavoro costante di auto-miglioramento. Perché ci emoziona quando parla e ci rende orgogliosi.

10)No, il 10 non ce ne voglia. Il 10 è solo Maradona…

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Incredibile in Patagonia!

Il volto santo sulla neve

Impossibile accertarne la veridicità. Ma bisogna fidarsi, anzi, è il caso di dire, di avere fede. L’immagine (per ingrandirla basta cliccare sulla foto qui in alto) di quello che con non molta fantasia può essere definito un miracolo divino compiuto da Diego Armando Maradona. No, stavolta non si tratta di uno dei tanti miracoli compiuti su un campo di calcio, ma di un’apparizione avvenuta sui monti argentini. La foto proviene da Twitter da un account molto più che attendibile e non ci sembra per nulla artefatta.

E’ il Volto (Santo) di Diego Armando Maradona sulla neve del monte Susanna in Patagonia, nella vera “Terra del Fuoco”, come è denominata la zona dello Ushuaia argentino. Che Diego sia ormai una divinità lo ha testimoniato non solo l’amore incondizionato dei napoletani, ma anche la fondazione di una Chiesa Maradoniana. I riti della “Iglesia di D10s” sono stati fantasticamente documentati in “Maradona by Kusturica” e il verbo dei seguaci del Diez si è propagato in tutto il pianeta.

Questa foto certamente testimonia che la fondazione di una Chiesa non sia stato un gesto così azzardato. Maradona da vivo e anche fuori dal campo fa davvero miracoli. Ora si attende un’altra apparizione quando in inverno si formerà il primo nevischio sul Vesuvio. Frutto del caso oppure si tratta di un vero miracolo? E qui si aprirebbe una discussione tra i più scettici e i più credenti, un po’ come la divertentissima scena di Ricomincio da Tre con Troisi e Arena. O’Miracolo e ‘o miracolo…

Twitter: @valdigiacomo

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Quei minuti che non ritorneranno più

treno

Ci sono parole che no, proprio non possono essere non dette. Parole nette, parole chiare, parole che riescono a rappresentare con limpida figurazione i nostri sentimenti. Ecco, se dopo una giornata di lavoro, di stress, di rotture di scatole, hai proprio quella voglia matta, quella necessità di ritornare a casa, di rilassare i pensieri, di riabbracciare la tua famiglia. Si, una di quelle giornate in cui però tra te e la meta si frappone quella fantastica azienda che tutti noi ben conosciamo: TRENITALIA. E così tu sei lì che fai le corse per andare in stazione, ci sei, il tuo treno sul tabellone compare, sembra tutto ok, sei quasi tranquillo. E poi ti avvicini al treno, quel bellissimo Intercity e ti accorgi che IL VETTORE LOCOMOTORE NON C’E’! Del treno ci stavano tutte, tutte le nove carrozze, ma non quella che doveva trainarle e portarmi a casa. Ecco, allora in una giornata come questa, ci sono parole che non possono non essere dette. E quella parola è… birichini!!

Eh già perché pure se la parola non è quella, anche dopo una giornata di lavoro in cui stai ucciso e che sei arrivato a casa con oltre un’ora di ritardo, hai conservato quel minimo di lucidità per ricordarti che questi hanno un ufficio legale che a dir poco può richiedere le tue terga in pegno e usarle come meglio gli pare…

Vorrei solo significare a questi rispettabilissimi signori, a nome di tutti i poveri cristi che come me usano i loro bellissimi treni, che ogni giorno sono loro a rubare la vita alle persone. Quante ore, quanti minuti, quante attese in cui ti senti ostaggio sui loro fantastici treni. Magari senza nemmeno l’aria condizionata (è successo la settimana scorsa) e non sai con chi prendertela perché nemmeno quei poveri cristi dei controllori non passano per non prendersi i “birichini” dalla gente.

Gente che ruba la vita. Quell’ora in più di oggi sarebbe servita ad un ipotetico Mario per andare ad un appuntamento di lavoro, a Luisa per stare un’ora in più abbracciata al suo ragazzo, a Luigi per tornare a casa e giocare con il figlioletto, a Lucia per andare a prendersi un gelato sul lungomare, a Salvatore per scrivere una poesia. E invece no, ore, minuti di vita saranno per sempre ostaggio di Trenitalia.

Che poi, cari birichini, ma se il treno partiva da Roma e avevate una giornata sana sana per prepararlo quel maledetto vettore, cosa è successo? Perché poi nessuno ti dà una spiegazione, il treno se non fa ritardi esagerati non ti viene nemmeno rimborsato il biglietto. Che poi – vedere quanto detto prima – quanto dovreste rimborsare per aver sottratto tempo dalla vita delle persone?

Ma vi rendete conto di quanto sia importante, non solo per l’economia di un Paese, ma per la vivibilità di un popolo poter contare su un sistema di trasporti un minimo regolare? Per non parlare di autobus, metropolitane, cumane e circumvesuviane di cui ha scritto Paolo Sindaco Russo proprio questa mattina a proposito di Bagnoli…

E allora magari quella parola non la dirò, ma una sigla posso permettermela? E allora ve lo dico con tutto il cuore, con tutto il fiato che ho in gola ciò che ho potuto solo sussurrarmi a mente mentre aspettavo che partiva quel fantastico treno: ma AFMK!! A voi, a chi vi ha messo in quei posti di responsabilità, a chi non vi ha dato il senso del dovere e la coscienza da cristiani di saper fare il vostro mestiere rispettando chi, come voi, è una persona. Centinaia di persone, di ore e di minuti che si vanno perdendo e non ritorneranno più. Li avete presi voi.

Sperando sempre che – come diceva Troisi- prima o poi ci sarà un Mussolini capostazione.

Twitter: @valdigiacomo

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