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tony tammaro

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Il nuovo album di Tony (originale)

Tony Tammaro ha tradito! Si è venduto!  Non ci credo, mi è caduto un mito!

Sono queste le frasi che leggo e sento da qualche giorno, da quando si è diffusa la notizia che Tony Tammaro canterà sul palco del concerto di fine campagna elettorale per Lettieri. Scandalo! Il cantastorie più amato della napoletanità contemporanea ha deluso parecchi fan con questa scelta, a loro dire, degna del peggior mercenario e meritevole della peggior social-indignazione.

Eppure è normalissimo che i cantanti possano essere ospitati sui palchi della campagna elettorale, anche se in passato hanno cantato per partiti rivali. Che lo si faccia per affinità politica, per convenienza o per commissione è una libera scelta del cantante che, non dimentichiamolo, è un lavoro come un altro.

Certamente meno faticoso che andare in miniera, probabilmente meno stressante di un call center e non sempre più reddizio di un lavoro “normale”, ma nonostante sia un’attività che può sembrare divertente, anche fare il cantante è un lavoro, come il ballerino, l’attore, il comico, etc. e soprattutto anche il cantante paga le bollette, le rate dell’auto, l’affitto o il mutuo… insomma anche è una persona che lavora e ha una vita normale.

E la serata di Tony Tammaro sul palco di Lettieri non è nulla di più e nulla di meno di una giornata di lavoro, che l’autore di Patrizia e altri pezzi cult per almeno 3 generezioni avrebbe potuto rifiutare o meno, ma questa rimane una sua scelta.
Ora provo a girarvi la domanda: quanti di voi possono permettersi di rifiutare un lavoro? Quanti di  voi si assicurano che il committente sia politicamente in linea con le vostre opinioni?
Al di là di qualche risposta ipocrita credo nessuno.

Ed è proprio di questo che stiamo parlando: lavoro. Per quanto possa avere successo ed essere per molti di noi, me in primis, un mito assoluto Tony non è di certo Bono Vox o Madonna e non credo possa rinunciare a una serata con tanta leggerezza, considerando che oggi quasi tutti i cantanti e musicisti vivono principalmente di live molto più che di vendite.

Probabilmente, mai come in questo caso, è evidente una cosa, che passando dal palco dei CARC e dei Centri Sociali a quello di Lettieri, Tony Tammaro è l’esatto opposto di un venduto: è uno ca nun se ne fott’ proprio, nel senso buono, genuino del termine, è uno che si è chiamato fuori dalla bagarre elettorale e dal tifo partitico (che è molto lontano dal fare politica) e che fa semplicemente e onestamente il proprio lavoro.

Io non andrò a sentire Tony a questo evento, come non sono andato (e non andrò) a sentire Franco Ricciardi per De Magistris e a nessun altro concerto di questa campagna elettorale. Anche se sono artisti che seguo e ammiro  preferisco vederli quando il palco è loro ma da qui a perdere la mia stima o al sentirmi deluso per la loro partecipazione ce ne passa.

Forse non c’entra molto ma pensando all’ipocrisia di certe reazioni mi risuona un motivetto in testa:
A gent’ fanno tant’ ‘e signur ‘e po’ se fotton ‘e mellun!

Mentre come nella canzone Tony i suoi melloni se li guadagna onestamente, anche se a qualcuno può non piacere quello che fa.

Paolo Sindaco Russo

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Nel 2200 i residui assembramenti di umani si contendono le poche terre abitabili (ciò che resta dell’Argentina, un po’ di Nordeuropa e la lussureggiante Alaska). Un gruppo di studiosi dell’università di Helsinky ritrova una casciulella di cassette del bardo Tony Tammaro miracolosamente conservate. E’ evidente il gap qualitativo con tutta la produzione poetica dell’ era informatica. Gli studiosi, che annoverano esponenti illustri della tribu’ dominanti (un mix di etnie partenopo-brasiliane), eleggono il poeta vesuviano come il grande bardo del Cascettismo.

 
Nasce la critica Tamarriana.
 
Frammenti di questi studi giungono a noi grazie a un traffico di capsule intertemporali, prontamente insabbiate da agenzie governative deviate e diffusi da Anonymous.

