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Chiove ‘ncoppe a sti palazze scure, ‘ncoppe ‘e mmure fracete da ‘a casa mia. Tutt’ attuorno ll’aria addora ‘e ‘nfuso. Chi song io? E cammino ‘mmiez ‘a via cantanno ‘e libbertà“.

E su un muro fradicio, come quello di una delle tue canzoni più profonde, su un palazzo imbrattato di scritte, hanno posto la targa che intitola a te uno dei vicoli della nostra città. Sul web le solite polemiche perché quella targa bianca col tuo nome spicca in alto su un muro sporco. Vedi Pino mio, non so se sia stato frutto di disorganizzazione o di una scelta ragionata, so solo che è andata meglio così. Pensa che pena, che ipocrisia ripulire soltanto il muro dove andava piazzata la tua targa e lasciare sporco tutto il resto. Sarebbe stato un atto di disonestà che non ti avrebbe reso giustizia. Come quei mille convegni che si organizzano sull’anticamorra, trasporti efficienti o recupero dei ragazzi dei quartieri poveri ai quali invitano per relatori proprio quelli che hanno creato o che sono corresponsabili di questi drammi della terra nostra.

No, Pino mio. Meglio un muro sporco, ma vero. Un muro con delle scritte che fanno sentire meno solo chi in una sera va a zonzo per i vicoli con i propri pensieri. Uno di quei muri dove è siglato l’amore tra i Gennaro e Concetta, Fabio e Maria, Gigi e Luisa. E allora tu cammini e sai che su quel muro ci sta amore. Uno di quei muri con quelle scritte gialle che di notte mettono allegria, risvegliano dal torpore, stimolano una fantasia. Uno di quei muri con una frase allegra lasciata in un momento in cui la felicità di altri arriva a te per mezzo di un pennarello o di uno spray spruzzato su un edificio. Uno di quei muri che non te ne fotte niente se sono sporchi o puliti, ma che senti tuoi, che ti senti a casa, che ti ricordano baci, ragazze, bevute, amici, che ti fanno innamorare dei ricordi e della tua città.

Napoli è pure questo, Pino mio. Tu che in queste strade ci sei cresciuto lo sai ancor meglio di noi. Che ipocrisia fare una ripulita veloce come le tante volte in cui vengono a Napoli alti personaggi delle istituzioni e si nasconde la merda sotto il tappeto. Come quando veniva Napolitano a Posillipo durante la crisi dei rifiuti e solo in quel quartiere non si vedeva un sacchetto di munnezza.
No, Pino, tu non sei e non sei stato qualcosa di estraneo a questa città. Non dobbiamo fingere con te, ci conosci da sempre. Siamo napoletani come te e tu questa città e quello che siamo lo hai raccontato in maniera profonda, lucida, irripetibile. Senza finzioni, senza cazzate, senza sfogliatelle e mandolini che pure sono parte della nostra anima.

E allora Pino mio, dico sia stata una fortuna quel muro sporco, quella via dove bisogna andarci di proposito per vederla, quella strada rinchiusa nel ventre della città perché tu sei figlio suo e che niente strapperà dal suo ricordo. Nemmeno la morte, Pino. E poi che senso aveva raccontare una bugia proprio a chi ormai è nel bel mezzo del mondo della verità. Meglio il tuo nome su un muro sporco, ma vero, verace. Invece che scrivere Pino Daniele “musicista” su un muro pulito di ipocrisia e poi lurido di finto manierismo che non appartiene a te, non appartiene a noi che ti ameremo per sempre. Ciao poeta mio. Tanto per quanto mi riguarda ci sono strade dell’anima che pure se non portano il tuo nome mi conducono sempre da te.

Cià guaglió.

Valentino Di Giacomo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Un caldo lunedì di maggio.
Il 140 preso, come sempre, in zona Cesarini. Il suono di una campanella del tutto ignorato.
Comincia in questo modo un’altra settimana pregna di patimenti scolastici:
“Sarò interrogato in fisica? Oggi la prof di matematica mette compito a sorpresa? E se quello di chimica mi chiama alla lavagna, le mie mutande resteranno pulite?”
Insomma, domande (più o meno) classiche che ognuno di noi si è fatto all’inizio di ogni maledetta settimana liceale.
Il caldo è eccessivo, troppi i dubbi, innumerevoli le “uallere”.
Così è deciso: “Guagliò, oggi filone. Tutti in Villa Comunale”.

Ora, tutti voi sapete che in Villa Comunale non ci si può presentare senza un pallone, o qualcosa di vagamente sferico che possa farne le veci; equivarrebbe a profanare un luogo sacro perché non si ha il dono appropriato da portare. Sarebbe come presentarsi a MasterChef senza il piatto.
Una cassa “quasi” comune permette di acquistare il sempreverde – sebbene arancione – Super Santos, il pallone che più di tutti riesce a sfidare le leggi della fisica, in barba alla prof che oggi probabilmente mi avrebbe interrogato.
Dopo un’accurata selezione dei giocatori (che ricorda più il passaggio in rassegna di una truppa militare da parte dei due capitani) le squadre sono fatte.
I più sfigati e scarsi (tra cui il sottoscritto) deliberatamente scelti alla fine, per fare numero.
Resta da fare solo una cosa.
Il campo di gioco.
“Ok, ragazzi: il lato destro va dallo spigolo dell’aiuola adiacente alla fontana fino alla prima ringhiera della cassa armonica. Il lato sinistro comincia dal cane schiattato al sole fino ai due vecchi rattusi sulla panchina.”
Benissimo, e le porte?
Nulla di più semplice. Invicta non è un marchio nato a caso; il CDA della nota casa di zainetti sapeva sin dall’inizio che l’utilizzo di questi simpatici koala da schiena non si sarebbe limitato all’accoglienza di tomi e volumi da peso enciclopedico.
“Lo zaino di Russo fa da palo destro. Capece, dammi il tuo per il sinistro”
“Guagliò, i’ tengo solo ‘o marsupio”
“Marò, Capè, par’o cazz”.

