Tags Posts tagged with "sisma"

sisma

0 2363

Se chiedete a un bambino la legge di Lavoisier probabilmente non saprà rispondervi, così come probabilmente non saprebbero rispondere molti adulti, eppure i bambini la conoscono bene. I bambini lo sanno che nulla si crea e che nulla si distrugge ma che tutto si trasforma. I bambini non sanno come sono nati, ai bambini sembra strano essere stati nella pancia della mamma e anche se si convincono che è così, continuano a chiedersi prima dove erano, l’idea della non esistenza non la possono capire e forse hanno ragione, perchè siamo noi grandi ad esistere la non esistenza.

Ora provate a spiegargli la morte.
Provate a dirgli che qualcuno non c’è più.

Potete dirgli che è in cielo, potete dirgli che è partito, potete dirgli che ora vive nel suo cuoricino ma no, non potrete dirgli che non c’è più.

Non importa quanti anni hai, la prima volta che hai a che fare con la morte sei sempre un bambino, pensare che qualcuno non c’è più non è facile, capirlo non è umanamente accettabile, soprattutto se a quel qualcuno vuoi molto bene.

Del primo lutto vissuto in famiglia, in casa mia, ricordo tutto, i pianti, gli abbracci gli amici e i parenti che si facevano forza e ricordavano, e poi una cosa che mi incuriosì, non capivo, mi faceva quasi sorridere: i vicini di casa e persone del palazzo con cui non avevamo particolari rapporti, arrivavano tutte con qualcosa da mangiare, in particolar modo brodo, tante pentole di brodo, profumato, pieno di carne e di sapore, un piacevole odore di brodo che riempiva la casa, arrivarono altre cose, cioccolata calda, caffè a non finire, anche i cornetti, ma quelle pentole di brodo catturarono la mia intenzione.

Un po’ stralunato chiesi ai più grandi perchè la signora del terzo piano, che al massimo salutavamo incontrandoci per le scale ci avesse portato il brodo, potevo capire i vicini di pianerottolo, praticamente vivevamo insieme, ma proprio non capivo perchè delle persone che a stento conoscevamo si fossero prese la briga di cucinare per noi.

La risposta di tutti era in una parola: ‘o consuolo.

La parola mi incuriosiva ancora di più, era strana ma aveva un bel suono e comunque era chiara, un atto consolatorio, ma ancora qualcosa non mi quadrava: il brodo, perchè?
Consolarsi, quando è legato al cibo, è utilizzato per qualcosa di straordinariamente buono, e allora perchè il brodo, che per carità, amo  amavo tantissimo anche da bambino ma non ha quell’appeal da farti esclamare “M’aggio cunzulat’!” a fine pasto.

Certe risposte te le può dare solo l’esperienza e così furono i miei zii a spiegarmi l’importanza, l’utilità, la versatilità e soprattutto la praticità del brodo di carne: tanto per iniziare se non hai fame puoi sempre berlo ed è nutriente, a pranzo puoi mangiarlo con un po’ di pastina e a cena puoi mangiare la carne.

Insomma il consuolo non è una cosa fatta tanto per far vedere e neanche un segno di affetto o riconoscenza, il consuolo é solidarietà pura, fatta con rispetto e intelligenza, so che sei in difficoltà, so di cosa hai bisogno e ci penso io perchè posso farlo. Il consuolo dovrebbe essere inserito fra i parametri di misurazione della qualità della vita, perchè è indice di quanto, nel bene o nel male a Napoli non sei mai solo.

Per questo non mi sorprende che da Napoli i camion con gli aiuto per i terremotati siano partiti subito e in quantità smodate, non mi sorprende che anche dopo che la Protezione Civile avesse detto che non servivano altri aiuti, da Napoli abbiamo cercato in ogni modo di metterci in contatto con gente del posto per capire cos’altro potesse servire e continuare a mandare aiuti mirati.

Non l’abbiamo fatto perchè ci siamo passati 35 anni fa, non l’abbiamo fatto perchè sappiamo che un giorno potrebbe toccare e non l’abbiamo fatto pe fa verè, l’abbiamo fatto perchè sapevamo che un nostro vicino aveva bisogno e anche se non lo conoscevamo sapevamo di poterlo aiutare e l’abbiamo fatto nel modo più pratico e funzionale possibile.

