Tags Posts tagged with "pizza"

pizza

0 1072

Terra mia

Pino e Massimo

Napul’è è per tutti una canzone. Ma quando la forza descrittiva di un testo è così potente è forse più opportuno catalogare certi capolavori musicali nell’arte figurativa, è un quadro. Ecco, quando Pino Daniele nell’ormai 1977 scrisse il suo capolavoro, non creò una semplice canzone, ma un dipinto con una melodia in sottofondo. E’ questa una delle ragioni per le quali la Napul’è di Terra mia resterà immortale.

Il pittore prima di intraprendere un’opera deve decidere dove sedersi e cosa guardare per immortalare delle immagini, oppure può farsi trasportare dalla fantasia. Passa tutto da quella decisione anche il quadro di Pino. Pinuccio non si siede sul lungomare a guardare il Vesuvio, la cartolina, il Castel dell’Ovo. E’ probabilmente a casa sua, con le voci dei vicoli che salgono, i suoni, gli odori, i colori. E non sono suoni di tarantelle, odori di sfogliatella e i colori del mare in un giornata di sole.

A pensarci bene Pino in realtà non racconta Napoli, ma più precisamente chi è il napoletano. Si, ci sono nel testo le contraddizioni della città, ma c’è ancor di più la contraddizione esistenziale che vive dentro ogni partenopeo. Le due anime, della città e di chi ci abita, viaggiano insieme. Ed è composta da un’esteriorità e da un’interiorità. Che è assai di più del più banale “essere” e “apparire”. Perché in fondo un napoletano vuole essere come appare, appare come vuole essere.

L’esteriorità della città è l’allegria di una giornata di sole, il lungomare con l’orizzonte squarciato dalle isole e il Vesuvio a dominare l’ingannevole placidità che regala l’immagine da cartolina. E poi c’è il “ventre di Napoli” che nei suoi vicoli racconta altre voci, altri odori, occhi disperati e assorti, donne che stanche portano buste della spesa per strade che salgono. E’ l’anima di Napoli quella più impenetrabile e di più difficile comprensione, soprattutto per chi non vuol capire. E così, allo stesso modo, c’è l’esteriorità del napoletano allegro a tutti i costi, simpatico, pronto alla battuta pure se ha in testa i guai suoi. Dentro, nel ventre dei napoletani, c’è questo affresco in chiaro-scuro, che io m’immagino dipinto con una matita per ritratti, una leopardiana nostalgia per tutto quanto è perso e per tutto quanto doveva succedere e non è successo. Perché i napoletani sanno avere nostalgia anche dell’irrealtà. In Napul’è non ci sono i contrasti e le contraddizioni della città, ma più del suo popolo.

Pino dirige lì il suo sguardo in una Napoli che non è sua, è nostra, in un’esperienza comune. E’ nella sua stanza in un pomeriggio dove il sole è amaro perché ne passa poco tra i palazzi del centro. E sente voci, immagina cosa accadute oltre le pareti, è in una sua solitudine creativa come tutti gli artisti. Ma ce lo dice sin dal primo rigo, a Napoli la solitudine, in effetti, non esiste per nessuno. “‘A voce de ‘e ccriature ca saglie chianu chianu“, “Na camminata, dint’ ‘e viche mmiez’ a ll’ate“. Non c’è “Alleria” in Napul’è, però c’è questa condivisione comune, tutta napoletana, di ogni sentimento. Anche in quei pomeriggi dove non si è in vena di tarantelle o di passeggiate al lungomare, quella “appecundria” di un tempo che passa senza grandi emozioni. Un giorno come tanti. Ore come tante. Senza sussulti, come nessun sussulto ha la melodia della canzone.

Ecco perché Napul’è racconta chi è il napoletano assai più di cosa sia Napoli. Essere napoletani è forse più di tutto un sentimento. Un sentimento di condivisione, la consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca e sullo stesso mare, di comprendere anche solo attraverso un suono o uno sguardo cosa accade nella vita dell’altro. Essere napoletani significa forse provare un’empatia che non è solo individuale, ma collettiva. Anche a distanza.

