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roberto saviano

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L'esperienza a Repubblica

@lapresse Cronaca 20/03/2011 Blindato il comando operativo di Napoli - Capdodichino dove si coordinano le operazioni aero-marittime e sottomarine di attacco alla Libia.

Quando collaboravo con Repubblica riuscii a scovare una notizia facendo un giro alla base della US Navy di Gricignano d’Aversa. Era il 2008 e in piena crisi rifiuti indagavo su una segnalazione che mi era giunta di un rapporto del Dipartimento per la Salute statunitense in cui si consigliava ai militari americani di dismettere le basi Nato nella “terra dei fuochi”. Fu poi intimato ai militari di stanza a Napoli che abitavano sul litorale domitio di non usare l’acqua del rubinetto nemmeno per cucinare o lavarsi a causa dell’altissimo inquinamento delle falde acquifere in alcune zone. Infatti in quel periodo scrissi diversi articoli sull’argomento. Uno riportava di una ricerca americana in cui si confrontava il tasso di malformazioni dei neonati concepiti nelle basi campane con quelli concepiti nelle basi all’estero. Un altro dava notizia di una torre di controllo costruita sempre dagli americani per monitorare la qualità dell’acqua e dell’aria in Campania. (Non vi fa male se date uno sguardo ai link in azzurro per farvene un’idea).

Articoli che non mi diedero né fama, né particolare attenzione, tranne da parte di qualche movimento ambientalista. Allora avevo compiuto da poco 26 anni, fresco laureato. Per sostenermi in quegli anni prestai servizio civile proprio nell’epicentro della Terra dei Fuochi, al Villaggio Coppola, lavorando con i minori a rischio in situazioni familiari difficili: figli di immigrati, prostitute, carcerati. Riscosse invece attenzione un altro articolo che pubblicò sempre Repubblica. Mi chiamarono persino dal Tg1 per sapere se potevano utilizzare il mio articolo per confezionare un servizio e per avere da me maggiori informazioni. Diedi l’assenso. Per giunta senza chiedere nulla in cambio.

i survivedSapete di cosa parlava quell’articolo? Di alcune t-shirt in vendita nella base di Gricignano sulle quali erano raffigurati per mezzo di alcune vignette i problemi di Napoli. Su una c’era scritto persino “I survived in Naples”… Su un’altra il decalogo sullo stile di guida degli italiani: inversioni in autostrada, abbaglianti sempre accesi, mancato utilizzo delle frecce direzionali… Per la prima volta una mia notizia venne persino ripresa dal portale nazionale di Repubblica tra le news più virali nell’homepage del sito web italiano maggiormente visitato.

Fu per me un orgoglio. Oggi con qualche anno in più, con una carriera che bene o male ha preso la propria strada, alimenta invece in me più di qualche inquietudine questa storia.

maglietta drivingMi fa capire che il web genera spesso mostri. Notizie realmente importanti e cruciali per la cittadinanza vengono relegate in secondo piano. Mentre episodi di mero folklore, con un carattere di originalità e più “terra terra” hanno assai più risalto. E la colpa probabilmente non è dei quotidiani. Loro le notizie le pubblicano, magari senza darne il giusto risalto, come accadde a me per gli articoli sugli allarmi lanciati dai marines americani. La colpa, se di colpa si può parlare, è invece nostra che alimentiamo tutto un mercato indirizzando i nostri click e la nostra attenzione su cose di poco conto. Anche Roberto Saviano, ad esempio, ha avuto un ruolo meritorio nel portare all’attenzione determinati meccanismi. Eppure in Gomorra non c’era scritto quasi nulla di nuovo di ciò che si poteva leggere sfogliando con attenzione uno dei quotidiani della nostra città.

Questo episodio personale fa poi riflettere su come la nostra città riesca a far parlare di sé sempre e solo per episodi legati al folklore, alla ammuina. Come se Napoli fosse da sempre una città immobile, senza pretese di poter essere considerata, pur nelle sue specialità e unicità, un luogo normale dove le persone si svegliano la mattina e vanno a lavorare, prelevano i figli a scuola e magari a sera si concedono pure di cenare con una cotoletta milanese.

Anche per questo disdegno spesso certi racconti romanzati sulla nostra città. Come quella del pianoforte di Piazza Garibaldi che, come scrissi, sta diventando sui social una nenia insopportabile peggio delle foto dei gattini.