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Nel frammento in esame il poeta è in ^vacanza^.
Un momento di svago, usanza cara ai giovani che si raggruppano sulla costa campana per esporsi a raggi Uva -in fasce orarie dove i raggi possono agevolmente superare l’ozonosfera e procurare ai giovani in ^vacanza^ simpatiche ustioni, fotocheratiti e microdanneggiamenti del collagene da esibire nelle varie occasioni di ritrovo sociale -.
Il poeta è lì, osserva i suoi coetanei, ne assorbe il linguaggio e crea, come in ognuno dei suoi canti, momenti di poesia purissima.
L’apostrofe, giocoso, che dà il via al canto è tra i segmenti poetici più memorabili e autentici prodotti nel finale di millennio.
Patrizia Oh-Oh-oh-oh
Un richiamo primitivo per rievocare il ricordo di un incontro. Patrizia. Figura femminile che il Tammaro, abbandonata la struttura del decasillabo a lui cara, dipinge affidandosi a un solido doppio settenario.

Eri la reginetta di tutta Baia Domizia
avevi un nome semplice, il tuo nome era Patrizia
eri una tipa splendida in mezzo agli ombrelloni
stringevi nella mano la tua frittata di maccheroni. 

Patrizia è il grande modello di donna tamarra. Non esibisce manufatti tecnologici o accessori di abbigliamento. Non vuole apparire. Ha un nome, e desideri, semplici. Ostenta avanzi di primo piatto immersi in brillanti oli vegetali, grassi polinsaturi per attirare la sua preda in un incontro romantico. Il poeta, col suo istinto finissimo, la distingue tra tante in mezzo agli ombrelloni.
L’innamoramento è istantaneo.
Come la consapevolezza che Patrizia non può accontentarsi di uno qualunque.
L’uomo vero deve emergere dalla massa. Deve farsi notare.

                                     E per conquistarti facevo ‘o buffunciello
                                  per essere notato facevo ‘e tuffe a cufaniello
L’amore lo rende sprezzante del pericolo. Nel tuffo a cufaniello, (embrione dell’attuale splash diving), il giovane non si lancia nell’acqua con banali pretese di estetica o efficienza atletica. No. Il maschio alfa tamarro deve schizzare intorno più acqua che può. Marcare il territorio.
Fatto questo, il rituale di accoppiamento diventa pura formalità. Un giocoso balletto che porta a termine con un corteggiamento d’altri tempi, castigato e scandito da un preciso sistema di regole.
Per i giovani di oggi, abituati alla moda scandinava della donna che si serve direttamente dell’uomo con un “like” che attiva lo sganciamento del chip di apertura della tuta termica, certi rituali così pudici e lunghi faranno sorridere, ma la scena del Tammaro va oltre il documento storico.
Si presenta in sella a un veicolo a combustione fossile, invita la sua bella all’accoppiamento con un approccio pregno di romanticismo e reticenze, un appartarsi che è anche trionfo della natura.

Facciamo un giro in vespa dentro la pinetina
se vuoi ti aspetto pure mentre finisci la frittatina
tu mi guardavi languida, dicevi: sei uno sciocco!
ci vengo sulla vespa se mi accatti la fella di cocco
Il poeta ha trovato la donna che lo completa.
E’ sempre incomprensibile come i contemporanei del Tammaro hanno emarginato un poeta di tale stazza. Lui, il padre del nascente Cascettismo. L’unico in grado di lasciare un segno di autenticità in mezzo a tanti cantanti tutti uguali, fighetti di plastica creati in un ufficio marketing.
Lui che ha dato un’identità, una lingua comune, il tamarriano, all’unica popolazione in grado di sopravvivere ai tanti disastri ecologici dominando le ultime terre emerse. Gli unici abituati a convivere col caos.
Continueremo ad ascoltare il fruscio vintage delle musicassette di contrabbando che facevi circolare tra i banchi di scuola, senza pensare al vile profitto, ma alla Gloria che ti aspettava tra noi posteri.
Continueremo a tramandare i tuoi canti, bardo poeta…

E quell estate magica mi misi con patrizia
la femmina più splendida di tutta la Baia Domizia

 

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I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
Italo Calvino – Italiani, vi esorto ai classici.

In questo divertente articolo Calvino cerca di una dare una definizione di classici, ne riesce a dare tante, 14 per la precisione, tutte valide ma in nessuna delle definizioni proposte riesce a raccogliere tutti gli aspetti della classicità.
Se non ci è riuscito un maestro come Calvino, autore di libri che sono poi diventati quasi per contrappasso dei classici io non mi azzardo nemmeno a definire cosa sono i classici, mi limiterò a dire i criteri che ho utilizzato per selezionare 10 canzoni Napoletane recenti che oggi possiamo considerare dei classici.

