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Rocco Hunt ANSA/CLAUDIO ONORATI

Lo spunto è la notiziuola settimanale. Il giovane Rocco Hunt che con la sua canzone a Sanremo (Wake up guagliò) innesca l’immediato pollaio mediatico. Con un messaggio semplice e chiaro. Bisogna svegliarsi. Qualcuno (il solito Stato) ci sta fregando. Non abbiamo un futuro. Un urlo che nella sua banalità può essere occasione per ragionare su una domanda base.

Ha ancora un senso indignarsi?
 

L’ indignazione è ovunque: assecondata dai programmi televisivi, approfondita dalle indagini giornalistiche, sviscerata dai lavori di storici e artisti.

libri

I media ci hanno già ampiamente raccontato magagne e intoppi della democrazia; sappiamo come nasce un clan mafioso, abbiamo il quadro completo delle dinamiche della corruzione. Possiamo vedere le macchine dei Casamonica sfilare per Roma (ma scene simili si sono viste settimana scorsa per un boss irlandese, anche in questo non siamo gli unici), ridere insieme a Crozza dei politici con le loro camicie a fiori che continuano a occupare poltrone dopo aver rubato; essere puntualmente informati delle dimensioni colossali di ogni spreco.

boss irlanda
Il carnevalesco funerale del gangster David Byrne a Dublino

Eppure qualcuno ha mai visto una reazione che non evochi scenari di vacche culone supinamente al pascolo?

Se il passo successivo all’indignazione è contemplare la complessità dei problemi e il vuoto di opzioni; se le uniche forme di intervento sulla realtà si arenano sul piano verbale (la piazza, il bar, gli sterili referendum; condividi se sei d’accordo); allora l’indignazione diventa una forma di intrattenimento. Un format televisivo.

mi sento

L’urlo di chi viene espropriato. Il canale in cui caghiamo la rabbia prima di tornare alle nostre occupazioni. Il recinto di ogni azione politica consentita dal regolamento. Nulla che possa scalfire il libero corso di chi comanda.

“Perchè non provi a candidarti? Cambiare un partito dall’interno”.
(Ormai c’è più gente che crede alla favola delle scie chimiche che a questa).

Il grande capolavoro della governance globale è stato creare un luogo virtuale dove denunciare e far digerire mediaticamente ciò che viene deciso alle nostre spalle, senza che questo turbi l’azione di chi manovra. Un Altrove dove consumare la rabbia senza scorie sul reale; così somigliante da confondersi agli altri palcoscenici in cui ci viene proiettata l’infinitamente densa narrazione del nostro tempo. Sapere non ci salva dall’impotenza. Il rituale quinquennale delle urne non ci dá alcuna speranza di poter cambiare neanche le facce, figurarsi le forze che le manovrano.

Cosa ci resta?

L’etichetta di “democrazia” applicata alla governance globale rende fuorilegge ogni forma di rivoluzione. La strada dell’ attivismo totale, il sogno di un disegno politico che nasce dal basso, non è ancora riuscita a presentarsi con programmi e metodi di selezione credibili. Il fallimento di ogni tentativo di antagonismo è stata certificato dalla rapida emarginazione di movimenti anche strutturati come Podemos e Occupy, che dalla sfida ai poteri tecno-finanziari sono usciti di scena con un pugno di mosche.

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Eppure l’alternativa ad attivarsi è un lento scivolamento verso l’impotenza e l’astensionismo, la dissoluzione delle comunità in pollai, la morte di ogni tentativo di prendere in mano il proprio destino.

C’è ancora tempo? Santi, comici e idioti sperano ancora di si, e forse è l’unica speranza che ci resta.

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Il Giardino dei Semplici

Gli anni di piombo e delle tensioni sociali, ma anche quelli della libertà, del sogno, della poesia. Musicalmente sono anni di grande fermento e creatività. Il Festival schiacciato tra musica impegnata, cantautori, rock e gruppi da una parte e tradizione, melodia, vecchie glorie dall’altra, andò in crisi. Incapace di trovare una nuova identità adatta ai tempi, oscillò tra le varie tendenze, cambiò formule e regole, introdusse gare a squadra o a settori, arrivarono i gruppi, qualche cantautore, i provocatori, ma bisognerà attendere gli anni ’80 e Pippo Baudo per il definitivo rilancio. L’unica nota positiva di quegli anni furono gli artisti napoletani, sempre numerosi e originali, che per un certo periodo dominarono la scena della città dei fiori.
Anche stavolta quindi vi presentiamo una selezione ed una classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1971 al 1979.

