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Veduta dell'inverno moscovita da casa dell'autore

Aeroporto di Vnukovo, Mosca, 3:15 di un gelido 14 gennaio: l’aereo scivola sulla pista, sbandando un po’ come una macchina sul basolato bagnato a Napoli. Un pensiero in questo viaggio di rientro mi ha però scaldato, incurante di quanti gradi in meno ci fossero in Russia, dovuto alla lettura su “L’Espresso” della rubrica di Bruno Manfellotto, già direttore del settimanale. Questa settimana la penna di Manfellotto si è dedicata alla emigrazione “giovanile” dall’Italia, ed è cosa buona e giusta trattare di questo argomento, perché, come sottolineato dal giornalista “E però di questa realtà, e di altre che indicano un’emergenza, si parla poco. Vi ha fatto cenno Sergio Mattarella; i più tacciono perché, dicono, non c’è niente di nuovo (ma è proprio questa ineluttabilità che dovrebbe preoccupare, no?); altri perché temono di passare per gufi (…)” Tutto molto vero, e condivisibile, anche se poi Manfellotto racconta di un’emigrazione d’élite, se possiamo così definirla, ovvero di figli andati all’estero per un master, ma siamo sicuri che si tratti di questo?

Le cifre e l’esperienza raccontano di uno scenario completamente diverso, un’emigrazione ormai di massa, che coinvolge non solo giovani laureati meridionali, ma un settore consistente della popolazione italiana: i master a cui si iscrivono gli italiani migranti spesso sono le cucine di qualche ristorante o le corsie d’ospedali; si va via da un paese dove manca un numero sufficiente di infermieri (e presto sarà la stessa storia per i medici), per poter lavorare in Gran Bretagna o in Germania; scuola e università soffrono di una paradossale situazione, dove gli insegnanti precari spesso sono già cinquantenni senza posto fisso; ma non va meglio né nell’industria, né nel commercio. Un dramma però dimenticato, sottaciuto, minimizzato quando se ne parla. Un’emigrazione che spesso non è nemmeno più fatta di qualche sacrificio per mettere una somma da parte, visto che si spende la maggior parte dello stipendio per vivere nei paesi dove si lavora, e non è raro vedere genitori che raggiungono i figli per passare le festività assieme.

Mentre mi vesto in aeroporto per affrontare il gelo (calzamaglia-maglia termica-sciarpone-piumino-colbacco, manco Fantozzi a sciare), il pensiero è che i rientri sono fatti di valigie che scoppiano di provviste, bagagliai carichi, regali ricevuti, ma anche di tanta nostalgia e rabbia. Perché, come scriveva Majakovskij, la terra con cui hai diviso il freddo mai potrai dimenticarla: e lui, probabilmente, non sapeva quanto è ancor più vero quando nella tua terra ci sono esattamente 28 gradi in più d’inverno.

 

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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“Perchè noi i vostri bambini li AMIAMO!”
Lo ripete più volte durante un lungo incontro con le rappresentanti dei genitori, visibilmente emozionata e con voce lievemente tramolante, la dirigente della scuola dell’infanzia comunale “La Nidiata” di Bagnoli, la dott.ssa Annalisa Nasta.
Circa un mese fa alcune mamme della scuola ottennero, grazie ad un programma radiofonico al quale si rivolsero per “denunciare” alcuni disservizi, una fornitura di carta per l’intero anno scolastico. Purtroppo però la situazione/donazione non è stata gestita nel migliore dei modi: la poca comunicazione tra le mamme e la scuola stessa ha portato ad un fraintendimento facilmente evitabile. Se si fosse detto chiaramente che si aveva a disposizione un bel quantitativo di materiale igienico, probabilmente la segreteria avrebbe informato sull’impossibilità di gestirlo visti gli spazi ristretti della struttura (per chi non la conoscesse, la scuola ospita appena 45 bambini). E soprattutto avrebbe chiarito la difficoltà burocratica per un’istituzione pubblica di accettare una donazione privata.
Successe che, quando il carico arrivò in sede (noi si soldatoinnamorato siamo stati i primi a darvi la notizia), la scuola fu trovata chiusa per carenza di personale. Quando in una scuola pubblica mancano le insegnanti, queste possono essere sostituite ma se mancano le bidelle la dirigente non può garantire lo svolgimento delle attività e quindi può momentaneamente chiudere.

Purtroppo, vivendo una realtà satura di disservizi, in cui l’anormalità diventa per noi normalità, tendiamo facilmente a diventare preda di nervosismi e scleri vari, gridando subito allo scandalo e cercando immediatamente il capro espiatorio.