Oggi Napoli è infestata di camorra non peggio di ieri. Quando Pino scrisse questo testo immortale c’erano i “muschilli” così ben descritti negli articoli di Giancarlo Siani. Oggi ci sono i Genny della Sanità. Ragazzi che cadono a terra per mano di una violenza che non ammette innocenza. La mattina, quando leggo i giornali, vorrei ci fosse scritto un monito a caratteri cubitali “RICORDATEVI DI ESSERE NAPOLETANI“. Perché senza consapevolezza di ciò che si è e di cosa si fa, pure Napoli, perso il suo racconto, volerà proprio come una carta sporca. E nisciuno se ne ‘mporta.

P.S. In ricordo di Pino e del suo concerto a Piazza del Plebiscito abbiamo organizzato un flash mob il prossimo 18 Settembre, QUI tutte le info. E’ anche un modo per ricordarci di essere napoletani.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 1773

La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 1826

Nell’era della condivisione globale abbiamo potuto verificare senza bisogno di ricerche accademiche quali sono gli interessi principali dei componenti la razza umana in merito alla loro volontà di mettersi in mostra nei confronti dei propri simili.
Abbiamo così potuto sperimentare (e molto spesso subire) una quantità di immagini che prima, in epoca analogica, ci erano fortunatamente negate. O che, quanto meno, riuscivamo a evitare… finché l’amico di turno al rientro dalle vacanze subdolamente ci invitava a cena e finivamo per essere moralmente obbligati a una narcisistica e soporifera proiezione di diapositive, ovviamente non selezionate: se erano stati scattati venti rullini ci venivano propinate 700 immagini, di cui 100 tramonti, 200 panorami quasi sempre tutti uguali (di cui un centinaio con la moglie/marito/fidanzata/fidanzato/figli sempre tagliati o troppo piccoli per essere visibili) e 300 immagini della “cultura locale” (che variava a seconda della meta scelta, ma la variabilità dei soggetti era inevitabilmente sconfitta dalla scarsa variabilità delle inquadrature); le restanti 100 immagini erano di solito scattate dai mezzi di trasporto e quindi assolutamente inutili ai fini di una comprensione di quello che era stato il motivo scatenante della pulsione a scattare.
“Fortunatamente”, quei tempi sono finiti. Adesso le immagini ci arrivano in diretta, spesso segnalate da avvisi che non riusciamo proprio a ignorare. Non c’è nemmeno più la sorpresa, dopo anni e anni di internet ormai le tipologie di immagini tendono a standardizzarsi, e possiamo anche anticipare, a seconda della persona che ha condiviso l’immagine, che immagine sarà stata postata; che sia sulla sua bacheca nel social network, in un messaggio collettivo o in un forum tematico, quasi sempre possiamo azzardare una ipotesi che si rivelerà molto spesso azzeccata.
Non nego che molto spesso alla terza immagine uguale alle precedenti mi viene l’orticaria, anche se si tratta di soggetti che possano suscitare in me un qualche interesse. L’unica eccezione di rilievo riguarda le immagini di cibo.
Eh, sì, devo ammetterlo. Quando ci sono foto di pietanze particolari – non certo l’ennesima immagine di una sfogliatella o di un babà – si scatena il mio interesse… Interesse non necessariamente fotografico, ma sicuramente gastronomico. Uno degli aspetti della cultura di un luogo che meglio ci parlano della popolazione e delle sue abitudini, dell’economia, della storia di quel gruppo è proprio il cibo. Per questo motivo le foto culinarie mi attirano molto, anche se le immagini sono discutibili. Ovviamente, una foto fatta bene e ben contestualizzata aiuta tantissimo nella percezione della pietanza e non solo, anche nel gradimento che l’immagine può suscitare nell’osservatore. Non dico che dovreste diventare tutti provetti esecutori della food photography, ma un minimo di accortezza è d’obbligo (come sempre, in fotografia…)
A tal proposito azzarderei un consiglio: se dovete fotografare il cibo, cercate di utilizzare un programma o una impostazione della macchina che tenda a dare una rappresentazione realistica o leggermente vivida dei colori. Il cibo fotografato senza colori può assomigliare pericolosamente a qualcosa che invece a volte ci capita di calpestare per strada, e non è una questione di poco conto… altra cosa che suggerirei sempre di fare è di cercare di contestualizzare la pietanza in qualche modo. Dare un’idea anche vaga dell’ambiente, far capire se si tratta di un ristorante di lusso oppure di una bettola di periferia, o ancora di un mercatino all’aperto, aiuterà l’osservatore ad avere una percezione migliore di quanto sta guardando. Sicuramente col cibo è ancora più difficile riuscire a dare una percezione anche solo parziale (pensate a ciò che non è trasmissibile fotograficamente, l’odore soprattutto), ma cercare anche solo la giusta tonalità di colore, calda magari con pietanze di carne, leggermente più fredda o neutra per gelati o prodotti freschi come verdure o insalate, potrà aiutare non poco chi osserva l’immagine a farsi un’idea.
E magari contribuirà a fargli venire l’acquolina in bocca…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 3784

