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Tra tutti i gesti tecnici possibili nel gioco del calcio penso che niente faccia incazzare i tifosi più del retropassaggio al portiere. I tifosi del Napoli, per la verità, sono tra i più comprensivi in Italia, anche perchè tra i più preparati tatticamente. In effetti si tratta di una manovra fondamentale nel calcio moderno, che contro squadre molto aggressive come il Sassuolo può capovolgere la manovra a favore del Napoli. Vediamo nel dettaglio come.

Il Sassuolo di Di Francesco è una squadra di ispirazione zemaniana, che (come abbiamo potuto constatare ieri sera) gioca a ritmi altissimi e con un pressing asfissiante che parte dai tre attaccanti. Lo scopo di questo pressing alto (come del resto succede nel Napoli) è recuperare palla più in alto possibile: la differenza tra i neroverdi e i ragazzi di Sarri è che, mentre noi tendiamo a giocare di più il pallone, loro verticalizzano immediatamente attaccando la porta. Una squadra come il Napoli che tende a impostare la manovra da dietro è molto esposta a questo tipo di tattica. Guardate queste lavagne tattiche:

sassuolo1

In questa prima situazione le due ali avversarie marcano i terzini del Napoli, mentre la punta centrale, favorita dal fatto che i centrali del Napoli non tendono ad allargarsi in questa fase (come fanno ad esempio Pique e Mascherano al Barcellona), disturba entrambi i centrali. Il regista (che non compare) sarà marcato  da una mezzala. Reina, per non buttare via il pallone, è costretto a giocare corto e i difensori devono avventurarsi in un palleggio basso complicatissimo. Questa situazione si è verificata spesso ieri sera con diversi palloni persi in zona pericolosa.

sassuolo2Qui i tre attaccanti optano per lo scivolamento laterale, marcando a uomo i due centrali e un terzino. Lo scopo di questo tipo di pressing è “guidare” l’avversario sulle corsie, dove i confini del campo gli tolgono spazio per giocare forzandolo all’errore o al lancio alla cieca. Che si fa? Se solo ci fosse un terzo centrale…

Ah, aspetta un attimo.

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Ogni volta che il Napoli passava il pallone al portiere, con la difesa molto alta, il centravanti Falcinelli era costretto a uno scatto di venti metri per andarlo a pressare lasciando soli Politano e Sansone contro i quattro difensori del Napoli. I due interni non possono mollare Jorginho e Hamsik, i due giocatori di qualità del Napoli, e i terzini sono bloccati da Callejon e Insigne; a Reina basta giocare semplice su Chiriches, che avrà spazio per lanciare la catena di sinistra (il pallino azzurro più avanzato del Napoli rappresenta Insigne, sul quale sarà diretto il prossimo scambio). Scacco matto.

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Roberto Palmieri

(Le lavagne tattiche sono state fatte con l’app Football Coach)

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Due campioni a confronto

Holly e il poster "Diego Nick"

Il calcio che ho amato da bambino, per me che sono nato agli inizi degli anni ’80, aveva due simboli, due eroi, due icone: Holly Hutton e Diego Armando Maradona. Due figure, una immaginaria, l’altra reale, che hanno caratterizzato il mio amore per il calcio. E, come me, hanno riempito i sogni e le fantasie di milioni di ragazzini che piazzando cartelle o sassi in mezzo alla strada giocavano a calcio immedesimandosi nella storia e nelle storie di questi due campioni.

Loro vogliono sfondare e campioni diventare per poter così giocare nella squadra nazionale“. La sigla di Holly e Benji può essere riferita a loro due, portiere e attaccante, ma pure a Holly e Diego che in comune hanno tantissimi avvenimenti.

Holly e Diego
Holly e Diego

Holly e Benji, in Giappone “Captain Tsubasa“, è un cartone animato prodotto nel 1983 e che viene trasmesso in Italia, da Fininvest, solo nel 1986. Quando Diego diverrà per la prima volta campione del Mondo con l’Argentina e campione d’Italia per la prima volta con il Napoli. Ma Diego e la sua storia, nonostante quando viene realizzato il cartone animato Maradona non fosse ancora diventato un idolo assoluto del calcio, occupa già un posto all’interno del cartone giapponese. Ed è proprio nella prima puntata che lo scopriamo, quando sulle pareti della stanza di Holly (come si evince dalla foto in alto) compare un imprecisato calciatore con la maglia dell’Argentina che si chiama Diego Nick. Così come nei primi secondi della prima puntata Holly guarda sognante un poster della nazionale italiana campione del Mondo nel Mundial di Spagna ’82. E’ plausibile che Diego sia diventato un idolo in Giappone perché nel 1979 Maradona vinse i campionati mondiali under 20 in terra nipponica battendo in finale l’Unione Sovietica e realizzando nel corso del torneo sei reti. Diego segnò in tutte le partite, tranne nella gara dei gironi contro la Jugoslavia.