Un classico è un’opera, nel nostro caso una canzone, che ha passato indenne almeno un paio di generazioni, un classico è un punto di riferimento per chi ha seguito quel genere, un classico è un motivetto di qualcheanno fa che canticchiano tutti, indifferentemente da ceto sociale, estrazione economica, età, religione etc. Non c’è un criterio estetico e ho evitato i successi temporanei poi dimenticati, diciamo che un classico è una canzone che quando una persona la inizia a canticchiare rapidamente diventa un coro che coinvolge chiunque gli stia intorno.

Partendo da questi criteri molto poco scientifici ho provato a stilare l’elenco di 10 nuovi classici della canzone Napoletana, ho escluso autori molto recenti perchè ovviamente non hanno ancora avuto il tempo (una ventina d’anni) di maturare. Eccoveli in ordine casuale, ovviamente non è una classifica.

Gigione – La campagnola – Molti storceranno il naso e penseranno che  è una vergogna che lui stia questo elenco, ma nel frattempo in mente gli sarà partito il motivetto “Ma comm’è bell’ sta campagnola, poropo popo poropo popo“. Gigione è il più sincero esempio di musica popolare nel senso più vero de termine, un mito per tutto il centrosud, forse è il cantante con l’agenda più piena al mondo. I suoi motivetti orecchiabili, i doppi sensi, le battute da osteria fanno necessariamente presa su tutti, la Campagnola è la propnipote delle Villanelle e tiene viva la “musica da festa di piazza”.

99 Posse – Curre Curre Guagliò – Si può quasi dire che il Rap in Italia ha parlato prima Napoletano che Italiano. Anche se prima di Zulù 6 Co. in tanti si erano cimentati nell’allora innovativo genere musicale, i 99 posse furono fra i primi ad arrivare al grande pubblico. Curre Curre Guagliò nasce nel centro sociale Officina 99 e probabilmente era destinato a una piccola cerchia ristretta di appassionati, ma a distanza di 20 anni è ancora ascoltatissima, recentemente è stata inserita in un’antologia per le scuole, viene citata da Elio e le Storie tese nell’esilarante canzone sul Primo Maggio. Se ancora oggi i ragazzi più giovani la conoscono e le canticchiano è perchè quel testo forse ha appeal più sociale che politico.

Lucio Dalla – Caruso – Dalla non è nato a Napoli, e Allora? Neanche D’Annunzio era un nostro compaesano ma questo non fu il limite per non fargli scrivere ‘A vucchella. Il cantautore bolognese di nascita ma Napoletano per passione ha omaggiato il grande Caruso con strofe cantautorali e un ritornello che sembra strappato ai grandi classici della nostra musica. Il Te voglio bene assaje finalmente diventa passione e non viene seguito dal triste ma tu nun pienz a me

Nino D’Angelo – Napoli Napoli – Nino ha scritto centinaia di canzoni, spesso più belle di Napoli Napoli, ma questa canzone è la prima ad aver raccontato il vero legame fra città e squadra di calcio, ad aver cantato il ruolo di rivalsa sociale del tifo Napoletano. Molti ci hanno provato dopo, anche cantautori blasonati ma non hanno avuto la stessa ispirazione. Legato al momento più bella della storia del Napoli, rimane l’inno di tutti gli eterni bambini che amano ancora sognare.

Tony Tammaro – Patrizia – Credo che nessun artista al mondo abbia “sposato” il proprio personaggio come Vincenzo Sarnelli ha fatto con Tony Tammaro. Il muro di Berlino era appena stato abbattuto e noi ragazzini ci  passavamo la “cassetta di un cantante che fa troppo ridere“. Da quel momento a Napoli e provincia il nome Patrizia è indizzolubilmente legato alla reginetta di Baia Domizia, ogni chitarrista da falò ormai la impara prima ancora de La canzone del sole.

Claudio Mattone – ‘A Citta’ ‘E Pulecenella – Nata per un musical è diventata subito popolarissima, racconta il bene e il male della città, ne presenta controsensi e paradossi senza luoghi comuni. Appena uscità aveva già l’aria di essere un classico, e così è stato.

