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terrorismo

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L'incubo del terrorismo

«Per tutta la durata della guerra che si prevede lunghissima la vita cittadina si svolgerà su di un piano normale. I pubblici ritrovi, i teatri, cinema, ristoranti, locali notturni, sale da ballo ecc. svolgeranno i loro programmi normalmente e rispetteranno gli orari di apertura e chiusura come in tempo di pace». Parole tratte dalla scena principale di una commedia di Eduardo, «La paura numero uno», scritta dall’autore napoletano nel 1950.

Può sembrare una follia, ma probabilmente nessuno è riuscito a raccontare meglio del drammaturgo napoletano cosa sia accaduto in questi ultimi sedici anni da quelle sconvolgenti immagini degli aerei schiantati sul World Trade Center. In queste stesse ore, nel 2001, l’Occidente prendeva coscienza della minaccia del terrorismo islamico. Tutti noi temevamo per le nostre vite con il disvelarsi di una nuova era di terrore e paura. «La paura numero uno» si stava impossessando di noi. Avevamo la guerra in casa dopo 60 anni di pace relativa dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Una guerra – che gli analisti definiscono asimmetrica – in corso ancora oggi: Madrid, Parigi, Mosca, Bruxelles, Dacca, Melbourne, Istanbul, Tunisi. Tutti i continenti sono stati coinvolti e noi ci siamo ormai assuefatti alle immagini del terrore.

Siamo in guerra, ma tutto procede regolarmente e quasi dissimuliamo una relativa tranquillità, salvo rifugiarci nel fatalismo. Eppure restiamo sospettosi in ogni nostra azione quotidiana. Guardiamo circospetti i nostri vicini di posto sulla metro, ci informiamo su ogni minimo dettaglio quando dobbiamo scegliere la meta di un viaggio o di una vacanza, passeggiamo con il timore che l’irreparabile possa accadere anche a noi. La guerra ci può sorprendere in ogni istante, come è accaduto alla giovane Valeria Solesin mentre assisteva ad un concerto al Bataclan di Parigi. O come è successo a Carmen, Luca e Bruno mentre passeggiavano appena un mese fa sulla Rambla di Barcellona.

Quell’11 settembre ha cambiato per sempre la vita di tutti noi. Tra gli scampati dell’attentato in Spagna, alcune persone trovarono normale rinchiudersi nelle celle frigorifere dei ristoranti per sfuggire, dopo l’investimento, al pericolo che i terroristi potessero continuare la loro azione sparando sulla folla. Siamo così assuefatti al terrore che ci sembrano ormai normali anche queste reazioni. Viviamo nella morsa delle nostre mosse più istintive senza neppure rendercene conto. Come accadeva ai nostri nonni che correvano ai rifugi sotto i bombardamenti di tedeschi e americani. Scene mirabilmente raccontate da Eduardo in «Napoli Milionaria» nel 1945.

Cinque anni dopo da quella commedia, Eduardo prese a raccontare invece il dopoguerra. A raccontare paure che, senza accorgercene, viviamo ancora oggi. Con «La paura numero uno», il protagonista della commedia Matteo/Eduardo, vive nel terrore dello scoppio di una nuova guerra. Matteo Generoso trova sollievo soltanto quando un finto annuncio alla radio conferma che la guerra è scoppiata per davvero: un conflitto che coinvolge tutti i Paesi del mondo, ognuno contro l’altro. Trova paradossalmente sollievo perché riesce finalmente a liberarsi della paura di aver paura. Quella stessa paura della paura che spesso ci porta a fare i gesti più inconsulti e orribili, proprio come accade nel corso della commedia di Eduardo.

La paura di una guerra che c’è, ma non si vede, la si percepisce. Anche in quell’occasione Eduardo aveva previsto tutto. Noi viviamo così. Sono sedici anni che siamo in guerra, ma tutto sembra proseguire normalmente. Andiamo al teatro, al cinema, passeggiamo per strada anche se, dentro di noi, viviamo paure inconfessabili e di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Perché la guerra, proprio come per il Matteo Generoso di Eduardo, ci abita già dentro. 