Paolo Sindaco Russo

0 3236

L'integralismo dei social

Era un napoletano, NAPOLETANO, quel bravo signore che avrebbe cercato di rubare nelle case abbandonate dei terremotati. Era napoletano, come Salvatore Di Giacomo, Erri De Luca, Totò o Eduardo De Filippo. Sul web e sui social c’è stata subito la corsa a stigmatizzare che i media hanno subito dato conto della provenienza del presunto topo di fogna che avrebbe sciacallato sul dramma e sulla morte dei disgraziati del sisma. Sono gli stessi che in genere magnificano la napoletanità, come se bastasse nascere in un posto per essere inconfutabilmente, per genetica, dei geni o dei mariuoli. Fa parte dell’idiozia dell’era internettiana. Una sorta di talebanizzazione che è causata dalla vita dei social network. O 1 o 90 si direbbe a Napoli. Un fenomeno che vede gli utenti di Facebook e Twitter postare queste frasi o commenti da talebani e i media che rincorrono questo fenomeno e che spesso titolano e scrivono articoli per inseguire questo becero “sentiment” della rete. Accade nel calcio, accade per la politica, accade per questi drammi.

Forse, dopo questa notizia di cronaca, sarebbe bene riconoscere che esistono grandissimi napoletani che danno vanto alla nostra terra, come pure dei grandissimi pezzi di merda che infestano la nostra città e ne minano la vivibilità. Quella merda di gente che vediamo tutti i giorni e che ci fa mettere scuorno di appartenere alla stessa razza, alla stessa lingua, alla stessa terra.

Da giornalista professionista cerco sempre di evitare la precisazione della nazionalità di chi compie qualche gesto. Salvo quando è indispensabile. C’è persino il codice deontologico dei giornalisti che prescrive di fare così. Ma i codici deontologici sono spesso aria fritta. E anche in questo possiamo constatarlo nel calcio, nella politica e nella cronaca che leggiamo tutti i giorni.

Era napoletano il presunto sciacallo. Erano napoletani Pino Daniele, Benedetto Croce e Libero Bovio. Basta l’appartenenza geografica ad un posto per nascere geni? Erano o sono napoletani Al Capone, Raffaele Cutolo o Sandokan. Basta l’appartenenza geografica per nascere camorristi?

Pensateci quando decantate le bellezze di Napoli o dei napoletani. Sono ragionamenti talebani che facciamo prima noi stessi e che non rendono onore alla nostra città che invece è bella quando si apre, quando non marca confini, quando dialoga con tutte le altre culture in virtù di quello spirito di compartecipazione e tolleranza che solo chi ha vissuto per genetica la fame sa mostrare.

Sul web si trovano siti e pagine Facebook che decantano la bellezza di questa città e dei napoletani. Personalmente trovo tutto molto molto integralista, fondamentalista, talebano, per l’appunto. C’è persino un presunto scrittore che ha creato un hashtag per questa città: #riscetamento. Ascrivendo al sindaco chissà quali e quante mirabilie compiute. Come se i mezzi passassero in orario, come se i mezzi pubblici passassero. Come se non ci fossero più buche per le strade….  Ha senso tutto questo? O è solo un grande, fantasmagorico gioco mediatico. Un gioco inutile che ci esalta e poi ci deprime.

E’ sparito un piroscafo a Napoli. E la gente ci crede. Così insegnava Eduardo. Dopo oltre 70 anni a Napoli spariscono ancora i piroscafi. E tutti però ci sentiamo “milionari” postando le foto del nostro magnifico golfo. Foto che però non nascondono la merda della gente che ci abita. Perché a Napoli, proprio come in tutte le città e le culture, ci sono le eccellenze e ci sono le merde. Prendiamone atto prima di pubblicare quelle foto. Prima di crederci superiori solo e soltanto perché siamo nati a Napoli. La nascita non basta. Non basta per il presunto sciacallo, non basta per il genio della letteratura, del teatro o della canzone. Riscetamento?? Stocazzo.