Ciro Rigione – Chillo va pazzo pe’ tte – Anche qui forse qualcuno storcerà il naso, ma la musica NeoMelodica è parte della nostra cultura. Questa Canzone di Ciro Rigione, all’epoca ancora noto come Ciro Ricci, ebbe una diffusione enorme e l’autore sembrava essere il predestinato, quello che avrebbe portato le canzoni neomelodiche al grande pubblico. Purtroppo per lui non fu così ma questo pezzo non è mai tramontato, recentemente anche Franco Ricciardi ha proposto una sua versione.

Squallor – Curnutone – La storia della musica italiana è passata dalle loro mani. Savio, Bigazzi, Pace e Cerruti sono i nomi che si leggono di fianco a tutti i grandi successi della discografia nazionale. Insieme crearono il gruppo che ha aperto le porte del comico, del surreale e talvolta del grottesco alla musica leggera. I più grandi capolavori degli Squallor sono in Napoletano e hanno la meravigliosa voce di Totò Savio. Curnutone è una di quelle canzoni senza età che difficilmente verrà dimenticata.

Gragnaniello – Cu’ mme – Nella finale di Amici della scorsa edizione i The Kolors presentarono una loro versione di questa canzone. Stash, il cantante del gruppo, forse non aveva neanche iniziato l’asilo quando Murolo e Mia Martini portarono al successo questo struggente pezzo di Gragnaniello. Vero capolavoro che si inserisce nella tradizione più raffinata della musica Napoletana.

Pino Daniele – Napul’è – Le canzoni di Pino diventate dei classici sono tante, tantissime, ma questa ha definito la nostra città in pochissime parole che difficilmente verranno dimenticate. Questa scelta non ha bisogno di nessuna motivazione.

Queste sono le mie, sono curioso di sentire le vostre proposte.

 

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il Re dei Tamarri si racconta

Il nuovo album di Tony (originale)

Chi non ha cantato almeno una volta in gita, in spiaggia o a scuola una canzone di Tony Tammaro? Negli anni il “Re dei Tamarri” ha confezionato una miriade di successi che hanno riempito le giornate di milioni di persone. Una popolarità non solo napoletana, canzoni come “Patrizia”, “Scalea”o “Anni ’60” e tante altre hanno sconfinato parecchio fuori dalla Campania. Ma ridurre Tammaro soltanto ad un fenomeno parodistico sarebbe riduttivo. Dietro al personaggio del “tamarro”, costruito con precisione e realismo, c’è un professionista di altissimo livello che sa costruire dei testi sempre divertenti e originali dove il cattivo gusto non trova mai spazio. Una leggerezza nell’osservazione del circostante che è ormai un suo tratto distintivo dopo ormai quasi 30 di carriera senza mai bucare un album.

Sei apprezzato da persone di tutte le fasce sociali e culturali. C’è chi semplicemente si diverte con i tuoi pezzi e chi invece legge tra le righe quella cifra stilistica innovativa che riesce a prendere in giro il “trash”, in modo trash. Qual è il tuo rapporto con il trash e quanta consapevolezza c’è e c’era nella creazione delle tue canzoni? Lo fai solo per puro divertimento oppure questa originalità stilistica è pensata?

Non amo la parola “trash”, in quanto letteralmente significa “monnezza”. Parlerei piuttosto di “Kitsch” che è il cattivo gusto su cui ironizzo mettendoci spesso la mia faccia e venendo talvolta frainteso. Prima di rendere pubblica una mia creazione faccio un lungo lavoro di editing. Diciamo che verifico ciò che scrivo seguendo un po’ di punti cardine che sono il marchio di fabbrica del mio lavoro: originalità degli argomenti trattati, orecchiabilità delle musiche, una battuta che strappi una risata ogni quattro o cinque righe di testo. 

Sei stato il primo ad individuare la figura del “tamarro”, poi dopo si sono accodati altri artisti come Verdone, Piotta, Checco Zalone. Com’è nata la cosa? E sei contento di avere tanti imitatori?

I tamarri erano e sono li da secoli, solo che nessuno ne aveva cantato prima le gesta, salvo rari casi. In ogni modo, quando c’è qualcuno che si inserisce in un filone che hai creato, vuol dire che il tuo lavoro non era poi tanto male. Non mi dispiace che altri seguano le mie orme, soprattutto se lo fanno osservando cose che a me erano sfuggite. Zalone è uno che riesce spesso a farmi ridere di gusto. Verdone è un grande osservatore della società italiana e ha spesso toccato magistralmente argomenti “tamarri” diversi anni prima che io iniziassi il mio lavoro.

