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scampia

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Imprevisto estivo, via Caracciolo, 1995 - -® Gianfranco Irlanda
Foto di Gianfranco Irlanda

Sembra un motivetto semplice, uno di quelli che si canta dalle ultime file dell’autobus quando vai in gita con la parrocchia, un coro folkloristico, ma per me è sempre stato un punto di partenza quando mi sono trovato a riflettere su cosa volesse realmente dire essere Napoletano. Da ragazzo a volte mi sembrava quasi una condanna:
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!

Ma sì, dimentichiamoci tutto, cancelliamo i problemi senza risolverli, facciamo finta che non esistano almeno finché non ci coinvolgono direttamente. Tanto abbiamo il sole, tanto abbiamo il mare!

Così progettavo la mia vita per andarmene all’estero, borse di studio, piccoli lavori, appena avevo soldi da parte me ne andavo per quanto più tempo possibile, a Lisbona principalmente. Perché troppo lontano dal mare proprio non ci so stare.
Quando però mi sono trovato a dover scegliere dove fermarmi, dove decidere di passare la mia vita e magari mettere su famiglia mi sono trovato ad escludere città come Madrid e Berlino per il motivo di cui sopra: non hanno il mare. Sono tornato qui e qui è nata la mia famiglia.

Ho iniziato a prendermi per il culo da solo: ma allora è vero che Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare? Erano gli anni della grande emergenza rifiuti, poco dopo la faida di Scampia, Napoli era le peggiore che avessi mai visto eppure ero qua, mi ero trovato un lavoro e avevo preso casa in una città in condizioni a dir poco vergognose. Cercavo di impegnarmi allora, fra mille attività, movimenti, proposte per la città, eravamo (e siamo) in tanti con voglia di fare tanto per questa città.

Napoli è migliorata, è cresciuta tantissimo, è sempre più bella, sia per merito di chi la gestisce sia dei cittadini che hanno in un modo o nell’altro sviluppato in senso positivo l’orgoglio identitario. Oggi le sue bellezze sono apprezzate da tutti, sono gestite e valorizzate come meritano e i turisti la premiano costantemente.

Ma contemporaneamente c’è una parte di Napoli che rimane ferma, immobile su stessa, anzi, a volte sembra proprio voler peggiorare.

In questi giorni il Telegraph incoronava Napoli come città più bella d’Italia, in questi giorni sono stati sparati 25 colpi di Kalashnikov contro un commissariato, ieri sono sono state uccide due persone e ferite tre in una sparatoria. Può essere la stessa città, si può vivere in un simile paradosso?

Ed ecco che, tanto per cambiare, Napoli si spacca in due. Da una parte chi difende la città bellissima e piena di turisti. Chi non smette di dire che Napoli è meravigliosa, di elencare i servizi per i cittadini. Di tessere le lodi di musei, monumenti, di esaltarne la storia. Sempre pronto a ribattere che la criminalità c’è ovunque, Mica si spara solo a Napoli? Le classifiche sulla qualità della vita non tengono conto del sole e del mare! Chi parla solo dei mali di Napoli lo fa per interesse personale, non vuole il bene della città. Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Dire che Napoli sia come altre città Europee è incredibilmente falso, dire che si spara un po’ ovunque come a Napoli mi sembra a dir poco forzato. A Napoli il quotidiano non si vive male, ma neanche particolarmente bene. Non è normale che chi si muove dalla periferia non abbia un orario dei mezzi pubblici o spesso addirittura i mezzi stessi, non è normale che chi spinge un passeggino debba fare slalom fra buche, marciapiedi dissestati e inciviltà e menefreghismo di chi parcheggia ovunque… e si potrebbe continuare per ore.

Dall’altro lato c’è chi dice che a Napoli non è cambiato nulla, che tutto quanto è stato fatto sono solo operazioni di facciata, che la nostra città è totalmente invivibile e che i turisti che vengono poi scappano per non tornare più. Parlano di una Napoli da terzo mondo e che il sole, il mare, Higuain e quant’altro sono solo una scusa.  Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Napoli si sta valorizzando come non mai, forse solo durante il G7 del ’94 è stata tirata così a lucido, la stampa internazionale la sta spingendo al massimo e si sta dando una dimensione moderna e internazionale al turismo. Alcuni servizi sono migliorati e nella maggior parte dei cittadini sta nascendo la consapevolezza di essere responsabili del destino della propria città.

Chi ha ragione allora? Tutti!

Tutti perché la ragione si dà agli sciocchi, e a Napoli un po’ lo siamo tutti.
Complice la campagna elettorale, oggi stiamo tutti a puntare il dito fra di noi più per lo sfizio di avere ragione che per il bene della città, più per una partigianeria estrema che per costruire qualcosa.

Ogni giorno porto mio figlio a scuola, facciamo una breve passeggiata in un quartiere tutto sommato tranquillo, pochi passi però che ti fanno notare come la noncuranza e l’abbandono stiano rovinando questa città.
Dalla finestra della sua classe si vede il mare, una piccola spiaggia che ospita le barchette durante l’inverno. Si vede Nisida, si vede Miseno, si vede Capri. Ogni mattina io e lui non rinunciamo a un’affacciata di finestra e a quel piccolo momento di serenità per incominciare la giornata.

Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Forse, o forse è giusto che quel panorama, quell’angolo di paradiso, quella meraviglia sia in una scuola. Perché dopo quell’attimo di serenità ripenso alle parole di Peppino impastato:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

E i fondo è quello che vorrei che impari mio figlio, e gli altri bambini di quella scuola, vorrei che capissero che estetica ed etica viaggiano di pari passo, vorrei che educandoli al bello possano rendere Napoli migliore.

Perché a Napoli se vogliamo il buono dobbiamo necessariamente agire sul bello e ricominciare da lì. Bello e buono, bello è buono.

E allora una volta e per tutte… Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Diciamo che non basta, ma che sicuramente è un buon inizio.

Paolo Sindaco Russo

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Il rapporto di Napoli con il mondo dei fumetti è ormai un legame stretto, seminato nelle scuole di fumetto tra le migliori a livello internazionale, coltivato con le numerose fumetterie, sbocciato in una tradizione solida fatta di sceneggiatori e disegnatori tra i migliori del panorama italiano e mondiale, esposto e apprezzato nel consolidato appuntamento annuale del Comicon.
Ma Napoli irrompe spesso nel mondo delle nuvole parlanti anche come scenario e palcoscenico degli eroi, bonelliani e non, che regalano sogni agli appassionati di questa forma letteraria.
La carrellata che farò è sicuramente parziale, anche perché basata su ricordi e conoscenze personali, ma credo sia indicativa della frequenza con cui gli autori di graphic novel, giornaletti, strip e fumetti scelgono come ambientazione per le loro storie questa strana e affascinante città mediterranea.

1) Partiamo da lontano, addirittura dagli anni ’50 e da Capitan Miki. Immaginate il West, il Nevada, i Rangers, Doppio Rhum e Salasso, il grande successo del personaggio dei tre EsseGesse ed all’improvviso tra cavalli e colt vedrete spuntare un personaggio apparentemente incongruo con il contesto: un napoletano a Forte Coulver. Proprio così, Sinchetto, Guzzon e Sartoris scelgono Gennaro Esposito, un ranger napoletano capitato chissà come nel Nevada, compagno e amico del loro giovane protagonista. I tratti con cui lo descrivono, generoso, simpatico, eroico cialtrone, leale e fedele, denotano, oltre un ricorso a stereotipi comunque positivi, un rispetto e un amore per la nostra gente che i tre autori torinesi paleseranno anche in altre occasioni.

2) E’ il caso di un altro Esposito, Antonio che farà la sua comparsa sulle pagine del Grande Blek. Cosa ci faccia un giornalista napoletano in piena guerra di Indipendenza Americana non è dato sapere. Esposito vorrebbe unirsi a Blek per narrare ai lettori della Gazzetta le avventure dei rivoltosi americani, ma questi rifiuta. Il reporter partenopeo allora segue di nascosto il capo dei trappers, mentre fa saltare l’arsenale della piazzaforte di Yarmounth. Alla fine il giornalista, che ha seguito nell’ombra tutte le fasi dell’impresa, si presenta a Blek e ai suoi amici mentre assistono al furioso incendio. Qui il professore Occultis, dall’alto della sua cultura, lo riconosce come napoletano e al ricordo di quella città, di cui rimpiange gli spaghetti ai frutti di mare e la pizza, lo invita al campo perché gli prepari una pentola di spaghetti.

3) Nel 1975, Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, crea il primo antieroe della casa, “Mister No”, un atipico eroe di stanza in Brasile durante il secondo dopoguerra. Jerry Drake, questo il vero nome del simpatico pilota, è protagonista di due avvincenti storie ambientate in Costiera, sceneggiate dallo stesso Nolitta e dal grande Alfredo Castelli. Gli albi intitolati “La mafia non perdona” e “Morire a Capri”, uscirono tra il settembre e l’ottobre del 1981, riscuotendo un grande successo, grazie anche ai disegni bellissimi di Roberto Diso, che conosceva bene il nostro territorio, riuscendo a renderne mirabilmente atmosfere paesaggi. La storia si sviluppa in tre albi ( dal 76 al 78 ) e prende vita da una bellissima e malinconica canzone napoletana, Scalinatella (longa longa), suonata da un “posteggiatore” brasiliano in una taverna di Manaus. Mister No rievoca così una vicenda del passato, interamente ambientata dalle nostre parti, tra Positano, Napoli e Capri. Il flashback descrive guappi e scugnizzi, camorra e misteri, bellezze e contraddizioni di una terra molto simile a quella in cui Drake avrebbe fissato il suo rifugio.