1. Peppino Di Capri – L’ultimo romantico- Il grande dominatore del decennio, ottenne due successi, nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”. Eppure, come spesso accade, la canzone più bella non è quella che vince. La perla nascosta, in questo caso, è “l’ultimo romantico”, piazzatasi solo undicesima ma rimasta nel cuore di tutti, diventando un classico del repertorio del grande Peppino.

2. Angela Luce – Ipocrisia. La grande attrice napoletana nel 1975 partecipò a Sanremo e per poco non le riusciva il colpaccio. Nonostante il grande successo di pubblico e critica alla fine dovette accontentarsi del secondo posto.

3. Peppino Gagliardi – Come le viole. Quegli anni furono dominati dagli artisti partenopei, che si piazzarono spesso sul podio. Gagliardi arrivò due volte secondo, nel 1972 alle spalle di Nicola Di Bari con il brano “Come le viole” e nel 1973 con “Come un Ragazzino”, battuto invece da Peppino Di Capri.

4. Giardino dei Semplici – Miele. Nel 1977 sbarcò a Sanremo un gruppo originale, capace di coniugare rock, pop e tradizione melodica napoletana e italiana. Alle spalle di Arcella e compagni però c’è il duo Bigazzi-Savio, due giganti che contribuiranno al successo del gruppo. Le bellissime armonizzazioni vocali ed il potente falsetto li porteranno in quarant’anni di carriera a vendere 4 milioni di dischi. La canzone “miele” arriverà solamente quarta, ma scalerà le classifiche vendendo un milione di copie.

5. Santo California – Monica. Salernitani sono invece i componenti di un altro gruppo storico della musica italiana i Santo California che nel 1977 conquistarono il terso posto con la loro “Monica”.

6. Massimo Abbate – Napule cagnarrà. Nel 1979 con questo pezzo che Funiculì Funiculà non avrebbe certo apprezzato, arrivò a Sanremo il figlio del grande Mario Abbate. Massimo non è però un raccomandato, ma un artista completo e dotato: bambino prodigio, allievo di Murolo con cui ha collaborato a lungo, prodotto da Mattone, ha scritto brani per Califano, Di Capri e Bongusto, ambasciatore della sceneggiata negli Stati Uniti e infine attore, di teatro con Mariano Rigillo, e al Cinema (tra gli altri “le vie del signore sono finite” di Troisi).

7. Gloriana – La canzone dei poveri. Nel 1976 un’altra prima donna della canzone napoletana approda a Sanremo, anche se l’esperienza non sarà fortunatissima.“La canzone dei poveri”, brano scritto per lei da Nunzio Gallo, non riuscirà ad arrivare in finale.

8. Antonio Buonomo – La femminista. Antonio Buonomo eccellente attore che ha lavorato tra gli altri con Francesco Patierno e Marco Risi ( è lui Lorenzo Nuvoletta di Fortapasc ), in una sua vita precedente è stato un cantautore particolare e anticonformista, perfetto protagonista degli anni in questione. Nel 1976 portò a Sanremo “la Femminista”, una canzone dal testo provocatorio che causò discussioni e polemiche

9. Formula 3 – La folle corsa. Un altro famosa band di quegli anni vede il sostanzioso apporto di un napoletano. Insieme al romano Radius e al livornese Lorenzi, il bravo percussionista partenopeo Antonio Cicco.

10. Gianni Nazzaro – A modo mio. Vi diranno che Baglioni non ha mai partecipato a Sanremo. Qualcuno vi ricorderà che la premiazione della canzone del secolo avvenuta nel 1985 è stata la sua prima volta nella città dei fiori. Ma il Divo Claudio è stato in gara come autore nel 1974, quando affidò “A modo mio”, un brano importante, ancora oggi nel suo repertorio, a Gianni Nazzaro che lo portò dritto in finale.