In una mitica pubblicità di Tony Tamarro un ragazzino chiedeva alla madre “Mammà aggia ‘i a spiaggia, che me port’ ‘a magnà?” e una voce fuoricampo esclamava “Fatt’ na marenn’!
La marenna, come vedremo, è una delle soluzioni più pratiche per andare a mare, ma la cultura napoletana ci offre altre 4 valide alternative che vedremo nel dettaglio, qual è la vostra preferita?

Gattò di Patate – Lo sformato di patate farcito noto come Gattò (che da uno sparuto gruppo di persone viene ancora elegantemente pronunciato Cattò) è un tipico piatto estivo in quanto, oltre ad essere pratico da portare, è ottimo da mangiare anche freddo. L’impasto di patate, uova, latte e burro (anche se ne esistono diverse varianti) e il ripieno di salumi, formaggi grattugiati e a pezzi, e per gli amanti del macrobiotico, anche di uova sode lo rendono un piatto leggero, un simpatico pasto da fare al volo per poi correre a divertirsi con il gioco da spiaggia più amato da tutti: il 4 bastoni sotto l’ombrellone.
Frittata di Maccheroni – La regina è lei. Bianca o rossa, farcita o vuota, pasta lunga o pasta corta, alta o bassa, arruscata o sciuliariella, ogni mamma sa come piace al figlio e se i figli sono due ne fa una metà più bruciacchiata per il maggiore e una più crudarella per il piccolo. La frittata di pasta è pratica e veloce ma anche poetica, ricordate cosa stringeva nella mano la mitica Patrizia? La frittata di maccheroni ha una caratteristica unica nel suo genere: puoi portartene 146 spicchi fatti con 143 kg di pasta e 1460 uova, ma non ne riporterai indietro neanche un pezzettino.
MarennaAltrove ho scritto una famoso decalogo sulla marenna da stadio, articolo copiato un po’ ovunque, bene la marenna da mare è leggermente diversa, c’è più elasticità sui salumi per esempio, un must è il panino tonno e pomodoro. Nella marenna estiva sono graditissime le verdure di stagione: melanzane arrostite, parmigiana di melanzane, puparuolilli di ciumme, peperoni etc. le polpette al sugo sono perfette in ogni stagione, cotoletta e salsiccia sono energia per fare e per pensare ma, permettetemi un omaggio a mia nonna, la marenna con alici indorate e fritte con la spruzzata di limone rendeva spettacolare e meglio dei Caraibi anche un bagno fra gli scarichi delle navi da crociera al molo beverello (non l’ho mai provato ma immagino sia così). La marenna d’estate permette una vera sciccheria, sui cofani arroventati delle macchine si può ricreare un effetto panino alla piastra che rende la marenna più fragrante e gustosa.
Ruoto al forno – La pasta al forno, che il napoletano ha trasformato con una metonimia in Ruoto al Forno, è un piatto tipico della domenica in spiaggia. Fa contenti grandi e piccini, è comodo da portare e porzionare, si prepara rapidamente (bastano pochi minuti per preparare la salsa, friggere le melanzane, friggere le polpette, tagliare il fiordilatte, o altro latticino, grattugiare il formaggio, cuocere la pasta, assemblare il tutto e cuocerlo), per cui ogni mamma per praticità si sveglia alle 4 del mattino e lo prepara per tutta la famiglia, ne fa un po’ più pe’ chissà. Ovviamente non compare tutte le domeniche, e la famiglia che sfodera il suo ruoto al forno è la più invidiata della spiaggia, i meno timidi riescono anche a ottenere quella parte in più preparata pe’ chissà.
Frutti di mare – Purtroppo è una tradizione che sta sparendo, sono veramente pochissimi, praticamente nessuno, quelli che si armano di maschera pinne, coltello da cucina e retino per farfalle e vanno a staccare dagli scogli qualsiasi forma di vita, anche apparente. Tutto ai limiti della legalità, principianti si fermano alle cozze per cena, qualche patella o riccio per pranzo, i professionisti cacciano un repertorio di cozze pelose, uocchie ‘e Santa Lucia, carnumm’, patella reale etc. e tornati a riva (o in barca, perché di solito i migliori vanno in barca) armati di solo coltello e limone pasteggiano con eleganza. Ci si mette un po’ di fatica, ma quando oltre le cozze si raccoglie anche un polipetto o un rancio fellone, la gioia e doppia perché anche la cena è a posto, anche se il polipetto arriverà a casa senza ranfetelle, perché mangiate crude sono deliziose!