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 914
Un'immagine di Amatrice oggi - da Sky TG24

Oggi è una giornata terribile, ancora una volta il terremoto spazza via case e vite. Mentre già comincia la solita sequela di polemiche, pubblicità ed altro, c’è chi, meritoriamente, è andato a donare il sangue. Chi scrive è donatore da tempo, e sa come ancora oggi ci sia un problema con le riserve di sangue: Lazio e Campania, per dirne una, sono molto al di sotto dell’autosufficienza. Qui al Soldato Innamorato siamo uomini d’amore, e il sangue lo buttiamo pure aggratis. Ecco cosa il nostro meraviglioso sindaco, Paolo Russo, ha scritto per motivare perché bisogna SEMPRE donare, e negli ospedali e non a privati. Un vero e proprio decalogo:

10) MERENDINA GRATIS – C’è gente che va alle mostre e alle inaugurazioni solo per partecipare gratis al buffet, quando donate il sangue vi offrono una merendina e un succo di frutta e non dovete fare finta di apprezzare installazioni postmoderne di artisti semisconosciuti.

9) FA FIGO CON L’INFERMIERA/DOTTORESSA – siamo tutti cresciuti con i film in seconda serata delle reti libere e il sogno di un’infermiera come Nadia Cassini o una dottoressa come Edwige Fenech ci ha accompagnato molto spesso. Le possibilità sono di circa una su un milione ma comunque vanno onorate! Donando il sangue l’infermiera vi guarda con gli occhi della riconoscenza ed è già un buon inizio, poi vi chiede le vostre abitudini sessuali e alimentari e si può creare una certa intimità.

8) PUOI AIUTARE QUALCUNO SENZA DARE SOLDI – Non fate la dichiarazione dei redditi quindi non donate il 5 per mille? Non avete soldi da donare perché non avete manco soldi per campare? Ne avete pochi e non sapete a chi donarli? Donare il sangue è gratis e vi risolve il problema “A chi lo dono”, i medici sceglieranno per voi e di certo andrà a qualcuno che ne ha bisogno.

7) SEMBRATE PERSONE SERIE – Potete essere disoccupati per scelti che passano la vita all’Eurobet, potete essere figure mitologiche metà uomo metà sedia del Bar sotto casa, potete essere talmente sfasulati che indossate più tempo il pigiama che i vestiti per uscire (che in tal caso comunque somigliano il pigiama) ma quando donate il sangue vostra madre avrà uno di quei rari momenti in cui non si vergogna di parlare di voi, le ragazze smettono di guardarvi schifati (almeno per un attimo) e gli amici quando dicono “Nun fa nu cazz’ ra matin’ fin’e a’ ser'” dopo aggiungeranno un però! Se poi siete già persone serie diventerete anche generose.

6) ANALISI GRATIS – Vi arrivano a casa analisi dettagliate, vi fanno una bella visita. Donando abitualmente potrete seguire l’andazzo di colesterolo, trigliceridi etc. e sapere quando è bene diminuire la dose di ‘nzogna quotidiana.

5) EVITATE QUELLI DELL’AVIS – Quando camminando per strada vi si fionda addosso con la delicatezza di Policano negli anni d’oro un omino che vi dice “Vogliamo donare il sangue?” Potete dirgli “L’ho appena fatto!” Vi assicuro che è l’unico modo per fermarli di colpo e poter proseguire la vostra passeggiata senza essere seguiti per alcune decine di metri. Purtroppo non funziona con i venditori di calzini…

4) QUALCUNO VI VUOLE BENE – Chi riceve il vostro sangue e i suoi cari vi vorranno per sempre bene anche se non sanno chi siete, ogni volta che qualcuno a un semaforo vi augura la morte per motivi di viabilità, voi avrete la benevolenza di qualcuno che compensa gli effetti della bestemmia.

3) MEGLIO DI UN”LIKE” SU FACEBOOK PER I BAMBINI MALATI – Ogni tanto su Facebook qualcuno chiede un like per i bambini negli ospedali e cose simili. Non ho idea di cosa possa fare un bambino con un like e neanche come possa utilizzarlo il suo medico curante. Però ho una vaga idea di quanto possa essergli utile un sacca di sangue.

2) NON SI LAVORA – Avete diritto a un giorno di riposo, non vale per gli individui del punto 7 dove il problema non si pone ma per tutti gli altri un giorno di riposo retribuito fa sempre piacere.

1) TANTO IL SANGUE LO BUTTIAMO OGNI GIORNO – Non è meglio donarlo che buttarlo?

Se vi abbiamo convinto non vi resta che informarvi sugli orari in cui è possibile donare negli ospedali, anche perché, purtroppo, l’emergenza del sisma in Italia centrale durerà per qualche tempo.

