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pino daniele

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Era convinto che si potesse avere successo scrivendo e cantando canzoni in un misto di italiano e napoletano. Credeva talmente in quella formula innovativa, che lui definiva di “contaminazione”, da mettersi contro le case discografiche, che invece lo obbligavano a scegliere uno solo dei due “linguaggi”. Ma lui, caparbio, girava personalmente le radio di tutta Italia per promuovere i suoi dischi.
Ed in effetti aveva ragione, come dimostrò il successo di coloro che adottarono questa formula, Pino Daniele su tutti.
Ebbe anch’egli la sua stagione di gloria, ma purtroppo durò poco, coincidendo per lo più con le sue partecipazioni al Festival di Sanremo del 1978 e del 1979.
Stiamo parlando di Ciro Sebastianelli, un cantautore napoletano “sui generis”, uno strano miscuglio tra Murolo e Cocciante, tra Ranieri e Battisti.
Figura emblematica di quegli anni un po’ cialtroni, in cui per promuovere un 45 giri (“Laura”) dovevi fingerti “ragazzo padre”, in ossequio al testo della canzone, pur avendo già moglie e tre figli.
Anni strani in cui Gilberto Sebastianelli sceglieva come nome d’arte l’esotico “Ciro”, oppure si ritrovava al primo posto delle classifiche olandesi, mentre in Italia non se lo filava nessuno.
Scrisse pezzi per Loredana Bertè, collaborò con Cristiano Malgioglio, partecipò al Festivalbar con la sua canzone più nota,“Marta”, ma andò incontro ad un rapido declino.
Ci ha lasciato a soli 58 anni per problemi cardiaci nel 2009.
Ma il momento più alto della sua carriera resta il Festival di Sanremo del 1978.
Il suo brano “Il buio e tu” sfiorò la vittoria, staccato di un solo punto dai Matia Bazar, Anna Oxa e Rino Gaetano, arrivò quarto assoluto e secondo nella categoria “cantautori” alle spalle di “Gianna” di Rino Gaetano. Ilpezzo riscosse anche un grande successo di pubblico vendendo in pochi mesi 350mila copie.

Giuseppe Ruggiero

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Foto di Ronnie Macdonald https://www.flickr.com/photos/ronmacphotos/

Come sempre, per ogni questione, anche la più stupida Napoli si divide.

Alle volte penso che per quanto sia vera la frase di Pino Daniele Napul’è mille culure tanto sia valido l’esatto opposto per noi Napoletani: è tutto o bianco o azzurro (no, nero non lo dico), o giusto o sbagliato, o sei un eroe o sei una fetecchia, non esistono mezze misure.

Benitez non ha fatto eccezione: al suo arrivo c’è chi era scettico e aspettava ogni domenica un passo falso  per poter provare il morboso piacere di dire “Ve l’avevo detto e chi si è subito proclamato Rafaelita e ha mantenuto questa posizione anche quando il tecnico spagnolo è andato via.

Ieri è arrivata la notizia dell’esonero di Rafa e sui social network sono arrivati, immancabili, gli sfottò, cui anche noi abbiamo preso parte perchè fa parte del nostro modo di affrontare la vita, ma c’è chi è andato oltre lanciandosi in vere e proprie esultanze e sproloqui contro il tecnico spagnolo.

Abbiamo già ricordato l’importanza di Benitez per questo Napoli e i risultati ottenuti che, anche se al di sotto delle aspettative, lo hanno portato sul podio dei tecnici più premiati della storia del Napoli, così come abbiamo più volte ricordato le sue mancanze e il suo integralismo tattico che ci è costato punti ma forse troppo raramente  ricordiamo il suo legame con la città, di come abbia amato scoprirne i luoghi e la storia.

Chi ama non dimentica – lo diciamo spesso, talmente spesso che forse alle volte ne dimentichiamo il significato, che non abbiamo amato Benitez, o meglio che solo alcuni lo abbiamo realmente amato, è normale ma se tutti noi tifosi siamo per definizione amanti del Napoli e di Napoli perchè dimentichiamo, o peggio deridiamo, un professionista che ha speso due anni con noi?

Rimanendo in tema musicale alle volte sarebbe il caso di abbracciare la filosofia del Chi ha avuto, ha avuto, ha avutochi ha dato, ha dato, ha datoscurdámmoceoppassato, simmo ‘e Napule paisá! e augurare buona Fortuna a Rafa e sperare che la sua Fortuna non si incroci mai con la nostra.