Paolo Sindaco Russo

 

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 3015
Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

Per un napoletano parlare della pizza è come per un parigino parlare della Tour Eiffel, o per un romano del Colosseo, perché la pizza non è un semplice piatto, ma è un’opera d’arte, è il monumento alla napoletanità e niente ci rappresenta meglio.
E’ una sintesi di quello che è lo spirito della nostra città, ovvero la capacità di essere felici con poco, in modo semplice e genuino, ed è allo stesso tempo condivisione con gli altri.
Quante pizze, infatti, avete mangiato in completa solitudine? Pochissime sicuramente, perché la pizza è un rito collettivo, e anche se la prendi per strada nella versione “a portafoglio” finisci col mangiarla insieme agli altri clienti, magari commentando pure se è buona o no.
La pizza è la tua ancora di salvezza in tutta una serie di situazioni: compleanni da festeggiare coi parenti, pensionamenti per i quali non vuoi spendere un occhio della testa con tutti i colleghi che devi per forza invitare, amici “forastieri” che vengono a trovarti e con i quali ci tieni a fare bella figura, visione di gruppo a casa delle partite del Napoli e dei mondiali di calcio, ma anche ristrutturazione in casa che ti impedisce di cucinare, vita da single impenitente poco avvezzo ai fornelli, e persino veglie funebri e cene post-funerali quando “nun ce sta ‘a capa” per mettersi a cucinare, ma pur qualcosa bisogna mettere sotto i denti.
La pizza è un porto sicuro che ti permette di uscire indenne dalle gioie e dalle avversità della vita.
E’ qualcosa che mette tutti d’accordo e a cui non si riesce mai a dire di no, tanto che persino i dietologi napoletani sono tutti concordi nel concedere nel menù settimanale una trasgressione: la pizza il sabato sera. Perché altrimenti come si farebbe ad andare in pizzeria insieme agli amici ed essere costretti a rinunciare alla pizza per rispettare la dieta? Come si dice, “Veder venir la voglia”.
Ma non solo vedere, anche semplicemente annusare odore di pizza scatena un desiderio irrefrenabile.
Sicuramente sarà capitato anche a voi di tornare a casa di sera con la fame agli occhi e, entrando in ascensore, fiutare l’aria e di colpo realizzare con somma invidia che “Qualcuno si è portato le pizza a casa!” Per poi farsi venire l’acquolina in bocca ispirando quell’inimitabile profumo misto all’odore del cartone, dandosi dell’imbecille per non aver risolto brillantemente la “questione cena”.
E prima di noi l’avevano già capito i napoletani di ogni epoca e condizione sociale, perché questo ha di bello la pizza: è trasversale, attraversa tutte le classi sociali, è sinceramente democratica.
La pizza permetteva al povero, a cavallo delle due guerre, di risolvere il pranzo, anche se non poteva permettersi di pagarla in contanti, prendendo la famosa “pizza oggi a 8”, ovvero mangi oggi e paghi fra 8 giorni. Allo stesso tempo era un piatto ambito anche dai “signori” e persino dai nobili, al punto che la Regina Margherita di Savoia in visita a Napoli nel 1889 venne omaggiata con la prima pizza fatta con i colori del Regno d’Italia (mozzarella-bianco, pomodoro-rosso, verde- basilico) e che da allora prese il suo nome. Sebbene non si sappia cosa abbia fatto per meritare tanto onore. E se ci ricordiamo ancora oggi che c’è stata una regina che si chiamava così è solo perché esiste la pizza margherita. Come dire, le regine passano, ma la pizza resta.
Venendo ai giorni nostri la pizza è diventata non solo cucina, folklore, memoria, ma anche come dicono gli italo-americani “bisinìss”.
