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L'Italia dei social

Chi pretende la vittoria da De Laurentiis è ignorante. Parleremo di calcio, ma in realtà parleremo assai di più della società in cui viviamo. Un mondo dove ormai i social network ci forniscono forti percezioni su cosa sia diventata l’Italia che si appresta ad entrare negli anni ’20 del secolo. Perché, dal calcio, è possibile scattare una fotografia del nostro tessuto sociale pressoché vicina alla realtà. Lo spunto per scriverne me lo hanno dato alcuni commenti sulla nostra pagina Facebook quando cerchiamo di dire la nostra su quale sia l’effettiva realtà del Calcio Napoli. Realtà non compresa, non accettata, non riconosciuta da troppi. 

“Noi vogliamo vincere” e “De Laurentiis è un pappone”. Sono i commenti più in voga. Chi difende il presidente o, almeno, come facciamo noi, l’operato della Ssc Napoli in vasti settori, diventa di conseguenza un “Pappa boys”. Generalmente questi avventori sulla nostra pagina Facebook passano poi ad una metaforica rappresentazione esistenziale applicata al calcio. “Se ti accontenti nella vita non arrivi da nessuna parte”.  Lo scriviamo con le maiuscole per rafforzare l’assurdo concetto: “SE TI ACCONTENTI NELLA VITA NON ARRIVI DA NESSUNA PARTE”. Ovviamente ignorando che della nostra vita siamo (non sempre, in molti aspetti quasi mai) padroni direttamente noi stessi. Il Calcio Napoli ha invece un proprietario che gestisce privatamente una società sportiva. E quindi che tu possa accontentarti o meno dei risultati conseguiti non fa alcuna differenza. 

Persone che ragionano così sono elettori, votano, possono stabilire chi governa il Paese. Votano pure quelli che ripetutamente commentano commettendo veri e propri orrori ortografici. Quante volte vi capita di leggere sui social commenti con “a preso”, “a fatto”, “a detto”? Dove il concetto dell’H muta è compreso decisamente in maniera fuorviante. L’H muta applicata, oltre che al parlato, finanche allo scritto. Eppure votano, decidono, influenzano, fanno massa critica. E sono pure convinti di avere ragione. Non mollano un post finché non sono loro ad avere l’ultima parola. Ecco perché dal calcio ci sembra di poter leggere una perfetta sintesi di ciò che è diventata l’Italia di oggi.

Un’Italia dove chi ha più conoscenze, grazie ai social, può essere insultato e messo alla berlina da uno che non sa neppure scrivere in italiano. Un’Italia dove la sorte dei nostri bambini, se devono o non devono vaccinarsi, è stabilita dalle “maggioranze”, non dagli esperti. Dove se cade un ponte i social si riempiono di 60 milioni di ingegneri come prima accadeva solo ai Mondiali quando si era tutti allenatori di calcio. Un’Italia – dicono bene Salvini e Di Maio – dove le prossime sfide elettorali si decideranno tra élite e populisti. Dove ovviamente chi fa parte di un’élite va visto con disprezzo e malfidenza. “Noi siamo il popolo, facciamo quello che dice il popolo”. Un popolo che però è diventato nel frattempo sempre più ignorante come certificano tutte le statistiche che ci piazzano tra i più ignoranti d’Europa. Ma, ciò che è più grave, un popolo dove chi ha conseguito un titolo di studio, capacità, conoscenze è messo esattamente alla pari con chi non ne ha. Non solo, ma dove l’ignorante non guarda più – come accadeva un tempo – alla persona più colta come un modello da raggiungere, ma come un saccente che dice cose che non sono gradite, quindi da eliminare, offendere, ingiuriare.