Ma veniamo a tutte le similitudini tra Holly e Maradona. Similitudini che non solo sono divertenti, ma che danno la misura di quanto sia stato grande Diego Armando Maradona per essere stato non solo il miglior calciatore di tutti i tempi, ma quanto sia stato nell’immaginario collettivo un personaggio così “magico” da poter essere accostato persino ad un supereroe frutto della fantasia. Ho trovato 5 similitudini, ma ce ne sarebbero tante altre. Holly è l’idolo di Diego, Diego è l’idolo di Holly.

1) VESUVIO E FUJI Come detto Holly e Benji viene prodotto nel 1983, un anno prima dell’arrivo di Diego a Napoli. Eppure c’è un caso in cui è stato Diego ad “imitare” Holly Hutton. Il numero 10 della Newppy si trasferisce nell’immaginaria città di Nankatsu, ai piedi di un vulcano molto somigliante al Monte Fuji che domina le regioni dello Yamanashi e di Shizuoka. Il Fuji è il Vesuvio giapponese, l’ultima sua eruzione risale al 1708, per gli scintoisti è un luogo da visitare almeno una volta nella vita. E alle pendici di un vulcano arriverà pure Diego, a Napoli. Entrambi ai piedi di due vulcani, probabilmente i due più importanti e rappresentativi del mondo, per scrivere la storia del calcio.

2) I SOGNI «Ho due sogni: il primo è giocare la Coppa del Mondo, il secondo è vincerla». E’ la prima intervista, a soli otto anni di Diego Armando Maradona. Il bambino Diego è come il bambino Holly. Diego però – a differenza di Hutton – raggiungerà nella propria vita entrambi gli obiettivi.

3) LA SQUADRA Al di là di qualsiasi bizza caratteriale c’è una caratteristica che tutti hanno sempre riconosciuto a Maradona: saper coinvolgere e far sentire importanti anche i propri compagni incoraggiandoli e motivandoli. E’ una componente che sin dalle prime puntate emerge anche in Holly Hutton il quale, proprio nel corso della sua prima partita contro il Saint Francis di Benji Price, dà proprio questo insegnamento al suo avversario che poi diverrà compagno di tante battaglie. Per Benji la sfida con Holly era quella di non farsi segnare dal numero 10 della Newppy, per Holly era fondamentale che la sua squadra vincesse, anche se lui non fosse riuscito a segnare. Una lezione che Benji capirà soltanto nel corso del match tra Newppy e Saint Francis, nel corso del secondo tempo della partita. Anche se fenomeni sia Diego che Holly sono due uomini-squadra.

4) AMICI-AVVERSARI Nella prima squadra di Diego, l’Estrella Roja, il suo più grande avversario della squadra concorrente era il suo più grande amico Goyo Carrizo. Entrambi nati a Villa Fiorito. Diego e Goyo, proprio come Holly e Benji, faranno poi la storia militando nella stessa squadra: i due scugnizzi argentini nelle Cebollitas, i due giapponesi nella New Team. Goyo Carrizo, considerato un fenomeno anch’egli, terminerà la sua carriera a soli 20 anni per un bruttissimo infortunio al ginocchio.

5) LA PALLA E’ TUA AMICA Tra le frasi più celebri di Holly c’è proprio “La palla è tua amica”, rivolta al portiere Alan dopo un brutta pallonata che colpisce l’estremo difensore sul viso. Ma è anche l’insegnamento che Roberto Sedinho rivolge ad Holly. La vita di Holly è stata salvata proprio dal pallone, rincorrendo la “sua amica” eviterà a 5 anni di essere investito da un camion. E’ una storia, non vera, che è stata ripresa anche nel film su Diego di Marco Risi quando un piccolo Diego cerca di recuperare il pallone finito in un pozzo. Così come Holly dorme con il pallone e fa ogni passo insieme alla palla, così Diego racconterà nella sua autobiografia di non separarsi mai dalla magica sfera. Sia per Diego che per Holly l’attrezzo, il pallone, erano prolungamenti del proprio corpo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Tweet caustico dell'Estudiantes

Mariano Andujar

Per fortuna la storia stavolta ha avuto un lieto fine, Mariano Andujar è un calciatore dell’Estudiantes. Ma dire che il Napoli ci abbia fatto un brutta figura è ridurre al minimo quella che in realtà è stata proprio una “figuraccia” da parte del club azzurro. Questa volta la pessima organizzazione in seno alla società di De Laurentiis è dimostrata da un tweet dell’account ufficiale dell’Estudiantes, il club argentino al quale gli azzurri hanno ceduto il portiere Mariano Andujar.

Il tweet inviato ieri sera dal club biancorosso è caustico ed inequivocabile: “Per Mariano Andujar il Napoli ha inviato una documentazione errata. Una volta risolto questo problema si provvederà al suo tesseramento“.