Non ci preoccupiamo di capire da dove nascono certe decisioni; non ci preoccupiamo di accettare che possa esistere un iter burocratico, seppur cavilloso, da rispettare, con tanto di gerarchia nei ruoli.

In questa situazione abbiamo semplicemente e superficialmente letto ciò che ci faceva più comodo e che più allietava il nostro desiderio di trovare del marcio in qualcuno. Un benefattore ha donato materiale ai bambini e la scuola (cattiva e nemica) non ha voluto accettare e ha chiuso i cancelli in faccia al dono. “Vergogna” “Che schifo” “In che paese viviamo” “La preside voleva farsi i soldi sopra” e chi più ne ha più ne metta. Questo (e molto molto altro di cattivo gusto) si è letto sui social immediatamente dopo il fattaccio. Inutile raccontarvi quanto è stato detto contro la prof.ssa Nasta, attaccata da chiunque, messa letteralmente alla gogna da chi si sente forte e in diritto di offendere il prossimo nella solitudine di una stanza dietro al proprio pc (e che magari tra la gente reale non ha le palle di proferire parola). Perchè questo è il problema! Oramai la realtà così come la ricordavamo almeno fino a 6/7 anni fa, fatta di persone in carne ed ossa, di parole dette a voce e di opinioni condivise guardandosi negli occhi, con educazione e rispetto verso chi si ha di fronte, ha lasciato il posto ai network, ad internet. Ai social dove si può dare della “stronza” ad una dirigente scolastica perchè stava facendo il suo lavoro, senza pensare che quella “stronza” si possa fare realmente in quattro per i figli di Bagnoli.

E se a “La Nidiata” manca la carta igienica, il sapone o i pastelli per colorare la colpa non è certo di quella “stronza” o delle maestre o delle bidelle. Lo scandalo non nasce nella X Municipalità o nel Comune di Napoli. Da Bressanone a Canicattì, la scuola pubblica sta rovinata! E ovunque, da Nord a Sud, sono i genitori degli alunni a provvedere ad alcune mancanze.

Prima di uccidere qualcuno, accendiamo il cervello e riflettiamo su ciò che di concreto stiamo facendo per migliorare la nostra vita reale. O almeno quella dei nostri figli.

Milly

P.S. io sono una delle mamme di cui sopra e oggi sempre più convinta e soddisfatta di aver affidato la formazione di mio figlio alla prof.ssa Nasta e alle maestre de “La Nidiata”.

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Vergogna all'asilo "La Nidiata"

Attimi di tensione all’Istituto “La Nidiata” di Bagnoli, la scuola dell’infanzia del 24° Circolo Comunale. Il Comune ha tagliato i fondi per le scuole e da giorni nell’istituto si registrava la mancanza di carta igienica.

Le mamme, non sapendo più cosa fare, si sono allora rivolte a Radio Marte, al programma di Gianni Simeoli “La Radiazza”. La radio partenopea e i suoi conduttori sono riusciti rapidamente a intervenire stipulando un accordo con una ditta campana che produce carta igienica, la “Wow”, che ha generosamente donato una fornitura alla scuola per poter alleviare i disagi dei bimbi della Nidiata.

Sembrava filare tutto liscio: laddove fallisce lo Stato, interviene un nobile senso di solidarietà per risolvere uno dei tanti problemi che affligge la nostra città e i nostri servizi pubblici. E invece non è andata proprio così.

Alle 10 questa mattina doveva essere recapitata la fornitura di carta igienica presso la scuola. Oltre alla ditta, a Bagnoli, c’erano anche Borrelli di Radio Marte e alcuni giornalisti per documentare l’evolversi della vicenda. E invece l’Istituto ha deciso di rinunciare alla donazione, chiudendo i cancelli della scuola e non lasciando entrare nessuno. Una decisione inspiegabile laddove questi gesti di generosità andrebbero accettati, pur andando incontro a brutte figure, nel solo interesse del servizio che si offre ai bimbi che frequentano la scuola.

Al momento la fornitura è stata presa in carico dalle mamme. In attesa di capire l’evolversi di una vicenda desolante. Non solo un istituto scolastico non riesce a provvedere ad offrire adeguati servizi alle famiglie, ma poi con arroganza rifiuta anche gli aiuti provenienti dalla società civile. Un comportamento che non possiamo far altro che stigmatizzare negativamente.

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Un’amica ha da poco postato sulla sua bacheca di facebook una bella riflessione sul colore di novembre, per lei è un mese giallo scuro, e a giudicare dalla luce che entra nella mia stanza mentre sto scrivendo questo articolo, un fascio solare diretto e di un bel colore oro antico, non saprei davvero come definirla altrimenti. Peccato che la luce di quel colore duri davvero poco, e in effetti ora, dopo queste poche righe, è già praticamente svanita.