Valentino Di Giacomo

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La polemica

«Odio l’Islam», così si intitolava un articolo di Libero dello scorso 28 luglio. La firma è di Filippo Facci, giornalista purtroppo noto anche a Napoli per diversi commenti non proprio gradevoli nei confronti della città e dei suoi cittadini. Per questo articolo Facci è stato sospeso dall’Ordine per due mesi in cui gli sarà anche interrotta l’erogazione dello stipendio.

Se ci si soffermasse soltanto al titolo sembrerebbe una misura adeguata, forse persino riduttiva rispetto all’incitamento all’odio che il giornalista milanese ha compiuto. E invece, leggendo per intero il testo, se ne può comprendere il buonsenso al netto delle solite uscite provocatorie tipiche dell’autore. Soprattutto per il passaggio in cui viene rivendicato il diritto ad odiare, equivalente a quello di amare. Due facce, in fondo, della stessa medaglia. Due sentimenti che esistono in natura e nell’animo umano.

Ma non è questo il punto. Facci ha voluto aprire uno squarcio all’interno dello stucchevole, finto, insulso politically correct in cui è immersa ormai la società italiana. Soprattutto quando si parla di immigrazione e terrorismo. Un festival dell’ipocrisia che ci vede tutti santi in pubblico, molti diavoli nel privato delle proprie vite. Ipocrita proprio come una parte dell’Islam di cui parla Facci nel proprio articolo. Quell’Islam che uccide gli “infedeli” che bevono alcol e mangiano carne proprio come quei milioni di musulmani che trasgrediscono ai presunti dettami del Corano sul regime alimentare. Stesse ipocrisie a cui assistiamo sul versante dei cattolici baciapile, i tanti politici dei Family Day che violano la prescritta eternità dei sacramenti come il matrimonio. La differenza, in questo caso sostanziale, è che da secoli il cattolicesimo non uccide in nome di un Dio. Questo invece accade per l’Islam oggi. L’Isis e al Qaeda sono sicuramente una minoranza del mondo musulmano, ma una minoranza visibile che mette in discussione ogni nostro principio sulla democrazia e l’accoglienza.

I terroristi li alleviamo in casa, nove attentatori su dieci di tutti i più grandi attacchi recenti sono nati e cresciuti nella nostra Europa. Eppure, anziché cercare di capire cosa ci sia che non vada in alcuni aspetti della cultura islamica, ci interroghiamo sulle manchevolezze dei nostri percorsi di inserimento sociale e d’integrazione. Subiamo attentati, muore gente innocente e siamo noi a farci una colpa perché non abbiamo saputo far integrare questi soggetti. Interpretazioni lette più volte tra opinionisti e politici. Un tema ricorrente quando si parla degli sbarchi, del ruolo delle Ong, delle dinamiche degli attentati. Mi occupo di questo settore per il quotidiano della mia città, Il Mattino, e credo di conoscere abbastanza bene la tematica per i frequenti riconoscimenti e attestati di stima che ricevo. Con l’Islam si usa un velato giustificazionismo, proprio come per la vecchia teoria che vuole che “i napoletani che rubano perché in città non esisterebbe uno stato sociale”. Perché “Tutte quante amma campà”… In qualsiasi modo.  Una follia che scavalca il libero arbitrio e la coscienza di cui dovrebbe essere dotato ogni essere umano.

Coltivare l’odio, tanto più dalle colonne di un giornale, è certamente esecrabile. Ma ancor più esecrabile è la punizione che si è voluta dare a Facci. Un Ordine, quello dei giornalisti (di cui volente o nolente sono associato come professionista), che dovrebbe forse più utilmente vigilare sulle fake news, sulle distorsioni informative in atto sul web e sui social network, sui tanti siti internet canaglia che per accalappiare qualche click sviliscono, queste si, la dignità professionale. Ecco, tra gli spacciatori di “cattive opinioni” e quelli che vendono a buon mercato centinaia di false notizie, forse i censori dell’ordine dovrebbero propendere a sanzionare i secondi.

Facci è un provocatore, spesso sopra le righe. Odio (si, anche io rivendico il mio diritto ad odiare) i suoi tweet contro i napoletani o quando scrive di “froci” e di “negri”. Non perché odio lui, ma la cattiva educazione sentimentale di chi in qualsiasi modo cerca buona o pessima notorietà attraverso l’eccesso verbale. Ma stavolta Facci ha posto un tema serio. Su cui dibattere, non certamente da censurare. Poi si può essere “Favorevoli o contrari”, proprio come approssimativamente si intitolava un vecchio film. Ma erano tempi in cui il giornalismo era altro e contemplava pure le opinioni eccessive, non il melenso politcally correct o lo scandalismo a tutti costi a cui ci siamo assuefatti negli ultimi tempi.

