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Roberto Palmieri

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Foto dal profilo facebook SSC Napoli

Josè Maria Callejon, il giocatore più impiegato in assoluto dell’era sarrista, venerdì prossimo c’ha judo e ha provveduto a farsi squalificare a caso per tenersi libero. Se il Napoli se l’è cavata alla grande lo stesso, la questione fa sorgere un interrogativo inedito: come gioca il Napoli senza di lui? Mettiamo a Giaccherini, a Pavoletti, a Rog, a Milik? Cambiamo modulo o restiamo col tridente? Lo scopriremo tra qualche giorno, intanto proviamo a formulare qualche ipotesi basandoci sulla partita di sabato.

SOLUZIONI IN CORSA – Qualche spunto può venire proprio dalla partita col Bologna, in cui il Napoli si è dovuto arrangiare coi giocatori che aveva. La situazione tattica nell’ultima mezz’ora è stata abbastanza insolita per le partite del Napoli: la situazione di 10 vs 10 e il vantaggio immediato hanno permesso di impostare una partita di ripartenze velocissime in spazi molto molto ampi. In questo contesto non sarebbe stato intelligente inserire un giocatore come Pavoletti, perchè la manovra non era orientata ad occupare la metà campo avversaria e mantenere la squadra corta sfruttando il riferimento centrale, ma sul creare ogni volta due – tre tracce divergenti dietro la linea difensiva avversaria attaccata alla massima velocità. L’assenza dell’ala destra era compensata dagli inserimenti dei centrocampisti, in particolare di Hamsik ma anche di Zielinski: le posizioni in attacco erano sempre occupate correttamente grazie alla conoscenza dello spartito, la fase difensiva funzionava grazie al sacrificio del polacco e di Insigne in posizione di esterni di un centrocampo a 4, e in sostanza i giocatori sono riusciti a mantenere intatti i meccanismi dividendosi il lavoro dello spagnolo. In altre parole quella che vediamo è una squadra in cui nessuno ha paura di correre un metro  in più per aiutare i compagni, e tutti i giocatori sono perfettamente inseriti nel contesto tattico. 

ALTERNATIVE DAL PRIMO MINUTO – Il sostituto di Callejon sulla carta dovrebbe essere Emanuele Giaccherini, ma è probabile che l’ex Juve (entrato nel finale contro il Bologna) non trovi spazio dal primo minuto neanche col Genoa. Callejon e Insigne infatti sono perfettamente complementari in posizione di ali perchè l’uno tende a dare ampiezza e muoversi senza palla sul lato debole, mentre l’altro ama associarsi coi compagni e stringersi per cercare l’assist o il tiro; Giaccherini è molto diligente, ma anche lui tende ad andare a giocare dentro al campo col rischio di congestionare il centro creando il classico “imbuto”. Una soluzione più probabile invece è il tridente pesante Insigne – Pavoletti – Mertens, molto più interessante perchè è solo appartentemente un 4-3-3: Mertens infatti ormai pensa e si muove da vero centravanti, e andrebbe a creare con l’ex di turno una coppia che unisce il peso fisico alla tecnica in velocità. I cross di Ghoulam tornerebbero ancora più pericolosi grazie alla presenza di un nove classico, mentre Mertens potrebbe attaccare la linea difensiva senza essere l’unico riferimento per le difese. Tutto ciò viene reso possibile dal sacrificio di Insigne e Zielinski in posizione di esterni di centrocampo, con Hamsik più regista che incursore (posizione nella quale Sarri ha ammesso più volte che lo slovacco “gli dà gusto”) affiancato dalla forza fisica di Diawara.

IN VISTA DEL BERNABEU – Naturalmente nel fare la formazione Sarri dovrà tenere in considerazione l’impegno successivo, quella trasferta a Madrid alla quale afferma di non pensare mentendo spudoratamente. Se Callejon riposerà per forza, è difficile che Insigne possa giocare novanta minuti, soprattutto in caso di risultato favorevole; dovrebbe prendere il suo posto Giaccherini, per permettergli di rifiatare in vista di un match in cui non potrà risparmiare ripiegamenti difensivi. A centrocampo molto dipende dall’idea di Sarri sul ballottaggio Zielinski – Allan: potrebbe essere una buona idea risparmiare il brasiliano per affrontare quei Toni Kroos e Luka Modric che ad oggi compongono indiscutibilmente la coppia di centrocampisti più forte del mondo, ma Sarri potrebbe anche scegliere di limitare i due fenomeni blancos facendo all-in sul sistema di gioco e scommettendo sul polacco per aumentare il peso offensivo in cerca di un gol pesantissimo al Bernabeu. A seconda della sua decisione, chi dei due giocherà potrebbe venire sostituito abbastanza presto, probabilmente da un Marko Rog che strappa applausi ogni volta che mette piede in campo e al quale la posizione di esterno di fascia va a pennello. In difesa verrà per forza risparmiato l’altro squalificato Hysaj, che avrà comunque bisogno di un pieno recupero mentale per affrontare il duello più difficile della sua carriera, posto che la difesa contro il miglior giocatore del mondo è qualcosa che riguarda tutta la squadra e non solo il terzino albanese. Infine potrebbe fare qualche minuto Milik: a seconda di come sta, non sarebbe male concedere una sgambata al polacco per poterlo valutare, per sapere se a Madrid si potrà contare sul suo talento almeno a partita in corso nel caso si mettesse male.

