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Poche invenzioni hanno cambiato la vita degli esseri umani come l’ha cambiata Internet. Forse la ruota, o la scoperta del fuoco. Per non parlare della relativa velocità di diffusione. Mi immagino un ominide che vede per caso un sasso tondeggiante precipitare da una montagna. Gli si accende la lampadina che quello strano oggetto rotolante possa servire a cambiare il suo modo di vivere. Prima che la genialità possa essersi diffusa nei villaggi limitrofi, immagino, ci siano voluti dei mesi, se non degli anni. Oggi non fai in tempo a finire di cliccare una parola, che già è superata. Possiedo un telefonino che incredibilmente serve solo per telefonare, ma conosco gente che ci frigge anche le uova col telefonino. E nessuno riesce a possedere l’ultimo modello. Il lasso di tempo che intercorre per arrivare dallo scaffale del negozio alla cassa, che già ti hanno inventato un modello più all’avanguardia. Certo i vantaggi sono innumerevoli. Sono convinto che i nati post-internet non riescano neanche a immaginare cosa fosse la vita di chi aveva avuto la sventura di nascere qualche anno prima. Ve le ricordate le agendine? E i vacobolari? E le enciclopedie, quelle che si facevano in edicola a fascicoli settimanali? L’enciclopedia Garzanti, l’enciclopedia medica, gli animali, le piante, il cinema…praticamente tutte. E tutte li, in bella mostra ad impolverarsi sugli scaffali. Quando uno dei miei figli mi chiedeva qualcosa che non sapeva, io immancabilmente rispondevo: “Vorrei sapere che le compro a fare le enciclopedie” E loro: “Perchè tu possa sfogliarle quando noi ti chiediamo qualcosa che non sappiamo”. Eppure sono passati solo pochi anni. Per non parlare dello sfoggio di cultura che oggi può fare chiunque. Se senti qualcuno usare un vocabolo che non conosci, un termine scientifico, una citazione in latino, una data storica, un film, un qualsiasi argomento dello scibile umano, basta che vai su Internet e prima ancora di scrivere la frase per intero, sai già di cosa si sta parlando. Certo tutto è relativo: un valoroso e imbecille condottiero romano, oltre che apprezzato scrittore (un Totti ante litteram, praticamente), tale Sesto Giulio Frontino, nel primo secolo d.C., affermava che le armi da guerra erano giunte al loro limite massimo di modernità, e che non c’era nessuna possibilità in futuro di migliorarne l’efficienza. Altro che le balle di Lotito e Tavecchio, coadiuvati da De Laurentiis. Oggi Internet ha fatto di ogni ciuccio un professore. Ricordo che quando ero alle scuole medie, in classe venne fuori il vocabolo “antonomasia”. Io alzai il ditino educatamente (allora usava così) e chiesi alla professoressa: “Scusi, prof, che vuol dire antonomasia?”. Le ci pensò un momento, poi mi fece un esempio: “Se vedi una persona mite, molto tranquilla, che non vuole avere grattacapi e dice di si a tutti, si può dire che quello è un Don Abbondio per antonomasia”. E mo chi cazzo è sto Don Abbondio, pensai. Dalla descrizione, mi pareva che avesse pittato paro paro la figura del bidello, ma quello si chiamava Don Salvatore. Fui convinto che Abbondio fosse il cognome di Don Salvatore il bidello fino a che non cominciammo a sfrantecarci i coglioni con I Promessi Sposi. Quando si faceva il compito in classe di italiano, il tema, che oggi si chiama in altro modo che onestamente mi sfugge (dovrò vedere su Internet), era consentito portarsi il vocabolario, le cui dimensioni erano direttamente proporzionali alla ciucciaggine dello studente portatore di simile fardello. Ho visto ragazzi trascinarsi dietro mattoni da venti chilogrammi, e poi non sapevano che farsene. Non rivelerò mai le dimensioni del mio vocabolario neanche sotto tortura, altrimenti potrei passare per presuntuoso. Dico solo che quando si faceva il tema in classe, io ero specializzato in finali. Che poi perdevo regolarmente, peggio della juve quando trova un arbitro imparziale. Per finale intendo il finale del tema. Dopo aver concluso il mio, avevo la mia clientela, che sistematicamente mi chiedeva di completare loro il tema: “Dai, fammi solo il finale, che ti costa”. Naturalmente la precedenza (e l’impegno profuso) era riservato alle ragazze, e fra esse, alle più carine. La necessità aguzza l’impegno, ed io dovevo pur fare qualcosa per accattivarmi le simpatie delle ragazze. Anche se le stronzette continuavano a trovare molto più interessanti i ciucci palestrati. Oggi non escludo che possa essere stato immesso in commercio una qualche diavoleria elettronica in grado di farti il finale di un tema. E allora la vita sarebbe stata ancora più dura per chi era specializzato in finali.

