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L'esperienza a Repubblica

@lapresse Cronaca 20/03/2011 Blindato il comando operativo di Napoli - Capdodichino dove si coordinano le operazioni aero-marittime e sottomarine di attacco alla Libia.

Quando collaboravo con Repubblica riuscii a scovare una notizia facendo un giro alla base della US Navy di Gricignano d’Aversa. Era il 2008 e in piena crisi rifiuti indagavo su una segnalazione che mi era giunta di un rapporto del Dipartimento per la Salute statunitense in cui si consigliava ai militari americani di dismettere le basi Nato nella “terra dei fuochi”. Fu poi intimato ai militari di stanza a Napoli che abitavano sul litorale domitio di non usare l’acqua del rubinetto nemmeno per cucinare o lavarsi a causa dell’altissimo inquinamento delle falde acquifere in alcune zone. Infatti in quel periodo scrissi diversi articoli sull’argomento. Uno riportava di una ricerca americana in cui si confrontava il tasso di malformazioni dei neonati concepiti nelle basi campane con quelli concepiti nelle basi all’estero. Un altro dava notizia di una torre di controllo costruita sempre dagli americani per monitorare la qualità dell’acqua e dell’aria in Campania. (Non vi fa male se date uno sguardo ai link in azzurro per farvene un’idea).

Articoli che non mi diedero né fama, né particolare attenzione, tranne da parte di qualche movimento ambientalista. Allora avevo compiuto da poco 26 anni, fresco laureato. Per sostenermi in quegli anni prestai servizio civile proprio nell’epicentro della Terra dei Fuochi, al Villaggio Coppola, lavorando con i minori a rischio in situazioni familiari difficili: figli di immigrati, prostitute, carcerati. Riscosse invece attenzione un altro articolo che pubblicò sempre Repubblica. Mi chiamarono persino dal Tg1 per sapere se potevano utilizzare il mio articolo per confezionare un servizio e per avere da me maggiori informazioni. Diedi l’assenso. Per giunta senza chiedere nulla in cambio.

i survivedSapete di cosa parlava quell’articolo? Di alcune t-shirt in vendita nella base di Gricignano sulle quali erano raffigurati per mezzo di alcune vignette i problemi di Napoli. Su una c’era scritto persino “I survived in Naples”… Su un’altra il decalogo sullo stile di guida degli italiani: inversioni in autostrada, abbaglianti sempre accesi, mancato utilizzo delle frecce direzionali… Per la prima volta una mia notizia venne persino ripresa dal portale nazionale di Repubblica tra le news più virali nell’homepage del sito web italiano maggiormente visitato.

Fu per me un orgoglio. Oggi con qualche anno in più, con una carriera che bene o male ha preso la propria strada, alimenta invece in me più di qualche inquietudine questa storia.

maglietta drivingMi fa capire che il web genera spesso mostri. Notizie realmente importanti e cruciali per la cittadinanza vengono relegate in secondo piano. Mentre episodi di mero folklore, con un carattere di originalità e più “terra terra” hanno assai più risalto. E la colpa probabilmente non è dei quotidiani. Loro le notizie le pubblicano, magari senza darne il giusto risalto, come accadde a me per gli articoli sugli allarmi lanciati dai marines americani. La colpa, se di colpa si può parlare, è invece nostra che alimentiamo tutto un mercato indirizzando i nostri click e la nostra attenzione su cose di poco conto. Anche Roberto Saviano, ad esempio, ha avuto un ruolo meritorio nel portare all’attenzione determinati meccanismi. Eppure in Gomorra non c’era scritto quasi nulla di nuovo di ciò che si poteva leggere sfogliando con attenzione uno dei quotidiani della nostra città.

Questo episodio personale fa poi riflettere su come la nostra città riesca a far parlare di sé sempre e solo per episodi legati al folklore, alla ammuina. Come se Napoli fosse da sempre una città immobile, senza pretese di poter essere considerata, pur nelle sue specialità e unicità, un luogo normale dove le persone si svegliano la mattina e vanno a lavorare, prelevano i figli a scuola e magari a sera si concedono pure di cenare con una cotoletta milanese.

Anche per questo disdegno spesso certi racconti romanzati sulla nostra città. Come quella del pianoforte di Piazza Garibaldi che, come scrissi, sta diventando sui social una nenia insopportabile peggio delle foto dei gattini.