4) A proposito di Castelli, anche il “suo” Martin Mystere arriva a Napoli per una delle sue avventure più belle e mysteriose. Il perfido Sergej Orloff entra in possesso di un’antica pergamena trovata tra gli scavi di Pompei. Martin , anch’egli a Napoli per seguire questa vicenda, si scontra con alcuni camorristi che non vogliono che si indaghi sull’origine del documento. Martin e Java, per nulla intimoriti, scoprono tra le rovine di Pompei, un passaggio segreto che conduce ad un’antichissima base atlantidea situata presso il lago d’Averno. I criminali, che ne sono a conoscenza da tempo e che la sfruttano per i loro sinistri scopi, sono anche disposti a uccidere pur di mantenere il segreto, e per Martin e Java sembra non ci sia scampo. Ma un aiuto tanto involontario quanto insperato può ancora arrivare da parte del loro nemico Sergej Orloff. La storia si snoda nei numeri 140 e 141, pubblicati tra novembre e dicembre 1993. I titoli ? Tutto un programma: “ il segreto di Pulcinella” e “ la smorfia napoletana”.

5) In effetti è quasi sempre il mistero che contraddistingue i fumetti ambientati a Napoli.
E’ il caso dei due albi dell’ammazzavampiri bonelliano Dampyr, “I Misteri di Napoli” e “La Monaca”. Il primo vede Harlan ed i suoi amici indagare su vampiri nascosti nel ventre di Napoli, imbattendosi in camorristi e guappi e incontrando l’uomo dei misteri per antonomasia, il Principe di Sansevero, sullo sfondo palazzi infestati, sotterranei, cripte e tombe segrete. Nel secondo, invece, i nostri eroi, accompagnati ancora una volta dall’edoardiano Don Raffaele, dovranno scoprire il mistero di Agnese Ayala, rinata dalla morte e ossessionata dalla ricerca del suo eterno amore. Una storia che si svolge nei vicoli del centro storico e che ci fa incontrare rivisitandoli alcuni dei personaggi della tradizione napoletana: la “janara”, il “monaciello”, l’”assistito” .

6) Da Napoli parte anche “Ringo”, la seconda stagione di una delle ultime serie bonelliane: Orfani. Il fumetto, ambientato in un futuro postapocalittico, violento e distopico, descrive un mondo dominato da una dittatura che dopo aver causato la catastrofe, reprime nel sangue qualsiasi tipo di ribellione e di dissenso. Il seme della rivolta però parte da una delle poche città sopravvissute al disastro, Napoli. In uno scenario alla Blade Runner troviamo, il Vesuvio e il golfo, ma anche le Vele di Scampia, base della Resistenza, un nuovo ciclopico Centro direzionale sede del governo dittatoriale. Su Castel dell’Ovo un inquietante enorme bombardiere, mentre come spesso accade nei regimi, lo Stadio San Paolo, è diventato un grande carcere. La Resistenza si è presa i luoghi dimenticati e nascosti, oltre alle Vele di Scampia anche la Cappella Sansevero, che custodisce (come nella realtà) il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino e le macchine anatomiche del principe Raimondo di Sangro, cui i disegnatori rendono un rispettoso tributo. Il fumetto rappresenta un omaggio a Napoli ed alla sua storia anche nella sceneggiatura che molto deve a “Filumena Marturano”, capolavoro di Eduardo De Filippo.

7) Dicevamo di “Orfani” e del fatto che sia strutturato come una serie televisiva americana. Ad ottobre è partita la Terza stagione, “Nuovo Mondo”. Rimarrete stupiti dal fatto che protagonista della serie è una donna, per di più napoletana. Si chiama Rosa ed ha vissuto la sua adolescenza nella città partenopea dove, come detto, la dittatura planetaria ha scelto di collocare il suo quartier generale. La ragazza ha trovato il modo per abbandonare il pianeta in maniera clandestina e dirigersi verso un nuovo mondo, con lo scopo non solo di sopravvivere, ma anche di proteggere la vita del bambino che le sta crescendo in grembo, un simbolo di speranza e libertà…napoletano.

8) La città di Napoli è anche lo sfondo di una miniserie in sei volumi edita dalla Dc Comics, la casa editrice americana di Superman e Batman. In questo caso la protagonista è una supereroina italo-americana, Helena Bertinelli, personaggio che fa parte dell’universo narrativo di Batman, e che da Gotham City si trasferisce direttamente a Napoli. La ragazza proviene da una famiglia mafiosa siciliana a cui si è ribellata, e per questo combatte il crimine con modi alquanto spiccioli e al limite della legge. Arrivata a Napoli si scontra con una organizzazione criminale che sfrutta la prostituzione di donne straniere. La storia è diretta ad un pubblico di adolescenti ed accanto alla bellezza della città, al mare, al clima, al sole ci sono riferimenti alla spazzatura, alle promesse di Berlusconi ed alle sue “distrazioni”.

La panoramica tra i fumetti napoletani per ora termina qui, ma ci sono ancora tantissime storie, ambientate a Napoli o che la raccontano, che trasmettono ai lettori di tutto il mondo l’incantesimo di leggende tradizionali, racconti misteriosi, storie millenarie e personaggi magici, incastonati in uno scenario unico, fatto di catacombe e vicoli, panni stesi e quartieri, che hanno il potere di regalare un ulteriore incanto a qualsiasi storia a fumetti.