Una menzione per i Pandemonium che, pur non essendo napoletani né campani ( a parte Gianni Mauro), portarono sul palco dell’Ariston “ Tu fai schifo sempre”, per i Grimm e la loro “Liana del 1979 e soprattutto per Ciro Sebastianelli, di cui vi abbiamo già raccontato la storia sanremese.

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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Peppino Gagliardi

Gli anni del miracolo italiano, del boom economico, della televisione in quasi tutte le case, portano all’affermazione definitiva del Festival di Sanremo, rendendolo la messa laica e nazionalpopolare che conosciamo. Sono anni di cambiamento e di rivoluzioni ed anche la musica partenopea conosce un brusco cambio della guardia, portando alla ribalta cantautori ed interpreti raffinati, in continuità con la grande tradizione napoletana, ma anche giovani emergenti, amanti delle contaminazioni e dei nuovi ritmi che arrivavano dagli Stati Uniti.
Anche in questo caso ci teniamo a sottolineare la parzialità e la soggettività della nostra selezione e della nostra classifica dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1960 al 1969.

1. Sergio Bruni – Il Mare. Il primo posto va di diritto al più grande interprete della musica napoletana del dopoguerra. Bruni nel 1962 ottenne il secondo posto con “Tango Italiano” ed il terzo con “Gondolì gondolà”, ma la canzone più bella, tra le tante che portò a Sanremo in quegli anni, è sicuramente la poetica “il mare”

2. Mario Abbate – Vorrei fermare il tempo del 1963. Alle spalle di Bruni l’antagonista di sempre: Mario Abbate. La loro fu una rivalità alla Coppi e Bartali, che divise spesso il pubblico e la critica.

3. Fausto Cigliano – E se domani. Nel 1964 Cigliano, in coppia con Gene Pitney, presenta al Festival un brano bellissimo e moderno, forse troppo. La canzone è la famosissima “E se domani” che, come accade spesso ai capolavori, a Sanremo non ha fortuna, non viene ammessa alla serata finale e si piazza penultima nella graduatoria finale.
Qualche mese dopo una giovanissima cantante lombarda, una certa Mina, ripesca il brano che, riarrangiato, viene inserito nel suo primo album. Da quel giorno un successo che dura ancora oggi, facendone un classico della musica italiana.

4. Aurelio Fierro – Sole, pizza e amore del 1964. Questo brano segnò l’ultima partecipazione di Fierro a Sanremo, da quel momento in poi le sue energie si concentreranno sul Festival di Napoli, di cui per anni resterà dominatore incontrastato.

5. Peppino Gagliard i- Se tu non fossi qui. In quegli anni si faceva largo un altro grande protagonista della scena musicale italiana, un interprete rivoluzionario ed originale rispetto ai tempi, che forse proprio per questo non raggiunse subito il successo meritato. La sua migliore posizione a Sanremo in quegli anni fu questo decimo posto del 1966

6. Peppino Di Capri  – Dedicato all’amore. Nel 1967 esordisce a Sanremo, in coppia con Dionne Warwick, un artista che legherà fortemente il suo nome al Festival. Per Peppino Di Capri ci sarà l’esclusione dalla finale, ma arriveranno giorni migliori.

7. Massimo Ranieri – Da bambino. Nel 1968, in coppia con i Giganti, c’è l’esordio al Festival di un altro giovanissimo predestinato. A soli 17 anni Ranieri si classifica al settimo posto impressionando critica e pubblico per presenza scenica e maturità vocale.

8. The Showmen – Tu sei bella come sei. Dicevamo del cambiamento ed ecco che nel 1969 a Sanremo arriva un gruppo di Napoletani che fa “rhythm & blues”, mischiando per la prima volta Napoli e Stati Uniti. Musella, Senese, D’ Anna e gli altri apriranno la strada a musicalità nuove che negli anni ’70 porteranno fino a Pino Daniele.