Hai iniziato con riferimenti a Nino D’Angelo (il ribaltabile, il caschetto, le cazette), poi sei arrivato a Gigi D’Alessio con quel “Vattene a vivere a casa di Gigi D’Alessio”, quale può essere invece oggi un soggetto da parodizzare? 

Assolutamente i rappers. Qualcuno tra loro è davvero ridicolo.

30 anni di carriera facendo sempre critica sociale e di costume, quasi mai un accenno alla politica mentre altri tuoi colleghi facevano successo sfottendo i politici. Come mai non hai seguito quella moda?

Proprio perché di moda si tratta. La politica lascia il tempo che trova. Dove sono finiti oggi quelli che facevano satira su Enrico Letta o su Mario Monti? Fare satira politica è stressante, devi sempre stare a inseguire il politico di turno. Meglio fare satira sui costumi degli italiani. I film di Alberto Sordi, che questo facevano 40 anni fa, si possono guardare ancora adesso e strappano ancora una risata.

Hai tenuto uno splendido concerto ai Camaldoli (di cui abbiamo simpaticamente riferito) nello stesso giorno in cui c’era il mega evento di Jovanotti al San Paolo. Una sorta di contro-concertone a quello del “ragazzo fortunato”, per Napoli è stata una specie di contro-festival di Sanremo. Ecco, hai mai pensato di andarci in gara all’Ariston? Soprattutto viste le ultime performance comiche abbastanza penose (Siani con gli sketch, Bigio e Mandelli in gara). Anche se – ricordiamo – in “Gole ruggenti” hai già calcato quel palco.

Seguo Sanremo da quando avevo sei anni. Anche Sanremo è una bella passerella dei vizi e delle manie degli italiani. Lo trovo insuperabile per capire il trend del momento. L’anno scorso, ad esempio, andava di moda la sfiga da crisi, sia nei rapporti sentimentali che in quelli di lavoro. Negli anni in cui l’economia gira bene, invece, saltano fuori i Ricchi e Poveri con qualche ritornello facile facile da cantare al karaoke.. Ci andrei volentieri a Sanremo, ma giusto per farmi due risate, come dovette farsele Elio quando presentò la sua “Terra dei cachi”.

Il pezzo a cui sei più legato?

Sinceramente il “trerrote”, che più di ogni altro inquadra la malafede dei “finto buoni”. Da un lato ci si commuove per uno che ha avuto un incidente, dall’altro si va a fare sciacallaggio delle sue cose, visto che ormai i “meloni” stanno li, alla portata di tutti.

Progetti futuri?

In questi giorni sono in trattativa con una nota emittente radiofonica della Campania.

Il tuo rapporto con il calcio e con il Napoli. Il tuo giocatore preferito nella storia e quello attuale?

Ho sempre affermato che le passioni, tutte le passioni, quando diventano estreme, si portano via un bel pezzo della tua vita e non ti consentono di fare altro. Seguo il Napoli dedicando a questa squadra che amo un paio d’ore alla settimana. Il tempo di guardare la partita, lasciarmi andare a qualche commento e poi spegnere il televisore. Non delego alla squadra il riscatto di qualche mia insoddisfazione personale. A risolvere i miei problemi ci penso io. Tra tutti i calciatori che hanno vestito la maglia azzurra e che ho avuto modo di ammirare, quello che ricordo più volentieri è Ruud Kroll. Un vero signore al centro della difesa e un lottatore vecchio stile alla Facchetti o alla Burgnich.

Per chiudere. Tanti attori, cantanti, e uomini di spettacolo eccelsi sono stati rivalutati solo dopo molti anni. Ti ritieni anche tu fra questi?

Spesso mi dicono che sono avanti coi tempi. Mi ritrovo spesso a pensare al fatto che il successo, quello vero, non potrò godermelo. Potrebbe arrivare tra 50 o addirittura 100 anni, ma sono certo che arriverà, in ogni caso, dopo di me. La mia è stata una “vita da mediano”, giusto per citare qualcun altro ogni tanto.

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Serata per viviani , foto d'epoca

Qualche tempo fa ero in macchina con un’amica cantante, guidando iniziai a canticchiare la canzone O’Malamente, dopo un po’ mi accorsi che lei mi guardava, credevo che fosse rimasta incantata dalla mia voce stonata, che fosse stata rapita dal mio stridulo acuto, invece mi sbagliavo, immediatamente mi supplicò di smettere, però rimase incuriosita dal testo.

