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Bello ma concreto, potente ma preciso, elegante ma essenziale, fantasioso ma determinante, Careca rimane un giocatore unico della storia del calcio, un centravanti con i piedi da fantasista, un numero 9 con le movenze da 10, forse l’unico giocatore che in campo sia mai riuscito a parlare la stessa lingua di Maradona e formare così la coppia d’attacco più meravigliosa della storia del calcio.

Careca ha avuto la grande fortuna di giocare affianco al Pibe ma questo ha significato per lui vivere sempre all’ombra ed essere quasi “dimenticato”. Un po’ come Peppino De Filippo con Totò, Antônio de Oliveira Filho non riesce mai a trovare lo spazio che merita nella storia del calcio, eppure ha regalato alcuni dei momenti più belli di questo sport.

Nella lunga intervista rilasciata a “Il Mattino” alla domanda Qual era l’idolo del tifoso Sarri? Sarri ha risposto

«Juliano, era lui a quei tempi il simbolo del Napoli. E poi, ovviamente, Maradona, il simbolo storico, anche se ricorderei che in quel periodo c’era Careca, il secondo grande attaccante al mondo»

Mi sono già dichiarato Sarrista apertamente in tempi non sospetti ma dopo questa dichiarazione lo sono ancora di più. Non tanto per avere citato Careca ma per aver aggiunto quello che io sostengo da sempre, che Careca dopo Maradona è più grande attaccante al mondo.

Con buona pace di tutti i fan di Van Basten e di altri grandi centravanti che io stesso ammiro, ma il fatto che Sarri abbia fatto questa dichiarazione dimostra innegabilmente che l’ex il nuovo tecnico de Napolimeriti di stare dove è adesso!

Paolo “Sindaco” Russo

 

 

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Morale a corrente alternata

Il Napoli ha escluso le testate on line, e non solo, dalla presentazione di Maurizio Sarri. Una scelta originale che vedremo in futuro quali conseguenze porterà nel rapporto tra la stampa e il club di De Laurentiis, un rapporto che in questo nuovo corso comincia certamente in maniera burrascosa poichè la gran parte delle testate on line che parlano del Napoli hanno diramato e pubblicato sui propri siti web un comunicato ufficiale congiunto avverso alla decisione della società partenopea.

Nel comunicato, che personalmente trovo quantomeno risibile, c’è persino un richiamo all’articolo 21 della Costituzione e alla libertà di informazione. Una libertà di informazione (spiace doverlo constatare proprio io da iscritto all’ordine nazionale dei giornalisti professionisti) che viene però ridicolizzata e calpestata continuamente da comportamenti contrari alla deontologia da parte di molte di queste testate on line che oggi si lamentano.

Titoli sensazionalistici privi di qualsivoglia contenuto, notizie inventate, utilizzo dei social network per accalappiare lettori in maniera subdola. Ci si ricorda sempre dei diritti dell’informazione e mai dei doveri verso i lettori. Un bilanciamento indispensabile, necessario e troppe volte irrealizzato non soltanto nel giornalismo sportivo.

Per questo motivo ho deciso che Soldato Innamorato, nel suo piccolo, non aderirà al comunicato diramato da altre testate nè alle successive proteste che probabilmente seguiranno. Semplicemente perché questo sito internet vuole raccontare un’altra Napoli e creare un diverso rapporto con i propri lettori.

Aderire a questa protesta significherebbe per il nostro sito internet avallare anche i comportamenti indecorosi che certe testate hanno tenuto negli anni. Non ci piace la scelta del Napoli, ma non faremo comunella con persone che non stimiamo. Riteniamo che la dignità (di una persona o di una testata) si misuri prima con l’assolvimento dei propri doveri, poi dei propri diritti. Aggrapparsi persino all’articolo 21 della Costituzione per una conferenza stampa di una squadra di calcio ci sembra davvero una fuoriuscita da ogni realtà e uno spregio ai veri valori che la Carta costituzionale assegna all’informazione.

Soldato Innamorato è un sito web nato da pochi giorni ed è sorto proprio dall’esigenza irrinunciabile di offrire ai lettori un nuovo modo di fare informazione: magari con meno pseudo-notizie, ma con più rispetto verso i lettori. I nostri lettori avranno potuto notare che sul nostro sito sono pressocché assenti notizie di calciomercato che molto spesso risultano infondate. Non vogliamo essere pusher di notizie drogate che esaltano o deprimono la piazza, ma semplicemente raccontare la nostra passione verso la maglia azzurra. Non usiamo titoli ingannevoli solo per ottenere qualche click in più del tipo, solo per fare un esempio: “Ecco chi sta per vestire l’azzurro, un talento della Liga in viaggio per Napoli”. Insomma quei titoli usati giusto per accalappiare la curiosità dei lettori, in spregio ad ogni criterio giornalistico. Sbaglieremo certamente, ma lo faremo in buona fede e secondo una nostra coscienza.