Roberto Palmieri

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Grazie, grazie e ancora grazie a quel meraviglioso giocatore che è Marek Hamsik, che col suo sinistro fatato ha risolto l’ennesima partitaccia di questo momento della stagione del Napoli e probabilmente salvato la qualificazione alla fase finale. Marek si conferma ancora una volta uno dei più forti giocatori della storia del Napoli; e adesso vogliamo sentire se qualcuno stasera dirà che non è decisivo quando la posta in gioco si alza. Děkujeme moc, Kapitáne.

Detto questo, per il Napoli gira veramente tutto male in questo periodo. Il rigore di Quaresma è arrivato come l’ennesima beffa dopo l’ennesima partita giocata bene ma, come ormai ogni domenica e martedì da quando Milik si è infortunato, senza concretizzare la mole di gioco proposta. Non si può neanche colpevolizzare granchè l’allenatore: semplicemente, Mertens ci mette tanta buona volontà ma in quella posizione è davvero difficile decidere le partite per un giocatore della sua stazza, mentre Gabbiadini… Beh, non vogliamo infierire ulteriormente sul bergamasco, ma basta farsi un giro su Twitter cercando il suo nome per scoprire come si dice “un cono in mezzo all’area sarebbe più utile” in turco, portoghese e ucraino. Il numero 23 si muove in totale assenza di sincrono col ritmo della squadra, attaccando senza criterio la profondità e finendo sistematicamente in fuorigioco troppo presto o troppo tardi o con un taglio troppo prevedibile. Vero che in generale avere il centravanti è meglio che non averlo, ma così tanto vale giocare senza punte.

Il Besiktas da parte sua ha giocato una gara tatticamente sensata, eliminando dal campo Jorginho e lasciando molta libertà ai difensori centrali (più volte Koulibaly ha portato palla fino alla trequarti avversaria) pur di non concedere spazi, cambiando gioco con regolarità e affidandosi alla devastante progressione di Aboubakar, che stavolta non ha fatto la differenza. Il gol turco è arrivato su un tocco di mano abbastanza ingenuo di Maksimovic, che forse quel cross poteva pure deviarlo con la testa. Insomma, le contromisure avversarie sono sempre le stesse, il Napoli inizia a capire come aggirarle e il sempre maggiore minutaggio di Diawara aiuta a creare dubbi agli avversari, quello che non va è semplicemente che se Callejon non trova i suoi soliti tagli nessuno fa gol; questo rende necessaria la presenza di Insigne, il più bravo a sfruttare quella direttrice di gioco, ma rimane un tipo di giocata che può riuscire al massimo una o due volte a partita anche se viene provata e cercata con insistenza. Servono più soluzioni per buttarla dentro, e non si può aspettare Milik; ci si può aspettare una crescita in questo senso di Zielinski e Insigne, che hanno il potenziale per segnare di più. Per il resto, lo diciamo ormai ogni settimana, bisogna solo mandare Arcadio a Lourdes.

In caso di vittoria del Benfica stasera il Napoli dividerebbe la vetta del girone B con il Benfica in attesa dello scontro diretto all’ultima giornata, senza sottovalutare la Dinamo Kiev che non ha intenzione di rassegnarsi a fare il fanalino di coda. Per il momento, se siamo ancora in una posizione tutto sommato vantaggiosa, stasera lo dobbiamo solo al nostro grandissimo Capitano con la cresta. 

Roberto Palmieri

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Vabbuò, l’abbiamo vista tutti la partita ieri e bisogna ammettere che l’ingresso di Mertens al posto di Insigne ci ha parzialmente risolto una situazione poco simpatica. Il belga, con un primo gol bellissimo e un secondo di rapina, ha pareggiato sostanzialmente da solo la partita col Pescara e ridato vivacità ad una squadra molto, troppo morbida. Ma allora perchè il fiammingo continua a fare panchina mentre Insigne parte dal primo minuto pure quando “è distratto dalle questioni contrattuali” (ma che ne sapete poi)? Feticcio di Sarri? Raccomandato? Complotto? Illuminati? Coincidenze? 

Ovviamente no.

Purtroppo troppi commentatori di calcio semplicemente non capiscono quello che succede in campo e allora si appellano alle vecchie categorie della distrazione, della condizione fisica, della motivazione, dell’attaccamento alla maglia eccetera; a questi livelli invece spesso le motivazioni per una prestazione migliore o peggiore di un giocatore sono in gran parte tecnico-tattiche. Insigne, nato ala sinistra, sta studiando ormai da anni da playmaker offensivo decentrato: ha limitato la ricerca della conclusione (anche se può fare di più in questo senso), in favore di un grande lavoro di combinazioni con Hamsik e Ghoulam nella catena mancina e soprattutto ha scoperto l’esterno del suo piede destro, che gli permette di premiare gli inserimenti dei compagni del lato debole. Mertens, da parte sua, ha mezzi atletici e tecnici straordinari, ma per attitudine più che per capacità tecniche non ha nelle sue corde questo tipo di lavoro: cerca sempre di spaccare in due la difesa, abbassando la testa e partendo in progressioni a volte devastanti, a volte disastrose con palloni pericolosissimi persi sulla trequarti. In parole povere, Insigne fa funzionare il sistema, Mertens cerca di far saltare il banco a ogni pallone toccato. Non c’è neanche da chiedere quale possa preferire un allenatore come Sarri.