Valentino Di Giacomo

QUESTO L’ARTICOLO DI FACCI DELLO SCORSO 28 LUGLIO

Odio l’Islam. Ne ho abbastanza di leggere articoli scritti da entomologi che osservano gli insetti umani agitarsi laggiù, dietro le lenti del microscopio: laddove brulica una vita che però gli entomologi non vivono, così come non la vivono tanti giornalisti e politici che la osservano e la giudicano dai loro laboratori separati, asettici, fuori dai quali annasperebbero e perirebbero come in un’acqua che non è la loro. È dal 2001 che leggo analisi basate su altre analisi, sommate ad altre analisi fratto altre analisi, commenti su altri commenti, tanti ne ho scritti senza alzare il culo dalla sedia: con lo stesso rapporto che ha il critico cinematografico coi film dell’esistente, vite degli altri che si limita a guardare e a sezionare da non-attore, da non-protagonista, da non vivente. Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle, anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare. Odio l’Islam perché l’odio è democratico esattamente come l’amare, odio dover precisare che l’anti-islamismo è legittimo mentre l’islamofobia no, perché è solo paura: e io non ne ho, di paura. Io non odio il diverso: odio l’Islam, perché la mia (la nostra) storia è giudaica, cattolica, laica, greco-latina, rousseiana, quello che volete: ma la storia di un’opposizione lenta e progressiva e instancabile a tutto ciò che gli islamici dicono e fanno, gente che non voglio a casa mia, perché non ci voglio parlare, non ne voglio sapere: e un calcio ben assestato contro quel culo che occupa impunemente il mio marciapiede è il mio miglior editoriale. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro. 

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Fu allora che vidi il Pendolo. Lo vidi, come mi aspettavo, e come desideravo da quasi vent’anni, al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, un giorno del 2007. Più che un desiderio era ormai un atto dovuto, dovuto al romanzo che mi ha accompagnato per tutta la mia vita di adulto e al suo autore, Umberto Eco, scomparso a 84 anni lo scorso 20 febbraio. Il romanzo era, ed è, Il pendolo di Foucault, forse il romanzo meno letto, almeno in Italia, tra i suoi più venduti, un articolatissimo ed incredibilmente denso caleidoscopio in cui i colori sono sostituiti da fatti storici e richiami letterari, da ricordi personali e memoria collettiva.

Perché mi appassionai così tanto al “Pendolo”? C’è da dire che quando incontrai per la prima volta un romanzo di Umberto Eco sulla mia strada fu su una spiaggia, lo stava leggendo mio fratello a cui era stato suggerito al liceo, immagino dal (o dalla) docente di lettere. La sua risposta alla mia domanda su cosa leggesse fu, grosso modo, “un romanzo giallo ambientato in un monastero”. Correva l’anno 1985, se non sbaglio. Quel romanzo era Il nome della rosa, il romanzo di un autore italiano più tradotto e più letto al mondo (dietro, immagino, solo a Pinocchio di Collodi…) Quando fu annunciata la versione cinematografica mi incuriosii molto, visto che avrebbe avuto come interprete principale Sean Connery, ed essendo io appassionato della saga di James Bond fui subito catturato. Attesi, però, di vedere il film prima di leggere il romanzo, altrimenti – sapevo bene – avrei avuto una serie di aspettative che sarebbero state invariabilmente deluse.