Chi scrive non ha una laurea ad Harvard o chissà quali conoscenze di astrofisica. Non si considera neppure facente parte di un’élite, anzi. Per esempio, in segno di rispetto parlo in napoletano con chi non parla italiano, si tratta di umanità perché non tutti hanno avuto le stesse possibilità, soprattutto chi è cresciuto in altre generazioni. Discorso oggi, con l’obbligatorietà della scuola, che non avrebbe più neppure molto senso. In generale tendo però a fidarmi di coloro che ne sanno di più. Anche fidarsi di chi ne sa di più è però diventato complesso ai tempi del web e dei social. Non è difficile infatti trovare su internet, ma pure sui quotidiani, due teorie opposte, su un qualsiasi tema. Troveremo sempre l’esperto che dice che i vaccini fanno male e quello che dice che invece rappresentano una soluzione. Viviamo nell’epoca della multi-verità. E quindi, anche quando si parla di dati scientifici, ad esempio i bilanci economici della Ssc Napoli, troveremo l’economista che spiega quanto faccia schifo la gestione De Laurentiis e quello che invece loda il presidente. Si torna quindi al punto di partenza, con l’avventore social che diffonde la tesi che più gli piace. Un cortocircuito che va bene per la questione migranti come per il ponte crollato a Genova. Come un oroscopo dove ognuno può leggersi quello che più gli è favorevole. 

Eppure, anche se non siamo economisti, qui su SoldatoInnamorato, vorremmo comunque fare una nostra narrazione sull’operato di De Laurentiis al Napoli. Per carità non infallibile. Non ci basiamo su bilanci, su ammortamenti o equilibri finanziari. Ci basiamo sulla storia. Una storia – questa almeno non modificabile – che ci racconta che in 92 anni di storia il Napoli ha vinto appena 2 scudetti e una Coppa Uefa. Ha fatto tutto in poco tempo, in coincidenza quando a Napoli giocava il più grande campione di sport mai esistito. Sarà un caso? Non diciamo – si noti bene – che il Napoli non debba lottare per vincere, ma che la vittoria non si possa pretendere per molteplici motivi. La storia, come detto, ma pure perché l’imprenditore De Laurentiis non ha oggettivamente le capacità economiche delle multinazionali con cui concorre. La Fiat che compra Cristiano Ronaldo, multinazionali cinesi o americane. Un modo forse ci sarebbe pure: provare a stare al passo con chi spende 100 volte di più rischiando di fallire. E’ successo. E ricordiamo tutti come è stata considerata l’esperienza di Corrado Ferlaino dai napoletani. In che modo ha lasciato il Napoli. Perché pretendere allora? Perché “Devi vincere”?

E poi apprezziamo questo Napoli pure per un fattore sentimentale. Oggi possiamo apprezzare di poter giocare in competizioni come la Champions League che prima guardavamo solo ammirando le altre squadre mentre noi eravamo a lottare per non retrocedere oppure in serie minori. Vorremmo vincere? Certo. Ma quello che abbiamo ci piace, mal che vada ce lo facciamo piacere proprio perché non abbiamo diretta influenza sull’operato del Calcio Napoli. Una società privata. Non è neppure un’entità statale dove se non mi piace un partito o un politico come gestisce una società pubblica posso influenzare con il mio voto delle scelte.  Sembrerebbe l’Abc, ma sembra di dire dei concetti lunari quando lo facciamo.

L’altra mattina, al bar, un signore esasperato mi dice: “Io sono tifoso del Napoli, quindi voglio vincere”. Gli rispondo che “Io sono uomo e vorrei passare una notte d’amore con Belen Rodriguez. Lui mi dice che è possibile. Io me lo auguro. Eppure non penso succederà. “O” i miei dubbi possa succedere… 

Valentino Di Giacomo

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Il caso del mercato

Amore e odio, come tutte le storie di passione. Ma pure i soldi, tanti soldi, come nella migliore tradizione dei matrimoni di convenienza. In mezzo a tutto questo c’è Pepe Reina che dovrebbe spiegarci – per dirla con Bellavista – se è uomo d’amore oppure di libertà. Tre anni fa dimostrò chiaramente di essere un uomo di libertà andando a prendersi – LEGITTIMAMENTE – una paccata di soldi per fare il secondo di Neuer al Bayern di Guardiola. Il problema è che tutte e due le cose insieme non ci stanno. Non si può essere un po’ uomini d’amore e un po’ di libertà: o l’una o l’altra.