Mi chiese come si chiamasse la canzone e chi la cantava, allora stupito gli dissi che il pezzo era stato scritto dal maestro Viviani, e che io l’avevo conosciuto grazie a Peppe Barra e che apparteneva ad un vecchio genere musicale nato a Napoli, che aveva visto la sua fortuna nell’arco di tempo che va da inizio secolo fino agli anni quaranta.

Quel genere musicale si chiamava “ Canzoni di Giacca” il nome era dovuto al fatto che il cantante quando si esibiva lo faceva vestito in un modo molto elegante, per l’appunto con una bella giacca.
Quando si parla di musica napoletana erroneamente si mescolano generi diversi senza tenere conto delle molteplici anime che insieme compongono gli oltre 500 anni di storia della musica partenopea.
Tra tutti i generi, quello di Giacca forse è stato il più bistrattato, probabilmente dovuto al fatto che venisse chiamato anche “Canzoni di Malavita“. Effettivamente c’erano pezzi che lodavano le gesta del guappo di quartiere, ma nell’insieme era vero il contrario, basta leggere un testo per accorgersi che nella maggior parte dei casi “O’ Malamente” veniva sbeffeggiato.

Uno dei brani più famosi è Guapparia di Libero Bovio, leggendo attentamente il testo vi renderete conto, che in quel caso il Guappo di turno non decanta le sue gesta, ma si lascia andare in una struggente constatazione: per amore aveva perso tutta la sua smargiasseria.
I testi sono diversi come gli autori che hanno fatto la storia della musica partenopea, potrei citare Viviani con Bambenella e coppe ‘e quartiere, Pisano con O’ Marenaro (erroneamente chiamata Papel’ ‘o Marenaro) e tante altre.

Adesso vi chiederete perché tutta questa bella storia? Ce n’era davvero bisogno? Ebbene si, perché quando si parla di Napoli e dei suoi generi musicali troppe volte si fa con la puzza sotto il naso e in modo superficiale, la musica di giacca come quella neomelodica viene catalogata come espressione minore del panorama artistico , tutto questo viene fatto in modo frettoloso e senza tener conto dell’eccellenza che questi generi possono contenere al loro interno.


Noi di Soldato Innamorato da questo punto di vista non ci lasciamo trascinare da giudizi superficiali, per questo nei nostri articoli ci piace parlare del panorama musicale Napoletano a 360 gradi, in altre occasioni abbiamo parlato di Franco Ricciardi, Tony Tammaro, Gianluca Capozzi, Edoardo Bennato, Epo, Foja, Sepe, Maurizio Capone e 24 Grana, solo per citare i più famosi.

La nostra mission e quella di salvaguardare la Napoletanità in tutte le sue forme, indifferentemente dai generi, ci piace valutare le emozioni che questi artisti sanno regalare.
La mia amica dopo quella piccola spiegazione è rimasta incantata dai cantanti di Giacca e dalla loro storia, adesso sto aspettando che mantenga la sua promessa: Inserire un pezzo di giacca nel suo repertorio.

Marco Manna

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Stesso giorno, stessa ora

Il nuovo album di Tony (originale)

È domenica 26 Luglio, in città non si parla d’altro che del concertone del San Paolo di Jovanotti con i suoi super-ospiti. Quando tra gli appuntamenti della giornata vedo che alla stessa ora e allo stesso giorno del Jovanotti&Friends, al Parco dei Camaldoli, Tony Tammaro ha deciso di fare anche lui un concerto. È previsto nel programma di un’iniziativa di quelle robe comuniste retrò (con tutto il rispetto eh) in cui si parla di un “mondo migliore”, “lottare per cambiare”, “insieme contro il male” ecc. ecc. Che quando senti certe parole pensi che stia per arrivare Superman col suo mantello rosso per salvare la Terra, ma al posto della “S” sul petto abbia la falce e il martello. Pure la porchetta che servono agli stand è quella degli anni ’70. Sembra essere catapultati a 40 anni fa: solo che ci sono gli smartphone al posto degli eskimo e il selfie in luogo delle citazioni di Pasolini.