Volete qualche numero? Eccoli qui. Nella stagione scorsa Mertens ha totalizzato 1.2 tiri a partita in campionato dal 60esimo al 90esimo minuto, e 1.8 in Europa League nello stesso lasso di tempo, segnando 0.1 e 0.4 gol a partita; dal primo al 60esimo minuto la media tiri sale di molto in campionato (1.7) e addirittura raddoppia a 3.6 in Europa League, ma i gol fatti salgono di appena 0.2 in coppa e rimangono addirittura uguali in campionato! In altre parole, l’efficienza delle sue conclusioni si abbassa tantissimo quando gioca dal primo minuto. Ancora, se andiamo a guardare ai dribbling, sui 3.9 tentati a partita nella mezzora finale sommando campionato ed Europa League (rispettivamente 1.7 e 2.2) ne ha sbagliati 2.1 (0.9 e 1.2), mentre nella prima ora di gioco ne tenta addirittura 4.9 sommando le due competizioni con 2.9 tentativi falliti, rispettivamente 0.7 in serie A e 2.2 in Coppa! Inutile ricordare che un dribbling fallito espone ad una ripartenza pericolosa. Per non parlare delle palle perse in situazioni diverse dal dribbling, che addirittura raddoppiano da 0.4 a 0.8 tra la mezzora finale e i primi 60 minuti. Tutto ciò giocando poco più di 800 minuti nelle mezzore finali e poco meno di 700 dal 1′ al 60′: circa 120 minuti di differenza che non possono giustificare un cambiamento così significativo dei dati. (Dati Whoscored)

Se invece non vi piacciono le statistiche e preferite l’eye test, le partite di campionato che Mertens ha iniziato da titolare l’anno scorso sono state:

Carpi 0 Napoli 0
Genoa 0 Napoli 0
Frosinone 1 Napoli 5
Napoli 6 Bologna 0
Roma 1 Napoli 0

In 3 di esse non ha segnato, fornendo una grande prestazione solo contro il Bologna demolito al San Paolo, non riuscendo a sbloccare partite bloccate come quella col Carpi o con la Roma, cosa che invece fa con una certa regolarità da subentrante. 

In sostanza, cari amici, Sarri non è stupido e conosce le qualità dei suoi giocatori sicuramente meglio di noi. Mertens è perfetto per il ruolo di spaccapartite; Insigne invece è necessario a far funzionare il gioco della squadra, che come l’anno scorso tornerà a girare alla grande quando torneranno intensità, concentrazione difensiva e il ritmo corretto nell’esecuzione degli schemi. Ovvio che come in ogni professione i calciatori possono crescere, cambiare e migliorare e che Mertens possa guadagnarsi il posto da titolare anche numeri alla mano, ma al momento godiamoci una coppia di esterni ben assortita che può trasformarsi in una sequenza micidiale. Come dice Arrigo Sacchi, un’orchestra senza uno spartito è solo un gruppo di solisti; il migliore allora non è chi improvvisa magnificamente fuori contesto, ma chi dà un senso allo spartito con la sua presenza.

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it 

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Premetto per questo pezzo, che vuole essere analitico piuttosto che di opinione o polemico, che non mi è piaciuta per nulla l’uscita di De Laurentiis in conferenza stampa. Se da un lato è comprensibile che un presidente voglia vedere i suoi investimenti valorizzati, l’allenatore è sempre considerato (spesso a torto) il primo responsabile dei risultati, e deve essere liberto di fare le scelte che ritiene migliori per vincere le partite, perchè la prima testa che salta è sempre la sua.

Detto ciò. La madre di tutte le critiche mosse al Napoli quest’anno, ben poche tralaltro perchè cosa vuoi criticare a una squadra così bella da vedere ed efficace, è che gioca sempre con la stessa formazione. Si tratta davvero di un difetto? Il Napoli avrebbe vinto cambiando più spesso? La tanto mitizzata “lunghezza della rosa” è veramente così determinante o è una cazzata?

I DATI OGGETTIVI – I numeri dicono che il Napoli è la squadra che ha schierato più volte la stessa formazione nell’arco del campionato: dal cambio di modulo il 4-3-3 con Hysaj a destra e Ghoulam a sinistra, Jorginho in regia e Insigne largo a sinistra (con accantonamento di Maggio e Valdifiori) è cambiato soltanto in caso di squalifiche o infortuni, a parte sporadiche presenze dal primo minuto per Mertens, Strinic e Lopez. Mertens, l'”undicesimo uomo”, ha un minutaggio enormemente inferiore ai titolari (concedetemi un grazie a dio, e qui mi espongo alle critiche, ma nun c’a facc all’o verè). Il modulo è stato cambiato solo in casi particolari di svantaggio a partita in corso e in modo sporadico. In sintesi, il Napoli 2015/2016 è stato una squadra che, oltre ai principi di gioco, ha certezze fisse anche per quanto riguarda modulo e formazione.

ROTAZIONI – Mutuando un termine cestistico, un giocatore “di rotazione” è colui che non è un titolare inamovibile ma colleziona minuti subentrando e venendo schierato a volte dal primo minuto. Quando si parla di “panchina lunga”, dunque, è a questi giocatori che ci si riferisce: prime riserve nel proprio reparto, alternative tattiche di livello, giovani importanti impiegati spesso; un giocatore che finisce ai margini delle rotazioni spera soltanto che una serie di assenze tra i titolari lo rilanci, o verrà ceduto. Se anche questo tipo di giocatori sono importanti nell’economia di una stagione, quello che De Laurentiis ha chiesto a Sarri è appunto di avere diciannove giocatori di rotazione. Se guardiamo ai più forti top team europei, però, vediamo che i potenziali titolari di ogni squadra sono molti meno.