Paolo Sindaco Russo

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Le ironie sul web

Ci sono delle cose dei napoletani che non capisco. Fra queste, ma non è la sola, è l’ostracismo verso Gigi D’Alessio. Più che di ostracismo si potrebbe parlare anche di razzismo, odio, avversione pura. Ma non è solo una questione di gusti musicali, non è roba del cantante che piace oppure no come accade per qualsiasi altro artista. Gigi è accusato di “far fare brutta figura ai VERI NAPOLETANI“. Alla mia età io ancora devo capire chi siano i “VERI NAPOLETANI”… Ma lasciamo stare.

Il fenomeno D’Alessio in questo ha un precedente illustre: Silvio Berlusconi. Anche l’ex premier era odiato, sfottuto, deriso fino all’inverosimile. Se qualche anno fa ci si avventurava nelle solite discussioni politiche da bar non si trovava un elettore del Cavaliere nemmeno a pagarlo. Gli elettori orgogliosi di Berlusconi erano merce rara. Eppure questo imprenditore brianzolo ne ha vinte più d’una di tornate elettorali: evidentemente qualcuno che lo votava c’era.

E’ lo stesso discorso che si può fare per Gigi: odiato e sbeffeggiato, eppure è fra i cantanti che vendono da molti anni più dischi di tutti in Italia. Ma non solo in tutta Italia, a Napoli giova ricordare che il suo primo film, “Annarè“, andò nelle sale in concomitanza con uno dei film più visti di sempre, “Titanic“. Ebbene si, nei cinema di Napoli il film di Giggino riuscì a fare più incassi di quello di Leonardo Di Caprio…

Chi scrive non è un fan di Gigi. Ammetto – un po’ come fare outing – di aver visto qualche anno fa un suo concerto gratuito a Piazza del Plebiscito per accompagnare la mia nipotina. Almeno riuscì a godermi un grande Baglioni. Però ritengo che se Pino Daniele è riuscito a rappresentare nelle sue canzoni tutta Napoli, Gigi sicuramente sia riuscito a rappresentarne egregiamente una parte. La Napoli che – come dice nelle sue canzoni – giura dicendo “Adda murì mammà“, le ragazzine così magistralmente descritte in “Fotomodelle un po’ povere” o quel sentimentalismo sul mare e il cielo di Napoli. Poi vabbè, dopo il suo periodo napoletano, o se vogliamo definirlo (sbagliando) neomelodico, Gigi ha fatto altro. Due, tre camei in vernacolo in ogni album prevalentemente cantato in italiano.

In Italiano???” – mi direte voi strabuzzando gli occhi? Eh si, lo so, Gigi ha una forte cadenza partenopea anche quando canta nella lingua di Dante. Credo che sia un vezzo o un vizio del 90% dei napoletani. Vogliamo condannarlo per questo?

bariQuesto odio verso Gigi non riesco a capirlo. Chi lo accusa di ignoranza o volgarità è spesso assai più ignorante o volgare di lui. In fin dei conti basterebbe accettare che il cantante partenopeo rappresenti una parte di Napoli, così come facevano Nino D’Angelo oppure Mario Merola. Solo Pino è riuscito nella sintesi assoluta di tutte le anime di Napoli. Gli altri, da Peppino Di Capri e Massimo Ranieri (per eccesso di “italianismo”) al resto della new-wave canora dei Sal Da Vinci, Finizio ecc. sono riusciti a rappresentarne solo una parte.

Odiare D’Alessio è un po’ come odiare una parte di questa città che è viva ed esiste. E invece – almeno per quanto mi riguarda, per gusto personale – io non riesco ad odiare i Quartieri Spagnoli, la Sanità o il Pallonetto di Santa Lucia. Non ci si può sciacquare gli occhi e la bocca sull’unicità di alcuni luoghi di Napoli e poi bistrattarli perché quei quartieri sono rappresentati – bene o male non è questo il punto – in alcune canzoni.

Anzi, semmai, se posso ammetterlo, ritengo di gran lunga migliore la produzione vernacolare di D’Alessio rispetto a quella cantata in lingua nazionale. Oltre questo, ma non voglio tediarvi oltre, non si può non riconoscere al D’Alessio un’intonazione vocale eccezionale e un’abilità rara nel suonare il pianoforte e lo dimostrano le sue esecuzioni del “Pianofortissimo” di Carosone.