Pasquale Di Fenzo

Pasquale Di Fenzo, PDF per gli amici, tifoso di Napoli prima che del Napoli. Non lesina critiche a Napoli e al Napoli, ma va “in freva” se qualcuno critica Napoli e il Napoli. Pensa di scrivere, ma il più delle volte sbarèa. L’obiettività è la sua dote migliore. Se il Napoli perde è colpa dell’arbitro. O della sfortuna. Sempre. Se vince lo ha meritato. Ha fatto sua una frase di Vujadin Boskov, apportando però una piccola aggiunta: “è rigore quando arbitro fischia, a favore del Napoli”. E’ ossessionato da Michu che, solo davanti alla porta del Bilbao passa la palla ad Hamsik invece di tirare in porta. Si sveglia di notte in un bagno di sudore gridando “Tira! Tira!”. Considera i napoletani che tifano per la juve come dei naufraghi che hanno avuto la fortuna di salvarsi su un’isola deserta assieme a Belen e si risvegliano nei panni di Cristiano Malgioglio. Ritiene che la battuta più bella sul calcio italiano la fece Osvaldo Bagnoli, che dopo una partita di Champions con la juve, in cui il suo Verona fu letteralmente scippato della vittoria, a due carabinieri che per caso si erano affacciati nel loro spogliatoio, disse: “Se cercate dei ladri, stanno nell’altro spogliatoio”.

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Nell’era della condivisione globale abbiamo potuto verificare senza bisogno di ricerche accademiche quali sono gli interessi principali dei componenti la razza umana in merito alla loro volontà di mettersi in mostra nei confronti dei propri simili.
Abbiamo così potuto sperimentare (e molto spesso subire) una quantità di immagini che prima, in epoca analogica, ci erano fortunatamente negate. O che, quanto meno, riuscivamo a evitare… finché l’amico di turno al rientro dalle vacanze subdolamente ci invitava a cena e finivamo per essere moralmente obbligati a una narcisistica e soporifera proiezione di diapositive, ovviamente non selezionate: se erano stati scattati venti rullini ci venivano propinate 700 immagini, di cui 100 tramonti, 200 panorami quasi sempre tutti uguali (di cui un centinaio con la moglie/marito/fidanzata/fidanzato/figli sempre tagliati o troppo piccoli per essere visibili) e 300 immagini della “cultura locale” (che variava a seconda della meta scelta, ma la variabilità dei soggetti era inevitabilmente sconfitta dalla scarsa variabilità delle inquadrature); le restanti 100 immagini erano di solito scattate dai mezzi di trasporto e quindi assolutamente inutili ai fini di una comprensione di quello che era stato il motivo scatenante della pulsione a scattare.
“Fortunatamente”, quei tempi sono finiti. Adesso le immagini ci arrivano in diretta, spesso segnalate da avvisi che non riusciamo proprio a ignorare. Non c’è nemmeno più la sorpresa, dopo anni e anni di internet ormai le tipologie di immagini tendono a standardizzarsi, e possiamo anche anticipare, a seconda della persona che ha condiviso l’immagine, che immagine sarà stata postata; che sia sulla sua bacheca nel social network, in un messaggio collettivo o in un forum tematico, quasi sempre possiamo azzardare una ipotesi che si rivelerà molto spesso azzeccata.
Non nego che molto spesso alla terza immagine uguale alle precedenti mi viene l’orticaria, anche se si tratta di soggetti che possano suscitare in me un qualche interesse. L’unica eccezione di rilievo riguarda le immagini di cibo.
Eh, sì, devo ammetterlo. Quando ci sono foto di pietanze particolari – non certo l’ennesima immagine di una sfogliatella o di un babà – si scatena il mio interesse… Interesse non necessariamente fotografico, ma sicuramente gastronomico. Uno degli aspetti della cultura di un luogo che meglio ci parlano della popolazione e delle sue abitudini, dell’economia, della storia di quel gruppo è proprio il cibo. Per questo motivo le foto culinarie mi attirano molto, anche se le immagini sono discutibili. Ovviamente, una foto fatta bene e ben contestualizzata aiuta tantissimo nella percezione della pietanza e non solo, anche nel gradimento che l’immagine può suscitare nell’osservatore. Non dico che dovreste diventare tutti provetti esecutori della food photography, ma un minimo di accortezza è d’obbligo (come sempre, in fotografia…)
A tal proposito azzarderei un consiglio: se dovete fotografare il cibo, cercate di utilizzare un programma o una impostazione della macchina che tenda a dare una rappresentazione realistica o leggermente vivida dei colori. Il cibo fotografato senza colori può assomigliare pericolosamente a qualcosa che invece a volte ci capita di calpestare per strada, e non è una questione di poco conto… altra cosa che suggerirei sempre di fare è di cercare di contestualizzare la pietanza in qualche modo. Dare un’idea anche vaga dell’ambiente, far capire se si tratta di un ristorante di lusso oppure di una bettola di periferia, o ancora di un mercatino all’aperto, aiuterà l’osservatore ad avere una percezione migliore di quanto sta guardando. Sicuramente col cibo è ancora più difficile riuscire a dare una percezione anche solo parziale (pensate a ciò che non è trasmissibile fotograficamente, l’odore soprattutto), ma cercare anche solo la giusta tonalità di colore, calda magari con pietanze di carne, leggermente più fredda o neutra per gelati o prodotti freschi come verdure o insalate, potrà aiutare non poco chi osserva l’immagine a farsi un’idea.
E magari contribuirà a fargli venire l’acquolina in bocca…