Il Barcellona ha giocato la sua stagione praticamente con una quindicina di titolari: Ter Stegen ha giocato in coppa (unico caso nella storia in cui l’assurdo turnover dei portieri ha una parvenza di senso), Mathieu ha sostituito a volte uno dei due centrali, Arda Turan (senza convincere) ha disputato varie partite nella seconda parte di stagione al posto di Rakitic, ma per il resto le riserve sono significativamente inferiori rispetto ai titolari; i dati di Real e Juventus sono viziati dalle prime parti di stagione travagliate e ricche di esperimenti, ma entrambe le squadre si sono assestate su un numero di 16-17 giocatori oltre a qualche comprimario; anche meno per l’Atletico Madrid, che a parte l’alternativa tattica Ferreira Carrasco ha un undici titolare abbastanza solido. Fa eccezione il Bayern Monaco, che però ha avuto un’enormità di infortuni sopratutto in difesa, dunque è stato costretto a cambiare; inoltre Guardiola dà notoriamente poca importanza ai moduli, che cambia continuamente pur mantenendo i principi. Il Leicester City di Ranieri ha giocato con undici titolari fissi.

INTEGRITA’ FISICA E TATTICA – Infine nel discorso delle rotazioni bisogna considerare che il Napoli ha avuto un numero davvero ridicolo di infortuni quest’anno, chiudendo quindi ogni porta per le seconde riserve di ciascun ruolo. Per quanto riguarda le alternative tattiche, l’unica di vero rilievo per un eventuale cambio di modulo è stata Manolo Gabbiadini, che per alcuni avrebbe dovuto/potuto affiancare Higuaìn in un attacco a due punte; il problema è che la presenza di una seconda punta centrale avrebbe portato giocoforza a dover passare al 4-4-2 o al 4-3-1-2 (visto che Sarri non crede nella difesa a tre in un contesto di squadra corta e alta, come peraltro il sottoscritto), con il secondo impraticabile per l’assenza di un trequartista di ruolo e il primo che avrebbe sacrificato pesantemente Jorginho e Insigne.

ALLORA LA PANCHINA LUNGA SERVE? – La mia personale e opinabilissima risposta è: . Ovvero: sono convinto che il Napoli, con la rosa che ha avuto quest’anno, non avrebbe totalizzato un singolo punto in più cambiando modulo o giocatori di partita in partita perchè la squadra si è espressa al limite del suo potenziale (raccogliendo consensi ovunque e un punteggio finale che in altre annate sarebbe significato Scudetto), mettendosi dietro agevolmente la ben più quotata Roma e pagando parecchia sfortuna negli scontri diretti (Nainggolan e Zaza dico proprio a voi). Con una rosa diversa e più forte la risposta per me rimane la stessa: i più forti devono giocare sempre se sono in condizione di farlo, che si tratti della Champions League o della coppa del nonno, appunto perchè sono i più forti. Sarebbe un crimine comprare un Andrè Gomes a caso per fargli giocare cinque partite stagionali quando Allan è infortunato, così come non avrebbe senso comprare un trequartista (utilissima alternativa tattica) se non c’è intenzione di lavorare su più moduli. In sostanza, il presidente farebbe meglio a lasciare il lavoro dell’allenatore al bravissimo allenatore che ha scelto e paga. Sarebbe uno spreco non migliorare questa squadra, ma ha senso farlo con un paio di acquisti più forti dei nostri attuali titolari, piuttosto che dieci alternative tattiche e prime riserve meno forti dei titolari attuali in nome della “panchina lunga”.

Roberto Palmieri

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foto da en.wikipedia.org

La relativamente lunga storia del calcio ha vissuto una serie di svolte che ne hanno cambiato il corso. Tra queste il dibattito tra metodisti e sistemisti, tra i due sistemi di marcatura, il dominio tecnico tirannico del Brasile di Pelè, fino agli anni più recenti con la sentenza Bosman e il guardiolismo. La più innovativa, però, porta il nome del padre del “calcio totale” Rinus Michels e del calciatore perfetto per interpretare il suo cambio di paradigma: Johan Cruyff, il più grande fuoriclasse della storia del continente, forse l’unico paragonabile per impatto storico a Maradona e Pelè, a Messi e Ronaldo.

Le idee rivoluzionarie di Michels partivano dall’allenamento, fatto di meno “fondo” e più muscolazione, e arrivavano a uno sconvolgimento tattico senza precedenti: l’abolizione dei ruoli fissi in campo, adottando la zona integrale e dando un ruolo fondamentale all’interpretazione delle situazioni di gioco da parte del calciatore, libero di abbandonare la propria posizione sapendo che un compagno lo sostituirà. Un calcio che univa atletismo, tecnica, cervello e organizzazione: un calcio, appunto, “totale”.

Senza Cruyff questo sistema sarebbe stato inapplicabile. Nessun altro prima e dopo di lui ha più unito a quei livelli tutte le qualità di un calciatore totale: l’accelerazione fulminante e il dribbling lo rendevano semplicemente immarcabile nell’uno contro uno, distruggendo sul nascere la possibilità di marcarlo a uomo; la forza mentale di rimanere freddo in ogni situazione gli permetteva di non essere mai superfluo o lezioso, sfruttando le sue abilità tecniche con la massima efficienza; le capacità atletiche erano tali da permettergli di sfruttare la totale libertà nello scegliersi la posizione dalla quale essere più efficiente, scambiandosi coi compagni, che sapevano di dover assecondare i suoi movimenti; grazie all’abilità in tutti i fondamentali tecnici e al perfetto ambidestrismo poteva sfruttare tutto lo spazio davanti e intorno a lui per combinare coi compagni e mandarli in porta. Come se non bastasse, Cruyff possedeva quello stesso “quid” che aveva Maradona e che oggi ha Messi: la capacità di prevedere l’intervento avversario prima ancora che questo lo pensi, che gli è valsa il soprannome di “Profeta del gol”. 