Giuseppe Ruggiero

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Vico Figurari

Mi rendo conto oggi, solo oggi, che il destino, o chi per esso, tollera i ricchi, ma li adopera come ingenui strumenti. Li obbliga a non turbare l’ingiustizia e l’inimicizia universale”(Giuseppe Marotta)
Prologo.
Quando leggo un libro che mi è piaciuto particolarmente, poi alla fine mi vado a vedere le note biografiche dell’autore, oppure le note riportate all’inizio, come la data della prima edizione, oppure se c’è qualcuno cui l’autore abbia dedicato il libro, etc.
Quando a piacermi particolarmente è un film, allora alla fine mi vedo tutti i titoli di coda, e spesso scopro delle curiosità, come il titolo delle canzoni contenute nel film, oppure i ringraziamenti che gli autori rendono a qualche personaggio, oppure ai luoghi in cui il film è stato realizzato. Poi, spesso mi prende un’altra curiosità: ma se la storia dovesse continuare dopo la parola “Fine” apparsa sullo schermo, cosa ne sarebbe dei personaggi del film? IL film in assoluto che mi ha sempre suscitato questa curiosità, e che avrà visto diverse decine di volte è “L’oro di Napoli”. Ogni volta che lo rivedo, scopro nuovi particolari che mi erano sfuggiti in precedenza. Cerco di indovinare i luoghi dove sono state girate le scene e come sono diventati adesso. E che ne sarà del pazzarielllo don Saverio? E il dolore della mamma del povero bambino morto, si sarà affievolito? E del Conte Prospero B:? E don Ersilio Miccio? E donna Sofia, la fedifraga pizzaiola, si sarà ravveduta? E Teresa, dopo aver fatto il pari e dispari, sarà stata contenta di essere tornata sulla sua decisione di piantare il ricco marito? Ho sempre sperato che il grande Vittorio De Sica si decidesse a fare il seguito di quel film. Gli americani li chiamano “sequel”. Ma la cosa non è mai avvenuta, così io, con un po di sfrontatezza, con apparente irriverenza, ma con tanto amore verso quel film, i suoi protagonisti ed il suo regista, mi sono immaginato come saranno continuate quelle storie. Naturalmente per non profanare le pagine di don Peppino e per non commettere sacrilegio verso Don Vittorio, non mi permetterò di ritornare neanche su una virgola delle loro immense opere. Mi immaginerò il seguito esattamente dove è finito il film. L’ideale, per chi fosse tanto improvvido da leggere queste righe, sarebbe quello di rivedersi, almeno mentalmente il film.
In primis c’è da dire che il film è tratto dall’omonimo e bellissimo romanzo di GIuseppe Marotta, autore di pagine indimenticabili in cui l’amore per la sua Napoli trasuda da ogni parola scritta sulle pagine immortali dei suoi racconti, o come diceva di lui Salvatore Di Giacomo, “lettere d’amore scritte alla sua città”. Don Peppino fu anche autore di canzonette, tra cui “Mare Verde” con la quale partecipò al Festival di Napoli nel 1961, che quell’anno si chiamo “Giugno della canzone napoletana”. Ci teneva talmente tanto a quella canzone, che venne alle mani con un giurato che col suo voto basso gli aveva impedito di vincere la gara e giungere solo seconda classificata. Si ritrovarono per caso al bar in galleria, ed alla domanda dell’ignaro giurato: “Cosa posso offrire?”, rispose con un secco: “Oggi offro io!”. E giù tante mazzate che glielo dovettero togliere da sotto e trasportarlo d’urgenza all’Ospedale dei Pellegrini. Il suo biografo ufficiale, prof. Vittorio Paliotti, sostiene che don Peppino nello scrivere quei versi si fosse ispirato al terreno di gioco dello stadio San Paolo. Io, nel mio piccolo, mi permetto di dissentire, perchè Marotta non fu mai appassionato di calcio, e forse non era mai entrato in uno stadio in vita sua. Io so che Don Peppino era molto amico della famiglia Del Forno, che aveva il suo palazzo nobiliare a Materdei, dove anch’egli abitava in un umile basso assieme alla mamma, la nonna e la sorella Ida. I ricchi e nobili Del Forno erano proprietari di apprezzamenti di terreno nella periferia nord di Napoli, dove oggi c’è l’attuale quartiere di Scampia, campagne coltivate dai coloni di Piscinola. Alcuni miei zii erano appunto coloni del nobile Del Forno, che noi chiamavamo semplicemente “ ‘O signore”. Mai saputo il suo nome di battesimo. ‘O signore era solito farsi accompagnare nelle sue proprietà dai suoi amici e da bellissime donne in abiti eleganti e cappellino. Fra i più assidui frequentatori mi ricordo benissimo di un Don Peppino. Non ci sono prove storiche, ma io sono sempre stato convinto che quel Don Peppino fosse proprio lui, Giuseppe Marotta. Faceva il giornalista e portava una strana penna nel taschino, con pila incorporata. E Marotta era anche critico cinematografico. Quella penna gli serviva per prendere appunti nel buio delle sale cinematografiche, così come è ricordato nel romanzo “Di riffe o di raffe”. Forse è solo una mia illazione, ma se fossimo in un processo in tribunale, porterei a riprova di questa tesi i versi di “Mare Verde”: -Nun è campagna è mare, mare verde…etc”, che, con tutto quello che segue, sembra la descrizione esatta di quei luoghi, compreso il treno che “sisca int’a ‘na campagna”, che probabilmente era la ex ferrovia Alifana, che passava proprio in mezzo a quelle terre. Altro che erba dello stadio San Paolo, come sostiene l’esimio prof. Paliotti. Marotta, benchè poverissimo, amava farsi vedere in giro con amici facoltosi. Forse cercava di gettarsi alle spalle la sua povertà. Lo aiutava a dimenticare le sofferenze patite. “Avete guai, corna, malattie? Per carità, tenetevele?”, amava dire, tra il serio ed il faceto. Forse un modo per esorcizzare le avversità della vita. Ma tornando a l’Oro di Napoli, il romanzo più famoso di Marotta, c’è da dire che il film che se ne ricavò non rispecchiava appieno la trama del romanzo, benchè lo stesso Marotta figurasse tra gli sceneggiatori. Alcuni personaggi risultano cambiati, alcuni racconti sono accorpati, altri sdoppiati. Non saprei dire se è meglio il romanzo o meglio il film. Per me sono entrambi stupendi. E proprio per questo mi appresto ad entrare con reverenza e sussiego, in punta di piedi, in questo contesto. Non me ne vogliano i cultori. Prendetelo come un atto di amore infinito, anche se un poco irriverente.
Dando per scontato che tutti quelli che avranno la bontà, se mai l’avranno, di leggere queste righe, avranno visto, come i sottoscritto, decine di volte quel film, non mi soffermerò a ricordare gli avvenimenti. Cercherò di immaginarne il seguito. Non ci sarà bisogno del classico “dove eravamo rimasti…”, ma del “comm’è juto a fernì…”
seguiranno i sequel de:
IL GUAPPO, dal racconto “Trent’anni, diconsi trenta”;
IL PROFESSORE, dal racconto “Don Ersilio Miccio vendeva saggezza;
TERESA, dal racconto “Personaggi in busta chiusa”;
FUNERALINO;
I GIOCATORI;
PIZZE A CREDITO.