Questa riflessione mi fa tornare in mente i compiti delle medie di educazione artistica, in cui avremmo dovuto rappresentare le stagioni. Avevo all’epoca già una discreta passione per il disegno e l’arte in genere e, complice una buona mano, in quella materia andavo piuttosto bene. Quando mi trovai a dover rappresentare visivamente l’autunno non trovai di meglio che andare per stereotipi – di solito funzionano, e la scuola pubblica dei primissimi anni ’80 non faceva certo eccezione. Mi ingegnai così a raffigurare un bel vialetto alberato, con alcuni platani che erano ancora un po’ coperti dalle loro foglie ormai color ocra e in più una foglia, appena staccatasi, che volteggiava in primo piano. Certo i platani in questione mi erano familiari, ma solo perché nella strada dove abitava mia nonna si susseguivano in buon numero (non sapevo nemmeno che si chiamassero platani, all’epoca, pensavo fossero aceri visto che la loro foglia mi faceva venire in mente la bandiera del Canada…); la rappresentazione che avevo dato dell’autunno era però decisamente idealizzata e pensata espressamente per fare bella figura. Di certo non mi aspettavo che il giorno che presentammo i disegni in classe mi sarebbe rimasto impresso in modo indelebile.

Accadde dunque questo: uno dei miei compagni di classe, decisamente meno versato nel disegno di me, presentò una sua visione dell’autunno particolarmente fuori dagli schemi. Ovvero, il disegno che consegnò raffigurava una strada, con brutti edifici, quasi dei casermoni, alcune automobili e dei passanti, non particolarmente ben fatto ma nemmeno orribile; solo che era decisamente tutto virato al grigio, e molto triste, con gli scarichi delle auto che cacciavano fumo e le figure umane decisamente secondarie. La professoressa, arrivato il turno del mio compagno lo trattò un po’ male, in effetti lo fece, per usare un eufemismo, una vera schifezza, lasciando intendere che quello che ci si aspettava da lui fosse qualcosa di molto simile a quello che avevo fatto io (presi un ottimo voto, ovviamente). Sul momento ero contento di essere andato bene, ma la cosa mi colpì. Anzi, per essere precisi mi turbò profondamente, e infatti lo ricordo ancora con incredibile chiarezza, a più di trent’anni di distanza, anche – e soprattutto – per il fatto di non aver saputo esprimere quello che avevo provato in quegli istanti. Avrei voluto esprimere con forza il mio disappunto alla professoressa. Sul momento avrei reagito perché avevo la sensazione che si stesse comportando in maniera che potrei ora definire “classista”, visto che il compagno di classe veniva da una famiglia sicuramente meno abbiente della mia, e probabilmente non aveva dei genitori che lo portavano a vedere il museo di Capodimonte, o lo studio di qualche amico pittore; ancora maggiore però fu lo sconforto che mi prese in quel momento, per un altro motivo, e cioè perché vedevo, o forse capivo per la prima volta, la ristrettezza di vedute con cui quelli che erano pagati per istruirci ed educarci giudicavano il nostro operato.

Se avessi avuto il coraggio di parlare, cosa che all’epoca mi faceva difetto – riuscivo a fare scena muta alle interrogazioni anche se ero preparato, figuriamoci per mettere a posto una professoressa – avrei voluto far notare come quella scena disegnata, che era stata giudicata tanto male, era la visione che quel ragazzo aveva di una Ercolano in autunno, con la luce che non è sempre giallo scuro, ma molto spesso è grigia, fredda e pervasa di umidità, con piogge frequenti che dilavano le strade portando detriti e sporcizia che si accumulano agli incroci, e le foglie ocra dei platani sono presto schiacciate e polverizzate dalle tante auto che circolano.

Sono ragionamenti che ho fatto a posteriori, complici anche gli studi di antropologia culturale e psicologia sociale ai tempi dell’università che mi ci hanno fatto ripensare anni dopo. All’epoca mi sentii solo male per il mio compagno di classe (non ricordo nemmeno più il suo nome, come di quasi tutti gli altri), e fu uno dei motivi che mi spinsero a lasciare la scuola.
Ma questa è un’altra storia.

Gianfranco Irlanda

 

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Una delle cose che più mi fanno rabbia è l’incompetenza e l’inadeguatezza di alcune maestre che insegnano a scuola.

Ore 11:30 di Mercoledì 1 ottobre, mi squilla il cellulare, è la maestra di sostegno di Federica, é mò che stat!?!

