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storia del calcio

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La storia del calcio

Josè

Se fosse stato un attore avrebbe vinto il premio Oscar ad ogni film, se fosse stato un politico avrebbe ottenuto il premio Nobel, se fosse stato un calciatore avrebbe alzato al cielo più di un pallone d’oro. Ma è soltanto un allenatore e si chiama Josè, cognome Mourinho. Cinico, ironico, colto, spigliato, vincente, teatrale: quanti aggettivi potremmo usare per definirlo?

Josè comincia la carriera da assistente di suo padre allenatore. Poi secondo di Robson al Setubal e al Porto. Fino al Barcellona sempre con Robson e poi con Van Gaal. Intraprende finalmente il suo percorso di allenatore al Benfica, all’Uniao Leira per tornare ancora al Porto dove vince prima la Coppa Uefa e poi la Champions League. Seguono Chelsea, Inter e Real Madrid.

Ora di nuovo un ritorno, al Chelsea. Ma i risultati non arrivano: i Blues languono quattordicesimi in classifica, con appena undici punti in dieci partite e con la metà dei punti delle capolista Manchester City e Arsenal. Ieri l’eliminazione in Coppa di Lega, ai calci di rigore, contro lo Stoke City. Mou, per assurdo che sia, rischia l’esonero.

Un unico filo conduttore attraversa tutte le sue esperienze: tanti successi e uno straordinario rapporto con ogni calciatore. Hanno fatto epoca le sue lacrime in quell’abbraccio con Materazzi nel garage del Bernabeu prima di salire sull’auto di Florentino Perez. Nella storia sono entrate quelle dichiarazioni nelle conferenze di presentazione «Io mi sento uno special one» al Chelsea e «Io non sono pirla» all’Inter. I colpi teatrali come quel gesto a far la mossa delle manette o i suoi sproloqui nelle conferenze prima delle partite: come il leit motiv del «Zero tituli». Si ama o si odia, lo si stima o lo si denigra: la mezza misura non fa parte del suo universo. Chi vuole criticarlo asserisce che ha sempre allenato squadre di campionissimi. Vero solo in parte.
Quando parla Josè si apprende, riesce sempre a farti sintonizzare empaticamente con le sue emozioni. Spicca più della preparazione professionale, la sua attitudine per le relazioni interpersonali, per la comunicazione. «Non bisogna solo saper osservare il calcio – disse in un’intervista –  bisogna anche saperlo comunicare per farti comprendere dai tuoi calciatori». Di lui, con quella caterva di comportamenti forzati che mirano allo spiazzamento dei suoi interlocutori, emerge paradossalmente una semplicità nell’approccio alle cose. Come solo i grandissimi sanno fare produce dal suo animo ricco di contraddizioni universali una personalità netta e singolare. Se fosse filosofo (e forse un po’ lo è) si parlerebbe di trascendenze e immanenze. Josè Mourinho avvolge ogni categoria dell’animo umano. Cialtrone e signore, simpatico e antipatico, realista e sognatore. Sempre lui, con quella sua spiccata consapevolezza compiaciuta di chi nella vita ne ha viste tante e tante superando ogni muro, valico, barriera. Showman, avvocato, medico, giornalista: Josè Mourinho riuscirebbe in ogni campo. Forse ci si nasce, forse si diventa. Di sicuro è inimitabile.

Chi ci ha provato a ricalcare le sue gesta ha raccolto soltanto brutte figure. Basta osservare la rivoluzione epocale che ha portato nella comunicazione e nel calcio italiano. Zenga quando arrivò al Palermo dichiarò di puntare allo scudetto, o Mihajilovic che alle prime esperienze cercava di alzare il tiro degli insulti ad ogni conferenza stampa.
Tantissimi provano a stargli dietro, nessuno a raggiungerlo. Forse anche Mazzarri ha provato qualche volta ad emularlo fermandosi (per fortuna) un secondo prima che la realtà si trasformasse in farsa, in sceneggiata burlesca, in commediuccia banale. Dopo Josè solo brutte copie, tutte mal riuscite.

José andrà probabilmente via dal Chelsea, è il primo vero fallimento della sua carriera. Per lui già si aprono le ipotesi di allenare il Paris Saint Germain o un clamoroso ritorno all’Inter. Nel massacro di stampa, commentatori e opinionisti nei suoi confronti mi sembrava doveroso intervenire in suo favore. Perché di Mourinho non ne nascono tanti nella storia del calcio e questi ultimi risultati non possono scalfire la grandezza di chi ha cambiato il corso di questo sport anche attraverso la comunicazione. Tutto il resto è noia!