Insomma, un invito: invece di postare foto di solidarietà per i cittadini di Bari che assisteranno al suo concerto di Capodanno, dite che non vi piace la sua musica o le sue canzoni. Ma questo razzismo nei suoi confronti finisce per catalogarvi tra quanti odiano i quartieri popolari di Napoli. Sono una parte di Napoli, non sono il tutto, ma esistono, vivono e cantano secondo i loro canoni. E chi siete voi per giudicare? Buon anno guagliù, con Gigi o senza.

vDG

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Forza Napoli, squadra e città nel 2016

Senza Pino. E’ iniziato con uno dei maggiori lutti della storia di questa città il 2015 dei napoletani. Eppure, a distanza ormai di un anno, si può dire con certezza che in realtà Pino Daniele non è mai andato via. Certo, ci è mancato e ci mancherà che il nostro “Lazzaro felice” non potrà più regalarci nuove canzoni, nuovi album e nuovi concerti, ma ci siamo tutti accorti che Pino era già un pezzo di questa città e che continuerà ad esserlo. Chi prima aveva per sottofondo della propria vita le sue canzoni continuerà a riempirsi l’anima con le sue melodie. Il 6 Gennaio scorso la struggente Napul’è cantata da tutto il San Paolo in un brivido di emozione che ha fatto passare persino in secondo piano la sconfitta casalinga contro l’odiata Juventus. A Settembre una via del centro gli è stata dedicata tra immancabili polemiche di muri sporchi. Poco prima qui su soldatoinnamorato, insieme a NapoliEvviva, abbiamo organizzato un flash mob per Pino quando i fan si sono affacciati alla finestra facendo risuonare per le strade le sue melodie: sono giunti video da ogni parte del mondo, da Londra a Mosca, da New York a Caivano. Più di tutto il 2015 resterà l’anno senza Pino.

Il 2015 della città è stato invece un anno di recrudescenza di camorra. Soliti omicidi, solite storie, ma con una novità. A perdere la vita per mano della malavita è stato anche Genny, ragazzino di 17 anni della Sanità. Resta un omicidio che alimenta interrogativi e quando a cadere a terra è un ragazzino di quella età non è possibile perdere tempo a pensare se Genny avesse commesso qualche atto per attirare su di sé le attenzioni della camorra. A 17 anni uno Stato che fissa nella sua Costituzione determinati principi e valori non può consentire che la malavita strappi dal mondo un ragazzo di quella età che viveva a pochi passi dalla casa natia di Totò. E invece, attraverso la parlamentare Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, si è persino parlato di genetica criminale dei napoletani.  Intanto la camorra per rendersi più inafferrabile assolda sempre di più ragazzini come Genny condannati dal semplice fatto di vivere in quartieri dove è più semplice entrare in contatto con certi ambienti.

Di questo 2015, ricordando sempre altre parole della parlamentare “sociologa”, ricorderemo anche il termine “impresentabile“. Tra questi è stato inserito anche il nuovo governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Sia a Napoli che in Regione il sindaco De Magistriis e lo “sceriffo di Salerno” hanno problemi con la Legge Severino, quella che ha già estromesso dall’attività parlamentare Silvio Berlusconi. Restando alla politica è stato anche l’anno del “mi candido” di Antonio Bassolino: l’ex sindaco e governatore si appresta a correre alle primarie del Pd per giocarsi la corsa alla poltrona di Palazzo San Giacomo. Nel 2016 capiremo se il Partito Democratico gli consentirà di farlo.

E restando sempre in tema con la politica il 2015 è stato anche l’anno della querelle tra De Magistriis e De Laurentiis per la questione stadio. Ma in realtà questa diatriba dura da anni e, purtroppo, crediamo che continuerà anche nel prossimo anno. Parlando di stadio è stato anche l’anno dove il tifo del San Paolo ha confermato di essere in una penosa involuzione. Se già non si tifava più come un tempo, con il folklore praticamente scomparso perché gli ultrà non lo accettano, alla prima di campionato contro la Sampdoria c’è stato anche un accoltellamento. Poi i cori contro De Laurentiis, le voci su Higuain puttaniere, l’empolizzazione che si stava materializzando per mano del nuovo tecnico Maurizio Sarri. Qui ci siamo detti sin dal primo giorno sarristi. E abbiamo tenuto duro anche quando i risultati non arrivavano contro Sassuolo, Empoli e Sampdoria. Oggi tutti sono innamorati di Sarri, quasi nessuno più critica De Laurentiis, Higuain non è più svogliato e incallito puttaniere. Sono spariti pure i rafaeliti, volatilizzati, visto che pure a Madrid il corpulento tecnico non se la passa bene. Finché i risultati terranno resterà così, ma siamo certi che gli sputa-rabbia e sputa-sentenze sono in agguato e ritorneranno ai primi passi falsi che speriamo non arriveranno.