Pronto maestra che successo qualcosa?

“Lei, non si preoccupi non è successo nulla, volevamo solo sapere come mai non era passato per prendere Fede.”

Ah si mi scusi… solo che il centro mi ha modificato nuovamente gli orari e ho dimenticato di avvisare“.

Lei: “guardi che Fede è agitata ed io ho concluso il mio orario di lavoro“. Continua dicendo che la bimba satebbe rimasta con una maestra nuova.

Io non ero a casa, non potevo passare a scuola per prenderla e così contatto mia moglie, lei come sempre era nella nostra piccola sartoria che si trova vicino scuola.

Più il tempo di dirlo che farlo, sta nel plesso scolastico e nonostante le raccomandazioni dei bidelli a non agitarsi, anche per il suo stato (è in attesa del nostro/a terzo/a figlio/a) lei sale al primo piano per parlare con la maestra, voleva spiegazioni sul perché Federica non poteva restare a scuola.

La risposta della maestra è stata: “mi spaventa restare in una classe con 24 bambini” si avete letto bene… e continua dicendo “figuriamoci con sua figlia“.

Mia moglie guardandola basita, gli risponde: mia figlia è Autistica mica mangia le persone, non vola ne si arrampica sui muri.

Ovviamente è andata subito dalla dirigente per informarla sull’accaduto, ricevendo la solidarietà di molte maestre.

Perché vi ho raccontato quest’episodio, oltre che increscioso è anche grave e non perché ha riguardato mia figlia, ma perché nel 2015 non possiamo più permettere che in una scuola ci siano ancora discriminazioni di questo tipo e insegnanti incapaci ed incompetenti come questa descritta.

E non possiamo permettere più che una bambina Autistica non gli spetti l’assistenza adeguata per tutte le ore scolastiche.

La maestra di sostegno di Federica copre 22 ore a settimana su 27 ore scolastiche, io per far aumentare ed adeguare le ore di sostegno dovrei fare un ricorso al TAR che mi costerebbe 1500€ se lo facessi da solo, cifra che si abbasserebbe se lo facessi con altri genitori, una sorta di class action, la cifra si ridurrebbe notevolmente, aggira dai 500 ai 150€.

Voi mi direte ma anche 150€ per i figli non sono molto…
Ma io credo che anche pochi euro per quello che dovrebbe essere di diritto sono tanti.

Pietro De Filippis

Quando un ascesso diventa un Odissea

Per sfortuna vostra figlia non è sorda

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Attenti alla zoccola

Chella s’è tenuta ‘a mano ‘nculo!“. Da ragazzino bastava una frase così, perentoria, per dare un giudizio modello Cassazione che riusciva, per i secoli nei secoli a venire, nello stabilire che tale generosa piccerella fosse irrimediabilmente una zoccola. E chi diceva quella frase, solitamente, era riuscito magari a sfiorare le terga della ragazzina senza farsene accorgere con movimenti abili e vellutati tipo scassinatore di cassaforte. A volte la ragazza in questione manco se ne accorgeva. Ma da quel momento ormai il giudizio era già bello che formulato.

Mi tornano alla mente questi ricordi leggendo che oggi per migliaia di bambini e ragazzi napoletani è ricominciata la scuola. Sveglia, acquisto libri, cartelle, compiti, tarantelle con genitori e professori torneranno ad essere abitudine quotidiana da qui ai prossimi mesi. Ma, oltre alle routine, torneranno pure i compagni e le compagne di classe. Litigi, inciuci, amori incofessati e tutto quello che si vive a certe età.

Non so come funzioni ora, credo però che i ragazzini di oggi siano assai più smaliziati di quanto lo ero io fino a quasi 15 anni fa, quando anche io diedi finalmente addio alle aule di scuola per andare all’università.

Era tutto un superare limiti a quelle età: dal bacio a timbro, alla “sola in ganna”, alle mani piazzate con cautela e circospezione per non perdere i primi due vantaggi. Il codice determinava che alle prime battute, se tu cercavi di sfiorare certe parti, la ragazza doveva guardarti schifato e con aria arrabbiata nemmeno se gli avessi ucciso un parente. E però non bisognava lasciarsi intimidire. Si doveva insistere fino a quando la guagliona, avendo dimostrato la propria serietà, cedeva e lasciava passare senza troppe storie una mano in culo o sulla zizza. Questo era essere adolescenti al sud fino a qualche tempo fa.