Il Napoli sbaglia certamente nel non aprire le porte a tutti i giornalisti. In questo modo si presta a dei particolarismi che non sono consoni. Ma chi segue il Napoli si metta nelle condizioni di farsi rispettare e di farCi rispettare. Perchè se in città è presente un malumore nei confronti di De Laurentiis è pur vero che esiste da anni anche un’antipatia verso il giornalismo sportivo napoletano accusato spesso di essere o troppo compiacente o troppo critico, ma sempre finalizzato ad ottenere piccoli e miseri vantaggi personali. Un’antipatia che coinvolge TUTTI, buoni e cattivi, così come si è fatto con questo balzano comunicato.

Il nostro sito internet, nato da pochi giorni, non avrebbe comunque partecipato alla conferenza stampa perchè diventeremo una testata giornalistica solo tra qualche tempo. Non ci sentiamo esclusi dalla Società, ma se avessimo considerato fondate le ragioni della protesta delle altre testate ci saremmo certamente uniti alla battaglia e avremmo aspramente criticato tale decisione. Non è una questione di viltà, ma di giustizia e di rispetto prima verso noi stessi.

A chi ha diramato quel comunicato facciamo noi un contro-appello: ricordatevi di essere giornalisti ogni giorno, non solo quando conviene. La dignità esiste tutti i giorni, non solo quando fa comodo. Ricordatevene verificando le notizie senza spararle come oro colato in cerca di una effimera visibilità.

Al momento l’Ordine dei Giornalisti è riuscito a determinare soltanto uno scarno codice di autoregolamentazione per quanto concerne il giornalismo sportivo. Auspichiamo che presto ci si possa confrontare per un codice che abbia per oggetto anche il giornalismo on line che troppo spesso agisce in spregio ad ogni deontologia.

Ben sappiamo che questa scelta ci porterà antipatie. Ma non ci importa. Non si può essere moralisti a corrente alternata. Troppo facile. Tanto già sappiamo che questa protesta di non riportare le dichiarazioni dei tesserati del Napoli durerà il tempo di un battito di ciglia. Poi tutto ritornerà come prima. Si continuerà quell’opera di bombardamento emozionale in cerca di qualche click in più. Spiace constatare che anche testate solitamente corrette si siano unite a chi invece non rende onore al nostro mestiere.

Siamo piccoli, non conteremo nulla, ma la nostra idea è forte e la porteremo avanti nel solo interesse dei nostri lettori e rispettando la nostra dignità personale e di questa professione ormai alla mercè di comportamenti che non sopportiamo.

Valentino Di Giacomo

DI SEGUITO IL COMUNICATO DELLE ALTRE TESTATE ON LINE AL QUALE NON ADERIAMO:

Il Napoli ha iniziato un nuovo corso, i tifosi aspettano con ansia di conoscere attraverso le loro parole soprattutto il nuovo allenatore per tuffarsi nella prossima stagione. Con loro anche i giornalisti, animati dalla volontà di scoprire a suon di domande Maurizio Sarri e la sua storia. Il Napoli, però, ha deciso di fare una presentazione “a puntate” come se fosse una serie televisiva. Non ci sarà la conferenza stampa per tutti ma un meccanismo particolare diviso in tre appuntamenti. Il privilegio del primo incontro toccherà ad alcuni giornali scelti in maniera arbitraria dalla società, poi toccherà a qualche televisione nazionale mentre per tutti gli altri “comuni mortali” se ne parla a Dimaro. Il cuore dell’informazione, i giornali on-line, le TV  e radio locali, che rappresentano gli strumenti più seguiti dai sostenitori del Napoli, viene privato della possibilità di raccogliere le prime dichiarazioni di Maurizio Sarri e magari d’interagire con lo stesso. Una scelta che presuppone un’idea medievale della comunicazione e un metodo antidemocratico. Il Napoli è un’azienda e sceglie nella propria autonomia come impostare la comunicazione delle sue attività ma la libertà d’informazione è stabilita dalla Costituzione della Repubblica Italiana, dall’articolo 21. Tale scelta rappresenta un attacco intollerabile ai nostri diritti e, dopo tante altre scelte inaccettabili, siamo costretti a farci sentire. Non riporteremo una parola delle interviste di Maurizio Sarri a giornali e TV, stavolta non faremo da cassa di risonanza alle interviste esclusive concesse dal Napoli prima della presentazione ufficiale. Ci dispiace per i nostri lettori ma siamo sicuri che capiranno il valore della nostra posizione. Non possiamo accettare che le nostre testate che vanno avanti senza i finanziamenti statali ma solo con la forza, l’intraprendenza e la passione di seri professionisti possano essere trattate come realtà di serie B. “Vengono prima gli invitati del presidente De Laurentiis”, è il messaggio inviato a tutti noi “comuni mortali” ma stavolta non ci siamo, nei nostri portali non trovate spazio.

 

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Lo rivela il tabloid "The Sun"

Di boutade estive è pieno il calciomercato. Eppure non possiamo non registrare la rivelazione sparata dal tabloid britannico “The Sun” che vorrebbe Marek Hamsik in procinto di passare al Manchester City. Il capitano è il capitano, è Marekiaro la vera bandiera azzurra della nostra squadra, ma la voce di mercato che lo riguarda potrebbe avere qualche fondamento. Soprattutto in ragione dell’insistenza con la quale il Napoli ha provato a strappare Saponara, omologo di ruolo dello slovacco, con offerte persino eccessive rispetto al valore effettivo del talentuoso trequartista toscano.