Conclusa una carriera straordinaria tra Ajax e Barcellona, dove rese grande il club blaugrana dopo lustri di umiliazioni sotto il regime franchista, favorevole al Real Madrid, ha rilanciato, diventando allenatore per gli stessi due club in cui ha giocato e perfezionando il calcio totale, spalancando la strada a Van Gaal e poi a Pep Guardiola. Sempre con gli stessi principi: intercambiabilità delle posizioni in campo, palla a terra, zona integrale, possesso ragionato, qualità tecnica, recupero alto. In altre parole, il calcio moderno, o quello che oggi consideriamo il “bel gioco”. Il gioco del Napoli di Vinicio, del Napoli di Sarri, due delle squadre più spettacolari dei loro tempi nel campionato italiano. 

Iconico con la sua maglia di culto col numero 14, polemico, privo di mezze misure dentro e fuori dal campo. Maestro di calcio senza pari, giocatore straordinario, entrato nella cultura pop come nessun altro europeo, fautore fino all’integralismo di un calcio capace di coniugare l’efficacia e lo spettacolo.

Johan Cruyff era questo e molto altro.

Ciao Profeta. 

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Coman affronta Bonucci. Foto dal profilo Facebook della FC Bayern Munchen

Noi di Soldato Innamorato vogliamo bene più o meno a tutti e di sicuro non critichiamo chi mercoledì sera ha tifato Juventus per motivi di ranking. Io però, personalmente, ho tifato fortissimo per il Bayern, un po’ per l’eterna venerazione verso Guardiola e Thomas Muller che mi porto dentro e soprattutto perchè vedere i bianconeri perdere è sempre un pò una goduria. Chiamatemi rosicone, ma quando il Napoli è uscito dall’EL non ho visto striscioni di solidarietà…

In ogni caso, spero che le parole di Marotta sull'”arbitraggio inaccettabile” abbiano fatto ricredere quei napoletani “sportivi” che il Europa tifano per le italiane. Il DS della Juventus ha perso un’ottima occasione per stare zitto. Vero, il terzo gol della Juve era regolare e avrebbe cambiato la partita; ma vogliamo parlare dell’andamento del match, dipinto come una partita mastodontica dei bianconeri dalla leggermente parziale stampa nazionale?

La Juventus ha pressato alto in varie occasioni, anche con una certa efficacia, ha difeso molto bene per 90 minuti e ha giocato bene in contropiede. Ma si è anche presentata all’Allianz giocando per larghi tratti un catenaccio imbarazzante, con un 5-4-1 bassissimo, palla lunga e pedalare, e ha segnato il secondo gol (quello dell'”impresa”) su un’azione solitaria di Morata, tralaltro irripetibile ed episodica, la classica giocata che ne dimostra la qualità in campo aperto (e solo lì), ma oggettivamente non gli riuscirà mai più. Non esattamente l’emblema del gioco di squadra nè una gran pubblicità per il calcio italiano, che una volta di più ha fatto la figura del gioco difensivista e antiestetico davanti a tutta Europa.

Non solo, la tattica difensiva non ha nemmeno funzionato. L’ingresso di Coman, che con Allegri giocava una partita su dieci (anche, va detto, per buoni motivi tattici) ha avuto l’impatto sul match di una colata di napalm sul bosco dei cento acri di Winnie the Pooh, facendo vedere i mostri ad Alex Sandro ed Evra; contro gente come Douglas Costa, Lewandowski e Muller è semplicemente impensabile difendere per sempre, perchè anche il sistema difensivo più chiuso e attento concede quel paio di errori a partita. Persa per persa, considerata anche la tenuta difensiva non esattamente impeccabile del Bayern, sarebbe stato così male provare a controllare il pallone per qualche minuto, anche solo per evitare di subire la tecnica degli avversari? No, meglio fare i “soliti italiani” e appendersi alla traversa. Poi alla lunga si prende gol, che strano.

Quanto all’alibi infortuni, non c’è niente di più ridicolo. Chiaro che le assenze di Dybala, Caceres, Marchisio e Chiellini non sono da poco; nessuno però dice che il Bayern ha giocato l’andata senza difensori centrali perchè TUTTI infortunati, e parliamo di gente del calibro di Benatia, Boateng, Javi Martinez e Badstuber, e il ritorno con il solo marocchino ex-Roma, tralaltro in condizioni imbarazzanti, al punto da dover adattare il minuto Kimmich. Inoltre un certo Ribery, che se mi concedete vale qualcosa di più di Mandzukic, era forse al 50% fisicamente; e se l’assenza di Dybala è stata accolta come se mancasse Maradona, il Bayern non poteva contare su Arjen Robben, che magari nel contesto tattico avrebbe potuto avere difficoltà, ma in carriera ha dimostrato qualcosa di più e segnato qualche gol in più dello sbarbatello bianconero alla seconda stagione da titolare in Serie A. Che tralaltro, sottolineo, è stato appena doppiato da Higuaìn nelle marcature stagionali, e in questa “fenomenale” stagione ha segnato molto meno di Muller, figuriamoci di Lewandowski. I suoi numeri sono molto più vicini a quelli di Insigne, che però la stampa nazionale non ha considera nemmeno…

I commenti sull’arbitraggio da una società che appena dieci anni fa è stata condannata per illeciti sportivi così gravi da essere retrocessa d’ufficio sono semplicemente incommentabili. La Juve ha giocato la sua sporca partita, ha perso contro una squadra più forte, avrebbe potuto vincere ma non l’ha fatto, e ha fatto fare soltanto una gran brutta figura al calcio italiano confermando tutti gli stereotipi di chiagnazzari e catenacciari che ci portiamo appresso. Sinceramente, se ne faceva volentieri a meno.