Paolo Sindaco Russo – Giovanni Savino

0 945

FATE PRESTO“. I giorni successivi al terribile sisma che colpì la Campania 35 anni fa, il giornale della città lanciò questa disperata richiesta di aiuti per le popolazioni colpite. Si fece talmente in fretta che, se lo si va a cercare, qualche terremotato in qualche container magari lo si trova ancora. Per non parlare della solerzia degli interventi strutturali a case, uffici, ospedali. Nell’era pre-tangentopoli arrivarono soldi a pioggia verso la nostra regione: tra aiuti, finanziamenti, Cassa del Mezzogiorno è probabilmente impossibile quantificare la cifra esatta che negli anni è giunta (O SAREBBE DOVUTA GIUNGERE) per la ricostruzione.

Ieri a Verona, come ormai in tanta parte del nord Italia, si cantavano i soliti cori contro i napoletani. Cori che portano voci di eco lontane. Si può dire che la Lega Nord, pur se fondata qualche anno dopo, sia nata proprio dalle macerie del terremoto del 1980. Insieme alla leggenda del Sud piagnone e assistenzialista che dura da oltre 150 anni. Il terremoto dell’80 diede una spinta decisiva per la nascita di un’ideologia che vedeva il “terrone” mangiapane a tradimento sulle spalle del nord “operoso”. E poco importa se in quell’aggettivo “operoso” ci siano state le braccia, le mani, la fatica e l’umiliazione dei più che venivano proprio dal Sud per offrire la propria stessa esistenza nelle fabbriche settentrionali. “NON SI FITTA A MERIDIONALI“: nel dopoguerra già esistevano questi rudi cartelli esposti all’ingresso dei palazzi del “civile” settentrione.

Quante ruberie, magna magna, tangenti, frodi, truffe sono state commesse. Peccato che a commetterle siano state le classi dirigenti del nord e del sud: perché quando si tratta di mangiare l’Italia sa essere unita nei secoli dei secoli. Per dirla con Totò: “Giacché si parla di politica, ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”.

Tutto ciò è avvenuto a danno della popolazione che realmente ha sofferto il dramma di quel sisma: c’è chi ha perso parenti, chi la casa, chi si è visto sconvolgere la vita. Com’erano solerti, del resto, le “operosissime industrie settentrionali quando dovevano venire a prendere sussidi qui in Campania per aprire delle fabbriche: prendevano i soldi e scappavano.

La storia la scrivono i vincitori: mai frase più vera. Com’è facile far passare il napoletano per scroccone assistenzialista! Come se davvero il semplice cittadino campano fosse riuscito ad arricchirsi sulle spalle del nord. E non che ad apparecchiarsi a tavola siano stati i “soliti noti”.

Con un moto di dignità da quel tragico giorno del 1980 nacque però anche tutta una Nouvelle Vague napoletana che spopolò per l’intero decennio in tutti i campi. Il Napoli di Maradona, il cinema di Troisi, Martone e De Crescenzo, la tv di Arbore, la musica di Pino Daniele e il folkloristico caschetto di Nino D’Angelo. Da quella tragedia se ne uscì nel solo modo che il napoletano conosce meglio: la CULTURA.

La Napoli di oggi si arrovella invece su un altro terremoto: quello del Pd con l’auto-candidatura di Antonio Bassolino. E probabilmente pochi napoletani si interessano ormai di queste vicende. C’è disincanto e una depressione endemica come il colera che ormai la politica, per aver troppo deluso negli anni, viene vissuta come incapace di offrire risposte efficaci alle esigenze reali della città.

E, se Il Mattino domani titolasse “FATE PRESTO”, sarebbe un invito ai calciatori del Napoli di vincere lo scudetto. Il napoletano di oggi il riscatto non riesce a vederlo da nessuna parte, come se solo il calcio ci fosse rimasto: circo senza pane. La fretta non c’è per una raccolta di rifiuti assennata e moderna, non c’è per la mancanza di infrastrutture, non c’è per i disagi sociali che ancora oggi causa la criminalità organizzata. Oggi i napoletani il “FATE PRESTO”, con un coro che dice “DEVI VINCERE” lo sa cantare solo allo stadio. E questa rassegnazione, questo amaro disincanto, questo abbrutimento di linguaggio sono le nuove faglie sismiche che si spalancano dalle viscere della nostra terra e dalla nostra anima. Come se non ci fosse un domani. E, per contraddizione, come in tutte le cose di questa città: eppure Napoli c’è. E resiste. A tutto e a tutti.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 857
I 90 secondi del terremoto del 1980