Chi è Reina? Quello che “A Napoli si piange due volte”, quello che elogia la ragazza veneta per la lettera di commiato alla città condividendone i contenuti, quello del “Difendo la città” sotto la curva? Oppure è il freddo professionista che legittimamente fa un mestiere e ambisce a guadagnare di più? Ripetiamo, sono due atteggiamenti entrambi giusti, condivisibili, legittimi. Ma tutte e due le cose insieme non ci possono stare, tanto più se il primo personaggio del “Paladino della città” vuole invece essere sfruttato – come si ha l’impressione – per asservire il secondo personaggio, quello che cerca un contratto migliore.

Personalmente ho un pessimo giudizio dell’uomo-Reina e mi dispiace molto. E il mio giudizio è basato su un dato di fatto che nessuno può consentirsi di smentire. Mi riferisco alla ormai famosa cena di fine anno in cui De Laurentiis avrebbe “offeso” il numero 25 del Napoli. E’ successo davvero? Mettiamo di si. Diamo per scontato che il presidente lo abbia offeso pesantemente, come si dice a Napoli mettiamoci pure (giusto per far capire il senso) che De Laurentiis abbia messo “le mamme in mezzo”. Insomma diamo per scontate le peggiori offese, qualsiasi cosa, non poniamoci limiti di fantasia. A quel punto cosa fa un uomo e cosa fa un professionista? Pubblica post su Twitter e Instagram come un adolescente lasciato dalla ragazza, oppure affronta la situazione di petto? Qualsiasi cosa sia accaduta un vero uomo ed un professionista serio reagisce in due modi. La prima è affrontare a tu per tu la persona protagonista dell’offesa e lo si fa nel chiuso di una stanza come si conviene al mondo del calcio, non si viola sui social la sacralità dello spogliatoio. E’ una regola elementare non in Serie A, ma persino nella squadre di prima categoria. La seconda opzione è denunciare quelle offese in pubblico, magari convocando una conferenza stampa o rilasciando un’intervista. Ma lo si fa in maniera chiara, netta, indiscutibile. Non con mezze frasi sui social network che hanno generato una canea di reazioni.

Quella volta mi balenò in testa l’idea – ma io sono probabilmente uno sporco malpensante – che l’obiettivo fosse cavalcare quell’assurdo e ingiustificato livore nei confronti di De Laurentiis che serpeggia in città. Una tattica per mettere spalle al muro il presidente e, con l’aiuto delle voci di piazza, garantirsi il rinnovo.

I FATTI. Fino a qui le mie supposizioni. Poi ci sono i fatti. Proprio in quel periodo Reina discuteva con la società il suo rinnovo. Non è vero che De Laurentiis non volesse rinnovargli il contratto, non fosse altro che per accontentare Sarri e per proseguire la politica della conferma dei big culminata con la permanenza di Insigne e Mertens. Ma cosa fa una società seria? Reina oggi guadagna oltre 2 milioni di euro, può mai offrire le stesse cifre ad un calciatore che il prossimo giovedì (ironia della sorte proprio l’ultimo giorno di calciomercato) compirà 35 anni? Tanto più in ragione di una valutazione tecnica: se Reina è fortissimo con i piedi, non lo è altrettanto con le mani. Vogliamo ricordarci della partita di Firenze nell’ultimo anno, della partita casalinga con la Lazio? Per non parlare della sua ultima presenza da titolare, lo scorso giugno, con la nazionale spagnola dove confezionò due errori da portiere di Serie D. Insomma, De Laurentiis sarà pur legittimato a valutare l’entità di un rinnovo che non può essere superiore ai 2 milioni di euro. Tanto più se la richiesta del suo procuratore era di altri 3 anni di contratto. Ripetiamo, per un giocatore di 35 anni che tra tre anni ne avrà 38. 

