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Le città dell'anima

Della bellezza della città di Napoli, soprattutto i napoletani, hanno la convinzione che ci sia un motivo divino dietro tanta magnificenza. Quella conformazione unica del Vesuvio sul mare, le isole che si incastrano nell’orizzonte, i colori vivaci del cielo che fanno l’amore con i colori del circostante. Si, Napoli, probabilmente, per volere divino, è davvero una città spettacolare. Un luogo che ha però i suoi contrappesi fatti di camorra, inciviltà, degrado. E, soprattutto, per chi la osserva da fuori, c’è sempre una frase, sempre la stessa che basta come definizione e sentenza: “Napoli? Si è bella, ma“. E in quel “ma” c’è un po’ di tutto. Anche se spesso è soltanto preconcetto o incapacità di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dell’anima della città. Ecco, probabilmente Napoli è una città con un’anima. E non tutte le città hanno un’anima, anzi sono pochissime. Una città che ha un’anima fino al punto che molto spesso, ma bisogna avere una certa sensibilità o una bella dose di sana follia, ci si può imbattere nel pensiero che non sia tu a guardare Napoli, ma che sia la città a scavare dentro ogni tua sensazione. Accade alle città che hanno un’anima.

Domani cominceranno le quinte Olimpiadi del secolo. A Rio de Janeiro. Ecco, per Napoli i napoletani hanno individuato in Dio l’artefice di tanta bellezza. Diciamo che se El Barba a Napoli ci ha messo una bella mano di vernice azzurra, a Rio, l’inquilino del piano di sopra ha dato tutto quello che aveva. “Ma come? Un napoletano che dice che la sua città non è la più bella del mondo” – vi chiederete. Ebbene si, per me Rio non solo è più bella di Napoli, ma non esiste termine di paragone con nulla, NULLA. Rio è di una bellezza eclatante, clamorosa. Persino i carioca ci sono andati troppo leggeri con gli aggettivi definendola “soltanto” Cidade Maravilhosa. Riduttivo.

Epperò anche Rio sconta e dovrà scontare ancora una volta, durante il mese olimpico, tanti tanti preconcetti. “I brasiliani sono disorganizzati, il villaggio olimpico non è pronto”. Così si è tanto scritto e commentato da parte dei media e delle squadre che dovranno affrontare le Olimpiadi. Vero? In parte si. Del resto basta andare in un bar di Copacabana per comprendere il “ritmo do o Brasil”. Se nella musica la samba elettrizza il corpo, non ci si scatena altrettanto sul posto di lavoro. A Rio si può attendere anche mezz’ora seduti al tavolo di uno chalet in attesa di un Coco frio, di una cachasa o di una caipirinha. E non perché il bar sia affollato, ma perché tutto viene vissuto lentamente. Sul posto di lavoro meglio una Bossa Nova di Jobim. L’opposto di Londra o di Milano. Rio è una città senza fretta.

Eppure tanto si è ricamato su questa attitudine tutta brasiliana. La federazione australiana, ad esempio, ha criticato aspramente le condizioni del villaggio olimpico ed i ritardi nei lavori. Al punto che, ironicamente, il sindaco di Rio, Eduardo Da Costa Paes, ha risposto che farà trovare agli australiani un canguro all’interno del villaggio per farli sentire a proprio agio.

Ecco, altra similitudine tra Napoli e Rio: oltre ad essere entrambe città di contrasto. Non dite ai partenopei e ai carioca che la loro città ha dei difetti: si incazzano. Al massimo ne possono parlare male loro. Loro che la conoscono davvero nelle bellezze e nelle brutture. Ecco perché a Rio, in occasione delle Olimpiadi, è nato il primo esperimento di giornalismo partecipativo. Un progetto sorto nelle favelas che consentirà agli stessi favelados di raccontare le olimpiadi e tutto ciò che girerà intorno ai Giochi.