9. Little Tony – Il cuore matto. Questo famosissimo brano del 1967 portato al successo dal cantante sammarinese ha un cuore napoletano. L’autore è Totò Savio, chitarrista, Maestro d’orchestra, musicista e paroliere, nonché fondatore e anima degli Squallor, come vi abbiamo raccontato in un’altra occasione.
10. Aurelio Fierro e Joe Sentieri – Cipria di Sole. Nonostante tutto, alla fine per Sanremo hanno scritto canzoni intellettuali, registi, giornalisti e scrittori. Nel 1962 a scrivere il testo di questa bella canzone sanremese fu nientemeno che Giuseppe Marotta.
L’autore de “L’oro di Napoli” aveva sempre guardato con curiosità e interesse al mondo delle canzonette, tanto da volersi misurare, un anno prima della sua morte, con la kermesse della città dei Fiori

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Il 1951 è un anno particolarmente fortunato per la musica; nasceranno Baglioni, De Gregori, Fossati, Eduardo De Crescenzo, Massimo Ranieri, Sting, Bob Geldof, Jaco Pastorius Phil Collins, Chris Rea…a dire la verità pure Dodi Battaglia e Sandro Giacobbe, ma questa è un’altra storia.
In quell’anno nacque anche il Festival della Canzone Italiana che, come vi abbiamo raccontato, ha origini napoletane; vi presentiamo quindi una selezione ed una classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1951 al 1959.

1. Tullio Pane – Buongiorno Tristezza. Nel 1955 ci sarà la prima vittoria napoletana al Festival, ad ottenerla, in coppia con Claudio Villa, fu il maestro Tullio Pane con la famosa “Buongiorno tristezza”.

2. Nunzio Gallo – Corde della mia chitarra. Nel 1957, sempre in coppia con Claudio Villa altro vincitore napoletano ed altro pezzo storico, l’indimenticabile “Corde della mia chitarra”.

3. Aurelio Fierro – Timida serenata. Il 1958 è l’anno di Modugno, di “Volare”, forse il momento più alto vissuto dal festival nei suoi più di 60 anni di storia. Quel Festival però vide protagonisti cantanti e autori partenopei, come nel caso della bellissima “Timida serenata” scritta dal grande Nicola Salerno (Nisa) e interpretata da Aurelio Fierro.

4. Nilla Pizzi e Gino Latilla – Amare un altro/Amare un’altra. Vi chiederete cosa c’entra con Napoli il brano che raggiunse il terzo posto al Festival del 1958? L’autore, il napoletanissimo Riccardo Pazzaglia, poliedrico e geniale giornalista, scrittore regista e…si, quello del cavalluccio rosso, che tornerà spesso a Sanremo come autore di raffinati testi.

5. Flo Sandon’s/Natalino Otto – Con Te. Nel 1954 al nono posto si classificherà la canzone “Con te” affidata ad Achille Togliani ed al duo Natalino Otto e Flo Sandon’s. Quello che pochi sanno è che quel brano portava la firma di Antonio De Curtis. Totò aveva dedicato il brano alla sua compagna Franca Faldini.

6. Modugno/Johnny Dorelli – Piove. Anche la bellissima piove, canzone vincitrice dell’edizione 1959 del Festival è targata Na. L’autore, in coppia con Modugno, della celebre “Ciao, ciao bambina” è il grande Dino Verde. A titolo di cronaca gli stessi autori della splendida “resta cu’ mme”.

7. Fausto Cigliano – Sempre con te. In quello stesso anno al sesto posto, in coppia con Nilla Pizzi, si classificherà un altro grande interprete napoletano di quegli anni, Fausto Cigliano. Il brano è bellissimo anche perché segna il debutto a Sanremo, purtroppo solo come autore, di Roberto Murolo.

8. Aurelio Fierro – Lì per lì. Sempre nel 1959 al quinto posto si piazza Aurelio Fierro con un brano forse poco adatto al suo stile.

9. Mia Cara Napoli e Oro di Napoli 1951– Omaggio a Napoli in questi due brani interpretati da Nilla Pizzi la vincitrice con “Grazie dei Fiori”, che quell’anno partecipava con ben otto brani.