Questo 2015 che si chiude è stato per noi quello della nascita di questo sito web, soldatoinnamorato. Lo abbiamo creato per passione, al momento non accettiamo – come potete constatare – nessun genere di pubblicità. Un sito creato per parlare della nostra città, con orgoglio, però senza quella insopportabile vena autocelebrativa che insiste immotivatamente da altre parti. Chi è orgoglioso è anche coraggioso: e coraggio oggi a Napoli vuol dire anche guardarsi allo specchio e ammettere i propri errori, senza nascondere sotto il tappeto i tanti problemi che pure ci stanno. Certo, la stampa e le tv ci dipingono spesso peggio di come siamo e di come è realmente la città. Dai Giletti, agli Abete come ben ha scritto Luca Delgado. Però non è con il vittimismo che si andrà avanti nel prossimo anno e in quelli a venire. Né è pensabile andare avanti con quelli di “Come era bello il Meridione prima dell’Unità d’Italia“, scaricando così responsabilità anche nostre esclusivamente su altri. Insomma questo è un sito di innamorati di Napoli, ma senza fondamentalismi inservibili, senza quella “superiorità razziale” che oggi abbonda in maniera impressionante sui social. Come se bastasse nascere a Napoli per essere e sentirsi migliori di altri. Semmai essere napoletani, proprio in virtù di questo amore irriducibile che ancora dura attraverso l’identità e l’orgoglio in tanti cittadini, implica una responsabilità maggiore: un cercare di essere migliori non solo per se stessi, ma proprio per rispetto di questo folle amore. In fondo, girando un po’ per il mondo e per l’Italia, la più grande ricchezza di questa città resta ed è proprio la sua identità che invece da altre parti scompare sotto le spinte lente e inesorabili della globalizzazione che qui attecchisce meno che altrove.

In questi mesi soldatoinnamorato è diventato un sito seguito. Niente di eccezionale perché è trascorso poco tempo dalla sua creazione, ma fa piacere che personaggi come Nino D’Angelo ci seguano. Così come Tony Tammaro, Radio Crc e Radio Marte, i maggiori quotidiani, sportivi e non, ci citano per le nostre iniziative. Oppure che un direttore e giornalista che ha fatto la storia, come Enrico Mentana, ci conceda in esclusiva delle interviste. Fa piacere poi essere diventati un punto di riferimento e una cassa di risonanza per la tanta buona musica che viene creata e prodotta in città attraverso i The Collettivo, i Gnut, Daniele Sepe, Capone e i Bungt e Bangt, Epo e tanti tanti altri.

Anche il prossimo anno cercheremo di rispettare la fiducia dei nostri lettori, evitando titoli sensazionalistici per notizie inesistenti (come purtroppo accade sempre più spesso da altre parti) e restando fedeli ad una linea editoriale libera e scevra da catalogazioni. Continueremo ad esprimere le nostre opinioni, spesso differenti anche all’interno della nostra stessa redazione, ma pubblicheremo tutto, senza censure di sorta. Perché leggere opinioni differenti, anche divergenti, è la vera ricchezza dell’informazione.

E a questa città che amiamo, a voi che ci leggete, a Pino che resta nei nostri cuori dedichiamo questo sole magnifico di fine dicembre. Un sole che speriamo riesca ad illuminare sempre di più le ricchezze uniche e veraci che ancora vivono in questa terra nostra così piena di contraddizioni, di vita sfacciata, di emozioni continue. Buon anno soldati! Forza Napoli Sempre, città e squadra! Tanti auguri guagliù.

vDG

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Omaggio a Dave Brubeck - Ugo Martone fotografato da Gianfranco Irlanda

E non m’ha mai parlato della pizza, e non m’ha mai suonato il mandolino”.
Così Roberto Benigni scriveva in una poesia dedicata al grande Massimo Troisi, artista napoletano di cittadinanza e di lessico, ma lontano dai luoghi comuni e beceri “napoletanismi” legati alla propria città, e piuttosto vicinissimo a un linguaggio cinematografico europeo e internazionale.