Eppure oggi le cose non sono cambiate così tanto. Anche ad età maggiori. Una ragazza che ci si concede subito diventa anche nel 2015 irrimediabilmente una “zoccola”. Non so se esista ancora la regola della terza uscita… Ma io non ho mai capito il motivo per cui se una ragazza ha piacere di fare certe cose, come accade a noi uomini, debba essere considerata in maniera negativa.

Credo che gli uomini debbano cambiare completamente impostazione. E’ sbagliato ragionare così, oltre che antiquato. Ma, soprattutto, ed è quello che più mi interessa, se non cambia questo tipo di mentalità mi troverò sempre costretto a dover aspettare più appuntamenti per raggiungere “l’agognata”. Mettiamo nelle condizioni culturali le donne di darla a piacimento senza essere considerate zoccole. Si evitano spese di uscite inutili e si raggiunge prima l’obiettivo. Meditate gente, meditate! W le donne!

vDG

P.S. Il contenuto di questo articolo è riflessivamente ironico. 

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Sta per suonare la campanella nelle scuole di tutta Italia.
Ma qui da noi, a Napoli, anche la campanella ha un suono speciale, perché essere insegnante a Napoli non è come essere insegnanti a Milano
, Roma o Firenze. Né a maggior ragione a Belluno o in Val d’Aosta.
Essere insegnante a Napoli è un esercizio perenne dell’arte di arrangiarsi.
In particolare, alle scuole elementari o alla scuola materna, per fare la maestra bisogna essere “plastici”, sapersi adattare alla molteplicità di problematiche che si incontrano, dalla carenza delle strutture e del materiale didattico all’utenza che, per dirla con un eufemismo, molto spesso è folkloristica.
Fare la maestra a Napoli significa fare lezione in modalità jazz, improvvisando sulle richieste a volte assurde degli alunni che in fatto di fantasia non hanno niente a che vedere coi loro coetanei settentrionali.
Sei una persona rigida, schematica, inflessibile, che va nel pallone appena le cose non vanno come avevi programmato?
Non puoi fare la maestra a Napoli.


Perché se è vero che un insegnante apre la porta e un buon insegnante ti dà la mano e ti tira dentro, a Napoli abbiamo bisogno di ottimi insegnati, che sono quelli che non solo aprono la porta, ti danno la mano e se serve ti danno anche una vottata per buttarti dentro!
La maestra napoletana non è solo un’ insegnante, ma deve essere anche un’interprete: deve tradurre costantemente dal napoletano all’italiano, frasi, temi, lezioni di storia e geografia. Deve interpretare frasi incomprensibili, capire per esempio che “la spannocchia di mavis” è il granturco, che il “carnivalismo” significa mangiare carne umana.


La maestra napoletana deve essere anche un’ assistente sociale, perchè nei colloqui con le famiglie se ne sentono di tutti i colori. “Maestra quello il bambino sta un poco nervoso per mezzo che il papà da un mese sta a Pocioriale” “Purtate pacienza, quello il papà è andato a lavorare ‘a Spagna” (chissà a fare cosa…) “Maestra quella la bambina sta un poco sbandata perché la sorella di 15 anni mo’ la farà diventare zia” E se fra le frasi sulla famiglia c’è anche “Mia mamma e mia nonna ricevono i clienti” non puoi far cadere la cosa nel vuoto.


La maestra napoletana deve essere un mimo, perché quando ti arriva in classe un bambino cinese di 6 anni che fino a ieri si trovava in un paesino sperduto del Fujian puoi provare a farti capire solo a gesti.
La maestra napoletana deve essere generosa, non può essere tirchia, troppo spesso capita di trovarsi davanti a famiglie in cui anche pagare 3 euro per una gita è un problema che si trasforma in un “La prossima volta ci vai”, che per un bambino di 6 anni è difficile da capire. Così come deve mettere mano alla tasca per comprare addobbi, palloncini, materiale didattico ogni qual volta serva, senza polemizzare contro lo Stato assente, perché la polemica farebbe solo male ai propri alunni.


La maestra napoletana deve essere imperturbabile, saper fare buon viso a cattivo gioco e quando arrivano gli insulti e le minacce di strascino deve riuscire a farsele scivolare addosso. Tanto poi dopo due giorni verranno a parlare a scuola come se non fosse mai successo niente.
La maestra napoletana deve essere un’attrice, capace di mantenere il controllo facciale e non ridere davanti alle assurdità che sente ogni giorno nei racconti dei bambini. E se ti dicono che lo zio “l’hanno portato in collegio”, quando invece l’hanno arrestato, devi fingere di crederci e aggiungere che tanto farà il bravo e tra un po’ tornerà a casa.
Con la “Buona scuola” molti insegnanti dal sud Italia dopo anni di precariato hanno dovuto fare la valige e andare a prendersi il tanto sudato “posto di ruolo” lontani da Napoli, da Roma in su.
Sono sicura che si troveranno ad affrontare quelli che per i colleghi settentrionali saranno dei problemi insormontabili e che invece a loro faranno sorridere.
Come dire: “Ma chist’ ‘overo fanno?”