Il Manchester City, riporta il “Telegraph“, si sta rassegnando all’idea di non poter arrivare a Paul Pogba e Kevin De Bruyne e si starebbe così lanciando sul numero 17 partenopeo. Per quanto riguarda il centrocampista francese, il City e’ disposto ad accontentare la richiesta della Juventus da 100 milioni di euro ma la concorrenza del Barcellona e’ forte anche se la trattativa coi blaugrana resta in stand-by fino alle prossime elezioni presidenziali del 18 luglio.

Per quanto riguarda invece De Bruyne, gli inglesi sarebbero disposti a mettere sul piatto quasi 60 milioni ma il Wolfsburg e’ stato abbastanza chiaro a riguardo: il giocatore non si muove e anzi per lui e’ pronto un adeguamento dell’ingaggio.

E allora, in attesa di presentare una terza offerta al Liverpool per Raheem Sterling, a Manchester spostano l’obiettivo. Secondo il “Sun“, il primo colpo di Manuel Pellegrini potrebbe essere cosi’ Marek Hamsik. Per il centrocampista slovacco del Napoli, il City sarebbe pronto a investire 28 milioni di euro. E lo stesso Hamsik potrebbe essere tentato dal trasferimento visto che con gli inglesi potrebbe disputare la prossima Champions. Con lui, tra l’altro, il tecnico cileno conta di guadagnarsi la conferma: i tabloid inglesi, infatti, insistono sul fatto che fra un anno il presidente Khaldoon Al-Mubarak provera’ a portare Pep Guardiola sulla panchina dell’Etihad Stadium con Pellegrini, in scadenza nel 2016, diviso fra un ritorno in Liga e la guida della nazionale cilena. Ma il suo vero obiettivo e’ guadagnarsi il rinnovo e rimanere a Manchester, magari vincendo di nuovo la Premier e disputando una grande Champions.

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La serie A che sarà

Quando il San Paolo è una bolgia

Quando si parla di Napoli la parola più diffusa in questi giorni è ridimensionamento, forse era inevitabile che fosse così dopo i concitati eventi di inizio estate: la partenza del santone Rafa Benitez verso Madrid, il gran rifiuto di Unay Emery, la chiamata di Maurizio Sarri e le continue voci di mercato che danno per partenti i migliori giocatori della squadra, da Dries Mertens a Josè Maria Callejon e ovviamente la stella Gonzalo Higuaìn, contrapposte a nomi senz’altro più “provinciali” come quelli di Riccardo Saponara e del nuovo acquisto Mirko Valdifiori.

Tutto ciò ha suscitato reazioni di protesta da parte di alcune frange della tifoseria, proteste che danno seguito a quelle dell’estate scorsa, in cui le pareti di Napoli erano tappezzate di manifesti raffiguranti un De Laurentiis perplesso nell’apprendere che “i miei scudetti (quelli del Fair Play Finanziario) non fanno la storia”.

Il grande successo riscosso dalla mistica del “caccia i soldi” è certamente un indicatore della voglia di vincere di una piazza che non si è mai accontentata di un ruolo da provinciale non solo per meriti sportivi, ma anche per fattori geografici, storici e politici . Il Napoli è l’unica società del Sud Italia insieme al Palermo iscritta al campionato di Serie A 2015/2016 con ambizioni sicuramente superiori a quelle della pur storica squadra siciliana, in conflitto con le squadre rappresentative di un Nord considerato irrispettoso della storia di una città che è stata capitale di un grande Regno, con un passato millenario che risale alla Magna Grecia, un patrimonio storico-artistico e un paesaggio senza eguali nel mondo.

Di fatto, in questo secondo decennio del Duemila abbiamo assistito alla caduta quasi contemporanea delle due milanesi, entrambe escluse dalle prossime edizioni delle Coppe europee quando fino a pochi anni fa lottavano costantemente per le prime posizioni in classifica, trascinate da grandi campioni comprati con fior di milioni. L’Inter, alla fine dell’era Mourinho terminata con la conquista del Triplete nel 2010, nello sforzo di evitare il ridimensionamento ha trattenuto i calciatori che avevano conquistato la Champions League con sforzi economici insostenibili: la conseguenza è stata il fallimento del progetto Benitez, che ha rescisso il contratto prima ancora del termine della prima stagione a causa delle promesse non mantenute sul mercato, seguita dal graduale declino sportivo e di conseguenza economico che ha portato, appunto, a dover ridimensionare la squadra fino all’arrivo di Erick Thohir. Lo stesso magnate indonesiano fin dal suo arrivo ha profuso ogni sforzo per accontentare prima Walter Mazzarri, con acquisti onerosi come quello di Hernanes dalla Lazio e accollandosi stipendi pesanti come quello di Nemanja Vidic, poi Roberto Mancini, per il quale sia a gennaio che nel mercato in corso sono stati e saranno spesi ancora fior di quattrini, ma ciò non è ancora bastato a risollevare la squadra dalla mediocrità.