10. “Signore e signori buonasera, in diretta dal Casino Municipale di Sanremo…”
Tra i protagonisti di Sanremo anni ’50 c’è anche la storica “signorina buonasera” Nicoletta Orsomando da Casapulla, che affiancò Nunzio Filogamo nella conduzione del Festival 1957.

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Alan Sorrenti

Selezione e classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1980 al 1989.

1. Sul mio personalissimo cartellino la vittoria ai punti va a quello che considero il più grande cantautore napoletano di sempre: Renato Carosone. Purtroppo per strada aveva perso il suo storico paroliere, il geniale e poetico Nisa. Il “maestro” approdò tardi a Sanremo, non da superospite, come accadrà in seguito a cani e porci, né per ritirare un premio alla carriera, quantomai meritato, ma per mettersi in gioco, arrivando, come spesso succede ai “grandi” al Festival, solo quattordicesimo. ‘Na canzuncella doce doce, scritto per lui da Claudio Mattone, non è certo il pezzo migliore di Carosone, né il più bello di quello presentati da artisti campani in quegli anni al Festival, ma vuoi mettere la soddisfazione di vederlo per una volta in cima ad una classifica.
Tag: Vico dei Tornieri-Pianoforte-Un americano a Napoli.

2. Al secondo posto metto il più grande percussionista italiano di sempre: Tullio De Piscopo. In questi anni partecipò due volte a Sanremo, portando ritmo, novità, sperimentazione e allegria. Bellissima anche “ e allora e allora “ del 1989, ma sicuramente il brano di maggior impatto e successo fu quell’” Andamento lento” del 1988.
Tag: Porta Capuana e Bagnoli-Batteria-Ritmo e passione.

3. Sul palco dell’Ariston Nino Buonocore, uno dei più raffinati cantautori italiani, era già approdato nel 1983 con il brano Nuovo amore, che ottenne un grande successo di critica, attirando l’attenzione di Renzo Arbore, che lo descrisse come il miglior giovane in gara. Per il successo però bisognerà aspettare il 1987 , quando uno dei due grandi “Nino” della musica napoletana, nonché uno dei due famosi “Adelmo” della canzone italiana, presenta tra gli applausi la sua “Rosanna”. La canzone si classificherà, come è normale a Sanremo per una bella canzone, nelle ultime posizioni, ma sarà premiata da critica e vendite.
Tag: Vomero-Chitarra-La terra dei Diamanti

4. Fino a quel momento era un fenomeno musicale e cinematografico circoscritto ad una precisa area geografica. Per questo, quando nel 1986 Nino D’Angelo arrivò a Sanremo, tra la perplessità e la curiosità di chi pensava di trovarsi di fronte un fenomeno da baraccone, ebbe un effetto deflagrante. Nino non era solo il caschetto biondo ma un cantautore di talento che aveva traghettato con successo la musica popolare napoletana verso la musica leggera cantata in Napoletano. Quel Festival rappresentò la sua consacrazione, la legittimazione del suo modo di fare musica ed il suo primo “sdoganamento”. La canzone era “Vai”.
Tag: San Pietro a Patierno, ‘Na voce a telefono, Senza giacca e cravatta

5. Uno dei napoletani più presenti ai Festival degli anni 80, e sempre tra i grandi protagonisti, fu Eduardo De Crescenzo. Una delle voci più belle del panorama musicale italiano, ottimo musicista, con alle spalle grandi autori, Morra, Migliacci, Fabrizio, Mariella Nava e Claudio Mattone. Io però non scelgo la celeberrima “Ancora” con cui si aggiudicò il premio per la migliore interpretazione nel 1981, né la meno conosciuta Via con me del 1985. Il ballottaggio con la bellissima “Come mi vuoi” del 1989 lo vince la splendida “L’odore del mare” del 1987.
Tag: “Ferrovia”-Fisarmonica- Viaggiare tra le note

6. In effetti il primo grande percussionista napoletano a sbarcare a Sanremo non è stato Tullio De Piscopo, ma a fare da apripista nel 1987 fu Tony Esposito con la sua Sinuè, un pezzo bellissimo, molto al di sopra degli abituali standard sanremesi: colto, raffinato, ritmicamente complesso.
Tag:Via Manzoni-Percussioni-Tamborder