Non ti aspetteresti mai tanta gente a causa del concertone del San Paolo, la non semplicissima location (‘ncoppe ‘e Camaldoli) e il lunedì seguente lavorativo… Ma visti i proclami che fanno dal palco contro la disoccupazione giovanile capisci che qua, il giorno dopo, sono in pochi che hanna ì a faticà.

Tony sul palco dei Camaldoli
Tony sul palco dei Camaldoli

Patrizia oh oh oh”. Tony comincia con i “grandi classici” davanti ad almeno 4-5000 persone euforiche accorse per ascoltarlo. E più il “Re dei Tamarri” va avanti e più ti accorgi che in realtà Tony, di “grandi classici”, ne ha scritti una valanga. Tanto che in un concerto di oltre due ore non riuscirà ad eseguire tutti i suoi cavalli di battaglia. Inevitabili i riferimenti al concertone del San Paolo quando Tammaro con la consueta genialità afferma: “Io – tecnicamente – stong ‘acopp a Jovanotti perché io stong ‘ncoppe ‘e Camaldoli e lui abbasce a Fuorigrotta”. Ma non è solo una questione “geografica”, anche se in scala ridotta l’arena del Parco collinare sembra essere diventata per davvero uno stadio gremito. Sembra una partita del Napoli in Champions League. E così parte quella poesia che è “SuperSantos” mentre una macchia di arancione in mezzo al blu svolazza materialmente tra i fan sempre più su di giri perché Tony – come si dice in gergo – tiene il palco come pochi sanno fare.

Parco dei Camaldoli gremito prima del concerto
Parco dei Camaldoli gremito prima del concerto

Seguono tutta una serie di successi. E mentre Tony canta io ripenso a quanta vita, quante serate e quanti amici hanno fatto incontrare le sue canzoni, risolto giornate noiose e dato allegria a migliaia di napoletani e non. “Scalea”, “Mio fratello fuma a scrocco”, “Teorema”, “O trerrote”, “Il parco dell’amore”, “Anni sessanta”: con i suoi pezzi forti avrebbe potuto continuare per giorni. Tutti questi successi sono intervallati da quelli che saranno i suoi futuri cavalli di battaglia contenuti nel suo nuovo album dal respiro internazionale che si intitola “Tokyo, Londra, Scalea”. Come sempre il “Re dei Tamarri” non rinuncia alla “denuncia sociale”: la sua “Equitalia” è un racconto divertentissimo e non così distante da quello che accade a tanti italiani quando hanno a che fare con la famigerata agenzia di riscossione.

Ma probabilmente il nuovo tormentone dei “tamarri” contenuto nel nuovo album sarà “Nannina”, una donna che porta ‘o pulmanino. Da ammazzarsi dalle risate. Come sempre.

Mentre seguo il concertone di Tony Tammaro – al secolo Vincenzo Sarnelli – noto davanti a me un bimbo di non più di 10 anni letteralmente pazzo di Tony. Più in là persone di ogni età che raccontano di quanto il mito del pop “demenziale” sia transgenerazionale. Sul palco Tony chiama a ballare o a cantare ragazze e ragazzi ventenni le celebri “Aerobic Tamardance”, “Michè” “U strunzu”. I giovanotti, da veri tamarri inside – si vede che hanno appreso la lezione del loro Vate – ne approfittano per fare dei selfie con Tony direttamente sul palco facendo il muso a pucchiacchella come va di moda oggi.

Non so cosa sia accaduto al San Paolo, cosa abbiano fatto Jovanotti ed Eros in ricordo di Pino. Al Parco dei Camaldoli Tony ha tenuto un concertone epico, intenso, emozionante. Magari le sue canzoni non salveranno il mondo come vorrebbero fare i giovanotti coi cani al guinzaglio e i capelli ‘nzevati. Ma sicuramente i suoi album hanno alleviato da giornate storte migliaia di persone. E sicuramente “Mixed by Erri” – quello che gli piratava le musicassette negli anni ’90 – oggi terrà la barca a mare, come minimo. E a nulla vale che Tammaro oggi canti in un suo nuovo pezzo con Sergio Carlino “I sing for money”, “Io canto pe ‘e sord”. Beh, pirateria permettendo. Grazie di esistere Tony, massimo rispetto! Sei il nostro “soldatoinnamorato” honoris causa.