Dall’altra parte del capoluogo lombardo, il Milan ha fatto una fine ancora peggiore. Finita l’epoca dei Ronaldinho e dei Beckham e degli acquisti faraonici al servizio di una politica societaria tutta marketing e vendita di magliette, la partenza degli ultimi due grandi campioni che hanno vestito il rossonero, Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic prelevati a colpi di bonifici milionari dal neonato PSG degli sceicchi, è stata seguita da una totale assenza di progettazione a lungo termine e investimenti non economicamente inconsistenti ma scellerati: squadra affidata ad allenatori inesperti nella speranza di trovare un nuovo Guardiola, presunti campioni rivelatisi non all’altezza (Balotelli), la scelta di puntare su comprimari discutibili (onesti mestieranti come Poli e Muntari che non possono essere all’altezza di predecessori come Andrea Pirlo e Clarence Seedorf, per non parlare di autentici bidoni come Constant e Mbaye) e su giovani sfortunati (De Sciglio, El Shaarawy). Il Milan ha chiuso l’ultimo campionato in decima posizione.

La stessa Juventus, dopo una stagione oggettivamente trionfale (duole dirlo da tifoso del Napoli, ma in quale altro modo definire un’annata terminata con la conquista del campionato della coppa Italia e raggiungendo la finale di Champions League?), sta attraversando una sorta di ridimensionamento. Non stanno certamente mancando i colpi di mercato, da Khedira a Mandzukic a Dybala, ma per tre ottimi giocatori che arrivano sta progressivamente venendo smantellata la squadra costruita negli anni precedenti da Antonio Conte: con le partenze ormai certe di Andrea Pirlo e Carlos Tevez, le voci sempre più insistenti dell’approdo di Arturo Vidal all’Arsenal, quelle più vaghe ma non improbabili che danno in partenza Leonardo Bonucci e Fernando Llorente e il destino blaugrana di Paul Pogba la spina dorsale della squadra che ha dominato il campionato italiano negli ultimi anni verrebbe completamente a mancare e non c’è la certezza di poterla sostituire con giocatori seppur altrettanto validi ma non ancora ben integrati fra loro.

Alla luce di un’analisi di questo tipo, il Napoli di Sarri è davvero così “ridimensionato” rispetto a quello di Benitez? E le accuse mosse al presidente sono giustificate? La partenza di Gonzalo Higuaìn è tutt’altro che probabile: l’argentino ha un contratto fino al 2018 e una clausola rescissoria fuori mercato che, nonostante i suoi malumori, lo rende di fatto quasi impossibile da acquistare. Se, come disse lo stesso presidente, un pazzo dovesse offrire l’intero ammontare della clausola, le posizioni si ribalterebbero ma a quel punto il budget a disposizione di Giuntoli per il mercato permetterebbe di ricostruire la rosa in ogni reparto, come già avvenne con la cessione di Edinson Cavani, i soldi derivati dalla quale furono tutti reinvestiti in acquisti di livello, seppure mal distribuiti fra i reparti. L’ultimo mercato estivo è stato certamente deludente, ma non dimentichiamoci del mercato di gennaio che ha portato a Napoli un talento del calibro di Manolo Gabbiadini. Mirko Valdifiori non sarà più un ragazzino ma è uno dei pochi bravi registi rimasti nel calcio italiano e non solo, delle parate e della grinta di Pepe Reina abbiamo ancora tutti gli occhi pieni, il probabile terzo acquisto Sime Vrsaljko è un prospetto eccellente di un calcio in fortissima crescita come quello croato (vi ricordate di come Modric e Rakitic ridicolizzarono il pressing degli Azzurri di Conte nell’andata delle qualificazioni europee?). La scelta di un allenatore italiano senza un palmares internazionale non significa per forza di cose chiudere i rubinetti. La competenza di Sarri è indiscutibile e il budget a disposizione, con una cessione dolorosa ma magari relativa a un giocatore che non avrebbe posto nel modulo del nuovo allenatore, deve essere solo speso con intelligenza. Se tutto funzionerà bene, non c’è motivo per cui la prossima non dovrebbe essere una grande stagione.

Roberto Palmieri

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Da Benitez a Sarri

Ha fascino la rivoluzione. È una parola che riporta agli anni più belli della gioventù, quando si credeva davvero che il mondo intero fosse un prolungamento del corpo, che tutto poteva essere cambiato e tutto sarebbe stato migliore. Per tanti la rivoluzione è stato un poster del Che nella cameretta, per altri è stato più semplicemente vestirsi in maniera stravagante a scuola, per altri ancora è stato andare in piazza a cantare slogan tra colori e fischietti.

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Affascina in queste ore anche la rivoluzione greca. La patria natìa della democrazia e della filosofia che si ribella all’eurocrazia e con un referendum si sbatterebbe, da sola, fuori dalla moneta unica. Il ritorno alla dracma in luogo dell’euro. Anche le retromarce verso il passato possono essere atti rivoluzionari, anzi, forse il passato e le sue insopprimibili nostalgie hanno una patina rassicurante che il futuro non sa riservare.