A Napoli c’è tanto altro, nel bene e nel male. E se di quel male non sapremo parlarne, non sapremo dedicargli la dovuta attenzione, allora si che questa resterà per sempre una città immobile, senza scatti, senza emancipazione dai propri peccati. E pensare che l’unico luogo di diritto deputato al folklore, lo stadio, è proprio il posto dove invece i colori e le ironie partenopee stanno scomparendo. Anche per questo il nostro sito web abbiamo deciso di chiamarlo soldatoinnamorato. Perché almeno allo stadio lasciateci cantare. Fuori dal San Paolo lasciateci invece campare. Oggi i social e il web rivestono un’importanza fondamentale nella nostra società. Non bisogna demonizzarli, basta saperli usare. Questa storia che vi ho raccontato non è un tentativo autocelebrativo, per fortuna non ne ho bisogno. Ma se ancora attraverso il giornalismo si può fare qualcosa per cambiare le cose nella città che amo, allora forse ne è valsa la pena a parlarne.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Cos'è davvero Napoli?

"Tipica" carta d'identità secondo Rosy Bindi

Rosy Bindi non lascia, anzi raddoppia. Se non bastavano le dichiarazioni di qualche giorno fa, oggi la presidente della Commissione antimafia, dalle colonne del Corriere della Sera, in un’intervista ribadisce che ‘la camorra è un carattere costitutivo della città di Napoli’. Al di là della naturale indignazione per una frase che condanna Napoli ed i napoletani (avvisate i tour operator perché da oggi oltre alle bellezze naturali e museali i turisti dovranno visitare anche i luoghi caratteristici e simbolo della camorra) francamente sono anni, decenni, che ascoltiamo simili affermazioni. Parole che suonano sia come un tentativo quasi assolutorio da parte della classe politica (rassegnatevi la camorra c’è e ci sarà sempre) che mai è riuscita, in fondo perché non l’ha voluto, a debellare il fenomeno criminale, e sia di un retaggio di una storiografia risorgimentale e savoiarda a cui ha sempre fatto comodo dipingere il reame napoletano e delle Due Sicilie come un covo di ladroni e briganti. Rosy Bindi è caduta in questo errore.

La camorra c’è e nessuno può metterlo in dubbio, ma da una presidente di una Commissione antimafia ci saremmo attesi altre analisi. Anche perché, insistendo nella sua tesi, Rosy Bindi smentisce un monumento come Giovanni Falcone, che certamente era un conoscitore di fenomeni malavitosi più della stessa Bindi, il quale affermò che ‘la mafia come ogni fenomeno umano ha un inizio ed una fine’. Da ciò si desume facilmente che quindi anche la Camorra avrà una sua fine. Ed a dirla tutta sono più propenso a seguire l’analisi di Falcone, fosse solo per la speranza di vedere Napoli libera dalla cappa camorristica.

Tornando però al merito della questione ed alle parole di Rosy Bindi bisogna ricordarle che in fin dei conti la camorra è un fenomeno speculare e contrario a quello statuale. O meglio, nasce nell’assenza della presenza dello Stato. Insomma, la Camorra non è che un sistema di tipo feudale, votato alla gestione territoriale, che si pone come obiettivo di sopperire allo Stato laddove incapace di esercitare la propria sovranità. Guardiamo le immagini della serie ‘Gomorra’: sono tanto diverse le ville bunker dei boss di oggi dai castelli dei feudatari? Dove lo Stato non c’è il territorio si organizza per darsi regole e strutture di potere. E per Stato non mi riferisco soltanto ai soldati, alle Forze dell’Ordine, ma molto più semplicemente alla presenza di scuole, asili nido, spazi di aggregazione sociale, un parco giochi attrezzato.  Quindi se proprio c’è qualcosa di costitutivo è l’assenza dello Stato a Napoli, nelle sue varie accezioni, piuttosto che la camorra in .

Detto questo, paradossalmente, però, dovremmo ringraziare Rosy Bindi perché potrebbe dare lo spunto per interrogarci su quale sia davvero il carattere costitutivo della città di Napoli. E poi più in generale del Sud Italia. Cosa contraddistingue questa bella, affascinante ed intrigante città? Non mi riferisco naturalmente ai simboli, un po’ oleografici, che contraddistinguono nel mondo Napoli: pizza, sole, mandolino e Vesuvio, ma piuttosto chi e che cosa ha rappresentato nei secoli e rappresenta oggi la Capitale del Mezzogiorno. Non è domanda da poco, ed è forse lo snodo per capire dove Napoli e la sua classe dirigente hanno fallito e perché ogni volta che parliamo di rilancio o riscatto della città alla fine ci ritroviamo sempre alla casella del via.