Sofia Alfieri

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Un momento del primo giorno di scuola a Mosca, foto di Elena Ziganchina (da Instagram)

“Settembre poi verrà, ma non ti troverà”: il 1 settembre per me è questo, con me e papà che cantiamo a squarciagola l’hit di Peppino Gagliardi, e papà che mi dice ca’ so’ stunato. Tante emozioni, come giustamente abbiamo pubblicato sulla nostra pagina, di un’estate che qui non sembra voler finire (per fortuna, sia chiaro!).

In Russia questo è il primo giorno di scuola e il primo d’autunno, in un paese in cui le stagioni iniziano il primo di ogni mese: se l’autunno e l’inverno sono pienamente giustificati, per i nostri standard mediterranei (oggi a Mosca sono 15 gradi, at che autunno, ‘a vernata), l’inizio della primavera… no. Marzo alle volte è uno dei mesi più freddi, con punte di -30 come nel 2014.

Il primo giorno di scuola è un grande avvenimento: i bambini vestiti a festa, i fiori regalati alle insegnanti (quando l’ho detto a mammà, che insegna in una scuola media, i suoi commenti non varcherebbero la censura di ogni paese), il pervyj zvonok (la prima campanella)… Il primo settembre assume poi un significato speciale per chi entra a scuola per la prima volta, e ha davanti 11 classi da fare, prima di accedere all’università: due anni meno dei nostri, e a dir la verità, questo sistema mi convince poco, il nostro, con la sua suddivisione in 5+3+5 mi appare più efficace, soprattutto dal punto di vista socio-psicologico.

Ma settembre, in fondo, è pur sempre estate, per un napoletano: il mese dove il mare diventa un po’ più blu, il caldo piano piano inizia a lasciare il posto a un piacevole tepore, l’odore dei pini e della salsedine (soprattutto se si fa un giro nei non pochi splendidi luoghi della nostra terra, dal Virgiliano alla Gajola, ai Campi Flegrei, tra l’Averno e Miseno…), e la nostalgia di quei mesi pieni di progetti e di riposo…

Avanti c’è solo il freddo, nel caso di chi scrive, il grigiore delle nuvole cupe, ma anche la luce del Golfo, nonostante tutto, dentro. “L’estate se ne andrà insieme al sole, l’amore ne è andato già con lei” e su queste note, via, verso Miseno!

Giovanni Savino

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Foto di Paolo Russo

Essere genitori è sicuramente la cosa più bella che possa capitare nella vita, c’è poco da fare da quando nasce il primo figlio la tua vita inizia ad avere un prima e un dopo, cambiano le prospettive, cambiano gli impegni, cambia tutto, non esiste più l’io esiste solo il noi.
Essere genitori è un impegno e una responsabilità che non conosce pause, ed esserlo a Napoli ti porta ad avere mille pensieri in più. Chiunque abbia dei figli qui si trova spesso a chiedersi se sia il posto migliore dove farli crescere.
Lo faccio anche io, spesso, e così mi trovo spesso a pensare a quanto di buono mi abbia insegnato questa città, di quale sia stata la fortuna di essere nato e cresciuto a Napoli, e soprattutto in una famiglia napoletana, perché per quanto complesso sia viverci mi piace pensare che sia una fortuna nascere nell’ultimo ostinato baluardo di SUD rimasto in Europa.

Ci sono cose che noi genitori Napoletani, di nascita o d’adozione, abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, ma volendo anche nipoti, abbiamo la responsabilità di far crescere la nuova Napoli. Così ho provato a elencare 10 caratteristiche di quella napoletanità sana, schietta, genuina e troppo facilmente abbandonata da insegnare ai nostri figli affinchè ovunque li porterà la vita abbiano quel qualcosa in più che solo la nostra città può dare.