Lungi da me denigrare il mandolino, simbolo di una musica eterna che da sempre caratterizza il cuore musicale della mia città; questo modesto articolo vuole però dare valore a quella “altra” Napoli, quella europea, o quella – se vogliamo – debitrice di sound d’oltreoceano, quella che ha saputo raccogliere mood e colori provenienti dall’esterno e li ha rigenerati in nuovi sapori musicali, originali, unici, all’avanguardia.

Tutto cominciò con Pino Daniele e i Napoli Centrale, con quella ricerca musicale che fondeva alla perfezione la tradizione nostrana con quella “nera”. E’ un discorso che è già stato affrontato da Soldatoinnamorato, e sicuramente già sviscerato con grande competenza da Giuseppe Ruggiero e i suoi “parallelismi” e da Paolo Sindaco Russo con la sua classifica dei nuovi classici, per cui non voglio ritornarci.

Questo mio intervento vuole invece dare giustizia a tutti quei musicisti attuali, nati in questa città, e che è riduttivo definire “artisiti napoletani”, laddove per Napoletano si intenda il “genere” e non la cittadinanza. Ce ne sono davvero tanti, Napoli ne sforna uno al minuto, e per questo motivo mi limiterò a citarne solo qualcuno tra quelli che conosco personalmente, e con cui ho avuto la possibilità di collaborare, e tra quelli che hanno avuto l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico televisivo.

Premetto che non sono un grande fagocitatore di TV, ne vedo poca, qualche sprazzo di programma ogni tanto, perché sono tra quelli che non ritiene la TV “educativa” dal punto di vista artistico. Eppure vi sono delle eccezioni. Prendiamo, ad esempio, il programma “Made in Sud”… non è questa la sede per una critica, ma da Napoletano lo ritengo un programma che fatica a superare la soglia dei propri limiti geoculturali. Ma, come accennavo, c’è un’eccezione, e si chiama Francesco Cicchella. Ventisei anni, attore, musicista, cantante, imitatore, un talento completo, un istrione capace di mutare accenti e inflessioni vocali, dal dialetto stretto, all’Inglese ottimo, passando per una perfetta dizione. Un ragazzo che fa della ricerca il suo lavoro, sempre attuale e innovativo dal lato tecnico e pungente e intelligente da quello comico.
Un altro format generatore di falsi dei, ma che ogni tanto sfodera piacevolissime sorprese è “X-Factor”. Mi è capitato di vedere qualche puntata quest’anno, e con immenso orgoglio partenopeo sono rimasto totalmente rapito dagli Urban Strangers, due 20enni uno di Pollena Trocchia l’altro di Somma Vesuviana che potrei definire senza vergogna alcuna una perfetta commistione tra Simon & Garfunkel, i Radiohead e Eminem! I due polistrumentisti mostrano la maturità di popstar scafatissime, il fascino delle odierne boyband, ma unite ad una professionalità, competenze musicali e precisioni vocali assolutamente uniche.
E che peccato non sentire più in giro come prima l’inconfondibile “r moscia” di Nino Buonocore. Nino è un musicista raffinatissimo, che ha scelto il jazz, la via meno facile per il successo, ma che mette sempre più in risalto la sua bravura. Consiglio a tutti voi l’ascolto di quello che secondo me è uno dei dischi più belli della musica italiana: “La naturale incertezza del vivere”.