Pasquale Di Fenzo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il "signore" del giornalismo partenopeo

Giustino Fabrizio

Giustino Fabrizio è un “signore” del giornalismo napoletano. Un uomo di garbo, poche parole necessarie, un professionista come ce ne sono pochi. E’ stato direttore della redazione napoletana di Repubblica dal 2004 fino a quest’anno, quando ha lasciato l’onore e l’onere nelle mani esperte e sagge del collega Ottavio Ragone. Giustino è uno di quegli uomini che insegna più con i fatti che con le parole, attraverso l’esempio, come i galantuomini di un tempo passato. Giornalista di concretezza e serietà, in una Napoli spesso più incline alle emozioni e alla fantasia. Tra i motivi che probabilmente gli hanno consentito di dirigere una delle più importanti redazioni partenopee per oltre dieci anni.

Gli esordi con Repubblica a Roma con Scalfari, poi direttore della redazione napoletana. In precedenza hai diretto la redazione palermitana: quali differenze ci sono nel fare giornalismo ai massimi livelli in tre città diverse? E’ sempre lo stesso mestiere, oppure ogni città ha le sue particolarità nel doverle raccontare?

A Roma non mi occupavo direttamente della cronaca cittadina, come invece ho fatto a Palermo e a Napoli. Ma la specificità del rapporto di Repubblica con i suoi lettori, appassionati ed esigenti, l’ho vissuta inalterata in tutti e tre i contesti. Il lettore-tipo, cioè colui che consideriamo il nostro target, la persona a cui ci rivolgiamo idealmente quando scegliamo le notizie, è molto simile nelle tre città, con pochissimi elementi di differenza. Direi che i tre lettori-tipo hanno molti più punti d’intesa con la comunità dei lettori di Repubblica che con quella degli abitanti della propria città. 

Per un brevissimo periodo ho avuto il piacere e l’onore di vivere anch’io la tua redazione. Ricordo, ma forse mi sbaglio, di una tua predilezione nel portare all’attenzione dei lettori non soltanto le solite cronache politiche zeppe di retroscena che riempivano spesso invece le pagine di altri quotidiani, ti piaceva far luce e dare risalto alle “piccole” notizie di cronaca, ai problemi comuni dei cittadini napoletani. E’ soltanto una mia impressione o  hai cercato di fare, per così dire, un racconto generale di questa città anche e soprattutto fuori dalle beghe dei palazzi della politica?

Repubblica è un giornale che punta molto sulla politica. Io credo che la politica che interessa al lettore sia però quella dei fatti e non quella delle dichiarazioni degli esponenti del ceto politico. Il giornalismo si basa su storie e personaggi, che vanno cercati in tutte le pieghe della cronaca.

