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E’ inevitabile, succede SEMPRE, senza via d’uscita e senza possibilità di sfuggire, quando, conversando con qualcuno, che sia un mio allievo, un amico o un semplice conoscente, si giunge al punto in cui mi viene fatta la fatidica domanda: “che macchina fotografica mi consigli?” Se avessi avuto un euro per ogni volta che mi è stata posta non dico che sarei ricco, ma sicuramente molto, molto agiato.

“Quale macchina fotografica?” è la Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto per chi si appassiona alla fotografia. E la risposta non è, e mi vien da dire purtroppo, 42… Il bello è che non c’è mai una risposta univoca, in quanto non c’è una univocità di esigenze, sensibilità, interessi, voglie, passioni, o di luoghi e situazioni potenzialmente fotografabili, che possano essere ricondotti e ridotti a un singolo strumento. Esagerando, è un po’ come se un Miles Davis ancora al di là di intraprendere una carriera musicale venisse da me e mi chiedesse se deve suonare la tromba o il pianoforte… forse il paragone è troppo estremo, per quanto di solito agli allievi faccio un esempio più calzante: il martello. Il martello? Voi mi direte, ma che c’entra?

Ecco adesso immaginate che entrate da Leroy Merlin, avete voglia di fare del bricolage perché vi hanno detto che è divertente, è molto figo, e si fa un sacco di bella figura con gli oggetti costruiti autonomamente nel garage di casa. A quel punto vi trovate davanti una serie di attrezzi della maggior parte dei quali non avete idea della funzione, riconoscete giusto martelli, trapani e seghe, e pensate che il martello sia quello che vi sconfinfera di più per cominciare. Ce ne sono di dimensioni e pesi molto diversi, e non vi riuscite a decidere, sapete che la chiave per la vostra felicità hobbistica passa attraverso quel martello, ma…

…ma, intanto, voi non avete ancora la più pallida idea di cosa volete costruire con quel martello, e non siete in realtà nemmeno sicuri che non andreste meglio comprando una pialla, tanto per dire. Allora venite da me e mi chiedete “che martello devo comprare?”. Io vi guarderò e vi chiederò: “cosa ci devi fare? Devi attaccare un quadretto alla parete, hai bisogno di piantare un centinaio di chiodi da 10 oppure forse ti serve una mazza per lavorare la pietra? O magari hai bisogno di un martello con la testa in gomma per carrozzeria, o un martelletto per lavorare il metallo a sbalzo?”

Allora voi mi direte che vi serve un martello generico, non dovete fare cose molto specifiche, una cosa media va bene, fondamentalmente perché non avete in realtà che una vaga idea di dove volete andare a parare.

Ecco, di solito i discorsi sulle macchine fotografiche prendono questa piega. La risposta alla mia domanda “a cosa ti serve?”, nel 99,9% dei casi ha come risposta “a fare belle foto”.
Di solito a quel punto getto la spugna, rispondendo che a parità di fascia di prezzo qualsiasi cosa va bene, e che se il budget non è troppo risicato qualsiasi acquisto sarà soddisfacente. Il che è anche vero, ma non completamente esaustivo.

Se esistono tanti modelli diversi di fotocamere – tralasciando per questa volta un discorso, che sarebbe necessariamente lunghissimo, relativo ai bisogni indotti – è anche per andare incontro alle esigenze di scatto di fotografi molto diversi tra loro.
Henri Cartier-Bresson ha nobilitato una fotocamera, la Leica a telemetro (pronuncia “laica”, per chi si ostinasse a pronunciarla come è scritta), e un modo di scattare con un solo obiettivo, il 50mm (o quasi, visto che sovente usava anche la focale 35mm), che in un certo – e ben determinato – ambito del fotogiornalismo ha fatto scuola, ma una stragrande maggioranza di fotografi di altre specialità (fotografi di architettura, di still-life, di sport, eccetera) non avrebbero saputo che farsene all’epoca di una fotocamera con un mirino che, magari, non consentiva la previsualizzazione della profondità di campo, o di una messa a fuoco a breve distanza molto limitata, o ancora della lentezza dell’avanzamento della pellicola o del cambio della stessa. Sciocchezze? Affatto.

Quello che fa la differenza tra fotocamere di varie marche, o di diverse fasce di prezzo all’interno della stessa marca, spesso sono proprio certe minuzie. Il fotografo o aspirante tale, inesperto, tutt’al più curioso, spesso non sa affatto quali sono le caratteristiche che possono fare al caso suo. Globalmente una fotocamera fa le stesse cose di un’altra, ma come arriva allo stesso risultato può essere particolarmente semplice e lineare in un caso, ostico in un altro. Tanto per fare un esempio, alcuni fattori discriminanti da tenere presente saltano subito all’occhio (e al palmo) di chi si appresta a un possibile acquisto anche se completamente a digiuno di tecnica fotografica, e sono le dimensioni e il peso.
E’ inutile comprare un’ottima fotocamera che poi tenderà a passare buona parte della sua infelice esistenza chiusa in un cassetto o in una borsa a casa perché troppo pesante e ingombrante. La foto della vita andrà inevitabilmente persa, anche se abbiamo acquistato la fotocamera migliore possibile per il nostro budget, se poi quella fotocamera non l’abbiamo con noi. Certo, direte voi, in quel caso posso sempre fare affidamento sullo smartphone che avrò sicuramente sempre con me. Ma qui ritorneremmo al punto di cui sopra: non tutte le fotocamere (o smartphone che siano) sono adatte a fare tutto.

Come se ne esce? Forse non se ne esce, in effetti…
L’unica soluzione è scattare, scattare e poi ancora scattare, fino ad acquisire una buona consapevolezza sul tipo di foto che facciamo più spesso, e solo allora avremo modo di poter decidere quale strumento è più adatto ad assecondare la nostra visione, o meglio a “mettersi meno in mezzo” tra noi e le fotografie che vogliamo realizzare.

 

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorat

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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

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