Gianfranco Irlanda

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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Contrordine signori!

“Facite ammuina”, così si sono regolati i giornalisti delle testate on line che avevano scioperato per ben due volte contro il Napoli e contro Sarri. Avevano persino vergato congiuntamente due distinti comunicati contro il club, colpevole, secondo loro, di minare la libertà di stampa non facendo rilasciare dichiarazioni del nuovo tecnico azzurro ai siti web. Due proclami che richiamavano PERSINO l’articolo 21 della Costituzione. Come se il Napoli, da libera impresa, non potesse scegliere autonomamente il proprio modo di fare comunicazione. Magari decidendo di far parlare i propri tesserati solo con determinati organi di informazione o non dare accesso alla sala stampa. Perché a Castelvolturno, lo ricordiamo a chi vuole per forza ignorarlo, c’è la sede  del Napoli, non quella di Palazzo Chigi. Non dipendono le sorti dell’Italia da una conferenza stampa del Napoli o dalle parole di Sarri. Risibile, se non ridicolo, appellarsi all’articolo 21.

keep-calm-and-facite-ammuinaOggi però gli stessi che protestavano sono tutti in prima fila a Dimaro, tutti pronti a fare selfie e accurati reportage fotografici per vantarsi con gli amici dei social di essere così bravi dal poter essere lì presenti al ritiro del Napoli. Tanto che la nota e storica firma del giornalismo sportivo napoletano, Rino Cesarano, ha scritto piccatamente sul proprio profilo Facebook un ammonimento ai colleghi: “Consiglio per i giovani colleghi: nei ritiri delle squadre di calcio si va per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze e per capire i metodi di lavoro di un allenatore. Per le scampagnate esistono pasquetta e ferragosto. Un caro abbraccio a tutti“.

E insomma hanno fatto ammuina. Ma in realtà il “facite ammuina” è un noto falso storico, spacciato per un comando contenuto nel Regolamento da impiegare a bordo dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841. Un falso proprio come lo è stato lo sciopero contro il Napoli. Uno sciopero inutile, capace solo di dare un’ulteriore spunto ad alcuni giornali del nord di attaccare il Napoli.

Se un giornalista sente che la propria dignità (DIGNITA’) è messa seriamente a repentaglio da qualcuno dovrebbe andare fino in fondo. Altrimenti ogni azione di protesta fatta in precedenza diventa poco credibile. O ci si sente minati nel proprio onore (ONORE), oppure no. Non esistono vie di mezzo. Così come non esistono vie di mezzo anche per le forme di protesta: o ci si mette contro il Napoli, reo di essere offensivo e anti-democratico verso i giornalisti, oppure no. Altrimenti che protesta è? Una pulcinellata?

Quali nuovi fatti sono subentrati per cessare la protesta? Il Napoli ha acconsentito a Sarri di rilasciare un’intervista a qualche testata on line? Non ci risulta.

Ed è anche per questo che Soldatoinnamorato non ha aderito a questo genere di protesta. Lo avevamo già previsto come sarebbe andata a finire e lo avevamo anche scritto (QUI). Hanno fatto ammuina, ora è finito tutto: a tarallucci e vino. La libertà di stampa adesso è sana e salda! Finché c’è selfie c’è speranza…

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso 

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Io e il vero Vasco Rossi all'Arechi dopo il concerto del 2008

Non sono mai stato un grande fan di Vasco, eppure l’ho visto dal vivo almeno 3 volte.
Adoro alcune sue canzoni, in macchina ho Fronte del palco sempre a portata di mano, eppure non ho mai comprato un suo disco.

Stasera avevo i biglietti per il prato e tanti motivi per non andare, primo fra tutti proprio il rispetto per quel prato che tanto amo, eppure… ci sono andato.