Dopo avere ampiamente e scientificamente dimostrato l’inutilità del marsupio di Capece, effettivamente troppo minimal per fare da palo, le due porte vengono finalmente approntate.
Un campo di gioco lungo più o meno 18 metri, largo 10 metri molto variabili; più che un rettangolo, il fratello scemo del trapezio.
“Misuriamo le porte. Del Gaudio e Gargiulo, contate 3 passi per le vostre porte”
“Eeee vabbuò, chillo Gargiulo è nu metro e vint’ (1 m e 20 cm): Nun è ‘na porta, è ‘na tana ‘e na zoccola!”
“Aggio capit’, Del Gaudio prendi le misure per entrambe le porte”.

Orbene, misure accuratamente prese, noncuranti del fatto che durante ogni partita le porte si stringono progressivamente. Per magia.

Il calcio d’inizio viene dato dalla squadra di casa (quale???).
La prima azione della partita dura più o meno 5 secondi, Pavese arriva sotto porta e sferra una cagliosa (portentoso tiro inferto con la punta del piede) che finisce di poco alto sulla trav… “Guagliò, ma la traversa???”

La traversa.
Questa sconosciuta.

Se la Invicta fosse stata un po’ più lungimirante…
Avrebbe probabilmente inventato un sistema “a bilancia” combinando un tubo a meccanismo idraulico che, partendo dalla schiena, si sarebbe intersecato perpendicolarmente con un palo di legno alle cui estremità avremmo poi appeso ben 2 zainetti (uno per i libri, l’altro magari per un Super Santos). In questo modo avremmo risolto questo annoso problema della traversa sui campi di gioco amatoriali, ma avremmo anche avuto un’adolescenza decisamente più complicata.
Per esempio, come saremmo entrati nei pullman con quell’impalcatura addosso?
Ma non divaghiamo.
Eravamo alla cagliosa di Pavese.
“Gol!!!”
“Ma quando mai!!!”
“E’ gol, scèèè!!!”
“Mammt, Pavè! ‘E tirato ‘ncopp’all’Everest!”
“Ma quando mai! Sì tu ca sì nu tappo!”

Non sapremo mai se quello di Pavese era gol oppure no. In assenza di una moviola, del quinto arbitro, della simulazione da studio, di Giampiero Mughini non lo sapremo mai.
Quello che sappiamo è che la Fantasia (quella con la F) ha sempre regnato anche sui campi di calcio improvvisati, nelle regole del gioco, nell’ampiezza e, soprattutto, nell’altezza delle porte.

Perché in fin dei conti diciamocelo: è la Fantasia a regnare sempre, e l’immaginazione è la traversa della vita: senza limiti.

Giorgio Molfini

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Salta in aria deposito fuochi... E un matrimonio

Uno scoppio fragoroso, con un rimbombo che è giunto ben oltre i 15 chilometri di distanza.  È accaduto questa sera intorno alle 20 nei pressi di Lago Patria, cittadina del litorale giuglianese. Un deposito di fuochi d’artificio è esploso, il boato oltre a Giugliano è stato avvertito in tutta la zona flegrea e fino al centro di Pozzuoli. Al momento non si registrano morti, ma un vigile del fuoco sarebbe rimasto ferito in seguito ad una seconda esplosione avvenuta mentre avvenivano le operazioni di messa in sicurezza del luogo.

Il deposito è situato nei pressi del Marcantonio Hotel, ritrovo molto noto tra le giovani coppie napoletane. Secondo alcune testimonianze raccolte sul luogo il potentissimo boato avrebbe causato, oltre ad attimi di paura nelle immediate vicinanze al deposito, anche un risvolto piccante e polemico. Un uomo e una donna, scappando dal Marcantonio, sono infatti corsi in strada senza alcun vestito lasciando sbigottiti gli automobilisti che transitavano da quelle parti. Automobilisti che non sapevano più se preoccuparsi per lo scoppio o se indugiare sulle parti intime dei due amanti. Nel trambusto degli attimi successivi all’esplosione è arrivato poi il più classico dei colpi di scena. La coppia corsa in strada, secondo quanto viene riferito, non era una coppia ufficiale, bensì si trattava di due amanti. La donna, una bionda molto procace – secondo quanto affermano i testimoni  – non era né la fidanzata, né la moglie dell’uomo. La vera moglie, per vera sfortuna dell’uomo nudo, stava transitando con la propria auto all’esterno dell’hotel proprio in quei frangenti. La signora, una volta avvistato suo marito nudo in strada con un’altra donna, avrebbe inveito contro i due amanti con una serie di irripetibili epiteti. Il contatto tra la signora e l’amante, che già si conoscevano, sarebbe stato evitato solo grazie all’intervento di alcune persone che hanno assistito alla scena. I due amanti hanno poi raggiunto nuovamente l’hotel per rivestirsi mentre i passanti cercavano di trattenere la moglie. L’uomo avrebbe riferito ai presenti di sentirsi veramente sfortunato: non solo è stato beccato dalla moglie, ma non ha nemmeno consumato per intero il proprio amplesso a causa della violenta esplosione.

A saltare in aria è stato il deposito di fuochi della famiglia Liccardo, una delle depositarie dell’antica tradizione dell’arte pirotecnica mugnanese. Un boato tremendo, più o meno simile a quello udito settanta giorni fa, che causò la distruzione di una fabbrica e la morte di quattro persone: Salvatore Schiattarella, Gabriele Vallefuoco, Luigi Capasso e Raffaele Schiattarella.