Finalmente qualcuno si è accorto dello straordinario potenziale economico-turistico della pizza. L’“Associazione Pizzaiuoli napoletani”, organizzatrice del “Napoli Pizza Village” che aprirà il prossimo primo settembre la sua quinta edizione, forte del successo dello scorso anno con oltre 100 mila pizze sfornate e 500 mila ingressi, ha deciso di esportarlo a New York il prossimo anno ed è facilmente prevedibile che, come diceva Chiambretti, “Comunque vada sarà un successo”.
Figuriamoci figli e nipoti degli emigranti napoletani, quelli che vivono nella Little Italy e che sono cresciuti a pane e napoletanità, e gli stessi newyorkesi capeggiati dal sindaco di origini beneventane Bill De Blasio (che per inciso è un accanito tifoso del Napoli) con quale entusiasmo potranno accogliere la vera pizza napoletana “in tournée” negli States. Sarà sicuramente un trionfo.
Ma anche qui a Napoli la pizza deve diventare a pieno titolo una delle tante attrattive turistiche di cui possiamo vantarci. Accanto ad opere come il meraviglioso Cristo Velato, gli spettacolari dipinti di Caravaggio, il favoloso Tesoro di San Gennaro, alla pizza spetta un posto d’onore fra i capolavori presenti in città, che vanta migliaia di imitazioni in tutto il mondo.
Non c’è posto che ho visitato in cui non mi sia imbattuta in una pizzeria, d’altra parte i dati parlano chiaro: la pizza è uno dei cibi più mangiati al mondo, solo in Italia se ne consumano 5 milioni al giorno, ovvero oltre 1 miliardo e 600 mila all’anno! E dire che, secondo le statistiche, in Francia ne consumano più che da noi.
Ma questa maxi-diffusione generalizzata finisce con creare confusione, basti pensare che la città con più pizzerie al mondo è San Paolo in Brasile.
E allora Napoli può, anzi deve essere riconosciuta a livello mondiale come “la capitale della pizza” e renderle omaggio come merita.
Già in passato la pizza è stata celebrata con canzoni, come la celebre “Ma tu vulive ‘a pizza” di Aurelio Fierro, o nei film come l’ “Oro di Napoli”, diretto da Vittorio De Sica, in cui una giovanissima e procace Sofia Loren impastava le pizze per tutto il quartiere Stella, accanto a un Giacomo Furia che lanciava il grido “Ccà se magna e nun se pava!”
Recentemente, inoltre, la Commissione italiana per l’Unesco ha scelto come rappresentante nel mondo del prodotto made in Italy l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, oltre ad aver candidato la pizza napoletana come Patrimonio Immateriale dell’Unesco.
I riconoscimenti nazionali e internazionali, dunque, non mancano, ma Napoli, la patria delle pizza, deve fare di più, deve renderle omaggio dedicandole un vero e proprio monumento, unico al mondo, che campeggi in qualche piazza della città da ribattezzare “A’ piazza da’ pizza”.
Napoli le deve questo tributo, perché se l’è guadagnato sul campo.
Non come certi eroi dei due mondi che sembrava che ci venissero a liberare e invece ci hanno ridotto in miseria. La pizza ha salvato intere generazioni di napoletani dalla fame vera, in ogni epoca e sotto ogni tipo di governo.
Sarebbe un modo, inoltre, per ribadire che la vera pizza è napoletana, che è “roba nostra”, e tutto il resto sono solo imitazioni.
E aggiungo che, insieme alla pizza, bisognerebbe fare un monumento anche al “pizzaiuolo napoletano”, che anche con questo caldo infernale sta per ore davanti alla bocca del forno con temperature da altoforno dell’Italsider, stoicamente, per non farci mai mancare il nostro piatto per eccellenza.
Perché Napoli senza pizza non sarebbe più Napoli, sarebbe un’altra cosa.