Valentino Di Giacomo

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Non è "solo" calcio

Murales per George Best

Ci sono calciatori che, per età, non sono riuscito ad ammirare sui campi di calcio. Per fortuna sono nato esattamente in tempo per godermi il Dio del calcio e assistere alla Serie A più ricca di campioni della storia. Quegli anni ‘80 e ’90 dove in Italia giocavano tutti i migliori calciatori del mondo: come se oggi nel nostro campionato ci giocassero Messi, Cristiano Ronaldo, Suarez, Neymar, Ibra, Thiago Silva, Di Maria, Hazard e tutti i più grandi. Erano gli anni, quelli tra gli 80′ e i 90′, in cui l’Udinese poteva tesserare il calciatore più amato dai brasiliani nella loro storia, forse più di Pelè, come Arthur Antunes Coimbra Zico.

Riijkaard, Van Basten e Gullit
Riijkaard, Van Basten e Gullit

La Roma aveva Falcao, il Milan Van Basten e Riijkaard, la Juve Platini, l’Inter dei tedeschi Brehme, Mattehus e Klinsmann o di Ronaldo, la Samp di Cerezo, senza dimenticare il Torino di Casagrande, il Genoa di Pato Aguilera o la Cremonese di Dezotti. Ovviamente il Napoli di Careca e Alemao. E c’era poi una schiera di giocatori italiani che oggi non esistono più di quella bravura: Bagni e Ancelotti, Baggio e Mancini, Vialli e Bruno Conti, Baresi e Maldini. Che tempi!

Ma ci sono anche campioni che non sono riuscito ad ammirare perché hanno giocato prima che io nascessi. Eppure sono legato a questi giocatori come se li avessi visti. Sono i fenomeni che ho amato con gli occhi di mio padre. Perché, oltre al sangue, un padre può trasmettere a suo figlio pure i suoi amori, anche involontariamente.

Radio anni 80
Radio anni 80

E’ un appuntamento irrinunciabile sin da quando ero piccolissimo assistere alle partite con mio padre. Sui divani della nostra vita avremo ascoltato migliaia di partite alla radio, la voce gracchiante di “Tutto il calcio minuto per minuto“, papà con la cruciverba e le schedine del Totocalcio sulle quali appuntava l’evolversi dei risultati. Poi ci fu l’avvento delle radiocronache nelle quali si raccontava solo la partita del Napoli e in casa era una vera battaglia tra papà e me: io volevo ascoltare solo quella dei miei azzurri, papà voleva restare fedele a “Tutto il calcio minuto per minuto“, vincevo quasi sempre io la disputa. E mentre si accavallavano le voci dei telecronisti in un pathos indescrivibile, io mi figuravo nella mente le azioni del Napoli e le riproponevo tirando verso la porta di casa una palla di fogli di giornale legati con lo scotch. Poi venne il tempo delle Pay Tv e le palline di carta ormai divennero solo un ricordo. E in tutte quelle partite papà di tanto in tanto mi raccontava le gesta di qualche calciatore del passato.

Tra le chiacchiere scambiate negli anni ci sono giocatori che sono arrivati fino a me. Li ho amati da subito dai primi racconti poi, grazie a internet, ho potuto conoscere le loro storie cercando sul web e spulciando qualche video di Youtube.

gigi meroni
Gigi Meroni

Su tutti il calciatore più amato da papà è stato forse Gianni Rivera, mi confessò persino che a causa del golden boy per un breve periodo divenne quasi tifoso del Milan. Poi, in ordine sparso, Ruud Krol, terzino dell’Olanda di Rinus Michels e fantastico libero del Napoli di Pesaola (di Krol papà dice sia “il più grande calciatore del Napoli dopo Diego”). Poi Gigi Meroni, il George Best di Torino, investito da un’auto mentre portava il suo gallo al guinzaglio… L’intelligenza di Crujiif, l’imprevedibilità del Cabezon Sivori, la perentorietà di Gigi Riva. Le gesta dei numeri 1 Dino Zoff e Lev Yashin. Calciatori meno conosciuti che hanno militato nel Napoli come Dolo Mistone, Juan Carlos Tacchi o Pacifico Cuman. Fenomeni come Sandro Mazzola, epici come Garrincha, funambolici come il brasiliano Rivelino, o leggende come Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskas.