LE OFFERTE. Le trattative dopo le sparate social di Reina si interrompono.  De Laurentiis si è trovato tra due fuochi. Da un lato Reina che quindi ha chiesto di andar via, dall’altro Sarri che ne ha chiesto la sua permanenza perché ritiene il portiere spagnolo una garanzia per far partire il proprio gioco dalla difesa. Intanto sui quotidiani si è parlato di offerte per Reina. La prima, che risale a qualche settimana fa, sarebbe stata avanzata dal City. Chi allena il Manchester City? Quel Pep Guardiola che già lo aveva portato con sé al Bayern. Trattativa mai confermata, ma che per qualche giorno ha animato qualche pagina di quotidiano. Poi, ora, si parla di un’offerta del Paris Saint Germain. Anche qui c’è un particolare succoso: il manager dell’allenatore del PSG, Emery, è lo stesso di Reina. Quel Quillon che meravigliosamente ha dichiarato ad un portale spagnolo che: “Reina ama Napoli, ma vuole più soldi”. Anche qui non possiamo notare un po’ di confusione: o si ama la squadra o si amano i soldi. Bisogna scegliere. E sicuramente non si può utilizzare l’amore, purché sia puro, per i soldi. Un sentimento non si monetizza. 

GLI ESITI. Non sappiamo come finirà questa storia. A sensazione io non sono neppure sicuro che queste offerte faraoniche ci siano state realmente, ma non voglio mettere in dubbio il lavoro di colleghi stimati. Si parla di 4 milioni di euro d’ingaggio per 3 anni. Saranno pure sceicchi i proprietari del Psg, ma non credo siano fessi. E se fosse un’operazione organizzata per procurarsi una posizione di vantaggio e chiedere un rinnovo a cifre ottime al Napoli? Per tutto quanto ho scritto sulla vicenda della cena e dei social, non mi sento di escluderlo. Resta una certezza però: quando Reina ha firmato il suo contratto con il Napoli nessuno gli ha puntato una pistola alla testa. Reina ha un altro anno di contratto con il Napoli che legittimamente può decidere di non volergli rinnovare o, se proprio deve, non alle cifre che richiede il portiere. Per questo mi sento di dire che quella scritta da Reina è una pagina di scarso professionismo. Onori un contratto che ha liberamente firmato. E smettiamola di parlare – come pure ho letto – “della serenità con cui resterebbe Reina”. Se è un professionista resta e fa il suo dovere come ha fatto nelle prime tre partite ufficiali giocate per gli azzurri. Altrimenti non è un professionista. E, soprattutto, dimostrerebbe di non amare Napoli e il Napoli. Infrangendo anche il patto di ferro che tutti i suoi compagni hanno onorato restando qui e rinunciando anche essi ad offerte faraoniche. Credete davvero che Insigne non possa andare in un club estero a guadagnare il doppio di quanto percepisce a Napoli? Ci sarebbe la fila. E credete che se De Laurentiis fosse davvero il “Pappone” di cui tanto vi piace parlare, non accetterebbe offerte dai 120 milioni in su per lui? Eppure non lo ha fatto. 

Reina ci dica se ama i soldi. Ci dica se vuole fare il professionista e quindi ambire ad un ingaggio superiore. Se invece ama Napoli come tanto gli piace dichiarare sui social e nelle interviste lasci perdere. Esca allo scoperto, rompa ogni ipocrisia e dica che per amore di Napoli e del Napoli resterà un altro anno e non c’è Paris Saint Germain che tenga. Altrimenti è solo un ipocrita. Un ipocrita che utilizza l’amore dei napoletani per averne un tornaconto economico. E non sapete quanto mi costa scrivere male di un calciatore del Napoli per me che ritengo che troppi giornali insinuino dubbi nella tifoseria per insidiare il nostro ambiente. Ma è così. O l’una o l’altra. La via di mezzo non esiste. O si fa i romantici, o si fa i professionisti. Tutte e due insieme, in questa situazione, le opzioni non ci possono stare.

Valentino Di Giacomo

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Foto www.paliodelgrano.it

Chi si aspetta la solita sagra con prodotti locali, bancarelle con canestri e vimini e barattoli di conserve sott’olio e artisti più o meno noti che si alternano sul palco ha sicuramente sbagliato strada. Campidigrano è un evento, o meglio una serie di eventi, che si inserisce nel percorso che porta al Paliodelgrano, oramai giunto alla sua dodicesima edizione.