7. Ma come Ranieri e l’unico napoletano del decennio che riesce a vincere il Festival e tu lo metti al settimo posto? Ma lui ha già vinto; quindi, almeno nella nostra classifica, premiamo coloro che, pur meritando, non hanno ottenuto i successi che meritavano. Inoltre Perdere l’amore con cui Massimo Ranieri si aggiudicò l’edizione del 1988 è diventato un vero e proprio classico moderno, con vari tentativi di imitazione. Per dirne una quest’anno, in antitesi al titolo del brano, Elio e le Storie Tese porteranno a Sanremo “Vincere l’Odio”.
Tag: Pallonetto a Santa Lucia- La voce- Scugnizzo

8. Il napoletano con più vittorie e più presenze a Sanremo è però Peppino Di Capri. Lo troveremo in tutti i decenni, ma negli anni 80 fu particolarmente attivo con ben 5 partecipazioni: da “Tu cioè” al “Sognatore”, da “Nun Chiagnere” al “mio pianoforte sempre grandi successi e posizioni alte. Io però scelgo “E mò e mò” la più napoletana e la Di Capri Style tra tutte.
Tag: Capri-Champagne-Roberta

9. Alan Sorrenti arrivò a Sanremo nel 1988 dopo un percorso contraddittorio e travagliato. Da Icona del Rock Progressivo e sperimentale ad eroe della dance, da artista di nicchia a dominatore delle classifiche, poi un periodo di crisi, la droga, il carcere. Dopo un periodo di silenzio finalmente il ritorno e “Come per Miracolo” arrivò all’Ariston.
Tag: Vomero- Figli delle Stelle- Dal Rock Progressivo alla Disco Music

10. L’ultimo posto disponibile voglio riservarlo per “Ping Pong” del 1982 un brano in lingua francese ( quell’anno si poteva ), affidato al mio idolo dell’epoca il belga Plastic Bertand. Direte che ha di napoletano un brano francese ballabile, cantato da un belga? L’autore! Depsa, in arte Salvatore De Pasquale da Portici.
Tag: Portici-Hula Hoop- Punk, New Wave e twist di ritorno

Una menzione particolare per Gianni Nazzaro che nel 1983 a Sanremo si “innamorò di sua moglie”, per il “babà è una cosa seria” di Marisa Laurito e per l’ultima volta a Sanremo di una regina della sceneggiata napoletana, Gloriana che nel 1983 partecipò con il brano “Il mio treno”.

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Dite la verità sabato non aspettate altro?

Seguiremo tutti con grande passione questa settimana Sanremese in trepidante attesa della finale di Sabato. Non solo le canzoni, ma anche i comici che faranno parlare di sé, i vestiti delle valette e del “valletto” Gabriel Garko e soprattutto attendiamo Carlo Conti, siamo tutti ansiosi di vedere la sua conduzione.

Passeremo la settimana a parlare dei big e delle nuove proposte a scommettere sul vincitore e su chi invece si ascolterà di più in radio, e poi sabato saremo tutti incollati davanti alla Tv per… CarloCò! Ma tu veramente stai facendo?
Registrate Juve Napoli e guardate il festival” Capisco che tu devi fare il tuo mestiere però non esagerare!