Come giustamente faceva notare Valentino, a Napoli manca un vero spazio dedicato ai grandi eventi musicali ed è impensabile che un concerto in uno stadio possa causare tanti problemi, con molta meno eleganza di Valentino però aggiungo una cosa: A Napoli non c’è mai un cazzo!
Sì, ci sono tantissimi concerti di nicchia, tanti piccoli eventi interessanti, un grande fermento culturale e artistico, ma di concerti, di grandi eventi, di momenti Rock spettacolari manco a parlarne. Fino a stamattina ero a Milano, e parlavo con alcuni colleghi che raccontavano che quest’anno non erano andati a vedere gli Slayer o i Metallica perché li avevano visti troppe volte… Noi abbiamo la sola costante di Giuliano Palma all’Arenile e poco altro, per cui piaccia o non piaccia il cantante, uno Stadio pieno per 3 ore di musica è una festa che questa città merita.

Io ci sono andato perché il San Paolo è sempre il mio posto preferito; ci sono andato perché se proprio non deve cantare la Curva A, Vasco Rossi mi sta bene; ci sono andato perché stamattina ho veramente fatto colazione con un toast (anzi due); ci sono andato perché adoro i concerti, adoro il sudore, adoro l’odore di canne e birra, perché adoro l’estetica del vomito creata da Vasco e adoro cantare a squarciagola abbracciando sconosciuti… insomma adoro i concerti.

Appena arrivato l’atmosfera era quella di sempre dei concerti di Vasco degli ultimi 15 anni: 3 generazioni diverse che fanno le stesse cose, chi si siede a terra, chi fuma, chi vomita e collassa in un angolo e chi si fa i selfie Nonostante all’ingresso venissero sequestrati i bastoni per selfie con il supporto  dei cani antidroga  ammaestrati per stasera a fiutare le temutissime astine telescopiche e non gli stupefacenti, qualcuno era riuscito di nascosto a far entrare l’oggetto simbolo del social-edonismo.

Iniziato il concerto il 90% dei partecipanti ha sollevato lo smartphone con telecamera attivata ma non per filmare il palco, visto che con quella luce e da quella distanza, il risultato sarebbe stato del bruciato e qualche sagoma sgranata, ma per filmare il maxischermo di fianco al palco dove veniva proiettato il concerto.
Ora, io sono alto un metro e 90, e ad altezza occhi avevo il triste spettacolo dei vostri smartphone che filmavano un filmato. Possibile che si senta la necessità di condividere le cose senza neanche viverle? Non sarebbe meglio invece di farti un selfie con la tua ragazza infilarle 7 metri di lingua in bocca durante Sally? Non sarebbe più divertente pogare invece di filmarti mentre fingi di farlo?

Lo so, sono diventato vecchio, al punto che ho finito il concerto con la maglietta addosso (e non avveniva dal concerto di Albano a Tocco Caudio) e questo è un discorso trito e ritrito, ma dopotutto anche Vasco è diventato vecchio e la pensa come me. La rockstar nazionale  ha infatti modificato leggermente Vita spericolata per prendere per il culo i selfie-maniaci, quell’Ognuno perso dentro i facebook suoi… suonava tanto come un “Sta canzon’ ven’ a te”.

Non me ne vogliano i fan del Blasco se dico che è diventato vecchio,  ma dobbiamo ammettere che la star di Zocca ha ormai la sua età e forse sarebbe il momento di uscire di scena e restare il mito che è e non continuare a scimmiottare se stesso. Vederlo costretto a fare 5 minuti di pausa fra una canzone e l’altra non è stato un bello spettacolo, e soprattutto i “gestacci” che lo hanno reso famoso a rifatti a 63 anni non lo rendono più un rocker trasgressivo ma lo fanno sembrare lo Zio simpatico alla tombolata di Natale quando esce il 29.

Il concerto ha viaggiato fa alti e bassi, fra il mutismo del pubblico sotto i 35 anni quando ha cantato Sballi ravvicinati del terzo tipo, e la perplessità degli over 35 che ascoltando le canzoni nuove hanno pensato fossero cover di Nek. Il picco di emozione si è aggiunto quando Vasco ha voluto omaggiare Pino Daniele, non tanto per averlo ricordato, ma per come lo ha fatto: guardando in cielo dopo Canzone, il pezzo che dedica sempre al suo amico e chitarrista scomparso prematuramente, quando tutto il pubblico si aspettava il solito “Ciao Massimo!” Lui ha dedicato il concerto a Pino.
In coclusione noi tutti vogliamo ringraziare la corista Clara Moroni per aver chiuso il concerto pubblicizzando il nostro giornale… ‘O Surdat’ ‘nnammurato cantato da lei al San Paolo è stato un bellissimo regalo per la nostra redazione.

Paolo “Sindaco” Russo

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P.s. non ha fatto Dillo a Luna che è la mia canzone preferita

p.s.s. La prossima volta non ci sarò

P.s.s.s. Lo avevo detto anche l’altra volta