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il dibattito tra marcature a uomo e a zona è ormai superato, ma tuttora le squadre di calcio scelgono approcci molto differenti per quanto riguarda la fase difensiva. Il problema principale oggi, piuttosto che marcare i singoli giocatori come si faceva all’epoca delle marcature a uomo integrali, è difendere il campo nella sua interezza: infatti per aprire spazi nelle difese schierate le squadre che attaccano tentano di allargarle dando ampiezza con gli esterni (ali, terzini in spinta o centrocampisti laterali del 3-5-2 e moduli simili), sperando di allargare la linea difensiva e poter così verticalizzare con successo. Le risposte sono fondamentalmente due, e ciascuna viene applicata con più o meno successo da varie squadre dentro e fuori dalla Serie A.

Sarri, com’è noto, difende con un 4-1-4-1 disposto a zona integrale, con la linea più alta possibile per tenere l’avversario lontano dalla porta e distanze molto corte fra gli uomini e fra i reparti. Quando i due esterni si allargano molto per dare ampiezza, i giocatori del Napoli non li seguono; preferiscono isolarli sulla fascia, pronti a far scattare la trappola dello scivolamento laterale: se l’esterno riceve, la squadra è velocissima ad accorciare in massa sul lato forte mantenendo costanti le distanze e pressando per riconquistare il pallone, sfruttando il “miglior difensore del mondo” (come dice Guardiola), la linea laterale che dimezza lo spazio a disposizione del portatore di palla.

Il Napoli difende alto e stretto a zona lasciando soli gli esterni, senza cadere nella trappola e perdere le distanze.
Il Napoli difende alto e stretto a zona lasciando soli gli esterni, senza cadere nella trappola e perdere le distanze.
Se l'esterno riceve palla, il Napoli accorcia sul lato palla per attaccare l'uomo, che non ha spazio.
Se l’esterno riceve palla, il Napoli accorcia sul lato palla per attaccare l’uomo, che non ha spazio.

Il punto debole di questa disposizione è che scopre il “lato debole”, ovvero il lato opposto a quello dove si trova il pallone e di conseguenza la maggior parte degli uomini. Nella lavagnetta è evidente la solitudine dell’esterno, che se ricevesse avrebbe un’autostrada tra sè e la porta; lo schieramento scommette tutto sul recupero palla immediato, accettando il rischio. Naturalmente un esterno straordinariamente resistente al pressing (come sono tutti i migliori d’Europa) o un dispositivo tattico ad hoc possono sfruttare questo punto debole.

L'esterno ha pochissimo spazio per la giocata perchè la squadra ha accorciato bene, ma il suo compagno sul lato debole è completamente solo.
L’esterno ha pochissimo spazio per la giocata perchè la squadra ha accorciato bene, ma il suo compagno sul lato debole è completamente solo.

Viceversa, soprattutto contro squadre con esterni offensivi molto forti, alcune squadre preferiscono mantenere bloccati gli esterni di centrocampo o le ali per non lasciare mai il terzino in una situazione di uno contro uno contro il Cristiano Ronaldo o l’Hazard della situazione. In questo modo, però, risulta impossibile tenere la linea alta, e si è costretti ad abbassarsi a ridosso dell’area di rigore; in casi estremi, come ad esempio accadeva sistematicamente all’ultima Roma di Garcia, gli esterni alti sono costretti a disporsi praticamente in linea con la difesa, rendendo difficilissimo il contropiede una volta recuperato il pallone.

In un classico 4-3-3 con questo approccio gli esterni offensivi rompono la linea per raddoppiare sulle ali avversarie.
In un classico 4-3-3 con questo approccio gli esterni offensivi rompono la linea per raddoppiare sulle ali avversarie.
La squadra è costretta ad abbassarsi molto e isola il centravanti. I centrocampisti fanno da schermo centrale. Gli esterni si abbasseranno a comporre un 6-3-1.
La squadra è costretta ad abbassarsi molto e isola il centravanti. I centrocampisti fanno da schermo centrale. Gli esterni si abbasseranno a comporre un 6-3-1.

Per evitare di abbassare troppi uomini sulla linea della difesa, alcune squadre usano un approccio “ibrido” con difesa mista a 4-5. Questa innovazione che sta prendendo piede nel campionato italiano è già stata analizzata in questo episodio delle Lavagnette.

Se vi è piaciuta la nostra analisi, commentate o condividete!

Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il leggendario CT dell’Italia Vittorio Pozzo, unico nella storia a vincere due edizioni consecutive dei Mondiali (1934 e 1938), è passato alla storia come il più grande e vincente tra i cosiddetti “metodisti”, ovvero i sostenitori del modulo detto Metodo o WW (2-3-2-3). Cosa c’entra in tutto ciò Maurizio Sarri? Come vedremo più nel dettaglio, il modulo di gioco dell’allenatore toscano discende direttamente da quello del predecessore piemontese.

Nei primi anni del Novecento il neonato gioco del calcio era tatticamente molto arretrato e le regole erano un pò diverse: il fuorigioco infatti non era “a due” come oggi ma “a tre”, ovvero l’attaccante doveva avere non due ma tre difendenti davanti al momento del passaggio. Per questo il modulo più gettonato era la cosiddetta “piramide” 2-3-5: tre linee, la prima di attaccanti pronti a ricevere i lanci, tre uomini a centrocampo e due difensori, detti “terzini” appunto perchè occupavano la terza linea. Oggi questo nome va ai laterali di difesa perchè, come vedremo, col tempo questi giocatori hanno allargato la loro posizione con le difese prima a tre e poi a quattro moderne.