Letto il romanzo fui, inevitabilmente, folgorato, e così quando, due anni dopo, uscì Il pendolo di Foucault, lo comprai immediatamente e lo lessi senza quasi staccarmici, esclamando ogni tanto un “uao!” e un “noooo!” ad alta voce, quando trovavo rimandi a cose che conoscevo legate all’esoterismo, oppure in momenti di svolta della storia che prendeva pieghe sempre più claustrofobiche. Visto che il protagonista, Casaubon, iniziava il suo racconto, che prende la forma di un ricordo che viene ricostruito, con salti avanti e indietro, a partire dalla sua iscrizione all’università “due anni dopo il ’68”, e io iniziavo quell’anno l’università – due anni prima della Pantera, movimento di cui avrei fatto parte – mi sembrava quasi un messaggio, un destino, anticipandomi che quel romanzo sarebbe stato per me importante. La storia, diversamente dal Nome della rosa, mi deluse un po’, come se fosse stato deciso dall’autore di troncare il discorso in maniera sbrigativa, anche se aveva una sua compiutezza. Con questo senso di amaro in bocca decisi di rileggerlo, e da quel momento non ho più smesso. In qualche modo ho interiorizzato talmente tanto i personaggi e le loro vicende che finivo per ritrovarle, o, più probabilmente, ricercarle e ricostruirle, nel mio vissuto, e così agivo come Jacopo Belbo quando si trovava a vivere una storia complicata con una donna sfuggente e un rivale forse immaginario, oppure cercavo una Lia, l’unico personaggio davvero positivo del romanzo, in ogni donna che incontravo, pur consapevole, e a malincuore, che ero più intrigato dalle donne sognate o rimpiante da Belbo…

Eco lo ritrovai poi nei miei studi, e non nego che una parte del mio percorso universitario fu decisa dalla mia passione per i romanzi e i saggi del semiologo alessandrino. Opera aperta, I limiti dell’interpretazione, Trattato di semiotica generale, sono stati per me compagni nello studio come i romanzi lo erano stati per il mio immaginario (e, ovviamente, feci un figurone all’esame di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa quando parlai della trasposizione da romanzo a film del Nome della rosa…), per non parlare di quell’altro best-seller ormai forse datato per molti versi ma importantissimo e ancora fondamentale quando penso ai miei progetti fotografici e a quelli dei miei allievi, quel Come si fa una tesi di laurea, letto forse male dalla maggior parte degli studenti a cui è capitato fra le mani, con troppe aspettative e quindi, erroneamente, trascurato, mentre io ne feci tesoro, e tuttora continuo a seguirne le linee guida. Il suo testo che amo di più è però un saggio, Sei passeggiate nei boschi narrativi, la trascrizione delle sue Harvard Lectures, del 1994. In quelle lectures Eco ci trasporta nella dimensione della costruzione di un testo narrativo, dandoci la possibilità di perderci nelle sue parole come lui si è perso nei romanzi di cui racconta, con infinito amore e commozione.

Di Umberto Eco ho un ricordo vividissimo, quando venne alla Biblioteca Nazionale di Napoli, mi sembra fosse il 2002 o il 2004, presente anche Giulio Andreotti in prima fila… All’epoca ero fotoreporter abbastanza “d’assalto”, e non mi facevo spaventare né intimorire dall’importanza dei personaggi, quindi mi accucciai davanti alla prima fila, inginocchiato o seduto a terra, proprio davanti ad Andreotti. Il divo Giulio rideva anche lui delle battute di Eco, anche se a un certo punto si assopì quasi… anche io che sono un appassionato mi sorpresi a sbuffare un paio di volte, sentendolo ripetere sempre le stesse cose e ritornare più e più volte su cose dette e ridette in precedenza – c’è da dire che di Eco io ho letto tantissimo, ma la maggior parte delle persone presenti quella sera magari avevano letto solo i romanzi, e forse anche solo Il nome della rosa, ma credo di non aver mai visto tanto entusiasmo e partecipazione per un intellettuale, sembrava di stare alla presenza più di una rock star che non di un professore di semiologia.

Non voglio fare un elogio dell’opera di Eco, non ce n’è bisogno: la statura intellettuale del personaggio è tale che sovrasta anche le critiche possibili, e, a volte, necessarie. Ma qualcosa va detta.

Eco ci ha descritto un’epoca facendoci credere di leggere un romanzo “giallo” (Il nome della rosa), un thriller (Il pendolo di Foucault), un romanzo storico (Baudolino); mentre ci interessavamo all’intreccio ci forniva notizie e chiarimenti sulla nostra contemporaneità che forse non saremmo stati in grado di vedere con altrettanta chiarezza senza il suo aiuto… se solo avessimo letto i romanzi nel modo giusto, trasversale, come in fondo suggeriva di fare a ogni passo. Le brigate rosse, il terrorismo, la sinistra extraparlamentare, la Democrazia Cristiana, sono i protagonisti del Nome della rosa, mentre noi crediamo di vedere monaci ed eretici… Allo stesso modo gli altri romanzi parlano d’altro rispetto alla lettera, ma in fondo parlano di noi, dell’Italia della seconda metà del Novecento, e dei motivi per cui siamo ridotti così.