  1. Formule di cortesia: il napoletano ne è pieno, alcune sono bellissime. È importante conservarle tutte. È meraviglioso rispondere “Come se avessi accettato” a chi ti offre del cibo, perché dimostra che si sa che chi offre lo fa con gioia e non si vuole offendere chi fa un dono. L’educazione non è formalità, e usare le formule giuste aiuta a chiarire le cose e a creare serenità.
  2. Solidarietà: il concetto di “condominio solidale” che si sta diffondendo il tutta Europa in realtà a Napoli esiste da sempre. Porta aperte sul pianerottolo, vicini disposti a tenersi i bambini in caso di emergenza, il bror’ ‘e consuolo sempre pronto a scaldare la famiglia in caso di lutto… Noi napoletani la solidarietà l’abbiamo nel sangue, ogni mamma si sente un po’ mamma non solo dei suoi figli e sa che “Addo’ magnano duje ponno magna’ pure tre” e così via, la capacità d’accoglienza è un bene da custodire preziosamente, magari lasciando al bar un caffè sospeso.
  3. Disobbligarsi: sembrerebbe in netto contrasto con la solidarietà di cui sopra ma in realtà è un concetto molto nobile. A Napoli chi dona lo fa senza interesse, perché sa quanto può essere un aiuto, ma chi riceve conosce bene il valore di quello gli è stato donato e non dimentica il bene ricevuto per essere pronto a restituirlo non solo in caso di necessità. Il “disobbligarsi” crea una rete di persone legate dalla fiducia che rende la vita migliore. “Non ti dico grazie perché chi ringrazia esce d’obbligo” una delle formule di cortesia da non dimenticare.
  4. Conoscere le storie di Napoli: portiamo i bambini a Piazza del Plebiscito e vedere se a occhi chiusi riescono a passare fra i due cavalli, raccontiamogli perché il Castello dell’Ovo si chiama così. Dai coccodrilli alle sirene ce n’è per tutti i gusti e per divertire (o spaventare tutti i bambini). Raccontiamogli le storie della nostra famiglia, facciamoli sentire parte di qualcosa di bello, questo non significa boicottare tutto il resto e non fargli conoscere le favole più famose (che in alcuni casi come Cenerentola potremmo ricondurre a Giambattista Basile), ma solo introdurli in quel piccolo magico mondo che è Napoli.
  5. Insegnare le tradizioni: Inutile cercare di non far festeggiare Halloween ai nostri piccoli, ma possiamo fargli trovare il torrone dei morti, località e globalità possono convivere. Possiamo usare il Mammone come spauracchio e se non trovano qualcosa allora possiamo dare la colpa al Munaciello. Impastiamo insieme a loro la pizza, prepariamo il casatiello e la pastiera a Pasqua. Tenere vive le tradizioni significa tenere viva la cultura Napoletana, non è questione di essere provinciali ma di guardare il resto del mondo con i nostri occhi e non con quelli di tutti gli altri.
  6. Parlare agli anziani: la cultura popolare risiede nell’oralità e ogni persona di una certa età è sostanzialmente una biblioteca ambulante. Ci sono storie, leggende, canzoni e filastrocche che nessuno ha mai scritto o registrato. Avere qualcuno che ce le racconta è un privilegio, se i nostri bambini lo capiranno, oltre a regalare un momento di gioia a un anziano, conosceranno un mondo “vecchio” che per loro sarà un meraviglioso mondo nuovo.
  7. Distinguere il Napoletano dall’italiano ma parlare entrambi: ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove non si parlava in dialetto, o si parlava italiano o si parlava napoletano, ho avuto la fortuna di poterli distinguere. I bambini devono avere gli strumenti per conoscere i nostri meravigliosi secoli di cultura, devono poter ridere già da piccoli con Totò, Pappagone per poter crescere con De Filippo, Troisi etc. se a questo aggiungiamo che i bambini bilingue imparano più in fretta tutto… avremo nuove generazioni di piccoli geni!
  8. Non rifiutare mai il cibo: per fortuna chi come me è nato lontano dalla guerra non ha mai conosciuto la vera fame, ma i nostri nonni e i nostri genitori si. Per questo ci hanno insegnato il rispetto per il cibo, ci hanno insegnato a “mangiare tutto” e soprattutto ci hanno insegnato che offrire il cibo è un atto d’amore e che accettare è un gesto di rispetto prima che di educazione. I nostri figli hanno la fortuna come noi di vivere in una società dove mangiare (almeno per la nostra parte di mondo) non è un problema, questo non deve farci dimenticare di insegnargli quanto sia importante e quanto possa essere veicolo d’amore oltre che di vita.
  9. L’arte dell’arrangiarsi: viene spesso intesa come una bonaria giustificazione a piccoli crimini ma l’arte di arrangiarsi è tutt’altro. L’arte di arrangiarsi è quella di inventarsi un lavoro dal nulla, è quella di fare di necessità virtù e cercare una soluzione immediata al problema, senza perdere tempo ad analizzarne le eventuali cause. L’arte dell’arrangiarsi è prendere di petto la vita, purtroppo i primi a fraintendere siamo stati proprio noi Napoletani, e direi che il momento di ridare il giusto significato a quest’espressione, più vicina a Miseria e Nobiltà che a Gomorra.
  10. Maradona: come sempre nei nostri decaloghi il 10 è Maradona, perché dobbiamo far conoscere ai nostri figli le persone che hanno fatto grande Napoli, Maradona nel bene e nel male, da Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele, da Giambattista Basile a Luciano De Crescenzo, da Masaniello a chi fra i nostri figli farà qualcosa di grande per la nostra città.