La notizia data che in questi anni ti ha creato più grattacapi o problemi e quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Non c’è né l’una né l’altra. Il giornalista ha, deve avere, un rapporto non emotivo con i fatti. Si dice che sia cinico, ma l’emozione tocca al lettore, mentre il professionista, qualunque mestiere faccia, deve possedere freddezza e lucidità. Fai quel che devi, cioè pubblica, e poi accada quel che accada.

Com’è la situazione del giornalismo a Napoli? Si fa ancora un buon servizio ai lettori secondo te?

Non ho alcun titolo per giudicare il lavoro dei miei colleghi, per cui ti dirò una cosa ovvia: ci sono esempi di ottimo giornalismo e altri di pessimo.

Rispetto a quando hai iniziato la tua avventura alla guida di Repubblica e quando poi quest’anno hai terminato il tuo incarico, Napoli è cambiata in meglio o in peggio?

Come vivibilità in peggio, come un po’ tutta l’Italia, soprattutto per effetto della crisi economica spaventosa degli ultimi 7-8 anni. Ma non dimentichiamo che l’apice negativo è stato raggiunto a metà degli anni Zero con la drammatica emergenza dei rifiuti, seguita a una feroce guerra di camorra a Scampia: sono stati quelli gli anni peggiori.

 A quale collega sei legato di più e a chi della tua redazione di Repubblica. Chi è stato il tuo maestro. 

Chi, come me, ha avuto la fortuna di lavorare a Repubblica per tanto tempo, poteva incontrare un maestro dietro a ogni scrivania. Ho imparato da tutti.

Il nostro sito, soldatoinnamorato.it parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifoso. Che ne pensi del Napoli di Sarri, dove potrà arrivare?

Penso che potrà arrivare lontano in campionato e nelle coppe. L’importante però è che ci arrivi prima che la stagione finisca.

In città vi è un diffuso malcontento nei confronti di De Laurentiis, alcuni probabilmente alimentati (soprattutto dalle curve del San Paolo) da parte della camorra. Eppure il Napoli non è mai stato così costantemente in alto, se si escludono gli anni maradoniani, non è un po’ troppo ingenerosa questa città nei confronti del presidente di calcio? E concordi con De Laurentiis quando cerca di rivendicare i successi del proprio club rispetto ai tanti insuccessi che ha vissuto la città di Napoli negli ultimi anni?

I riti e gli slogan che la camorra impone nelle due curve, soprattutto nella A, sono l’unico spettacolo del San Paolo più triste delle sconfitte del Napoli. Quando il Napoli era in serie C, la camorra non si vedeva. De Laurentiis ha ragione, ha preso una squadra fallita e l’ha portata stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo. La sua strategia è di tenere il Napoli costantemente in alto anziché fare una stagione strepitosa e poi tante mediocri o negative. Però è anche vero che conta più vincere un solo scudetto o una sola Champions che arrivare dieci volte secondi. Ogni anno sembra sempre che al Napoli manchi qualcosa per compiere l’impresa.

Chi è il calciatore a cui sei più affezionato? Dire Maradona non vale…

In ordine cronologico: Tacchi, Sivori, Riva, Tardelli, Careca, Hamsik.

Una tradizione o un’usanza partenopea alla quale proprio non puoi rinunciare.

La tolleranza e l’ironia.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Noi non ci stiamo!

Stadio San Paolo

Il nuovo stadio San Paolo, secondo il progetto che la SSC Napoli ha fornito al Comune sarà di 41.000 posti. Sono posti a sedere, ma nonostante ciò in città abbiamo assistito quasi a una standing-ovation. “Bravo il Napoli che riduce i posti, tanto erano inutili quei seggiolini in più“. E all’improvviso mi accorgo da questo genere di commenti che questo non sia più il mio calcio, la mia Napoli, i miei napoletani.

Senza accorgersene i napoletani hanno ormai abdicato alla loro passione, ai loro costumi, alle loro tradizioni. Si sono venduti ad un imborghesimento che non gli appartiene e per di più l’hanno data vinta agli ultras. A quelli che non cantano un coro ad un giocatore, anche se ne ha bisogno o lo merita, perché “esiste solo la maglia“. Quei gruppi ultrà che sanno raffigurarsi solo con loghi violenti: maschere sul volto e coltelli fra i denti. Quegli ultras che se ne fottono altamente di cosa faccia il Napoli in campo purché loro possano cantare i loro truci e vergognosi cori contro la polizia, contro lo Stato e in nome di un Vesuvio di cui non riescono nemmeno a comprendere la potenziale forza distruttrice. È passato tanto tempo, Non ci lasceremo mai, Siamo figli del Vesuvio, Forse un giorno esploderà, Una vita insieme a te Di domenica alle 3, Non riesco a stare solo senza te, Quando un giorno morirò Da lassù ti guarderò, Quanti cori al funerale chiederò! Uno dei cori più imbecilli e cretini che ci fa comprendere quanto un pezzo di Napoli sia ormai totalmente degradato. Dov’è la fantasia, il folklore, la bellezza appassionata dei napoletani che ancora riconosciamo camminando in strada?