Ho detto che avrei citato anche qualche nome “border line”, lontano dalla notorietà nazionale, o comunque non “commerciale”.
Ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare con un pianista formidabile, Lorenzo Hengeller, erede se vogliamo di una tradizione carosoniana-luttazziana (perdonate gli aggettivismi) che si sposa con un raffinatissimo jazz condito da accenti partenopei, testuali e musicali che riportano in auge il teatro-canzone, quello più raffinato dei “night”, la canzone raccontata con ironia e leggerezza ma con infinite sorprese armoniche e strumentali. Il resto d’Italia ha la fortuna di conoscerlo grazie anche ai suoi interventi alla trasmissione “Servizio pubblico” e i suoi concerti su Radio 3, spesso in duo con quell’altro “mostro” di Bollani. E… a breve il nuovo CD: “Gli stupori del giovane Hengeller”.
Per non parlare di Carlo Lomanto, lo “sperimentatore” della voce. Da sempre sostenitore della musica “essenziale”, fatta di pochi strumenti, a volte solo della voce, Carlo sperimenta il jazz con la loop station, registrando dal vivo la propria voce, facendola risuonare con timbriche che vanno dal tibetano al falsetto da operetta con un risultato armonico fenomenale… E non vi dico quando suona la “guitass” (ibrido chitarra-basso) con cui ha registrato il suo ultimo disco in coppia con Emilia Zamuner, “Ella & Louis”, omaggio ai due giganti del jazz.

E, a proposito di loop station, come non citare i Musicadea (Paolo Palopoli e Valentina Ranalli) chitarra e voce, il primo virtuoso chitarrista dal gusto sopraffino, eterno studioso del jazz e della musica etnica; la seconda voce tecnicamente insuperabile, eclettica fino al trasformismo, precisa fino a fare imbarazzare un accordatore. Loro ultimo e freschissimo CD, “Move the joy”.

E che dire di Emanuele Ammendola, straordinario musicista che accompagna la sua voce con il suo inconfondibile contrabbasso, rendendo omaggio alla tradizione della sua Terra con suoni innovativi, tecno-acustici, eleganti e morbidi come seta. A breve l’uscita del suo nuovo CD, “Migrà”.

Ovviamente mi sono limitato ad elencare musicisti “di professione”, quelli cioè che portano il pane in tavola grazie alla propria arte. Eccellenze campane, orgoglio della nostra Terra che sono solo una minima parte di tante altre, tantissime anime artistiche il cui nome non ha l’opportunità di uscire fuori dai propri limiti territoriali, chi perché non ammette i compromessi, chi perché è felice così e non vuole “inquinarsi” col mainstream, chi perché ha la “FORTUNA-SFORTUNA” (e lo scrivo tra diecimila virgolette) di essere nato in una città che troppo spesso ci etichetta come suonatori di mandolino e non ci dà la possibilità di essere credibili, nel resto di Italia, come musicisti – appunto – italiani e internazionali.

E’ a tutti loro, con immenso orgoglio ed infinita stima, che dedico questo articolo.
FORZA NAPOLI, nel calcio così come nell’arte.

Giorgio Molfini

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I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
Italo Calvino – Italiani, vi esorto ai classici.

In questo divertente articolo Calvino cerca di una dare una definizione di classici, ne riesce a dare tante, 14 per la precisione, tutte valide ma in nessuna delle definizioni proposte riesce a raccogliere tutti gli aspetti della classicità.
Se non ci è riuscito un maestro come Calvino, autore di libri che sono poi diventati quasi per contrappasso dei classici io non mi azzardo nemmeno a definire cosa sono i classici, mi limiterò a dire i criteri che ho utilizzato per selezionare 10 canzoni Napoletane recenti che oggi possiamo considerare dei classici.

Un classico è un’opera, nel nostro caso una canzone, che ha passato indenne almeno un paio di generazioni, un classico è un punto di riferimento per chi ha seguito quel genere, un classico è un motivetto di qualcheanno fa che canticchiano tutti, indifferentemente da ceto sociale, estrazione economica, età, religione etc. Non c’è un criterio estetico e ho evitato i successi temporanei poi dimenticati, diciamo che un classico è una canzone che quando una persona la inizia a canticchiare rapidamente diventa un coro che coinvolge chiunque gli stia intorno.

Partendo da questi criteri molto poco scientifici ho provato a stilare l’elenco di 10 nuovi classici della canzone Napoletana, ho escluso autori molto recenti perchè ovviamente non hanno ancora avuto il tempo (una ventina d’anni) di maturare. Eccoveli in ordine casuale, ovviamente non è una classifica.

Gigione – La campagnola – Molti storceranno il naso e penseranno che  è una vergogna che lui stia questo elenco, ma nel frattempo in mente gli sarà partito il motivetto “Ma comm’è bell’ sta campagnola, poropo popo poropo popo“. Gigione è il più sincero esempio di musica popolare nel senso più vero de termine, un mito per tutto il centrosud, forse è il cantante con l’agenda più piena al mondo. I suoi motivetti orecchiabili, i doppi sensi, le battute da osteria fanno necessariamente presa su tutti, la Campagnola è la propnipote delle Villanelle e tiene viva la “musica da festa di piazza”.