Nelle favelas sono nati, grazie anche a fondi di agenzie non governative, siti web, radio e quotidiani che stanno provando e proveranno a raccontare i fatti, non con gli occhi dei grandi media internazionali e occidentali, ma con lo sguardo di chi vive ogni giorno la realtà di Rio e delle favelas. “Papo Reto”, “O Cidadao”, “Rio Watch”, “Agencia de Noticias de Favela”, “Rocinha”, sono tutti portali nati nelle favelas, scritti da favelados che raccontano la realtà dall’interno. L’organizzazione non governativa “Comunidades Catalisadoras” ha documentato con video e articoli gli sgomberi forzati in alcune favelas, poi tutto è stato tradotto in inglese e caricato sul portale “Rio on Watch”. Un modo per diventare un punto di riferimento per i giornalisti stranieri che così possono documentarsi e prendere informazioni direttamente dal “ventre di Rio“. Senza filtri. Cercando di guardare le cose e i fatti anche alla maniera di chi vive all’interno delle favelas più conosciute, non solo con gli occhi del turista occidentale. Ad esempio comprendendo che a Rio se tanti favelados commettono abusi, non è da meno la polizia che si comporta come se in Brasile non esistesse uno Stato di diritto.

Chissà se l’organizzazione di queste Olimpiadi riuscirà a smentire i tanti pregiudizi con cui il mondo guarderà alla Cidade maravilhosa. Ma in fondo, per chi vuole davvero emozionarsi tra bellezza e sport, basterà attendere la maratona oppure le corse ciclistiche per stupirsi dello scenario incantevole che solo Rio sa offrire. Basterà osservare tutto senza pregiudizi, con uno sguardo di amorevolezza, cercando di immedesimarsi in chi vive ogni giorno quel luogo bello e dannato. Per godere bisognerà sintonizzarsi sulle frequenze dell’anima carioca. Le città con l’anima. Si, Napoli e Rio non sono poi così lontane. Marè e i Quartieri Spagnoli, Rocinha e la Sanità, Scampia e Cidade De Deus. Diecimila chilometri di distanza sono nulla per chi vuole ubriacarsi di bellezza. Saranno le Olimpiadi più belle e scenografiche di sempre. Con l’anima.

Valentino Di Giacomo

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L'odio verso Napoli

Io sono fatto così, sono fatto male. Quando le critiche verso un personaggio pubblico diventano praticamente un “linciaggio”, questo accanimento mi fa diventare simpatica la vittima. Mi è successo in politica con Berlusconi, si proprio lui, l’artefice di tutti i vostri mali. Mi accade, nella musica, con Gigi D’Alessio.

Gigi D’Alessio rappresenterà l’Italia e la sua musica alle Olimpiadi di Rio. E giù polemiche, le solite. Di Gigi ho già scritto, odio questo livore nei suoi confronti. Può non piacere, ci sta tutto, ma sono sempre più convinto che il cantante di Piazza Borsa rappresenti molto bene tanta parte di Napoli: odiando lui, come già dissi, odiate pure quella parte di Napoli che è viva, è reale, esiste e, che vi piaccia o no, vota pure alle elezioni di domenica. Che obbrobrio eh? Direte voi…

Il Fatto Quotidiano si è persino sprecato nello scrivere un articolo pieno di non-sense per fare un po’ di click sul proprio sito web. Si, proprio quello stesso Fatto Quotidiano che, con molta delusione dei propri lettori, ultimamente pubblica articoli sul web su pratiche erotiche originali, su frutti adoperati per migliorare le prestazioni sessuali o donne con le zizze da fuori per eccitare i lettori a colpi di visualizzazioni. Perché, come spesso accade, i moralisti generalmente guardano sempre alla morale degli altri, mai alla propria. Si sono sprecati un po’ ovunque articoli del genere e in tutti c’era quel retrogusto di razzismo non solo verso Gigi, ma verso tutti i napoletani.

