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Quelle foto sotto la pioggia

Il clima fin troppo piovoso di questi giorni mi induce una riflessione sul difficile rapporto tra appassionati di fotografia e maltempo. Nonostante il progresso, le tecnologie che avanzano e la possibilità di fotografare in condizioni di luce non ottimali con buoni risultati, la fotografia da parte dei più viene considerata come un qualcosa da praticare solo ed esclusivamente con il sole, o quanto meno in una bella giornata.

E’ vero, qui siamo a Napoli e non a Seattle, nota per essere una delle metropoli più piovose al mondo, ma nonostante le dicerie e i luoghi comuni, Napoli è una delle città più piovose d’Italia, con una quantità di pioggia annua in millimetri doppia rispetto a Londra, che sembrerebbe l’archetipo delle città meteorologicamente sfortunate. La grande differenza è che la quantità doppia che abbiamo qui nell’area del napoletano si concentra nella metà dei giorni, quindi abbiamo un bel po’ di acquazzoni e raramente giorni e giorni di pioggerellina leggera e persistente (per quanto anni fa, era credo il 2009, ci furono qualcosa come 60 giorni di pioggia consecutivi con giusto qualche interruzione temporanea, ma sto divagando…).

Questa premessa meteorologica serve forse a comprendere alcuni versi della canzone forse più famosa di tutto il ‘900, “’O sole mio”, che comincia con “Che bella cosa – na jurnata ‘e sole – n’aria serena – dopo una tempesta”… è un’immagine poetica, certo, ma anche una scena visivamente molto caratteristica e particolarmente tipica della nostra città. Napoli si presta molto alla rappresentazione paesaggistica non solo per la felice posizione geografica, ma anche per questa notevole fortuna climatica, la possibilità di avere luce e aria tersissime abbastanza spesso, e in particolare nelle stagioni intermedie (ma spesso anche in inverno). Quello che salta meno all’occhio è la notevole bellezza della città quando piove (“quanno chiove” andrebbe forse detto, ricordando una delle più famose canzoni di Pino Daniele).

Sin da piccolo, ho sempre avuto una memoria visiva costellata da immagini di una Napoli apparentemente “atipica”, quella bagnata dalla pioggia, e spesso se devo pensarla la immagino così. Tralasciando i problemi soliti, tombini che saltano e strade che si allagano (immagino che anche le amministrazioni pubbliche non riescano a uscire dalla visione mitica di una Napoli in cui c’è sempre il sole), quando piove, invece che stare al coperto oppure rinchiusi nelle proprie autovetture in coda tra via Tasso e via Kagoshima, o magari sotto l’androne di un palazzo perché siamo usciti senza ombrello, converrebbe accostare l’auto, o scendere per strada, e dare uno sguardo in giro per cogliere le occasioni e i momenti giusti per scattare.

Follia, direte voi. Che fare, andare in giro ad inzupparsi giusto per fare qualche foto? E magari dire addio anche alla fotocamera che andrà certamente in corto?

Niente di tutto ciò. Le fotocamere temono l’acqua, è vero, ma non in modo così drastico: se ci piove un po’ sopra basta asciugarle alla prima occasione, e poi ormai non sono rare le macchine fotografiche tropicalizzate che possono quindi essere bagnate e resistono anche alla polvere o alla sabbia (non all’immersione in acqua, eh, anche se esistono anche le compatte subacquee che servono proprio a questo). Anni fa, parliamo del 1995, seguii tutta una processione per la Via Crucis a Barile, in provincia di Potenza, sotto una fittissima e gelida pioggia frammista a nevischio. Per fotografare liberamente non avevo nemmeno l’ombrello… diciamo che, più della macchina fotografica, chi subì i danni fui io e i miei compagni: restammo per un’ora con il motore acceso e il riscaldamento al massimo per cercare di asciugarci una volta tornati all’auto; la fotocamera, un’elettronica dell’epoca, resistette tranquillamente così come l’altra fotocamera meccanica che avevo con me.

Negli anni mi sono trovato spesso a combattere con gli allievi per far loro perdere l’abitudine deleteria di considerare come giorni validi per fotografare solo quelli di sole. Le occasioni per fotografare quando piove sono molteplici, così come diventano interessanti e particolari i soggetti, sia le persone che i monumenti, ad esempio quando sono riflessi in una pozzanghera; oppure la presenza stessa degli ombrelli diventa una “variazione sul tema” della street photography dalle possibilità molto grafiche. Da non trascurare, poi, la possibilità di far uso di tempi più lenti del normale di giorno, per accentuare il mosso, senza dover stare a chiudere completamente il diaframma. Certo non si possono elencare qui tutte le potenzialità, ma converrebbe davvero mettersi qualche capo adatto, con un bel cappuccio comodo, e, fotocamera in pugno, farsi un giro sotto la pioggia.

Non dimentichiamo che quella che è stata definita come la foto del secolo, “Dietro la stazione di Saint-Lazare” (Derriere la Gare Saint-Lazare, 1928), di Henri Cartier-Bresson, rappresenta un uomo che salta da una passerella cercando di evitare una pozzanghera…

 

Gianfranco Irlanda

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@Gianfranco Irlanda

Quando a Napoli piove e a Milano no, ti chiedi dove hai sbagliato.
Ti chiedi perché loro sono felici e tu alle otto di sera controlli su internet la temperatura dell’aria che dà sempre 34 gradi, come cinque minuti fa.
E allora fai un viaggio a ritroso, dalla nascita ad oggi, ti passa la vita davanti perché non sai se supererai questa ennesima nottata.
Nel viaggio che compi si sovrappongono immagini di pomodori in mezzo al palazzo con i bollitori e tutto un sistema che andava dallo sfruttamento del minore assegnato all’inserimento del basilico nella bottiglia peroni, all’anziano che guardava se la temperatura del bollitore era giusta,  passando per la sezione signorine sfortunate che facevano le pacchetelle* per i barattoli, a signore sposate che mettevano il sugo, agli adolescenti che si facevano avanti per raggiungere il traguardo sommo e unico: il potere di gestire la passata e la macchinetta.
Nel viaggio a ritroso ti viene in mente che da giugno a settembre esisteva la mutanda come unico capo di abbigliamento infantile e tua mamma, se le dicevi “petit bateau”, rispondeva, al massimo, “no, grazie la sera non lo digerisco”.
E allora pensi che si giocava in mezzo alla strada, tutti con la mutande, tutti uguali, con le ginocchia sempre sbucciate, sporchi da fare schifo e che si rientrava in casa solo dopo una passata di idrante e sgrassatore, col consenso pure dello psicologo dell’Asl.
E invece mo’ sei a Milano, e l’unica consolazione è vedere che il caldo in qualche modo gli fa perdere l’aplomb e iniziano ad avere la stessa espressione che hai tu, anche se comunque, se ti lamenti, tendono a dire “no, dai, ieri sera tirava un poco di venticello”.
Io il vento non me lo ricordo più.

Mi perdonerete lo sfogo, ma dopo dieci giorni di questa fetenzia si può e si deve perdonare tutto.
Tornando a casa, date una carezza ai vostri bambini e ditegli: non ti lamentare a papà, c’è gente che emigra al nord.
Con gli occhi lucidi, vi risponderanno: papà, è uscito Pes 2016, lo voglio originale, no pezzotto.

*pacchetelle: pomodori San Marzano divisi a metà, privati dei semi, infilati in barattolo.

Zia Woller

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