99 Posse – Curre Curre Guagliò – Si può quasi dire che il Rap in Italia ha parlato prima Napoletano che Italiano. Anche se prima di Zulù 6 Co. in tanti si erano cimentati nell’allora innovativo genere musicale, i 99 posse furono fra i primi ad arrivare al grande pubblico. Curre Curre Guagliò nasce nel centro sociale Officina 99 e probabilmente era destinato a una piccola cerchia ristretta di appassionati, ma a distanza di 20 anni è ancora ascoltatissima, recentemente è stata inserita in un’antologia per le scuole, viene citata da Elio e le Storie tese nell’esilarante canzone sul Primo Maggio. Se ancora oggi i ragazzi più giovani la conoscono e le canticchiano è perchè quel testo forse ha appeal più sociale che politico.

Lucio Dalla – Caruso – Dalla non è nato a Napoli, e Allora? Neanche D’Annunzio era un nostro compaesano ma questo non fu il limite per non fargli scrivere ‘A vucchella. Il cantautore bolognese di nascita ma Napoletano per passione ha omaggiato il grande Caruso con strofe cantautorali e un ritornello che sembra strappato ai grandi classici della nostra musica. Il Te voglio bene assaje finalmente diventa passione e non viene seguito dal triste ma tu nun pienz a me

Nino D’Angelo – Napoli Napoli – Nino ha scritto centinaia di canzoni, spesso più belle di Napoli Napoli, ma questa canzone è la prima ad aver raccontato il vero legame fra città e squadra di calcio, ad aver cantato il ruolo di rivalsa sociale del tifo Napoletano. Molti ci hanno provato dopo, anche cantautori blasonati ma non hanno avuto la stessa ispirazione. Legato al momento più bella della storia del Napoli, rimane l’inno di tutti gli eterni bambini che amano ancora sognare.

Tony Tammaro – Patrizia – Credo che nessun artista al mondo abbia “sposato” il proprio personaggio come Vincenzo Sarnelli ha fatto con Tony Tammaro. Il muro di Berlino era appena stato abbattuto e noi ragazzini ci  passavamo la “cassetta di un cantante che fa troppo ridere“. Da quel momento a Napoli e provincia il nome Patrizia è indizzolubilmente legato alla reginetta di Baia Domizia, ogni chitarrista da falò ormai la impara prima ancora de La canzone del sole.

Claudio Mattone – ‘A Citta’ ‘E Pulecenella – Nata per un musical è diventata subito popolarissima, racconta il bene e il male della città, ne presenta controsensi e paradossi senza luoghi comuni. Appena uscità aveva già l’aria di essere un classico, e così è stato.

Ciro Rigione – Chillo va pazzo pe’ tte – Anche qui forse qualcuno storcerà il naso, ma la musica NeoMelodica è parte della nostra cultura. Questa Canzone di Ciro Rigione, all’epoca ancora noto come Ciro Ricci, ebbe una diffusione enorme e l’autore sembrava essere il predestinato, quello che avrebbe portato le canzoni neomelodiche al grande pubblico. Purtroppo per lui non fu così ma questo pezzo non è mai tramontato, recentemente anche Franco Ricciardi ha proposto una sua versione.

Squallor – Curnutone – La storia della musica italiana è passata dalle loro mani. Savio, Bigazzi, Pace e Cerruti sono i nomi che si leggono di fianco a tutti i grandi successi della discografia nazionale. Insieme crearono il gruppo che ha aperto le porte del comico, del surreale e talvolta del grottesco alla musica leggera. I più grandi capolavori degli Squallor sono in Napoletano e hanno la meravigliosa voce di Totò Savio. Curnutone è una di quelle canzoni senza età che difficilmente verrà dimenticata.

Gragnaniello – Cu’ mme – Nella finale di Amici della scorsa edizione i The Kolors presentarono una loro versione di questa canzone. Stash, il cantante del gruppo, forse non aveva neanche iniziato l’asilo quando Murolo e Mia Martini portarono al successo questo struggente pezzo di Gragnaniello. Vero capolavoro che si inserisce nella tradizione più raffinata della musica Napoletana.