A Napoli c’è tanto altro, nel bene e nel male. E se di quel male non sapremo parlarne, non sapremo dedicargli la dovuta attenzione, allora si che questa resterà per sempre una città immobile, senza scatti, senza emancipazione dai propri peccati. E pensare che l’unico luogo di diritto deputato al folklore, lo stadio, è proprio il posto dove invece i colori e le ironie partenopee stanno scomparendo. Anche per questo il nostro sito web abbiamo deciso di chiamarlo soldatoinnamorato. Perché almeno allo stadio lasciateci cantare. Fuori dal San Paolo lasciateci invece campare. Oggi i social e il web rivestono un’importanza fondamentale nella nostra società. Non bisogna demonizzarli, basta saperli usare. Questa storia che vi ho raccontato non è un tentativo autocelebrativo, per fortuna non ne ho bisogno. Ma se ancora attraverso il giornalismo si può fare qualcosa per cambiare le cose nella città che amo, allora forse ne è valsa la pena a parlarne.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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Dialogo con l'inventore di un genere tv

25/11/2012, Milano, presentazione del movimento di opinione di Emilio Fede 'Vogliamo Vivere'.

«Oggi Berlusconi ha subito un’operazione chirurgica, ma gli ho mandato soltanto un messaggio. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono era per il suo compleanno quando facemmo una lunghissima chiacchierata». 

Ho l’occasione di intervistare Emilio Fede, uno dei giornalisti più importanti e soprattutto discussi della storia italiana. E poi, diciamoci la verità, dici Fede e pensi a Berlusconi, pensi a Berlusconi e dici Fede. Un rapporto inscindibile quello dell’ex premier e dell’ex direttore del Tg4 nell’immaginario collettivo. E allora che domande potrei porgli per non far risultare questo dialogo scontato? Gli chiedo di Ruby, di processi o di alte morbosità che sono già apparse negli anni scorsi su rotocalchi e quotidiani?Tra l’altro non sono un appassionato di gossip, né di un giornalismo che vuole mettere spalle al muro l’intervistato con fare accusatorio. Ci sono colleghi poco stimati che, pensando così di dimostrare qualche capacità maggiore, si mettono a “sparare sulla croce rossa” del malcapitato avviluppato in qualche caso mediatico. In genere sono quelli che sanno essere molto forti con i deboli e molto deboli con i forti… E allora – nella convinzione di ritenermi un napoletano d’amore di Bellavistiana memoria, così come lo è il nostro soldatoinnamorato.it – ho deciso di fare il tutt’altro. Poi voi lettori giudicherete.

Il libro di Fede "Se tornassi ad Arcore"
Il libro di Fede “Se tornassi ad Arcore”

Emilio Fede oggi ha 84 anni. Di spirito ne dimostra 60 di meno. Tendono tutti a ricordare il suo ultimo ventennio insieme a Berlusconi quale giornalista “devoto al padrone“. Molti meno ricordano tutto ciò che quest’uomo ha dato al giornalismo italiano, annoverato a ragione da molti critici televisivi ed esperti, come inventore di un genere poi ricopiato o imitato, spesso male, da altri.

«Quando Enzo Biagi compì 80 anni – dice Fede oggi – si organizzò una grande festa in un teatro di Milano per rendergli onore. Lui – ricorda commosso – volle che solo cinque giornalisti salissero sul palco con lui: e fra questi c’ero io». Fede è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro: “Se tornassi ad Arcore”. Giovedì farà tappa anche a Napoli dove al Tennis Club di viale Dorn racconterà la sua storia.

Arcore pure nel titolo, ma allora direttore, la tua è una vera e propria fissa con Berlusconi? 

«In realtà – racconta Fede – di Berlusconi si parla pochissimo nel libro. Il titolo dovrebbe continuare: “Se tornassi ad Arcore sono ca… vostri!”. Vorrei solo spiegare che chi, con una lettera anonima, mi ha fatto estromettere da Mediaset ha commesso una ca…ta mostruosa. Ma ti rendi conto di cosa ho rappresentato io per il giornalismo italiano?».

Eh si, assunto da Enzo Biagi, inviato in Africa per la Rai per circa otto anni in oltre 40 Paesi…

«Sono stato il primo a conoscere Gheddafi, l’imperatore di Etiopia chiedeva che soltanto io l’intervistassi. Potrei raccontarne tante, sono stato tra i pochi a raccontare l’Africa nell’epoca della post-colonizzazione. Ho persino contratto una malattia nel Continente nero e sono dovuto ritornare».

Poi l’esperienza con Zavoli e la conduzione del Tg1. Sarai ricordato anche come il primo conduttore italiano di un Tg a colori. 

«Penso si possa ben dire, come molti mi riconoscono, che Emilio Fede è la storia del giornalismo italiano».

I momenti più emozionanti?