Gigi D’Alessio è fra i cantanti che vende più album in Italia, che riempie più di tutti piazze, stadi e palazzetti dello sport. Sono gli stessi che nell’ultimo ventennio hanno votato Berlusconi, che oggi votano Renzi e, perché no, pure i 5 Stelle. Evidentemente a chi si arroga il diritto di dire cosa sia giusto o cosa sbagliato non piace la democrazia. Gente che tiene la puzzetta sotto il naso, parla di principi, di decadimento dei costumi, di valori. Ma non rispetta il valore supremo di una società costituita che è, per l’appunto, quello democratico. In democrazia, al di là di proclami di guru e paraguru, esiste veramente il principio che “uno vale uno”. Ed è un principio matematico.

A me Gigi D’Alessio non fa impazzire. Eppure gli riconosco di suonare egregiamente il pianoforte, un’estensione vocale non comune. Ellosò che c’ha la cadenza napoletana quando canta. E quella ce l’ho pure io e non la nascondo, anzi la accentuo, ancor di più quando sono fuori dalle mura delle mia città. Ellosò pure che a voi vi rappresenta solo Pino Daniele. Pure a me. Ma Pino è stato capace di rappresentare tutti: il ricco e il povero, il colto e l’ignorante, l’élite e i lazzaroni. Eppure, quello stesso Pino Daniele, proprio in virtù di questa sua grandezza, con Gigi ci ha fatto un concerto a Piazza del Plebiscito e ha cantato pure in un album di D’Alessio, in un affresco tutto sommato riuscito, in “Addò so nato ajere“.  Ecco, in questo pezzo c’è l’immancabile citazione della musa dalessiana, Annaré, e ci stanno pure due frasi, la città “Regala ancora ‘o sole a chi ne parla male scrivenno dint’ ‘e giurnale na bucia pe verità”, “Nunn è Napule ‘e na vota, pure ‘e figlie ‘e chi ha sbagliato vanno all’università”. E’ l’unione perfetta tra la Napoli di Pino Daniele e quella di Gigi. Una città che intanto ha studiato, i ragazzi vanno all’università eppure restano nell’anima degli scugnizzi di strada che magari, sul motorino, vanno a farsi un giro con le “Fotomodelle un po’ povere” raccontate da Gigi.

Ma voi, quando criticate Gigi, la conoscete veramente Napoli? Ci entrate per davvero nei quartieri più poveri? E un testo di una di quelle canzoni “neomelodiche” di D’Alessio lo avete mai ascoltato? Cosa c’è di falso di quelle rappresentazioni di una Napoli che ama, soffre, gioisce e prende il caffé? Le conoscete le “Carmè” e le “Annarè“? Ecco, non ve le perdete, conoscetele, portatele pure voi queste “Guagliuncè” sopra al motorino. Sono “‘E guaglione ‘e Napule“, la Napoli che esiste. Voi non odiate Gigi, odiate Napoli, quella vera.

E, cari detrattori, l’Italia non è Bocelli e non è la Pausini. L’Italia, repubblica democratica fondata sempre meno sul lavoro, è quella di Gigi D’Alessio, vi piaccia o no. Forza Gigi, mi spiace solo che il 21 non potrò andare al San Paolo al suo concerto. Più lo odiate, più me lo rendete simpatico. E poi vi difendete pure la serie Gomorra come opera “anti-camorra”??? Ma faciteme ‘o piacere. Napoli va nel mondo, a Rio e, giustamente, ci va pure con Gigi D’Alessio. Così come i più importanti ambasciatori nel mondo, i più alti funzionari di polizia e delle istituzioni che spesso mi capita di intervistare sono molto molto spesso napoletani.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

 

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Il mio Pino Daniele

E vivrò, si vivrò tutto il giorno per vederti andar via… 

In queste sere d’estate mi sussurro le tue canzoni. Mi guardo le stelle, il mare e mi prendono per mano una miriade di ricordi. Quanta vita si è mischiata alle tue canzoni, a quella voce. Quanti falò, chitarre pizzicate, quante canzoni nel corso della vita sono diventate le mie preferite e poi subito ne prendeva il posto un’altra. Con te è stata tutta una rincorsa di scoperte, tue canzoni vecchie che per me invece erano nuove.