In Africa si dice che quando muore un anziano è come se bruciasse una foresta. La perdita di Eco è per la cultura italiana l’equivalente dell’inabissamento di una regione intera, ma la sua prolificità narrativa e saggistica fa si che la sua opera non sia bruciata affatto, resta accessibile e utile a chiunque voglia avventurarvisi, sempre che sia pronto ad affrontare l’iniziazione necessaria, lo scoglio di quel primo capitolo (o di quei primi due capitoli, nel caso del “Pendolo”…), che fa sì che il percorso successivo sia poi tutto in discesa. Basta darsi qualche pizzico sulla pancia all’inizio, e leggere. E leggere, e leggere ancora. Il resto viene da sé.


Gianfranco Irlanda

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Fonte: sscnapoli.it

Bruges – Napoli si giocherà, ma con una forte restrizione: i tifosi del Napoli non potranno recarsi a Bruges per assistere alla partita di Europa League di giovedì sera. Il sindaco della città belga ha infatti fermato la vendita dei biglietti e deciso la chiusura completa del settore ospiti. Lo comunica il Bruges sul suo sito ufficiale. La decisione di chiudere il settore ospiti dello stadio di Bruges è stata presa dal sindaco della
città belga Renaat Landuyt perché, a causa della minaccia terroristica in Belgio, non ci sono abbastanza agenti di polizia per controllare anche i tifosi avversari. Lo riferisce il sito del quotidiano belga “La Nouvelle Gazette”, citando fonti dell’amministrazione comunale di Bruges. Erano circa 1.300 i tifosi del Napoli che avevano acquistato
il biglietto per seguire il club azzurro in Belgio.

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E lui ci scherza su

Giocatore di fama internazionale scambiato per terrorista. Capita anche questo nei giorni di paura e tensione successivi agli attacchi di Parigi. L’equivoco ha avuto come protagonista il centrocampista della Roma Radja Nainggolan, che martedì si trovava ad Anversa. Il mediano di origini indonesiane, approfittando dell’annullamento dell’amichevole tra Belgio e Spagna, stava trascorrendo una serata con famiglia e amici nella sua città natale quando al rientro in albergo si è trovato davanti alla sua stanza tre agenti di polizia. A chiamare le forze dell’ordine alcuni ospiti dell’hotel, allarmati da un soggetto sospetto e potenzialmente pericoloso. Ovviamente gli ufficiali hanno subito riconosciuto il giocatore, chiarendo l’equivoco e rassicurando la clientela. Gli agenti hanno quindi chiuso l’episodio posando con Nainggolan per una foto ricordo. “Evidentemente ho un look che fa paura – ha spiegato poi a ‘La Derniere Heure’ Nainggolan, noto per la sua cresta e i numerosi tatuaggi -. Meno male che i poliziotti mi hanno riconosciuto immediatamente”.

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Antonio Conte (foto da Flickr)

Dopo i fatti di venerdì notte e tutto quello che ne è conseguito, era pronosticabile che gli incontri fra Nazionali di questa settimana si sarebbero svolte in un clima che definire teso è quantomeno generoso. Le federazioni nazionali e la UEFA non hanno ritenuto opportuno annullare le amichevoli e gli spareggi europei in programma (passino gli spareggi che sarebbero difficili da riorganizzare, ma le amichevoli? Volontà di “non darla vinta ai terroristi” o diritti televisivi?), mantenendo giustamente la massima allerta presso gli stadi, considerati obiettivi sensibili. Così è stata annullata all’ultimo momento Germania-Olanda ad Hannover per un allarme bomba non ancora verificato nel momento in cui scrivo. In settimana tutti i vertici del calcio europeo e delle federazioni si sono espressi sulla decisione di non annullare il torneo della prossima estate in Francia; l’auspicio di chi scrive è che per allora sia possibile parlare e scrivere soltanto di sport per un mese intero.