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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In una mitica pubblicità di Tony Tamarro un ragazzino chiedeva alla madre “Mammà aggia ‘i a spiaggia, che me port’ ‘a magnà?” e una voce fuoricampo esclamava “Fatt’ na marenn’!
La marenna, come vedremo, è una delle soluzioni più pratiche per andare a mare, ma la cultura napoletana ci offre altre 4 valide alternative che vedremo nel dettaglio, qual è la vostra preferita?

Gattò di Patate – Lo sformato di patate farcito noto come Gattò (che da uno sparuto gruppo di persone viene ancora elegantemente pronunciato Cattò) è un tipico piatto estivo in quanto, oltre ad essere pratico da portare, è ottimo da mangiare anche freddo. L’impasto di patate, uova, latte e burro (anche se ne esistono diverse varianti) e il ripieno di salumi, formaggi grattugiati e a pezzi, e per gli amanti del macrobiotico, anche di uova sode lo rendono un piatto leggero, un simpatico pasto da fare al volo per poi correre a divertirsi con il gioco da spiaggia più amato da tutti: il 4 bastoni sotto l’ombrellone.
Frittata di Maccheroni – La regina è lei. Bianca o rossa, farcita o vuota, pasta lunga o pasta corta, alta o bassa, arruscata o sciuliariella, ogni mamma sa come piace al figlio e se i figli sono due ne fa una metà più bruciacchiata per il maggiore e una più crudarella per il piccolo. La frittata di pasta è pratica e veloce ma anche poetica, ricordate cosa stringeva nella mano la mitica Patrizia? La frittata di maccheroni ha una caratteristica unica nel suo genere: puoi portartene 146 spicchi fatti con 143 kg di pasta e 1460 uova, ma non ne riporterai indietro neanche un pezzettino.
MarennaAltrove ho scritto una famoso decalogo sulla marenna da stadio, articolo copiato un po’ ovunque, bene la marenna da mare è leggermente diversa, c’è più elasticità sui salumi per esempio, un must è il panino tonno e pomodoro. Nella marenna estiva sono graditissime le verdure di stagione: melanzane arrostite, parmigiana di melanzane, puparuolilli di ciumme, peperoni etc. le polpette al sugo sono perfette in ogni stagione, cotoletta e salsiccia sono energia per fare e per pensare ma, permettetemi un omaggio a mia nonna, la marenna con alici indorate e fritte con la spruzzata di limone rendeva spettacolare e meglio dei Caraibi anche un bagno fra gli scarichi delle navi da crociera al molo beverello (non l’ho mai provato ma immagino sia così). La marenna d’estate permette una vera sciccheria, sui cofani arroventati delle macchine si può ricreare un effetto panino alla piastra che rende la marenna più fragrante e gustosa.
Ruoto al forno – La pasta al forno, che il napoletano ha trasformato con una metonimia in Ruoto al Forno, è un piatto tipico della domenica in spiaggia. Fa contenti grandi e piccini, è comodo da portare e porzionare, si prepara rapidamente (bastano pochi minuti per preparare la salsa, friggere le melanzane, friggere le polpette, tagliare il fiordilatte, o altro latticino, grattugiare il formaggio, cuocere la pasta, assemblare il tutto e cuocerlo), per cui ogni mamma per praticità si sveglia alle 4 del mattino e lo prepara per tutta la famiglia, ne fa un po’ più pe’ chissà. Ovviamente non compare tutte le domeniche, e la famiglia che sfodera il suo ruoto al forno è la più invidiata della spiaggia, i meno timidi riescono anche a ottenere quella parte in più preparata pe’ chissà.
Frutti di mare – Purtroppo è una tradizione che sta sparendo, sono veramente pochissimi, praticamente nessuno, quelli che si armano di maschera pinne, coltello da cucina e retino per farfalle e vanno a staccare dagli scogli qualsiasi forma di vita, anche apparente. Tutto ai limiti della legalità, principianti si fermano alle cozze per cena, qualche patella o riccio per pranzo, i professionisti cacciano un repertorio di cozze pelose, uocchie ‘e Santa Lucia, carnumm’, patella reale etc. e tornati a riva (o in barca, perché di solito i migliori vanno in barca) armati di solo coltello e limone pasteggiano con eleganza. Ci si mette un po’ di fatica, ma quando oltre le cozze si raccoglie anche un polipetto o un rancio fellone, la gioia e doppia perché anche la cena è a posto, anche se il polipetto arriverà a casa senza ranfetelle, perché mangiate crude sono deliziose!

Paolo Sindaco Russo

 

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