I due difensori potevano difendere da soli a zona grazie al fuorigioco a tre. Il gioco consisteva nel lanciare semplicemente palla avanti per la mischia degli attaccanti: un calcio molto primitivo.
I due difensori potevano difendere da soli a zona grazie al fuorigioco a tre. Il gioco consisteva nel lanciare semplicemente palla avanti per la mischia degli attaccanti: un calcio molto primitivo.

Dagli anni Trenta la piramide fu sostituita appunto dal Metodo, un 2-3-2-3 che garantiva superiorità numerica a centrocampo contro le squadre piramidali. L’uomo fondamentale delle squadre metodiste era il mediano davanti alla difesa, incaricato di lanciare con precisione i due esterni offensivi garantendo un gioco veloce e ricco di verticalizzazioni: è proprio questo il motivo per cui i mediani come Pirlo e Valdifiori, specializzati nel lancio e dotati di grande visione su vaste porzioni di campo davanti a loro, sono ancora oggi detti “metodisti”, dal momento che interpretano il ruolo così come questo vecchio modulo prevedeva.

I due "mediani laterali" della terza linea marcano le ali avversarie, le "mezze ali" proteggono la difesa, gli esterni alti sono destinatari dei lanci e servono la punta. Il Metodo è concreto e votato al contropiede.
I due “mediani laterali” della terza linea marcano le ali avversarie, le “mezze ali” proteggono la difesa, gli esterni alti sono destinatari dei lanci e servono la punta. Il Metodo è concreto e votato al contropiede.

Vi ricorda niente la disposizione in campo dei giocatori? Proprio così: il Metodo, pur con una filosofia diversa, ricorda molto il 4-3-3 di Sarri. Di fatto in fase difensiva, con i mediani laterali bassi sulle ali avversarie, in difesa si disegnava una linea a quattro. Naturalmente non esistevano ancora il fuorigioco sistematico, il pressing e l’intercambiabilità dei ruoli in campo: per quelli ci sarebbero voluti ancora molti anni. Tuttavia questa somiglianza dimostra che i moduli nel calcio significano tutto e niente ed è la filosofia di gioco che conta, oltre a far riflettere su quanto si sia evoluto il gioco nell’arco di un solo secolo di vita.

Con la stessa disposizione in campo le linee possono essere viste anche come quelle di un moderno 4-3-3, come quello che usa Sarri.
Con la stessa disposizione in campo le linee possono essere viste anche come quelle di un moderno 4-3-3, come quello che usa Sarri.

L'”anti-Medoto” che alla fine soppiantò definitivamente il WW negli anni Quaranta (col Grande Torino in particolare) fu il Sistema, più tipicamente inglese reso famoso dall’Arsenal di Chapman. Il Sistema era detto anche WM ed oggi sarebbe un 3-2-2-3: il centromediano si abbassava fra i terzini (ecco che questi ultimi iniziano a spostarsi sugli esterni) marcando a uomo il centravanti avversario e diventando così “stopper”, e il gioco era basato sul quadrato di centrocampo formato dai mediani e dalle mezzali. Queste particolarità rendono il Metodo debole contro il Sistema, che ha la superiorità numerica a centrocampo e può marcare a uomo i tre giocatori offensivi. In generale, le squadre sistemiste preferivano un calcio palla a terra con una manovra più elaborata che alla fine ebbe successo.

Questa è la disposizione del Sistema, con la nuova disposizione a tre in difesa...
Questa è la disposizione del Sistema, con la nuova disposizione a tre in difesa…
...e il quadrato di centrocampo, fulcro del gioco, bene in evidenza.
…e il quadrato di centrocampo, fulcro del gioco, bene in evidenza.

La curiosità è che questo quadrato centrale è stato ripreso, quest’anno, da una squadra di Serie A: è la Fiorentina di Paulo Sousa, che gioca di fatto con una vera e propria versione moderna del Sistema in cui le ali diventano esterni a tutto campo alternandosi per comporre una difesa a 4. Non per niente la Fiorentina di Sousa ha messo in tremenda difficoltà il Napoli nell’ultima partita: l’inferiorità numerica a centrocampo è stata un fattore pesantissimo, esattamente lo stesso che permise al Sistema di soppiantare il Metodo!

Il 3-4-2-1 tipico della Fiorentina di Sousa: il ruolo degli esterni cambia radicalmente, ma il quadrato di centrocampo è esattamente lo stesso del Sistema.
Il 3-4-2-1 tipico della Fiorentina di Sousa: il ruolo degli esterni cambia radicalmente, ma il quadrato di centrocampo è esattamente lo stesso del Sistema.

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Roberto Palmieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

Lavagne tattiche realizzate con l’app Football Coach

 

 

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Diciamoci la verità uagliù: tutte le chiacchiere di Higuaìn ingrassato, Hysaj distratto, Insigne rapinato e Napoli in crisi sono stupidaggini ingigantite dalla stampa. Nelle ultime quattro partite il Napoli non ha mai preso più di un gol e ne ha subiti quattro nei seguenti frangenti:

-Unico tiro della partita del subentrato Zaza deviato da Koulibaly all’unica chiusura leggermente in ritardo della partita;

– Punizione irripetibile di Suarez sotto la traversa che se la rifà altre cento volte non gli riesce mai più così;

-Bonaventura perso da Hysaj che si trova sui piedi un pallone allungato da Koulibaly in una partita in cui il Milan rinuncia alla fase offensiva;

-Gol BALORDO di Tomas Pina che crossa senza guardare la porta e segna senza volerlo. 