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Era convinto che si potesse avere successo scrivendo e cantando canzoni in un misto di italiano e napoletano. Credeva talmente in quella formula innovativa, che lui definiva di “contaminazione”, da mettersi contro le case discografiche, che invece lo obbligavano a scegliere uno solo dei due “linguaggi”. Ma lui, caparbio, girava personalmente le radio di tutta Italia per promuovere i suoi dischi.
Ed in effetti aveva ragione, come dimostrò il successo di coloro che adottarono questa formula, Pino Daniele su tutti.
Ebbe anch’egli la sua stagione di gloria, ma purtroppo durò poco, coincidendo per lo più con le sue partecipazioni al Festival di Sanremo del 1978 e del 1979.
Stiamo parlando di Ciro Sebastianelli, un cantautore napoletano “sui generis”, uno strano miscuglio tra Murolo e Cocciante, tra Ranieri e Battisti.
Figura emblematica di quegli anni un po’ cialtroni, in cui per promuovere un 45 giri (“Laura”) dovevi fingerti “ragazzo padre”, in ossequio al testo della canzone, pur avendo già moglie e tre figli.
Anni strani in cui Gilberto Sebastianelli sceglieva come nome d’arte l’esotico “Ciro”, oppure si ritrovava al primo posto delle classifiche olandesi, mentre in Italia non se lo filava nessuno.
Scrisse pezzi per Loredana Bertè, collaborò con Cristiano Malgioglio, partecipò al Festivalbar con la sua canzone più nota,“Marta”, ma andò incontro ad un rapido declino.
Ci ha lasciato a soli 58 anni per problemi cardiaci nel 2009.
Ma il momento più alto della sua carriera resta il Festival di Sanremo del 1978.
Il suo brano “Il buio e tu” sfiorò la vittoria, staccato di un solo punto dai Matia Bazar, Anna Oxa e Rino Gaetano, arrivò quarto assoluto e secondo nella categoria “cantautori” alle spalle di “Gianna” di Rino Gaetano. Ilpezzo riscosse anche un grande successo di pubblico vendendo in pochi mesi 350mila copie.

Giuseppe Ruggiero

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Su Nino D’Angelo è stato già detto tanto, forse tutto, e non ha bisogno di presentazioni.

Dei suoi film abbiamo già parlato e nel 1986 il buon Nino non era è più il giovane talento della musica partenopea con il caschetto biondo, ma già un cantate affermato che era riuscito a costruire un proprio stile e stava traghettando la musica popolare napoletana dalla scenaggiata verso la musica leggera cantata in Napoletano.

L’arrivo all’Ariston di Nino fu l’affermazione di questa nuova realtà: la musica leggera, pop, cantata in Napoletano entrava nella vetrina più importante della canzone Italiana.
Era il 1986 a Napoli c’era Maradona la città stava vivendo un momento di riscatto, la presenza di Nino seguiva un po’ quella scia: io vengo al festival per quello che sono, non per quello che volete che io sia. Quello che affermerà in modo chiaro nel 1999 cantando Senza Giacca e Cravatta, Nino lo aveva già fatto nel 1986.

Nino si presenta al Festival con Vai, non uno dei suoi pezzi migliori ma sicuramente uno dei più orecchiabili, destinato al successo, almeno quello commerciale. Infatti così fu, Nino si piazzò settimo, quell’anno vinse Eros Ramazzotti, ma l’abum Cantautore riscosse un enorme successo e da lì partì per le prime grandissime tournée internazionali.

Vai, come spesso accade nelle canzoni del primo Nino D’Angelo, racconta della fine di un amore, di lei che se ne va senza scarpe pe nun se fa sentì. Non che il cantante venisse spesso lasciato dalle ragazze, anzi è noto per essere monogamo da quando era adolescente, ma Nino racconta spesso con tono ironico che i suoi impresari gli chiedevano di scrivere canzoni su amori che finiscono perchè vendevano di più e vai non fu un’eccezione.

Paolo Sindaco Russo

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Gli Squallor

Li ascoltavamo di nascosto per non farci scoprire dai grandi, ci passavamo cassette pluriregistrate, e quando Rete 4 in terza serata trasmetteva Arraphao eravamo tutti pronti a fare la nottata per non perderlo… Gli Squallor anche se nell’ombra, anche se qualcuno non aveva il coraggio di ammetterlo, hanno sempre fatto parte della nostra vita.

Da bambino ridevi per le parolacce, da ragazzo ridevi perchè ti immaginavi le situazioni che cantavano da grande ridi perchè le vivi.

Non hanno mai fatto un live, mai un video, apparivano nei film ma  alcuni di loro erano poco più di una comparsa, gli Squallor sono diventati mitici anche per questo: non c’erano (parafrasando Ti ho conosciuta in clubs). Eppure Pace, Savio, Bigazzi e Cerruti sono stati 4 dei pilastri fondamentali della musica Italiana di quasi mezzo secolo.