La settimana dal 10 al 17 luglio a Caselle di Pittari si susseguiranno una serie di attività, laboratori, incontri e discussioni a tema sulla smart rurality e sulla smart community. Gli organizzatori partono da una serie di domande che saranno la base delle riflessioni sviluppate e prodotte nella settimana:

Ma veramente per Smart community – smart city – smart rurality intendiamo una gara tra chi ha il gadget elettronico più lungo o forse vale la pena affrontare il tema dei territori intelligenti, magari interconnessi da reti di cumparaggio?

Cosa ci significa questa retorica dei makers, dei fablab se non siamo in gradi di trascorrere più tempo con le persone che sanno fare le cose e meno ad ascoltare i discorsi dei manager?

Che cos’è lo Storytelling se non l’arte di raccontare, di fare i “cunti”, i conti… ovvero di governare gli open data trasmettendoli oralmente, per prossimità?

E anche il claim di quest’anno qioca sul dualismo tecnologia/ruralità: “Stay ‘Nnanz”.

La scleta del claim la spiegano gli stessi organizzatori, Capidigrano propone una visione della contemporaneità come una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; piú precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Pensiamo che coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.

Sicuramente merita attenzione e molto probabilmente la partecipazione anche dei non addetti ai lavori. Partecipare a una scuola di sopravvivenza nel mondo dell’immaginario uniformato dove fare esercizio creativo per prepararsi alla resistenza ludica all’oppressione sicuramente sarà un’esperienza unica, tanto divertente quanto formativa… senza neanche citare la meraviglia del posto.
#CampDiGrano è Uno strumento di critica radicale dei luoghi comuni, degli stereotipi sociali e di tutto ciò che ha veicolato e veicola il fallimento del presente.

Per chi fosse interessato, o semplicemente curioso può scaricare il programma, inviare la propria adesione o trovare tutte le info sui siti di questi eventi da non perdere (http://www.campdigrano.it e www.paliodelgrano.it)

 

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@Gianfranco Irlanda

Complottisti, meridionalisti, fascisti, buonisti, benaltristi, animalisti, neoborbonici, interventisti, pacifisti, vegani, piddini, berlusconiani, grillini, leghisti, comunisti, anarchici, onnivori, razionalisti, antivaccinisti, i tifosi, i fan di Vasco, quelli di Ligabue e qualsiasi altra categoria vi venga in mente… sono tutti la stessa cosa.

Internet è stata una rivoluzione, quasi tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno sono a portata di click. Praticamente da ogni casa è possibile avere dai classici della letteratura in qualsiasi lingua alle pubblicazioni scientifiche, dalle informazioni enciclopediche alle notizie in tempo reale di ogni tipo, dai giornali di tutto il mondo al gossip di quartiere. Ma tutta questa disponibilità di informazioni, questa enorme possibilità di conoscere, studiare e soprattutto approfondire ha avuto un effetto devastante sull’approccio al sapere, trasformando lo studio in una superficiale ricerca di conferma della proprie convinzioni.

Con i social l’abbrutimento intellettuale cui ci siamo sottoposti ha fatto un ulteriore passo in avanti: adesso non cerchiamo neanche più le notizie, scegliamo quelle che ci interessano dai flussi costanti di articoli, link, status, tweet e immagini varie e il gioco è fatto. Magari ci si limita semplicemente al titolo per fare prima, se la cosa non ci convince andiamo su un sito “antibufale” e cerchiamo conferma e così ci creiamo la nostra piccola nicchia di certezze, o meglio di convinzioni, dove sentirci al sicuro.

Anche se non ci piace ammetterlo, ci costruiamo la nostra categoria, ci uniamo al simile, diamo credito a chi è con noi e diventiamo di una “tribù”. Ci scegliamo il nostro ismo, anche se non lo ammettiamo, anche se non ci piace definirci così, anche se ci diciamo solo simpatizzanti ne siamo inesorabilmente parte.