Volonté-Indagine

Intrigano le rivoluzioni pure nel calcio. A Napoli, ad esempio, si è affascinati dal cambio alla guida tecnica. L’eurocrate Benitez, tutto schemi, ortodossia e cosmopolitismo che lascia la panchina a mister “favola” Sarri. Un allenatore che si vuole per forza descrivere come un napoletano verace, un operaio del calcio, un Gian Maria Volontè di pallonelandia. Una classe operaia che va in paradiso, ammesso che Napoli calcisticamente riesca a rappresentare l’Eden. C’è chi si fa ammaliare dal racconto “sarrista” e chi storce un po’ il naso, come se l’ex mister dell’Empoli non fosse all’altezza di una piazza che sente, chissà per quali astrusi motivi, di meritare di più. Come se fossero trascorsi anni luce, ere geologiche da quando sulla panchina azzurra sedevano i più classici “mister provincia”: da Guerini a Mutti, da Ulivieri a Colomba. Passando ai più recenti Ventura, Reja, Mazzarri. Unica eccezione Sir Rafa Benitez.

 

R1_RealRevolutionForse Sarri farà bene più alla città di Napoli che  alla sua squadra di calcio. Il presunto ridimensionamento, di cui pure tanto si è dibattuto sui quotidiani e in tv, serve più alle smanie di alcuni napoletani che al progetto tecnico di De Laurentiis. È una Napoli che con Benitez e Higuain ha sentito il diritto di vincere. Un diritto. E quando si pensa di essere stati privati di un diritto allora si dà luogo alle proteste, alle piazze, ai sommovimenti popolari. Ne sono esempio i cartelli esposti in città, i manifesti itineranti 6×3 che giravano su camion, le invettive dipinte con lo spray sui muri. I napoletani pretendono (PRETENDONO) dalla squadra di calcio quello che spesso neppure sanno chiedere a chi amministra la loro città. Ne è un esempio la sequela di comunicati, di stucchevoli botte e risposte tra il club e il Comune sulla faccenda dei concerti allo stadio. Un’amministrazione comunale che ha persino irriso il club di calcio facendo riferimento alla mancanza di vittorie di scudetti. Un’amministrazione comunale (non solo questa in carica, ma anche quelle del passato) che di “scudetti” forse non ne ha mai vinti. In una città, terza per importanza in Italia, dove diventa irrealizzabile persino avere due luoghi distinti: uno dove fare calcio e un altro dove fare musica. Eppure le punzecchiature del Comune contro De Laurentiis fanno persino breccia tra gli ultrà più agguerriti. Perché a Napoli c’è anche chi pensa che DeLa sia l’origine di tutti i mali. “Pappone romano“, “Aureuro” e via così. Anche le cacciate dei presidenti di calcio, come quelle del passato verso re, occupanti e masanielli hanno il loro fascino rivoluzionario. Le rivoluzioni ammaliano, salvo poi trovarsi spaesati il minuto successivo della rivoluzione ottenuta. Il silenzio fa più spesso paura del rumore indistinto.

È spaesata adesso la Napoli del tifo, si interroga sul nuovo allenatore e se questi sarà capace di tenere la barra dritta per continuare a tenere la squadra ad alti livelli.

Impossibile dire oggi cosa sarà del nuovo Napoli di Sarri. Il calciomercato porterà via alcuni calciatori che saranno rimpiazzati da altri. Ci sarà un nuovo modulo, nuovi metodi, forse anche nuovi metri di giudizio. Non sarà un male se la piazza comincerà a comprendere nuovamente quali siano le proprie radici e il proprio pedigree calcistico. Se al “Devi vincere” si sostituirà un “Proviamo a vincere, insieme, uniti“. Questa si che sarebbe una rivoluzione. Questa si, affascinerebbe assai più dei bancomat greci fuori servizio e delle frasi sui muri di Napoli puerili e irrazionali. Se a Sarri sarà chiesto un ritorno alla lira e ai 12 miliardi per Maradona allora abbiamo perso ancor prima che la rivoluzione possa cominciare. “Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione” – scrisse Gramsci. E allora consideratemi l’ultimo dei romantici. Voglio credere che con la rivoluzione nel Napoli, possa rivoluzionarsi anche l’atteggiamento dei tifosi verso la squadra.

 

Valentino Di Giacomo

#IlCaffèMiRendeTifoso

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E' sultanto pe dispietto

Ma perché se è sempre fatto o è sultanto pe dispietto”. Recita così “A città ‘e Pullecenella”, testo cult di Claudio Mattone del 1992. In fondo è vero, il napoletano spesso campa a dispetto di tutti. Se un napoletano non viene messo nella condizione di fare o vivere come vuole allora reagisce di “schiattiglio”: quella che potremmo definire una reazione uguale e contraria ad un’azione che si subisce.

Nella categoria “campare a dispetto” si inscrivono diversi comportamenti più o meno in uso in città, tutti modi di fare che spesso contravvengono alle regole di una società che viene vista come nemica, contraria alla libertà individuale. Fanno parte delle reazioni di “schiattiglio” l’andare in moto senza casco, non fare il biglietto sui mezzi pubblici, cantarsi da soli allo stadio cori sul Vesuvio. E potremmo continuare con altre decine di esempi tra i quali ci metterei anche il fischiare la squadra a partita in corso. Il comune denominatore è racchiuso in una frase: “Tu Stato (potere) non mi metti nelle condizioni di agire liberamente, anzi mi metti i bastoni tra le ruote? E allora io me ne fotto di te e, anzi, oppongo una mia resistenza”. Questa resistenza è spesso un gesto consapevolmente velleitario. L’andare in moto senza casco, per esempio, non nuoce a nessuno se non a se stessi, ma è un modo per contravvenire alla regola di un potere non riconosciuto.