Non li abbiamo mai visti a Sanremo, eppure ci sono stati e anche spesso, così nel percorso che ci porta al Festival non possiamo non citare gli Squallor, anche se nonostante il gruppo cantasse in Napoletano, loro non erano tutto nati a Napoli, vediamo così come i 4 Squallor hanno fatto la storia delle kermesse sanremese.

Alfredo Cerruti è la voce narrante di tutte le marce degli Squallor, direttore artistico della CBS, poi della CGD e infine della Ricordi tanti dei talenti prodotti e lanciati da lui sono sbarcati a Sanremo, lui direttamente però ci arriva nel ’90 come autore televisivo. Cerruti era infatti fra gli autori e fra i giudici di “Il caso Sanremo” un programma che era una sorta di Pre-festival che ripresentava i vecchi successi sanremesi dividendoli in decadi.

Daniele Pace è milanese di origini pugliesi, ma ama cantare e scrivere in Napoletano. Quando nelle canzoni degli Squallor si sente una R Moscia è lui. Autore di grandissimi successi come Nessuno mi può giudicare e E la luna bussò o A far l’amore comincia tu Daniele Pace arriva al festival nel 1969 con Alla fine della strada, cantanta da Junior Magli, la stessa canzone reinterpreta in inglese da Tom Jones lo portò a vincere un Grammy (ma questa è un’altra storia…). ritornerà al Festival con canzoni scritte per Gigliola Cinquetti, i Camaleonti, Sandro Giacobbe fino ad arrivare al Festival dell’81 quando ottenne il successo internazionale con Sarà perchè ti amo cantata dai Ricchi e Poveri. Morirà di infarto nel’85.

Fra gli Squallor non poteva mancare un toscano, il fiorentino Giancarlo Bigazzi, è uno degli autori più apprezzati del panorama della musica leggera italiana e come produttore ha sempre lanciato artisti di grande personalità. Lisa Dagli occhi blu, Gente di Mare e Gli uomini non cambiano sono alcuni dei principali successi che vedono la sua firma. Al festival arriva con il Giardino dei Semplici, con Miele scritto con l’altro Squallor Totò Savio, e fra gli anni 80 e 90 ci tornerà spessissimo e sempre da protagonista: vince il festival con Si può dare di più, scritta per Tozzi, Morandi e Ruggeri, con Perchè lo fai cantata da  Masini arriva terzo, vince Sanremo giovani con Non amarmi cantata da Alenadro Baldi e Francesca Alotta, e mette la sua firma è sotto tanti altri successi Sanremesi come Non succederà più cantanta da Claudia Mori e una certa Rose Rosse cantata da Massimo Ranieri. L’ultima canzone che ha scritto è stata Cirano, del 1996 cantata da Guccini, ha proseguito la sua carriera come autore di colonne sonore di film fino al 2012, anno della sua scomparsa.

Totò Savio è la voce degli Squallor, quella meravigliosa voce roca e intensa che paragonava la luna a una scorza di limone. Autore e compositore anche lui di grandi successi come Se bruciasse la città il suo cammino al Festival inizia con un pezzo che ancora adesso conoscono tutti: Cuore Matto, del ’67 cantato da Little Tony. Nel suo sodalizio con Bigazzi come abbiamo visto porterà sulla riviera ligure i Camaleonti, ma i titoli più importanti portati sul palco dell’Ariston sono senza dubbio Una rosa blu, cantata da Zarrillo e l’immortale Maledetta Primavera cantata da Loretta Goggi.
Negli anni ’90 diventa il direttore dell’orchestra della Rai e la sua produzione come autore è limitata, fino agli anni ’90 quando gli viene diagnosticato un tumore alla gola che lo porterà alla morte nel 94.

Questo breve articolo non rende minimamente giustizia ai 4 Squallor, che hanno realmente animato e rivoluzionato la musica italiana, basta dare un’occhiata a wikipedia per rendersi conto di quanto siano stati prolifici senza  mai essere banali… e con tutto il rispetto per gli autori contemporanei ripensando a quello che hanno fatto viene naturale pensare che era meglio quando c’erano gli Squallor… Si, era meglio!

Paolo Sindaco Russo