SPAREGGI EUROPEI E QUALIFICAZIONI – Dopo le qualificazioni di Irlanda e Ungheria (una delle sorprese della nuova formula a 24 squadre, dopo decenni a bassi livelli nonostante una grande tradizione che trovò il suo apice nell’inumano Ferenc Puskas), ieri sera si sono qualificate per le fasi finali anche l’Ucraina e la Svezia ai danni di Slovenia e Danimarca. Nella sfida tra le due compagini scandinave ha brillato come sempre la stella di Zlatan Ibrahimovic: a trentaquattro anni lo svedese si conferma il centravanti più forte del mondo e decide la partita con una doppietta dopo il gol su rigore all’andata. Alle qualificazioni africane per i Mondiali, l’Algeria di Ghoulam travolge per sette a zero la Tanzania, con una doppietta del nostro terzino sinistro.

L’ITALIA – Per giudicare i progressi dell’Italia di Conte è necessario partire da due presupposti:

1) il Belgio è una delle Nazionali più forti d’Europa;

2) le amichevoli di questa settimana erano partite irrilevanti da usare per provare nuove soluzioni.

I risultati di queste due partite dunque non cambiano di una virgola le ambizioni degli azzurri; il problema è semmai capire quali siano. La Nazionale è solida e aggressiva (anche se la difesa inizia a traballare un pò troppo) e quando tutto sarà messo a punto definitivamente sarà ostica quanto la Juventus-schiacciasassi di Conte; è però evidente che difetta di qualità in attacco, con Candreva ed El Shaarawy in fase involutiva, un Eder in forma strepitosa che non durerà di certo fino alla prossima estate e un Pellè che se segnasse tanto quanto lavora per la squadra sarebbe un attaccante da 30 gol. L’impressione è che l’Insigne attuale servirebbe come il pane, ma il CT sembra essersela presa parecchio per il ritiro dell’altra volta; come si faccia a preferire un panchinaro del Monaco a un giocatore che ha fatto sei gol in dodici partite di Serie A per me rimane un mistero, ma contento lui… Quanto a Manolo Gabbiadini, in gol appena entrato ieri sera contro la Romania, il paradosso si ripropone anche in Nazionale: in tutta la Serie A l’unico attaccante in grado di relegarlo in panchina è proprio l’argentino colmo di rabbia in squadra con lui, e di conseguenza la Nazionale rischia di perdere una bocca da fuoco di prim’ordine (e sappiamo tutti quanto sia necessaria). Nell’attuale modulo del Napoli Manolo non ha spazio e Sarri -giustamente visti i risultati- non ha nessuna intenzione di cambiare le cose; per il bene del Napoli, del ragazzo e della Nazionale c’è da sperare che trovi più minuti nella seconda parte della stagione. Se decidesse l’Europa League con un gol, ad esempio…

Roberto Palmieri

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Vergogna sul web

Decapitato con la maglia del Napoli

Era il Febbraio di quest’anno quando sul web impazzò su tante pagine Facebook e account Twitter la foto di un uomo decapitato mentre indossava la maglietta del Napoli. Si trattava di un poliziotto iracheno giustiziato a modo loro dai tagliagola dell’Isis . Non era un sostenitore azzurro, in alcune zone del mondo diverse associazioni benefiche, tra cui l’Onlus “Dribbla la povertà” distribuisce ai poveri indumenti, tra cui vi è il materiale sportivo delle squadre più importanti di tutto il mondo.

Quando venne ucciso Osama Bin Laden, ad esempio, le immagini del Tg1 mostrarono un bambino che giocava in un cortile indossando la maglietta di Lavezzi, proprio a pochi metri dal nascondiglio dello “sceicco del terrore” in Pakistan.

Inutile aggiungere che l’immagine del poliziotto iracheno decapitato ha dato adito ai soliti imbecilli di prodigarsi in “raffinatissimi” commenti quali : “Un napoletano in meno“. Su diversi forum di diverse tifoserie questa immagine è ancora assai in voga in diversi commenti. Non vi diciamo quali gruppi ultras diffondono ancora questa foto con annotazioni di dubbio gusto perché sarebbe inutile aggiungere odio ad altro odio.