Giorgio Chinaglia (in piedi... )
Giorgio Chinaglia (in piedi… )

Potrei elencare giocatori non visti, ma amati, per pagine e pagine. E poi potrei raccontarvi dello scontro aereo tra papà e Chinaglia. A quei tempi la squadra della sua scuola faceva da sparring-partner per gli allenamenti dei club professionistici. Dalla primavera del Napoli all’Internapoli che a quei tempi militava in Serie D. Si giocava allo stadio Collana. L’Internapoli vantava nelle sue fila due dei futuri campioni d’Italia della Lazio: Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia. Mio padre, difensore di poca tecnica, ma assai coriaceo aveva il compito di marcare Long John. “Facilissimo marcarlo, era statico – dice lui – a un certo punto su una palla spiovente ci scontrammo di testa, lui cadde a terra e io no“. Nella carriera da non-calciatore di mio padre fu il momento più alto. Chinaglia a terra, papà no.

Pur non essendoci, pur non avendo visto nulla io ero lì. Mi trovavo sugli spalti del Collana quando Giorgione Chinaglia crollò, ho visto al San Paolo Braglia, Savoldi e Panzanato. Poi dicono che sia “solo calcio“, un “semplice” sport, un passatempo come altri. E invece, su un campo verde, scorre il sangue delle generazioni, il flusso dei ricordi, il fiume delle emozioni. Un padre e un figlio che si raccontano con gli occhi i giorni più belli della propria vita. Solo calcio? Ma fatemi il piacere…

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16 de Julio, Señor

Il gol decisivo del Maracanazo

16 de Julio Señor“. Eh si, se El Barba glielo avesse chiesto, Chico avrebbe risposto così. Non poteva che essere questa la data del destino per decidere di andare, senza più fiatone, a correre tra i campi del cielo a sgambettare con El Jefe Negro e con Pepe. Si, se Dio gliel’avesse domandato, sotto i suoi baffetti sottilissimi, Chico avrebbe morsicchiato il labbro e risposto: “16 de Julio, Señor“. 16 Luglio. “Quale giorno vuoi morire?” – chiese El Barba – e Chico rispose, non poteva che rispondere così.

E’ andato via Alcides Edgardo Ghiggia, stroncato da un infarto la scorsa notte. Ora è sui campi eterni con El Jefe Varela e Pepe Schiaffino.

Il calendario, tra le sue pagine infinite, segna fatalmente questa data: 16 Luglio. Perché fu proprio in questo giorno che nacque la leggenda, ora sì immortale, di “Chico“, “L’omino coi baffi“, Ghiggia.

ghiggiaEra il 16 Luglio, ma del 1950. Una data che ha cambiato per sempre la storia di un Paese, dei campionati del mondo, dello sport e del calcio. “L’omino coi baffi” aveva segnato il gol decisivo nella partita più epica che il football possa ricordare. «Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanà: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io». – diceva di sè. E aveva ragione. Un silenzio di 174.000 spettatori ufficiali, più di 200.000 effettivi. In quella folla silente migliaia di persone indossavano una maglietta – ne erano state vendute oltre 500.000 in tutto il Brasile – che recitava “Brasil campeao“. Invece vinse l’Uruguay, Chico portò alla vittoria della Coppa del Mondo la Celeste. E il Brasile ammutolì. La rete della vittoria, dopo il vantaggio verde-oro di Friaça e il pareggio di Schiaffino stabilì per sempre che quello sarebbe stato in eterno il Maracanazo.

Non sono enumerabili gli aneddoti e i racconti che riguardano questo omino di Montevideo che, tre anni dopo l’impresa di Rio de Janeiro, arrivò nel campionato italiano: prima alla Roma (dove da Chico divenne per tutti Chicco) e poi, a fine carriera, al Milan.

Tra tutti gli aneddoti ce n’è uno che, più di altri, dà il segno dell’epopea di Ghiggia. Ormai vecchio, non molti anni fa, si presenta all’aeroporto Antonio Carlos Jobim di Rio de Janeiro. Chico consegna il passaporto e la donna addetta ai controlli scruta il cognome.

– “Ma lei è Ghiggia?

– “Si, claro

– “Ma lei è QUEL Ghiggia?”

– “Si, ma ormai è passato un sacco di tempo…

– “Non per noi, non per me. Mio padre quel giorno dopo il suo gol morì di infarto“.

Un infarto. Come quello che ha portato via anche l’omino coi baffi questo 16 Luglio. 16 de Julio, ma 65 anni dopo. Ghiggia era l’ultimo superstite della nazionale Celeste campione del mondo rimasto in vita. Dopo di lui nessuno più.

Silenzio. Come quel giorno al Maracanà. Ciao Chico! Eroe di un calcio che non torna più.

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