Di Aurelio De Laurentiis si dice spesso sia un “pappone romano”. E invece Aurelio ha nella caratteristica della “reazione per schiattiglio” un suo picco di napoletanità. E ne sono testimonianza le ultime mosse che il presidente del Napoli ha compiuto.

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Benitez vuole andar via? E allora Aurelio va in Spagna per convincere Emery a venire a Napoli. Perché Emery? Perché era uno degli allenatori che, a differenza di Benitez, aveva vinto l’Europa League. Un altro allenatore con cui dare seguito all’internazionalizzazione che DeLa voleva portare avanti, con Rafa o senza. Poi le cose sono andate diversamente, Emery non è voluto approdare in azzurro. Allora DeLa, sempre per schiattiglio, avrà detto: “Pensate che posso fare bene solo con un allenatore internazionale? Ora prendo un piccolo allenatore da una piccola società e vi faccio vedere chi è Aurelio De Laurentiis”. E così ecco la scelta di Sarri.

De Laurentiis ha avuto poi diversi alterchi con Lotito negli ultimi anni. Ha appoggiato il presidente della Lazio nelle battaglie di Lega, ma sempre senza molta convinzione. Il rapporto controverso tra il presidente del Napoli e quello biancoceleste ha poi ha avuto il suo epilogo sul campo, quando la Lazio è riuscita a strappare agli azzurri l’ultimo posto disponibile per l’accesso ai preliminari di Champions League. Reazione di De Laurentiis? Ecco arrivare come direttore sportivo Cristiano Giuntoli. Perché proprio Giuntoli? Forse perché l’ex Ds del Carpi è stato colui che più di tutti è riuscito a “schiattigliare” Lotito. Giova ricordare le ormai celebri intercettazioni di Lotito nelle quali osteggiava la promozione in serie A del Carpi, salto di categoria poi avveratosi anche grazie all’ottimo lavoro di Cristiano Giuntoli.

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Alla voce “schiattigli” non può non essere annoverata l’interminabile querelle sullo stadio tra il Napoli e il comune. L’ultima mossa di Don Aurelio è stata inviare la Polizia per un sopralluogo nell’impianto di Fuorigrotta finalizzato a compiere accertamenti sull’allestimento del palco di Vasco Rossi. Secondo Aurelio (e anche a quanto emerge dalle immagini) il manto d’erba del San Paolo risulterebbe fortemente danneggiato. Tra Aurelio e Giggino De Magistriis è lunghissima la sequela di schiattigli, ai quali spesso ha replicato proprio lo stesso sindaco di Napoli. E dire che il connubio tra sindaco e presidente era iniziato nel migliore dei modi.

Restando agli schiattigli presidenziali in salsa politica, De Laurentiis ne ha fatti anche all’ex governatore della Campania, Stefano Caldoro. Memorabili, nel pieno della campagna elettorale, gli endorsement per l’avversario di Caldoro, Vincenzo De Luca. Quanto durerà l’idillio tra il neo-governatore eletto (del quale si capiranno le sorti nei prossimi giorni) e Aurelione non è dato saperlo.

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Alla faccia della definizione così in voga di “pappone romano”, insomma Aurelio sembra avere questo modo di fare tutto napoletano: la reazione di dispetto. Vedremo questa strategia quali frutti porterà. Sullo stadio la nostra sensazione è che la “guerra” continuerà ancora per lungo tempo. La costruzione o la ristrutturazione dello stadio sarebbe un successo che De Laurentiis non vorrebbe concedere a De Magistriis. Proprio per questo Aurelio qualche giorno fa dichiarò che “probabilmente aspetteremo l’elezione di un nuovo sindaco”. Con le elezioni fissate al prossimo anno vuol dire attendere ancora tanto per l’avvio dei lavori, sempre che De Magistriis non ottenga la riconferma in nuove elezioni per essere nuovamente il primo inquilino di Palazzo San Giacomo.

Di schiattiglio in schiattiglio, di certo i tifosi del Napoli si augurano che a Don Aurelio riesca il dispetto più grande: quello compiuto alle società del nord. La vittoria di un tricolore sarebbe lo “schiattiglio” più bello da compiere. Non c’è che aspettare qualche provocazione e chissà che Aurelio non ci regali questa soddisfazione. Laddove sembra mancare progettualità, il napoletano campa a dispetto di tutti quanti. Pe dispietto pe dispietto, è sultanto pe dispietto. Pure Aurelio.

 

Valentino Di Giacomo

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Nasce la chiesa di Sarri

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Rafaeliti, Presidenzialisti, Cavaniani, Higuainisti, Mazzarriani… sarà che noi napoletani viviamo il calcio come una fede religiosa ma noi tifosi abbiamo più confessioni del cristianesimo. In questo periodo si respira un clima da nuovo scisma di occidente per cui se esiste già una chiesa Sarrista ne voglio far parte e se non esiste la voglio fondare.