In fondo è rassicurante, ci si sente protetti e meno soli quando si fa parte di qualcosa, anche se indefinito, e ogni tribù ha i suoi santoni, i suoi guru, i suoi mentori, i suoi idoli da venerare… almeno finchè rimangono nei nostri binari, almeno finché non decidano di esprimere un’opinione o dire qualcosa che non ci piace particolarmente.

Sì, perchè il dramma principale della categorizzazione non è tanto la superficialità, ma il terrore che si ha del pensiero individuale: esprimi qualche dubbio sull’areo precipitato sul pentagono l’11 settembre 2001? Da una parte ti sentirai dire “Complottista” “Grillino” “Credi agli alieni” o l’immancabile “SCII KIMICHI!!1!!” di chi si sente simpatico come lo zio che urla ambo al primo numero estratto della tombolata, dall’altra ti troverai chi ti linka migliaia di articoli, video e “prove inconfutabili” che l’uomo non è mai stato sulla luna e che il mondo è invaso da rettiliani.

E questo accade sempre, ogni volta che si esce dalle aspettative di chi ci segue: si può essere tendenzialmente meridionalisti ma non neoborbonici? Si può essere un elettore del PD e condividere un affermazione di Di Battista? Si può essere vegetariani e non credere che la sperimentazione animale vada bloccata di colpo?
A volte sembra proprio di no, l’identità di gruppo, il senso di appartenza alla propria “tribù” fagocita l’individuo che passa da idolo a nemico in pochi istanti.

Ed è così che siamo diventati ignoranti, non perché non sappiamo, non perché non abbiamo a disposizione le informazioni, ma perché non sappiamo come utilizzarle, perché abbiamo perso ogni capacità di discernimento e  qualsiasi attitudine all’investigazione, perché non dedichiamo tempo al riconoscere l’autorevolezza e l’autorità delle fonti, ma soprattutto perché abbiamo smesso di farci domande consci del fatto che queste possano non avere una risposta. Non ci facciamo più domande ma cerchiamo risposte, questo ci rende ignoranti.

L’ignoranza è forza – in 1984 era uno degli slogan del Ministero delle Verità e Orwell probabilmente ci ha visto lontano, non tanto nel dire che ci fosse un Ministero a decidere quale dovesse essere la Verità, quanto nel prevedere la forza dell’ignoranza collettiva in un mondo di informazione globale, dove anche il contrario delle Verità imposte portano a far parte di gruppi antagonisti che loro malgrado sono comunque strumentali al potere. 

Ed è proprio la quasi totale mancanza di capacità di pensiero individuale a darci la misura della nostra scarsa libertà collettiva.

Così le categorie che ci scegliamo come rifugio diventano una gabbia e ci ritroviamo troppo spesso a sprecare energie per difendere la nostra stessa prigione.

Paolo Sindaco Russo

 

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L'esperienza a Repubblica

@lapresse Cronaca 20/03/2011 Blindato il comando operativo di Napoli - Capdodichino dove si coordinano le operazioni aero-marittime e sottomarine di attacco alla Libia.

Quando collaboravo con Repubblica riuscii a scovare una notizia facendo un giro alla base della US Navy di Gricignano d’Aversa. Era il 2008 e in piena crisi rifiuti indagavo su una segnalazione che mi era giunta di un rapporto del Dipartimento per la Salute statunitense in cui si consigliava ai militari americani di dismettere le basi Nato nella “terra dei fuochi”. Fu poi intimato ai militari di stanza a Napoli che abitavano sul litorale domitio di non usare l’acqua del rubinetto nemmeno per cucinare o lavarsi a causa dell’altissimo inquinamento delle falde acquifere in alcune zone. Infatti in quel periodo scrissi diversi articoli sull’argomento. Uno riportava di una ricerca americana in cui si confrontava il tasso di malformazioni dei neonati concepiti nelle basi campane con quelli concepiti nelle basi all’estero. Un altro dava notizia di una torre di controllo costruita sempre dagli americani per monitorare la qualità dell’acqua e dell’aria in Campania. (Non vi fa male se date uno sguardo ai link in azzurro per farvene un’idea).