Si muovono i ricordi e torno a quella sera al San Paolo quando c’era una pioggia leggera che sfiorava il viso, quasi come se le tue dita avessero voluto accarezzare uno ad uno i 60.000 volti accorsi a Fuorigrotta per quel Napoli – Juventus. Quella sera di Gennaio, erano trascorsi solo pochi giorni da quando la città aveva cominciato a raccontarsi il lutto di un figlio prediletto. Dalle 19 in poi le casse risuonarono tutte le tue canzoni e i napoletani si trovarono uniti, attraverso migliaia di sussurri,  a formare un coro con le tue parole. Una delicatezza, una compostezza e un’emozione che Napoli sa dimostrare in frangenti rari.

pino-daniele-pino-daniele-morto-massimo-troisiCi avevi lasciato Pino. C’è una mancanza quasi fisica di te, come forse è accaduto solo per Massimuccio nostro. Ma quella voce tua ci accompagna ancora in ogni giorno. E così ritornano ancora ricordi.  Partite di pallone, attese sotto i palazzi, treni, metropolitane, passeggiate. Ci sei sempre stato tu in sottofondo.

Notte che se ne va. E appresso alla notte andasti via anche tu. Con te se n’è andato un ambasciatore raffinato di una Napoli, di tutte le Napoli:  quella colta e raffinata, quella lazzara e popolare. Perchè nessuno si sentiva escluso in un tuo testo. Proprio oggi che va così di moda separarsi in fazioni e particolarismi.

In molti hanno detto che il “vero”, il “grande” Pino Daniele si è fermato circa 20 anni fa. E invece 20 anni fa hai soltanto deciso di essere il napoletano del mondo, non più il napoletano per Napoli. “Passi d’autore“, ad esempio, resterà uno degli album italiani più raffinati e completi che siano mai stati prodotti. Perché volevi sperimentare, suonare la musica che ti piaceva senza nessun limite. E allora si viaggiava dai madrigali medievali ai ritmi cubani, dalla samba alle melodie africane. E poi il blues, il jazz, il rock, il pop. Non c’è stato genere con il quale non ti sia misurato. In molti ti hanno rimproverato la scelta di vivere a Roma. E ancor di più ti rimproverarono la scelta di non produrre più pezzi alla tua prima maniera. Non avevano capito nulla. Cosa avresti dovuto raccontare di questa Napoli? Ma non se n’erano accorti che la Napoli raccontata da te si è poco a poco spenta, involuta?
A quelli della mia generazione lasci tutto un modo di intendere la vita, un colore unico. Che bello scoprirti a poco a poco, che spettacolo quando entravo in un tuo testo che ancora non conoscevo e mi si apriva un mondo.
E poi quanta vita ha avuto per sottofondo la tua musica? Quante ragazze pensate con le tue parole, quante persone care ho incontrato ascoltando te.

Napul’è mille culure. E tu li hai raccontati tutti perchè ti vivevano dentro. Dalla rabbia alla gioia, dalla carnalità alla guapparia.

rua-santa-clara1Poi mi viene in mente il Brasile. Una Paese che proprio tu mi hai fatto amare e visitare grazie alla tua musica che mischiava la Bossa che si suona a Rua Santa Clara appena alle spalle di Copacabana, con i tuoi suoni nati alle spalle del monastero di Santa Chiara (pure i santi si mettono in mezzo eh Pino?). Ero lì col mio amico di viaggi e dopo un po’ di giorni, nonostante il Brasile sia una terra di caffè, il nostro oro nero cominciava a mancarmi. All’improvviso passando davanti a un bar sulla spiaggia sentiamo sparare a tutto volume Yes I know my way. “Eccolo – dico all’amico Manu – amm truvat ‘o napulitan e il caffè”.

terra miaCi fermiamo con i sorrisi a trentaduedenti, quindi sessantaquattro. “Italiano?  – chiediamo – siamo alla ricerca disperata di un caffè“. “Sedetevi ragazzi, faccio subito” – dice lui armeggiando una macchinetta napoletana. E noi: “Abbiamo sentito Pino e siamo andati in automatico, abbiamo capito a volo“. “Ragazzi – ci dice lui interrompendoci – vi devo dare una notizia: oggi due napoletani li salva un milanese con la sua macchinetta napoletana!“. E lì scoprì che in fondo in fondo pure i milanesi tengono la cazzimma. Il caffè era eccezionale mentre partivano altre canzoni di Pino.