Sabrina Cozzolino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 3098
https://www.facebook.com/bancoalimentare/photos_stream

Che la pizza faccia gola a tutti non è una sorpresa. Non a caso è il cibo più famoso del mondo, non c’è età, nazionalità, etnia, religione, latitudine e provenienza geografica che tenga, i non amanti della pizza sono solo casi isolati.
Il capolavoro del genio napoletano ha conquistato il mondo con pochi semplici ingredienti e grazie alls maestria e alla professionalità dei pizzaioli napoletani custodi dell’antica tradizione pizzaria. Ma si sa, in Italia se qualcosa non fa si parla di Napoli, quando qualcosa funziona e piace si parla di “Eccellenza Italiana” e purtroppo l’Expo non ha fatto eccezione.

Si è celebrata in questi giorni all’Expo di Milano la realizzazione della pizza più lunga del mondo, con tanto di iscrizione del primato del Guiness e ovviamente, in una festa che dovrebbe celebrare la località e l’eccellenze dei prodotti, a chi è stata affidata la realizzazione? A uno dei pizzaioli storici? A una delle associazione che tutela e garantisce la qualità della pizza? Agli allievi di una scuola dei grandi maestri pizzaioli nostrani? Ovviamente NO!
Il premio con tanto di marchio Guinness Word Records – Record Holder campeggia con prepotenza sulla pagina web de La pizza + 1 una società Piacentina che produce pizze precotte, pizza da microonde e simili, dire che è offensivo per la nostra cultura è poco, ci vorrebbero almeno delle scuse ufficiali da parte degli organizzatori.

Se questo è il loro modo di “Nutrire il pianeta” di certo non è il nostro, noi continuiamo a nutrirci a modo nostro, con acqua, lievito, farina, sale e gli ingredienti locali alla base di quel semplice capolavoro che si chiama pizza.

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 3166

Sono uno dei must di Starita, anche da Vuolo a eccellenze campane fanno bellissima figura, in tutta Napoli tante pizzerie amano mettere in menù questi straccetti di pizza fritta, conditi con i pomodorini freschi all’insalata.

Mi hanno sempre dato l’idea di essere un’insalata di pizza, forse per mettermi a posto con la coscienza mangiando il fritto senza quel senso di colpa che dovrebbe colpirti quando esageri con le calorie… Ma io non ho mai avuto quel senso di colpa!

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it