Ho amato profondamente Benitez ma dei suoi atteggiamenti  proprio non riuscivo a capirli, Mazzarri mi ha esaltato moltissimo ma aveva dei limiti enormi che all’Inter sono venuti fuori con prepotenza, Reja è l’antitesi del calcio ma il suo Napoli occupa una fetta importante del mio cuore ed è stato uno degli uomini migliori che abbiamo visto nell’era De Laurentiis; ho voluto bene anche a Donadoni, Ventura, Agostinelli, Mazzone, Ulivieri etc. solo perché allenavano il Napoli e quindi andavano difesi a oltranza, ma vi confesso che la scelta di prendere Sarri con tutti i dubbi che si porta dietro mi ha affascinato e disorientato al punto che la reputo geniale, al di là di quelli che saranno i risultati.

Abbandoniamo la religione per un attimo e guardiamo in faccia alla realtà per un momento. Benitez parlava di strutture di livello europeo, di poter gestire il settore giovanile e il mercato e tutto questo è molto lontano dalla realtà napoletana, o più in generale italiana. Allora perché tenerlo? Perché sostituirlo con Emery che viene dallo stesso mondo e che ha la stessa cultura calcistica?

Se non si vuole cambiare totalmente la gestione, se non si voleva mettere in piedi una vera società sportiva con scouting di livello, infrastrutture, settore giovanile e un piano a lungo termine era necessaria una vera e propria rivoluzione.

Sarri è l’icona di questa rivoluzione, se ci vogliamo limitare all’immagine passiamo dall’impeccabile stile di Benitez alla tuta e sigaretta di Sarri, se parliamo di palmares poi non c’è paragone che tenga, ma il vero cambiamento che interessa noi napoletani è un altro: Sarri è tifoso del Napoli.
La sua dichiarazione “Credevo che ognuno dovesse tifare per la squadra della città dove era nato, ecco perché ero l’unico fiorentino nella mia scuola a tifare per il Napoli.”Riassume la nostra essenza, ha in sé quell’infantile innocenza che abbiamo tutti noi che ancora non capiamo come può una persona nata a Napoli tifare per un’altra squadra, e questo lo rende indissolubilmente uno di noi.

Se a questo aggiungiamo che è cresciuto a Bagnoli, il quartiere che mi ha accolto da qualche anno e dove sto crescendo i miei figli, che è figlio di un operaio dell’Italsider, almeno a me basta a renderlo un idolo e ad aprire questa nuova confessione del tifo Napoletano.

MA mi rendo conto che parlando di un allenatore bisogna anche sottolineare qualche aspetto tattico, non si può non parlare di calcio, ma anche qui non mi faccio trovare impreparato, non solo mi sono andato a rivedere qualche giocata dell’Empoli, ma mi sono andato a leggere la sua tesi di master a Coverciano intitolata LA PREPARAZIONE SETTIMANALE DELLA PARTITA.

Che Sarri fosse un maniaco della tattica lo si era capito, lo si vede dalla quantità di goal su calcio piazzato e dai movimenti difensivi dell’Empoli, ma leggendo la tesi si capisce che il livello di meticolosità è molto superiore a quello che ci si aspetta. Non ho nessuna formazione specifica, se non quella di un semplice appassionato ma difficilmente credo ci sia tanta dedizione e studio nella preparazione di ogni singola partita. Il mister con il suo staff studia tutto della squadra avversaria, portatori di palla, possibili punti deboli, schemi d’attacco, movimenti di difesa, uscite del portiere, sovrapposizioni dei terzini e ha uno studio maniacale dei calci piazzati. Magari tutta questa attenzione sugli avversari ci può portare a vivere non dico con serenità, ma almeno senza terrore ogni angolo o punizione per gli avversari.

La novità più attesa però è un’altra: gli schemi su calcio piazzato. L’Empoli la scorsa stagione è una delle squadre che ha segnato di più sfruttando le palle inattive e i 10 goal di Tonelli, Rugani e Barba parlano chiaro, pensate semplicemente se nella stagione appena trascorsa avessimo avuto 10 goal da Britos, Koulibaly e Albiol? Avremmo salvato un bel po’ di partite!

Certo molti di voi per entrare a far parte della chiesa Sarrista vorranno vedere dei miracoli. Bene, in verità in verità vi dico la fede è alla base della religione e io credo il buon Maurizio meriti almeno un po’ di fiducia.

Io mi sbilancio fin da adesso anche se come ho detto la parrocchia Sarrista non nasce per sperare nei risultati ma solo per esaltare l’umiltà di un uomo che potrebbe essere il figlio del collega di tuo padre con cui giocavi da bambino  e che oggi allena la tua squadra, quella per cui tutti e due avete sempre tifato.

 Paolo “Sindaco” Russo

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Empolizzazione o internazionalizzazione?
Empolizzazione o internazionalizzazione?