Articoli che non mi diedero né fama, né particolare attenzione, tranne da parte di qualche movimento ambientalista. Allora avevo compiuto da poco 26 anni, fresco laureato. Per sostenermi in quegli anni prestai servizio civile proprio nell’epicentro della Terra dei Fuochi, al Villaggio Coppola, lavorando con i minori a rischio in situazioni familiari difficili: figli di immigrati, prostitute, carcerati. Riscosse invece attenzione un altro articolo che pubblicò sempre Repubblica. Mi chiamarono persino dal Tg1 per sapere se potevano utilizzare il mio articolo per confezionare un servizio e per avere da me maggiori informazioni. Diedi l’assenso. Per giunta senza chiedere nulla in cambio.

i survivedSapete di cosa parlava quell’articolo? Di alcune t-shirt in vendita nella base di Gricignano sulle quali erano raffigurati per mezzo di alcune vignette i problemi di Napoli. Su una c’era scritto persino “I survived in Naples”… Su un’altra il decalogo sullo stile di guida degli italiani: inversioni in autostrada, abbaglianti sempre accesi, mancato utilizzo delle frecce direzionali… Per la prima volta una mia notizia venne persino ripresa dal portale nazionale di Repubblica tra le news più virali nell’homepage del sito web italiano maggiormente visitato.

Fu per me un orgoglio. Oggi con qualche anno in più, con una carriera che bene o male ha preso la propria strada, alimenta invece in me più di qualche inquietudine questa storia.

maglietta drivingMi fa capire che il web genera spesso mostri. Notizie realmente importanti e cruciali per la cittadinanza vengono relegate in secondo piano. Mentre episodi di mero folklore, con un carattere di originalità e più “terra terra” hanno assai più risalto. E la colpa probabilmente non è dei quotidiani. Loro le notizie le pubblicano, magari senza darne il giusto risalto, come accadde a me per gli articoli sugli allarmi lanciati dai marines americani. La colpa, se di colpa si può parlare, è invece nostra che alimentiamo tutto un mercato indirizzando i nostri click e la nostra attenzione su cose di poco conto. Anche Roberto Saviano, ad esempio, ha avuto un ruolo meritorio nel portare all’attenzione determinati meccanismi. Eppure in Gomorra non c’era scritto quasi nulla di nuovo di ciò che si poteva leggere sfogliando con attenzione uno dei quotidiani della nostra città.

Questo episodio personale fa poi riflettere su come la nostra città riesca a far parlare di sé sempre e solo per episodi legati al folklore, alla ammuina. Come se Napoli fosse da sempre una città immobile, senza pretese di poter essere considerata, pur nelle sue specialità e unicità, un luogo normale dove le persone si svegliano la mattina e vanno a lavorare, prelevano i figli a scuola e magari a sera si concedono pure di cenare con una cotoletta milanese.

Anche per questo disdegno spesso certi racconti romanzati sulla nostra città. Come quella del pianoforte di Piazza Garibaldi che, come scrissi, sta diventando sui social una nenia insopportabile peggio delle foto dei gattini.

A Napoli c’è tanto altro, nel bene e nel male. E se di quel male non sapremo parlarne, non sapremo dedicargli la dovuta attenzione, allora si che questa resterà per sempre una città immobile, senza scatti, senza emancipazione dai propri peccati. E pensare che l’unico luogo di diritto deputato al folklore, lo stadio, è proprio il posto dove invece i colori e le ironie partenopee stanno scomparendo. Anche per questo il nostro sito web abbiamo deciso di chiamarlo soldatoinnamorato. Perché almeno allo stadio lasciateci cantare. Fuori dal San Paolo lasciateci invece campare. Oggi i social e il web rivestono un’importanza fondamentale nella nostra società. Non bisogna demonizzarli, basta saperli usare. Questa storia che vi ho raccontato non è un tentativo autocelebrativo, per fortuna non ne ho bisogno. Ma se ancora attraverso il giornalismo si può fare qualcosa per cambiare le cose nella città che amo, allora forse ne è valsa la pena a parlarne.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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14/02/2014, Milano, trasmissione televisiva Le invasioni barbariche. Nella foto Enrico Mentana

«Mi riferivo a Raffaele Auriemma, non a tutti i napoletani e trovo assurdo che si sia scatenata tutta questa polemica sui social network». Lo dice in esclusiva a SoldatoInnamorato.it  Enrico Mentana, direttore del Tg La 7, ospite lo scorso lunedì nel programma di Pierluigi Pardo, Tiki Taka, in onda su Italia 1.