Tutto ciò contro quattro avversari che si sono dedicati esclusivamente a non far ricevere Higuaìn e raddoppiare sulle nostre ali a costo di attaccare solo su situazioni assolutamente episodiche. Un concentrato di sfighe irripetibile che non deve far perdere di vista un dato di fatto: il gioco del Napoli viaggia alla velocità di sempre, con la qualità di sempre, e il calo realizzativo non riflette una flessione della qualità della fase offensiva. In altre parole, il Napoli è sempre lo stesso, continua a giocare bene e tornerà a segnare come prima: certo, non si può pretendere la luna da Higuaìn che a quanto pare se non segna neanche 28 gol in 28 partite più tutti quelli che servono per vincere le coppe è un brocco obeso, ma fatto sta che le statistiche sono destinate a riallinearsi sui valori di un mese fa.

La Juve, nel frattempo, è tornata subito a vincere allungando a +4, un distacco sulla carta breve ma difficilmente colmabile considerando la continuità degli avversari (che pure però hanno sempre gli episodi a favore; l'”assist” di Murillo per Bonucci è roba da terza categoria e prova del culo da lotteria nazionale di Allegri…) se si dovesse perdere stasera contro la Fiorentina.

La buona notizia è che finalmente si giocherà contro una squadra che non fa le barricate. Juventus, Milan, Villarreal, e mettiamoci pure il Carpi, non hanno nessuna remora a parcheggiare l’ormai proverbiale bus; la Fiorentina invece cerca di fare il proprio gioco contro chiunque, il che significa maggiore pericolosità offensiva, ma anche tanti spazi per attaccare, anche in virtù di una difesa che a eccezione di Gonzalo Rodriguez non schiera uomini particolarmente abili in marcatura.

La Viola dovrebbe schierare il suo solito sistema ibrido a 3-4 (spiegato dalle nostre Lavagnette Arroganti) con Roncaglia sul centrodestra e Tello preferito a Ilicic per disegnare un vero e proprio 4-2-3-1 in fase offensiva; in mediana Badelj è pienamente recuperato e affianca Vecino, mentre Alonso e Bernardeschi presidieranno le corsie. Nel Napoli formazione titolare, con il dubbio Insigne che potrebbe essere tenuto in panchina; nel dubbio pronto Mertens.

PROBABILI FORMAZIONI

FIORENTINA (3-4-2-1): Tatarusanu, Roncaglia, Gonzalo, Astori, Bernardeschi, Badelj, Vecino, Alonso, Borja, Tello, Kalinic.

NAPOLI (4-3-3): Reina, Hysaj, Albiol, Koulibaly, Ghoulam, Allan, Jorginho, Hamsik, Callejon, Higuaìn, Insigne.

Roberto Palmieri

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Il Napoli non segna più. Da migliore attacco del campionato la squadra di Sarri sembra improvvisamente non riuscire più a inquadrare la porta, con un solo gol su azione nelle ultime quattro partite (quello di stasera di Insigne), e sono già ricominciate le chiacchiere su “eh, ma se si inceppa Higuaìn…”

La verità è che il Pipita non è certamente al massimo, ma con 24 gol ha decisamente già fatto il suo e qualche settimana di flessione è assolutamente tollerabile; e soprattutto il Milan è venuto al San Paolo a fare la provinciale, con Donnarumma ben istruito a perdere più tempo possibile su ogni rilancio e rinunciando completamente alla fase offensiva pur di intasare la zona centrale. La tattica è la stessa che adottò la Roma al San Paolo: nessun pressing, nessun tentativo di controllare la partita, soltanto difesa a pieno organico dell’area di rigore e, eventualmente, qualche contropiede di Niang. Forse non una strategia intelligentissima se speri di inseguire il terzo posto… 

C’è da dire comunque che la tattica di per sè ha funzionato: il Milan ha concesso sistematicamente le fasce, ma le statistiche e i fatti hanno ormai dimostrato che è molto più improbabile segnare con un cross che con un’azione centrale. Figuriamoci senza nessun colpitore di testa dal centrocampo in su… Higuaìn ha toccato pochissimi palloni (pur creando 3 occasioni), i tagli di Callejon sono sempre stati seguiti da ottime diagonali, Zapata è stato ovviamente il carneade di turno che ha estratto la cosiddetta “scienza” nella sua chance da titolare.

Questa strategia così attendista sembrava essere stata messa in crisi dal gol di Insigne su deviazione di Abate, che in teoria avrebbe dovuto permettere una tranquilla gestione; invece il Napoli, in forma fisica discutibile soprattutto a centrocampo, ha preso gol da Bonaventura su una dormita difensiva. Un Donnarumma fortunato ma anche sempre ben posizionato ha scongiurato tutte le occasioni del secondo tempo, in particolare quella clamorosa di El Kaddouri subentrato a Insigne; il palo di Mertens a portiere battuto avrebbe fatto jastemmare anche il Dalai Lama.

Sicuramente nel Napoli c’è un certo nervosismo, dimostrato dall’espulsione di Sarri; tuttavia siamo davanti all’ennesima partita in cui il Napoli ha avuto il dominio del pallone senza riuscire a concretizzare. Il palleggio è farraginoso, la condizione fisica palesemente in calo. Sono momento che possono capitare; l’importante è non perdere troppi punti per strada per continuare la corsa a due con la Juventus, che in fondo è ancora soltanto a +1.

Roberto Palmieri