Primo punto. Napoli è stata sempre caratterizzata da una classe sociale medio borghese incapace di imporre la sua visione di Stato e di città. Troppo gracile e debole per far sentire la propria voce, anche a causa di un tessuto imprenditoriale e commerciale poco sviluppato. Mentre in altre città questa classe sociale è diventata protagonista, a Napoli ha latitato o nell’irrilevanza o adeguandosi supinamente a decisioni altrui. Secondo una visione marxiana a Napoli, e più in generale nel Sud, non si è fatta classe sociale, non è riuscita a pensarsi come tale e quindi non è riuscita a compiere quel salto che le consentisse di diventare classe dirigente e di guidare la città.

Secondo punto. Napoli ha sempre avuto una classe alto borghese, nobiliare (fino a quando lo Stato ha riconosciuto i titoli nobiliari) ed intellettuale pronta a vendersi al primo potente di turno. Era così ai tempi del vicereame spagnolo, della Napoli borbonica, di quella conquistata dai Savoia. E poi ancora della Napoli fascista e liberata dagli alleati. Quella di Lauro, quella dipinta da Rosi nel film “Le mani sulla città”. Ma anche quella dei comunisti di Valenzi e, più vicino ai giorni nostri, di Bassolino e De Magistris. E’ la Napoli della Pimentel Fonseca, cortigiana di Ferdinando IV, sua adulatrice con tanto di odi cantate e poi protagonista, contro di lui, della rivoluzione del 1799.

Terzo punto. I lazzari. Anche questo aspetto costitutivo di Napoli. Una marea di persone, si stima intorno al 1700 circa 20/30mila persone, che vivevano ai margini della società, disperati, senza fissa dimora e lavoro, sfruttati e utilizzati dai potenti come ariete per garantire e proteggere lo status quo. Nel tempo hanno cambiato nome, si sono ridotti di numero, forse, ma sono rimasti incatenati al loro ruolo di manovalanza su cui le classi più agiate, ricche e politicamente rilevanti hanno esercitato la loro influenza. Fu così con il cardinale Ruffo, Ferdinando IV, i napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, e poi ancora il ‘liberatore’ Garibaldi con la regia del traditore Liborio Romano. Ed ancora essi furono quelle tanti mani che stringevano i pacchi di pasta offerti da Achille Lauro. Fino ad arrivare a quel popolo che oggi vive facendo il ‘palo’ in un quartiere degradato, che vive ai margini della tollerabilità, che si ‘attacca’ al palo della luce per avere la corrente elettrica in casa, e a cui  poi, quando va a votare, come pegno prima del voto gli viene data metà banconota da 50 euro, ricevendo soltanto a votazione ultimata la seconda metà. E pure i modi di chiamarli sono cambiati: in principio lazzari, poi, dopo la conquista sabauda, ‘scugnizzi’,  protagonisti de “Il ventre di Napoli” e dell’opera di sventramento del Risanamento. Poi diventati, nel dopoguerra e nel periodo più violento della guerra di camorra, e forse anche più basso della città di Napoli, secondo una quantomai azzeccata definizione di Siani, i ‘muschilli’. Fino ad arrivare ai giorni nostri con la ‘paranza dei bambini’ di Saviano.

Ecco i tre volti di Napoli, che da sempre la caratterizzano e ne limitano ambizioni e sviluppo. Non è quindi la camorra, cara presidente Bindi, ad essere carattere costitutivo di Napoli e dei napoletani, quella, al massimo, è figlia di un’Italia che non ha mai saputo e voluto capire questa città. Bella ed insieme tragica, dove solo chi ci è nato può capirla, amarla ma anche odiarla al tempo stesso. E può anche spiegare  perché si può diventare a furor di popolo Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano e poi essere decapitato e gettato in una fossa comune. Il tutto in un pugno di giorni… Masaniello docet.

Dario Caselli *

Twitter: @dariocaselli

*Giornalista professionista, cultore di storia con un “debole” per quella di Napoli. E’ analista politico, ma possiede soprattutto una “imbarazzante memoria” delle battute di Eduardo e Totò.

**Dario, collega di ufficio ormai da anni. Napoletani a Roma: brutta razza. Io con le gigantografie di Diego dietro la scrivania, lui con Einstein che scrive alla lavagna “Forza Napoli” e Armstrong che piazza la bandiera azzurra sulla Luna. Costringiamo chiunque ad adeguarsi a comprendere il nostro dialetto stretto, il più delle volte incompreso. Così come restano incomprensibili agli altri i nostri dialoghi di interi minuti solo citando frasi di film napoletani, di Totò o commedie eduardiane. Più che per napoletani, ci pigliano per pazzi. Ma è un nostro modo di sopravvivenza “all’estero”. Una “sopravvivenza” che a lui riesce assai meglio di me. “Ma comme fa, comme faaaa!”. vDG