Il Napoli che sarà per adesso si muove, ancor di più che sul mercato, sul filo di alcune parole. Dall’internazionalizzazione all’empolizzazione, dalla squadra spagnoleggiante a quella tricolore, dal cosmopolita Benitez all’autarchico Sarri. La stampa e le Tv, quasi tutte, hanno deciso che questi devono essere i temi in agenda alla voce Napoli. Tutte parole che in fondo, a pensarci bene, significano quasi niente. Vogliamo davvero passare l’estate a martoriarci su queste discussioni che, saranno pur interessanti per certi versi, ma che sono per la gran parte filosofia?

Qualche anno fa quando iniziava il calciomercato si faceva la corsa in edicola per controllare quelle tabelle con “ACQUISTI, CESSIONI, TRATTATIVE“. Era da lì che si partiva per iniziare a comprendere se il nostro Napoli poteva essere competitivo oppure no. Magari ci facevamo suggestionare, grazie a qualche articolo compiacente, sulla straordinarietà dei nuovi acquisti: Rossitto era un fenomeno della nazionale, Caccia o Agostini dei bomber micidiali, Protti un killer da area di rigore che avrebbe certamente ripetuto a Napoli le gesta di Bari. E potremmo continuare per pagine e pagine…

Al di là delle parole, venendo al campo, il Napoli riparte per adesso da tre pilastri: Sarri in panchina, Valdifiori in regia di centrocampo e Reina in porta. Al momento più che un ridimensionamento sembra un rafforzamento. Ci sarà poi tempo per giudicare fino a fine Agosto quando anche alla voce “cessioni” inizierà a muoversi qualcosa.

È vero, Sarri e Valdifiori scontano il pedaggio di aver militato soltanto un anno in Serie A ed entrambi sono arrivati tardi nella massima serie. Bisogna lasciare loro il tempo di lavorare ed ambientarsi. Non si può bocciare o promuovere senza che sia neppure iniziato il primo giorno di scuola. Per certo l’arrivo di Reina sarà un enorme valore aggiunto, quanti punti in più avrebbe avuto il Napoli con lo spagnolo in porta? La Champions ci sarebbe sfuggita?

L’evoluzione o il possibile ridimensionamento del Napoli passano semmai dalla permanenza in azzurro di alcuni calciatori, Higuain su tutti. È El Pipita l’unico vero top player di questa rosa, mettendo da parte i giustificatissimi sentimentalismi verso Hamsik.

È chiaro che tanti tifosi, tramutandosi con la fantasia nei panni del nuovo Ds Giuntoli, qualche ragionamento sulle opportunità di una cessione di Higuain lo stanno facendo. Ad esempio se il Napoli incassasse dalla vendita di Higuain una cifra vicina ai 50 milioni di euro da reinvestire su Immobile, Rugani e Darmian sarebbe davvero un ridimensionamento? O un modo per rafforzare l’organico in maniera più omogenea?

Strano a dirsi, ma in fondo il mercato azzurro dovrà essere valutato molto più dalla capacità di saper vendere gli esuberi o i calciatori che meno hanno espresso il proprio potenziale con la maglia del Napoli. Una lista abbastanza lunga: Rafael, Andujar, Britos, Zuniga, Inler, Gargano, Jorginho, De Guzman, Callejon, Zapata.  Non tutti da cedere per forza, ma che sicuramente non lascerebbero troppi rimpianti e che consentirebbero al Napoli di poter ben investire su giocatori più idonei al modulo di Sarri. Non sarà un compito semplice quello che attende Giuntoli, ma dalle buone cessioni di questi calciatori potremo giudicare il suo lavoro.

In città vi è uno strisciante malcontento nei confronti di De Laurentiis. Striscioni, cartelli affissi, persino camion pubblicitari itineranti sono stati usati per delegittimare il lavoro del presidente. Eppure, a dirla tutta, Aurelio ci aveva provato. Benitez, Higuain, Callejon, Albiol dovevano portare il Napoli ad una dimensione più europea. Il progetto non è fallito del tutto, ma alla voce “entrate” il bilancio azzurro ha segnato il segno meno. Due anni di “europeo” Benitez hanno lasciato  gli azzurri fuori dalla Champions League, prima con lo sciagurato preliminare contro l’Atletic Bilbao e poi con il disastroso girone di ritorno dell’ultimo campionato che hanno relegato i partenopei al quinto posto in classifica. In soldoni è stata una perdita per il club quantificabile intorno ai 50-60 milioni di euro.

A quanto pare le “menate” su europeizzazione o italianizzazione lasciano il tempo che trovano. Questo Napoli lo giudicheremo dal campo, dai calciatori che saranno acquistati e quelli venduti. Nell’era di Moratti l’Inter ogni anno era la squadra più forte “sulla carta”, tanto che andava di voga la battuta che il presidente nerazzurro avrebbe dovuto far tappezzare San Siro di giornali. Ecco, sulla carta, a leggere alcuni giornali, sembra che Inter e Milan si stiano rafforzando più di noi. Sulla carta. Poi però a parlare sarà il campo. Ascoltare tutte queste cassandre e riempirci di un immotivato pessimismo serve solo a destabilizzare ulteriormente l’ambiente. E invece dovremmo restare uniti. Bisogna accettare le decisioni societarie non per resa, ma per amore. E, soprattutto, perché non è possibile altrimenti.

Valentino Di Giacomo    

(no grazie, il caffè mi rende tifoso)