Perché hanno vinto loro? Perché con 41.000 posti gli effetti saranno due: o il San Paolo diventerà terra solo per loro e questi cori idioti che nulla hanno a che vedere con l’amore verso il calcio, oppure i prezzi dei biglietti saliranno così tanto alle stelle che il nuovo San Paolo sarà terra solo per ultra-borghesi facoltosi e figli di papà. C’è poi una terza strada: curve agli ultras, tribune ai riccastri. E chi, la stragrande maggioranza figlia di questa terra, non si ritrova né tra gli uni né tra gli altri andrà allo stadio sempre più contro voglia. Andare in tribuna senza nemmeno poter fumare una sigaretta perché gli altri ti guardano male e si lamentano? (Mi è successo). Oppure andare in curva e subirsi tutte quelle stronzate che ti fanno rimpiangere i “belli tiempe ‘e na vota” (chiaramente mi è capitato anche questo).

De Laurentiis vuole il suo stadio come quello della Juventus. E’ bello lo stadio della Juve, fa anche un certo effetto acustico, ma Napoli non può prendere a modello altre città e altri costumi. Napoli è Napoli e ogni volta che ha tentato di scimmiottare esperienze forestiere è finita per pagarne le spese a caro prezzo. Per restare all’architettura ne sono un esempio quello scempio di Vulcano Buono, il Centro Direzionale e le Vele di Scampia. Qui su soldatoinnamorato.it cerchiamo di raccontare ogni giorno qualche nostra tradizione. Non perché Napoli non debba cambiare, ma perché non deve neppure diventare Rovigo – tanto per mutuare una battuta di Troisi. Va bene cambiare, ma senza abbandonare i nostri tratti distintivi che rendono Napoli ancora una città davvero unica al mondo.

E un tratto distintivo della nostra città è lo stadio, gli 80.000 spettatori, la bolgia, le urla, le grida sguaiate e veraci. Che fine hanno fatto i tamburi? Che fine hanno fatto quelle melodie che si ascoltavano solo e soltanto al San Paolo? Perché i tifosi di oggi scimmiottano melodie da altre tifoserie in una indegna imitazione?

E poi ci chiediamo ancora un’altra cosa: ma se il Napoli tornerà in Champions cosa accadrà per accaparrarsi un biglietto? E quanto costerà un abbonamento per avere il vantaggio di prendere un tagliando in prevendita?

Mi spiace, ma io non esulto alla riduzione di posti. E’ una decisione figlia di un calcio che sanziona persino la gioia di quei calciatori che si tolgono la maglia dopo un gol. E’ il risultato di anni e anni di disinteresse della società verso la qualità del proprio pubblico. Perché non è solo una questione di numeri, ma di qualità del pubblico che la SSC Napoli vuole portare allo stadio. Allora cari De Magistriis e De Laurentiis, voi che siete uomini a cui spetta di mettere i puntini sulle “i” persino nel cognome, ce la date una risposta? Vogliamo lasciare fuori dal nuovo San Paolo la stragrande maggioranza dei napoletani che non si riconosce né tra i tribunisti un po’ attempati, né tra gli ultras violenti e (nel migliore dei casi) incapaci di creare un coro coinvolgente?

E’ vero, il San Paolo non è più popolato come un tempo. I 60.000 spettatori (l’attuale capienza) vengono raggiunti solo in sparute apparizioni. Ma non c’entra davvero nulla la tv o lo schifo dei cessi dello stadio e ancora i sediolini scomodi e spesso zozzi. Se lo stadio ritornasse ad essere un luogo di gioia, di bel tifo, di passione dovrebbero costruire un secondo San Paolo per farci entrare i napoletani. Il problema non è la capienza, ma il saper coinvolgere i tifosi, la stragrande maggioranza di coloro che non si riconoscono in quei gruppi ultrà inutili e auto-referenziali. E di certo il problema non si risolve con quella stronzata delle cheerleaders o con qualche canzone da discoteca pompata a palla prima della partita.

Sapete perché il nostro sito lo abbiamo chiamato SoldatoInnamorato? Perché è il coro SPONTANEO dei Napoletani (quelli con la N maiuscola) dopo una vittoria. E’ quel coro che ci fa piangere tutti insieme e che ci fa abbracciare sugli spalti persone che neppure conosciamo. Gli ultrà non vogliono che si canti ‘o surdat nnammurat, dicono sia folklore, rappresentazione di una vecchia Napoli. Certo, se sono loro a rappresentare il nuovo con quei loro cori offensivi e insopportabili allora togliamolo proprio da mezzo il San Paolo. Le partite giochiamole alla play-station, così ci facciamo da soli pure la campagna acquisti e stiamo comodi comodi sul divano di casa.