Ecco però cosa porta la violenza. Da certe parti si strumentalizza la foto di un uomo ucciso come simbolo contro la nostra città e la nostra fede. Pensiamoci bene, forse quando noi tifosi pensiamo in maniera così violenta non siamo meglio di questa gente che taglia le gole a chi non la pensa come loro. Dai cori sul Vesuvio alle città in fiamme. Si dirà che è soltanto una foto… Eppure ci fa capire in maniera evidente lo stato del nostro calcio. E nessuno fa nulla.

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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L'Isis all'ombra del Vesuvio

Doppia operazione contro il terrorismo internazionale e per la prima volta compare in Italia una cellula di affiliati all’Isis, composta anche da italiani convertiti all’Islam. Due le inchieste partite dalle procure di Milano e Roma e condotte la prima della Polizia di Stato con la Digos e la seconda dai Ros dei Carabinieri. Dieci gli arresti ordinati dai magistrati milanesi: “e’ la prima indagine sullo Stato Islamico in Italia, tra le prime in Europa”. Ha spiegato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli secondo il quale la cellula “non progettavano attentati in Italia” ma gli affiliati erano pronti a trasferirsi in Siria. Gli arrestati sono 4 italiani, 5 albanesi e un canadese, accusati a vario titolo di associazione con finalita’ di terrorismo e organizzazione di trasferimenti per finalita’ di terrorismo. Si tratta di appartenenti a due due famiglie poi imparentatesi tra di loro. Al centro la figura di Maria Giulia Sergio, 28 anni, (Fatima) convertitasi dopo aver sposato un uomo di fede islamica Aldo Kobuzi, e trasferitasi con lui in Siria. E’ stata lei a convincere a sposare la causa della jihad la madre, il padre e la sorella, arrestati oggi insieme ad altri arresti tra i quali una zia Kobuzi. Perquisizioni e arresti anche a Bergamo, Grosseto e in Albania. Intercettati anche i contatti con un coordinatore del reclutamento dell’Isis che agiva dalla Turchia e organizzava i trasferimenti in Siria. Due maghrebini invece sono stati arrestati dai Ros a Roma, accusati di associazione con finalita’ di terrorismo internazionale aggravata dalla transnazionalita’ del reato. Un terzo indagato e’ gia’ detenuto per reati di terrorismo in
Marocco. L’indagine e’ la prima in Italia riguardante uno dei forum affiliati ad al-Qaida, creati a partire dalla prima meta’ degli anni 2000 da simpatizzanti dell’organizzazione fondata da Bin Laden, al fine di sostenerne il programma terroristico. Lo scopo di tali forum – spiegano gli investigatori – e’ di “diffondere l’ideologia di al-Qaida allo scopo di formare nuovi proseliti”. Il tunisino Ahmed Masseoudi, aveva registrato presso una societa’ statunitense il dominio “i7ur.com”, acronimo arabo di “Ashak al-Hur”, in italiano “Amanti delle vergini”, denominazione fortemente simbolica, in quanto le Hur sono le vergini assegnate in Paradiso ai martiri morti in battaglia. Secondo gli investigatori, il forum offriva “una serie di contenuti, da quelli prettamente ideologici, quali video dei leader di al-Qaida o fatwe emesse da ulema affiliati all’organizzazione, a quelli piu’ specificamente operativi, come testi apologetici del terrorismo, commenti inneggianti agli autori di attentati terroristici al fine di indurre il compimento di altri, sia in Occidente, sia nei Paesi musulmani i cui governi sono ritenuti ‘apostati'”.Delle dieci ordinanze emesse dalla procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta su presunti terroristi legati allo Stato Islamico, cinque sono state eseguite. Sono finiti in carcere il padre, la madre (Assunta) e la sorella (Marianna) di Maria Giulia Sergio, la ragazza originaria di Torre Del Greco (Napoli) che si è convertita all’Islam radicale ed è riuscita a convincere anche i famigliari. I parenti sono stati arrestati a Inzago, piccolo comune in provincia di Milano. Lei, invece, è una dei cinque ricercati che mancano all’appello. Con molta probabilità si trova ancora in Siria, dove sembra che i famigliari la stessero
per raggiungere per unirsi alla causa del Califfato. Gli altri due arrestati sono la madre di suo marito, l’albanese Aldo Kobuzi: la 41enne Arta Kacabuni, che è stata catturata a Scansano (Grosseto), e Baki Coku, lo zio 37enne preso a Lushnje, a circa 70 chilometri a sud di Tirana.