Il tweet dell'Estudiantes
Il tweet dell’Estudiantes

Un episodio che, dopo l’affare Soriano saltato sempre per motivi burocratici, espone di ridicolo il Napoli in “mondovisione”. Chissà cosa sta generando questa confusione tra i dirigenti partenopei… Certo, essere bacchettati persino da un club di seconda fascia argentino non è proprio il massimo della vita! Ennesima brutta figura. Si trovi presto rimedio. Oltre al danno sostanziale, il danno d’immagine è qualcosa di imbarazzante.

Oggi l’esito positivo della vicenda. Con gli azzurri che hanno ufficializzato la cessione in prestito del portiere argentino.

 

 

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Gonzalo torna bambino

Bambini di Napoli che giocano a pallone (Via Cisterna dell'Olio)

Ero magrissimo e assai più basso rispetto ai bambini della mia età. Però avevo le spalle larghe. I rigori li volevo calciare. Anzi, chiedevo di essere il quinto rigorista. Quando la tensione saliva e l’errore poteva essere ancor più fatale. Finché una volta nemmeno ci si arrivò al quinto rigore e allora imparai a farmi designare come quarto. Perché io il rigore lo volevo proprio calciare.

Fondamentalmente prima della gioia di segnare il rigore, c’è l’emozione di tirarlo. E che la giochi a fare una partita di pallone se rinunci ad un’emozione?

No, non sono un ex calciatore. La mia “carriera” si è fermata a 18 anni sui campacci sterrati della prima categoria. E assai prima delle divise “ufficiali” indossate con gli “esordienti”, “giovanissimi” e “allievi” sono stato un giocatore di strada. Si, quei campi sull’asfalto con le porte fatte con le pietre, le cartelle o persino con i sacchi della munnezza. Quando si faceva la conta per formare le squadre e l’azione non si interrompeva per qualche fallo, ma per le macchine che dovevano passare.

Credo che certi meccanismi dello sport siano sempre gli stessi: dalla strada ai campionati professionistici. A quante liti abbiamo assistito sui campi della Serie A di giocatori che si accapigliavano su chi dovesse tirare un rigore o una punizione? Non se ne contano di questi episodi. Ricordo tra gli ultimi quello di un Napoli-Inter e la scenetta tra Insigne e Pandev. Lorenzino prende il pallone e Pandev glielo scippa. Dinamiche e sguardi visti tante volte sui campetti improvvisati dai bambini.

Il rigore lo si tira con la testa, assai più che con i piedi.

Oltre alla tecnica serve un’energia interiore che ti faccia sentire più forte del portiere che te lo vuole parare. E’ un gioco di sguardi, di prossemica, di gesti. Se entri nella trappola dello sguardo del portiere sei fottuto già prima di calciare quel maledetto rigore. Se guardi negli occhi il portiere devi sentirti forte, nessuna cosa che lui possa fare deve intimidirti. Altrimenti è meglio non guardarlo proprio il portiere, bisogna concentrarsi sulla palla e sulla potenza da dare al pallone.

Il rigore lo si segna ancor prima di averlo calciato.

C’è un attimo, una frazione impercettibile di quando stai per fare TAC sul pallone, non lo hai ancora tirato, il tuo piede è ancora distante qualche centimetro dal pallone e tu sai già se va in rete. Un giocatore vive per questi attimi. E’ tutto in quella pausa, in quei magici centesimi di secondo che sembrano un’eternità, è per questo che si gioca. Per far battere il cuore.

E non importa se si gioca al San Paolo, al Maracanà oppure in vico Scassacocchio. Il calcio è bello ovunque e, per certi aspetti, ha le stesse dinamiche e le stesse regole.

Un giorno tornai triste a casa perché avevo fatto perdere la mia squadra sbagliando un rigore. Stavo male, ero deluso da me stesso. Eppure, anche se piccolo, stavo imparando a mettere nel conto la sconfitta, l’errore. Ero arrabbiato, ma allo stesso tempo cominciavo a capire. Sarei stato più felice se quel rigore non lo avessi calciato? Probabilmente no. Cosa giochi a fare se non vivi un’emozione? Calciare un rigore non è coraggio, è avere voglia di emozionarsi.

E allora, Gonzalo bello, non pensare a nessuno. Alle critiche, agli sfottò, alle cattiverie messe in mezzo per farti andar via da Napoli a buon mercato (COME ABBIAMO GIA’ SCRITTO). Per essere campioni forse non bisogna mai smettere di essere bambini. Bisogna cercare l’emozione. E’ dall’emozione, è da quelle sensazioni che si prende la forza per guardare quel maledetto portiere negli occhi e raccontargli soltanto con lo sguardo l’esultanza che farai dopo il gol. Perché il rigore lo si segna prima di calciarlo.

Te lo ricordi Gonzalo? TAC, GOL.

Valentino Di Giacomo

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