Lo stadio da 41.000 posti non è solo una brutta notizia per il Napoli e i suoi tifosi. Lo stadio da 41.000 posti è uno schifo di notizia per Napoli e per quei Napoletani che si sono schifati di dover subire certe angherie. Fino a ieri abbiamo subito con sofferente indifferenza i soprusi degli ultras, da domani quei soprusi saranno ancor più istituzionalizzati. La delibera la firmeranno il Comune e la SSC Napoli, non in nome dei nostri interessi. Non in nome dei veri Napoletani. Non in nome della maggioranza silente dei Napoletani che non urla e scassa vetrine, che fa la fila o accompagna il nipote a prendere il biglietto al botteghino. I Napoletani resteranno per sempre fuori da casa propria. Fuori dal San Paolo. E se pensate che Ciro Esposito sia stato ucciso solo per una fottuta casualità del destino o perché i tifosi della Roma sono gli unici ad essere violenti allora non avete capito nulla. O si risolve alla radice il problema di come far tornare il pallone e lo stadio a una forma di aggregazione sociale oppure perderemo tutti. E queste decisioni non fanno che proseguire un trend che vuole le famiglie fuori dallo stadio. Game over Napoli.

P.S. Se vogliamo fare qualcosa tutti insieme per risolvere il degrado del tifo del San Paolo noi siamo qui. Se si può aprire una discussione che possa dare a tutti i Napoletani diritto di cittadinanza all’interno della propria casa noi ci siamo. Fateci sapere come possiamo essere utili. 

Twitter: @valdigiacomo

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Sarà fatta giustizia?

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 07-05-2014 Roma, Italia cronaca Il Policlinico Gemelli dove è ricoverato Ciro Esposito Nella foto Antonella Leardi, la madre di Ciro Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 07-05-2014 Rome, Italy News Gemelli Hospital where Ciro Esposito is hospitalized In the pic: Antonella Leardi, Ciro's mother

Prima udienza oggi nell’Aula bunker di
Rebibbia del processo a carico di Daniele De Santis, l’ultrà
romanista accusato dell’omicidio di Ciro Esposito, il tifoso del
Napoli ferito con un colpo di pistola nel prepartita della
finale di Coppa Italia il 3 maggio dello scorso anno. De Santis
deve rispondere di omicidio volontario, lesioni e porto abusivo
d’arma.
Sotto processo anche, per rissa, un tifoso partenopeo,
Gennaro Fioretti, il quale faceva parte del gruppo che con
Esposito si avventò contro ‘Gastone’ dopo il suo assalto ad un
pullman di tifosi nella zona di viale Tor di Quinto. In Aula è
presente anche la mamma di Ciro, Antonella Leardi. “Finalmente
inizia il processo, anche se per me dovrebbe finire oggi – ha
commentato la donna -. Ormai i fatti sono evidenti: sono certa
che la giustizia trionferà. Non mi importa degli striscioni
apparsi contro di me allo stadio, sono una mamma che sta facendo
di tutto per eliminare la violenza negli stadi, queste persone
devono solo vergognarsi”.
Il legale della famiglia Esposito, Angelo Pisani, ha
annunciato che oggi presenterà la richiesta di costituzione di
parte civile della Municipalità di Scampia, quartiere di Napoli
dove Ciro viveva.

In giornata il processo per l’omicidio del tifoso
del Napoli, Ciro Esposito, e’ stato poi rinviato al 7 ottobre
prossimo. Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, la Corte,
dopo aver sentito le richieste dei legali delle parti, ha
accolto le richieste dei legali per quanto riguarda le prove ma
ha chiesto di tagliare la lista dei testimoni del 50%.

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@Gianfranco Irlanda

“Ciao Ciro, sei sempre con noi”.
Così il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ricorda stamattina su Twitter, a un anno dalla morte, Ciro  Esposito. Iltifoso del Napoli morì infatti un anno fa, dopo 50 giorni di agonia, a seguito della ferita d’arma a fuoco subita a Roma nel giorno della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.
Ciro è ricordato oggi anche dal sito web ufficiale del Napoli, con la frase “D’amore non si muore 25/06/2014-25/06/2015 #CiroVive”.
A ricordare il giovane oggi pomeriggio alle 17 sarà il suo quartiere, Scampia, con una manifestazione dal titolo “Per non dimenticare”, che si svolgerà nell’Auditorium dell’Ottava Municipalità, in viale della Resistenza. Nell’occasione, l’associazione lancerà l’avvio di corsi per pizzaioli e pasticceri destinati ai minori a rischio di Scampia e degli altri quartieri di Napoli. Il progetto vedrà coinvolti l’Associazione Italiana Cuochi e Maitre, con le Associazioni del maestro pizzaiolo Errico Porzio e del maestro pasticciere Sabatino Sirica, che insieme realizzeranno corsi gratuiti per ragazzi a rischio e socialmente disagiati, partendo proprio dal territorio di Scampia per poi proseguire in altri quartieri della città. I migliori allievi dei corsi saranno
successivamente inseriti nel mondo del lavoro. All’evento parteciperanno, oltre ai genitori di Ciro, Antonella Leardi e Giovanni Esposito, autorità e istituzioni, associazioni, scuole e parrocchie del territorio.
Intanto dal punto di vista giudiziario, c’è il processo a Daniele De Santis, rinviato a giudizio per la morte di  Ciro Esposito. La prima udienza è in programma l’8 luglio. Il Comune di Napoli si è costituito parte civile nel processo.