Ecco per me cos’è Pino, una sua canzone resterà sempre un caffè dall’altra parte del mondo. Una cosa buona con cui far sistemare anima e pensieri per riflettere e ricordare le cose che mi emozionano. Si Pino, una tua canzone, a volte, è proprio come una bella Tazzulella ‘e cafè. Pure mò davanti alle stelle, che è estate e mi dico Che calore!

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Il caso San Paolo

Faccio outing. Dico una cosa che in Italia è quasi impossibile dire, visto il consenso plebiscitario che il personaggio in questione riscuote. A me Vasco Rossi fa cagare. Qualche canzone buona negli anni l’avrò pure ascoltata, ma fondamentalmente penso che Blasco abbia la voce di un vecchio modem e l’intonazione di una campana a morto. Non è un genere di musica che preferisco insomma.

Se prima Vasco Rossi mi faceva cagare, come già affermato senza alcun giro di parole, da oggi provo verso il cantante di Zocca un’avversione inimmaginabile. Si narra persino di un’intervista di qualche anno fa, non so se veritiera o da inscriversi nel lungo elenco delle leggende popolari, in cui il cantante affermò “A Napoli ci vado solo per prendere i soldi“. Che poi, pure se fosse un’affermazione realmente resa, ne apprezziamo la sincerità. A differenza di quei tanti altri che i soldi a Napoli vengono a prenderseli lo stesso, ma che ci fanno pure quelle sviolinate indecenti solo per risultare di “mentalità aperta”. Come se Napoli fosse un cesso e  i napoletani dei lebbrosi da cui scappare.

Vasco_Rossi_2

Al di là dei miei gusti musicali che sono assai opinabili, della querelle sull’utilizzo dello stadio per i concerti però non se ne può proprio più. Del resto come si fa a dare torto a De Laurentiis se si incazza che il manto del San Paolo possa rovinarsi? Ma soprattutto il dato più importante non è il manto erboso o la guerra a colpi di comunicati tra la SSC Napoli e il Comune. Lo sconforto deriva da una semplice constatazione: è mai possibile che una città come Napoli, la terza città in Italia, non possa permettersi contemporaneamente un luogo dove fare calcio e un altro dove fare musica?

Non me la prendo solo con De Magistriis, ma anche con chi ha gestito la città in passato. E’ mai possibile che negli anni non si è mai potuto costruire un luogo dove i napoletani potessero andare per ascoltare musica? Una città come Napoli che della musica (quella vera, non quella zozzeria di Vasco) ci ha fatto un marchio. Forse sono tre le città nel mondo che si distinguono per fama e particolarità nella musica: Rio de Janeiro, Liverpool (vedere alla voce Beatles) e Napoli. Insomma è mai possibile che proprio a Napoli risulti un problema assistere ad un mega-concerto?

Un’ultima considerazione: quando il San Paolo avrà (a questi ritmi tra 50 anni) come finalità d’uso soltanto quella di stadio di calcio, i concerti importanti a Napoli non si faranno più? Ma poi, tanto per dire, ma Piazza del Plebiscito faceva così schifo agli organizzatori? Per forza al San Paolo doveva venire Vasco?

Degli schiattigli di Aurelio contro De Magistriis abbiamo già parlato, ma del sindaco potremmo dire, abusando di una vecchia battuta di un film con Nino Manfredi, Cafè Express, “pare ca nun fa niente e pure scassa ‘o“…. campo!

 

Valentino Di Giacomo

#IlCaffèMiRendeTifoso

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