Dal nostro inviato a Mosca:

Ogni 23 novembre, apro su YouTube un filmato. Una registrazione saltata di una radio locale di Avellino, che alle 19.34.52 per 90 secondi incide un boato. Non di quelli da stadio, non una bomba, ma qualcosa di sovrannaturale, anche se è il movimento delle placche, il terremoto è ben spiegabile dalle scienze naturali. Sono nato a distanza di tre anni e mezzo da quel giorno, ma i racconti dell’Ottanta li ho sentiti tante volte. Un avvenimento che non devastò soltanto l’Irpinia e la Basilicata, ma intere parti della Campania. I paesi dell’epicentro furono rasi al suolo, e ancora oggi non del tutto ricostruiti (d’altronde, i discendenti del sisma di Avezzano e del maremoto dello Stretto ancora attendono un alloggio definitivo, a distanza di un secolo…); i morti furono dovunque, non solo in Irpinia, 53 vittime alla Stadera a Napoli, mia madre ancora oggi racconta di come, dopo la messa serale, il campanile della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo cadde sulla canonica, uccidendo sei persone. E lo stillicidio è infinito: nove ragazzi muoiono ad Angri perché gli crolla addosso la facciata della chiesa della Madonna del Carmine, e tanti perdono la casa, con sfollati dovunque, anche dove l’epicentro dista decine e decine di chilometri. Mio nonno spesso raccontava di come persero l’appartamento dove abitava con la famiglia, che però l’ingegnere comunale sosteneva fosse “agibile”: la prova antisismica, per questo luminare della protezione civile, consisté nel saltare nel salotto di casa.

Perché siamo figli del terremoto? Lo siamo e perché ogni volta che la nostra terra trema i nostri cari rivivono quei momenti, e perché il sisma ha segnato l’ennesima, e, credo, decisiva tappa nella distruzione della nostra terra. Ricordo le scosse del 1990, di come ci misero in fila per due a scuola e ci fecero uscire dalla classe; e i vari piccoli sussulti di questi anni, fino al terremoto del Matese di quasi due anni fa, ero tornato per le feste ed eravamo all’ultimo piano con i parenti, e quella paura negli occhi, quella luce, che si era accesa tra chi aveva vissuto l’Ottanta, mi è restata impressa più del divano che si sposta (e anche qua, il Matese è lontanuccio).

Siamo figli del terremoto perché il sisma è stata l’occasione per saccheggiare completamente il territorio: abusivismo a go-go, speculazioni infinite, clientele, assegnazioni di posti. Interi quartieri evacuati e interi rioni costruiti e diventati luoghi di esclusione; in più nel piccolo c’è stato anche il bradisismo nel 1984 nella zona flegrea, con lo spostamento degli abitanti del Rione Terra. E l’Irpinia ha inaugurato la gestione emergenziale, nonostante i ritardi nei soccorsi (quanti si sarebbero potuti salvare? Nessuno ne parla, oggi, ma all’epoca persino Pertini si indignò): la Campania è diventata dopo l’Ottanta la terra dei commissariamenti e delle emergenze, e la logica è sempre quella di garantire spartizioni e potere.

Cosa è cambiato in Italia nella gestione del post-terremoto? Temo poco o nulla, anche per averlo visto in presa diretta da volontario in Abruzzo nel 2009. E le immagini delle new town con i loro balconi cadenti testimoniano come si continui a costruire in spregio alle norme, semplicemente nel nome di un arricchimento bestiale.

Quei 90 secondi, forse, dopo 35 anni, ancora ci fanno tremare, anche se non li abbiamo vissuti. Quando a San Giuliano in Molise crollò la scuola, il parroco rispose così a chi gli chiedeva dove fosse Dio: “Non è il Signore a fare i calcoli del cemento”. Ecco, siamo ancora a questo. E le domande di Pertini, di Moravia, e di tanti altri risuonano nel vuoto, nell’eco di quei momenti, tra le macerie di quei giorni.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it