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Peppe Iovino

Cari pargoli, quando avevo la vostra età ho passato anni a dovermi subire i racconti degli adulti che mi parlavano continuamente di quanto fossero belli i loro tempi.

Quando ero piccolo il ventennio dei ricordi era quello 60-70: “la pasta sfusa, il sapone di piazza, il focolare”. Sentendo certe storie rimanevo incantato, non nascondo che in certe occasioni provavo invidia, e in altre mi sentivo in colpa, perché noi potevamo mangiare il gelato confezionato ogni volta che volevamo, e mia madre invece doveva aspettare qualche avvenimento.
Adesso che sono adulto sento spesso parlare miei coetanei e quelli poco più grandi di me che cominciano a fare certi discorsi già sentiti in tenera età.
La Disco Music, il mangianastri, il giubbotto di jeans e le Timberland.
Qualche giorno fa ascoltavo un mio amico che redarguiva il figlio perché il ragazzo passava troppo tempo con il tablet e la play station, subito dopo cominciava il discorso del ventennio: “Alla tua età giocavo con il carruociolo, uscivo di casa all’alba e mi ritiravo solo per mangiare”. Dopo il suo sermone mi guarda chiedendo conferma, dicendomi: “Diglielo anche tu, noi cosa facevamo negli anni 80-90?”. Quella sua domanda mi aveva inquietato.
In cosa siamo diversi dai giovani d’oggi? Credo in ben poco, le persone e soprattutto i ragazzi si adeguano all’epoca in cui vivono. Quando ascoltavo la musica dei Litfiba a palla nel mio mangianastri, mia madre mi diceva che sarei diventato pazzo, quando ero più piccolo invece affermava che se avessi continuato a vedere quei cartoni animati giapponesi sarei diventato violento.
La verità è che se nella nostra gioventù avessimo avuto a disposizione le tecnologie attuali, avremmo fatto tutto quello che fanno i nostri ragazzi di oggi, credo che se davvero li vogliamo persuadere ad allacciare rapporti umani in modo diverso e non virtuale, per prima cosa dobbiamo smettere di fare esempi basati sulle nostre esperienze, inoltre dobbiamo essere meno apprensivi. Nonostante il mangianastri oggi posso affermare di essere una persona normale, i cartoon giapponesi non mi hanno spinto a comprare armi, anzi a diciotto anni invece del militare mi dichiarai pacifista e feci l’obbiettore di coscienza.
Al mio amico l’assecondai con una risposta diplomatica: “Stai a sentire a tuo padre, lui tiene esperienza”.
Cari pargoli, vi consiglio di vivere la vostra vita senza sensi di colpa e senza invidie per i tempi che furono, ognuno di noi ha una fase della vita che ricorderà con gioia.

Un consiglio valido per tutte le generazioni, passate e future: cercate sempre di ragionare con la vostra testa, non fate le cose per noia, per moda o per far piacere a noi adulti, rispettate voi stessi e le persone a voi care, il tempo nonostante i tablet sarà l’unico che potrà giudicare chi siete stati e chi sarete.
In quanto a me, alla soglia dei quarant’anni non ho capito ancora quale sia il mio ventennio di riferimento, certo in qualche occasione mi scappa un: “ Quando ero piccolo io, andavo e venivo da scuola a piedi”, soprattutto quando non ho voglia di rimanere inghiottito nell’ingorgo post fine lezioni, dove orde di genitori si apprestano a recuperare i figli manco stessero scappando da un’esplosione nucleare.
Forse la soglia del ventennio negli ultimi anni comincia a innalzarsi, per questo autorizzo fin da oggi  voi che sarete gli uomini del domani: se un giorno mi dovreste incontrare a redarguire quei poveri operai che aggiustano le strade sotto il sole cocente di agosto con frasi tipo: “ Ma dove hai imparato a lavorare, ai miei tempi le buche venivano scavate con il piccone e il badile”, ecco in quell’istante sarete autorizzati a mandarmi a fare in culo.

Marco Manna

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