Pulcinella“. E’ questa la parolina di Enrico Mentana rivolta l’altra sera al giornalista-tifoso Raffaele Auriemma e che ha sollevato la solita bufera sui social network. Una consuetudine ormai insopportabile. Del resto – come abbiamo scritto anche altre volte – col vittimismo dei napoletani ci campano famiglie intere, siti web, riviste, sgallettati, personaggetti, selvagge Lucarelli, massimi Giletti e affini. Se una sottospecie di vip ha un problema di popolarità basta che parli male di Napoli e torna in un batter d’occhio alla ribalta nazionale. Mediaticamente funziona quasi di più parlare male di Napoli che per una zizzacchiona uscirle a colpi di hashtag e ammiccamenti equivoci…

Per certo non era alla ricerca, né aveva bisogno di effimera pubblicità, Enrico Mentana, tra i più noti e capaci giornalisti italiani. «Devo cercare di essere sempre equilibrato occupandomi di giornalismo politico – dice  al telefono – almeno sul calcio credo di potermi concedere la libertà e il divertimento di essere apertamente tifoso per una squadra».

Però, direttore, riferendoti ad Auriemma, lo hai appellato con Pulcinella. Non è un’offesa, però è una tipica maschera napoletana spesso usata in senso dispregiativo per descrivere i napoletani come un popolo poco serio. 

«Non so chi sia Auriemma, non lo conoscevo e non lo conosco – precisa – nei talk sportivi ognuno recita una parte: chi fa il tifoso del Milan, chi dell’Inter, chi del Napoli…  Dicevo soltanto di voler affrontare l’argomento con obiettività e senza partigianerie. Il Pulcinella significava questo: è come se il fiorentino fosse rappresentato da Stenterello, Meneghino rappresentasse il milanese e Pantalone il veneziano».

Quindi è stato frainteso?  

«Non dico di essere stato frainteso, perché se è così ho le mie colpe, ma che da una semplice frase debba nascere tutto questo caos certamente lo trovo eccessivo».

Auriemma durante il programma ha detto che non finisce qui

«Ripeto, non conosco questo signore, né lo conoscevo prima. Non so cosa voglia dire, ma faccia come crede. Mi sorprende di più che alcuni napoletani possano risentirsi per una mia parola. Anziché irretirsi perché una città bella e importante come Napoli potrebbe essere rappresentata assai meglio…»

Pentito?

«Ma no! Semmai deluso. Trovo incredibile che per una parola possa scatenarsi tutto questo. E pensare che un anno e mezzo fa diventai il paladino dei napoletani perché difesi Napoli per delle affermazioni del ministro Alfano. E’ una distorsione che a volte generano i social network, ma trovo assurdo che proprio io possa passare per anti-napoletano».

Lasciamo stare questa storia che, anche secondo il sottoscritto, lascia il tempo che trova. Ma alla fine il Napoli ha meritato di vincere?

«Il Napoli è una grande squadra, ha un fenomeno davanti come Higuain e tra l’altro Lunedì mancavano anche Mertens e Gabbiadini. Orsato è un grande arbitro, ha preso una decisione legittima sull’espulsione di Nagatomo. Ci sta che l’Inter possa aver perso, ma ci sta anche dire che abbia giocato una buona partita. Certo, forse dovremmo imparare a vivere almeno il calcio in maniera sì appassionata, ma anche con un po’ più di leggerezza».

Un messaggio, per concludere, ai napoletani?

«Ribadisco solo che se io do del “fesso” a qualcuno, magari napoletano, l’ho detto alla persona. Poi che la persona sia napoletana, milanese, francese o siciliana è del tutto secondario. Non capisco perché i napoletani possano essersi sentiti offesi».

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

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