«Quando ho condotto il Tg1 erano momenti durissimi per l’Italia, ci fu la crisi della P2 ad esempio. Ho ancora conservata una lettera di Bernabei in cui mi ringraziava per il servizio reso al Paese perché le cose sarebbero potute precipitare in maniera diversa. Ma i momenti più emozionanti sono stati certamente il terremoto del Belice e la tragedia di Alfredino Rampi a Vermincino.  Per il racconto del terremoto, nonostante le immagini strazianti di distruzione che arrivavano, cercai in ogni modo di non mandare nel panico la popolazione. Ma ti rendi conto che responsabilità si aveva allora nel condurre un Tg?»

Per la no-stop di 18 ore da Vermicino dopo la caduta di Alfredino Rampi nel pozzo, 26 milioni di telespettatori incollati davanti alla tua edizione speciale…

«Appunto. E ricordo quando mi chiamò Maccanico, allora Segretario Generale al Quirinale, per dirmi che sul posto stava per arrivare Pertini. Pensavamo tutti – dice visibilmente commosso – di raccontare un fatto di vita, invece raccontammo un fatto di morte».

E poi Mediaset, oggi tutti ricordano l’Emilio Fede del Tg4.

«E sbagliano! Dimenticano il mio Studio Aperto, fui il primo a dare la notizia dello scoppio della Prima Guerra del Golfo». 

Beh anche il primo a rendere noto del rapimento in Iraq dei nostri due piloti, Bellini e Cocciolone…

«Con il Tg1 dall’altro lato che cercava di calunniarmi dicendo che la notizia non fosse vera…».

E oggi che giornalismo si fa?

«Beh credo che l’80% dei miei colleghi sia totalmente incapace. Del resto giornalisti si nasce, non lo si diventa. Però ci sono ottimi professionisti sia a Sky con giornaliste bravissime e bellissime, alla Rai c’è Bianca Berlinguer che è molto capace, a La 7 una fuoriclasse come Lilly Gruber, a Mediaset Mimun fa un ottimo telegiornale ed è molto bravo Capuozzo per gli approfondimenti».

E se dovesse dare un consiglio alle nuove leve? 

«Quello che dicevo io ai “miei ragazzi”: quando uscite portatevi un cestino!».

Cioè?

«Portatevi un cestino e metteteci dentro tutti gli aggettivi! La realtà non ha bisogno di aggettivi per essere spiegata, a quello ci pensano le immagini. Poi se c’è da trasmettere un’emozione ci sono le espressioni, il viso, la mimica, il sorriso, il sudore e, se capita, gli occhi lucidi. Ma avviene spontaneamente, non si può studiare a tavolino. Per questo si nasce giornalisti, non ci si diventa. Bisogna avere un fuoco dentro, una passione».

Direttore, però si parla di te sempre per Berlusconi…

«Viviamo in simbiosi anche processualmente. A lui danno 7 anni e a me altrettanti, lui viene assolto e a me annullano il processo. Comunque la mia vita, si, è stata per molto tempo legata a lui e io non rinnegherò mai il nostro rapporto, anche se ormai ci sentiamo e vediamo raramente».

Però non lavori più a Mediaset…

«La vivo come la più grande ingiustizia della mia vita. Ma chi mi ha fatto fuori la pagherà cara. Non possono dipingere me come un mostro dopo tutto quello che ho dato al giornalismo italiano e che sento ancora di poter dare».

A proposito di giornalisti italiani, ha seguito la vicenda di Mentana che abbiamo intervistato l’altro giorno? Ha fatto una gaffe con i napoletani dando del ‘Pulcinella’ ad un collega napoletano?

«Non lo so, va detto che spesso su internet si scatenano spesso polemiche assurde. Posso solo dire che io, avendo moglie napoletana (l’ex senatrice Diana de Feo n.d.r.) sono innamoratissimo di Napoli. Al punto che l’ultima parte del mio libro l’ho dedicata proprio a questa città che amo e mi emoziona incredibilmente. Anzi posso dirti una cosa?».

Prego

«Quello che guadagnerò con “Se tornassi ad Arcore”, con il mio libro, il ricavato lo donerò a qualche famiglia povera napoletana».  

Eh, mi sa che per raggiungerne un bel po’ questo libro deve vendere tanto, oppure ne devi scrivere qualcuno in più…

«E io per questo ho concluso il libro citando Eduardo: “Adda passà ‘a nuttata”».

Speriamo direttò, ma i tempi sono cambiati, per fortuna stiamo meno “inguaiati” rispetto al dopoguerra. E per te quando passerà la nottata?

«Quando tornerò a Mediaset…».

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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