Pino Daniele – Napul’è – Le canzoni di Pino diventate dei classici sono tante, tantissime, ma questa ha definito la nostra città in pochissime parole che difficilmente verranno dimenticate. Questa scelta non ha bisogno di nessuna motivazione.

Queste sono le mie, sono curioso di sentire le vostre proposte.

 

Paolo Sindaco Russo

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I motivi per cui celebrare D10s

“Siete ridicoli! Festeggiare il Natale per la nascita di Maradona! Voi non state bene! Come se Napoli si fosse fermata a Maradona”. Ebbene si, qualcuno stamattina anche questo mi ha scritto, dopo che su soldatoinnamorato buona parte dei nostri redattori si è cimentato nel scrivere un articolo che ricordasse Lui. Articoli che vi consiglio vivamente di leggere. Ma non è nuova questa posizione – un po’ nichilista a dir la verità – di alcuni napoletani nei confronti di Diego. Sul Napolista, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Roma alla quale Maradona era presente in tribuna, Massimiliano Gallo scrisse persino un articolo al vetriolo sulla Napoli che ricorda sempre i “belli tiempe ‘e na vota“. Del resto c’era Benitez in sella alla panchina azzurra, e la religione rafaelita  è monoteistica pure rispetto al Dio del Calcio… Ma lasciamo stare.

Ricordare Diego è prima di tutto un’esigenza dell’anima. E vabbè questa esigenza o la si avverte oppure no. Non si può condannare chi non la vive. Ma celebrare Diego è anche riaffermare la Napoli e la napoletanità più verace e bella. Sarebbe stupido annoverare la venuta di Maradona a Napoli soltanto come un capitolo meramente calcistico della nostra storia. Per paradossale che sia, ma molti sottovalutano questo aspetto, Diego è stato assai più importante per la città di Napoli che per la sua squadra.

Maradona ha riportato a Napoli un concetto fondamentale: l’orgoglio! L’orgoglio di essere poveri, brutti sporchi e cattivi, l’orgoglio del sud, la bellezza di essere in minoranza: insomma, l’orgoglio di essere napoletani. Un orgoglio che non scaturisce dalla vittoria dei tricolori o dalla Coppa Uefa, ma un orgoglio che esiste a prescindere proprio per le qualità che sottintendono al concetto di napoletanità.

Essere napoletani ed essere orgogliosi non era una cosa semplice negli anni ’80. Napoli scontava i primi prodromi di leghismo che, come bacilli, iniziavano già allora ad infestare il Paese. Napoli quel 5 Luglio dell’84 era ancora un cantiere aperto dopo il dramma del terremoto del 1980. Per il resto dell’Italia eravamo ladri, figli dell’assistenzialismo e sporchi terroni. Per non parlare del colera che un decennio prima fece la propria comparsa in città e scatenò verso Napoli un razzismo che oggi si può riscontrare solo verso i migranti o gli zingari. Un razzismo contro il quale, non senza qualche pudore, dovette scagliarsi contro persino Eduardo De Filippo che visse la cronaca di quei giorni come un dramma personale.

indietrotuttaMa invece dei piagnistei e del vittimismo, di cui oggi si abusa fin troppo, Napoli reagì. E reagì nell’unica maniera di cui è capace: la CULTURA. Quella che, come certi culi, va scritta con la C maiuscola. Troisi, Pino Daniele, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo, Claudio Mattone, Edoardo De Crescenzo ebbero il merito di far emergere un racconto di Napoli che vinse qualsiasi razzismo e ghettizzazione nei nostri confronti. Tra “Terra mia”, “Ricomincio da Tre”, “Indietro Tutta”, “Così parlò Bellavista”, “Scugnizzi” e “Ancora” si insediò Diego Armando Maradona. In un’Italia che non è mai stata più napoletana come lo fu nel decennio ’80. E Diego fu capo-popolo di quella che, oltre trent’anni dopo, possiamo definire un’autentica rivoluzione. Perché l’orgoglio e la napoletanità non sono mai andati a braccetto come allora. Forse l’unico precedente citabile è soltanto quello delle 4 Giornate di Napoli.

pinoNon è quindi assurdo o eccessivo ricordare Diego per chi è realmente innamorato non solo di Lui, ma della nostra città. Celebrare le gesta di Maradona significa invece riaffermare dei concetti che ancora oggi potrebbero tornare utili. E’ un guardare avanti, non guardare indietro. Anche quello di Sarri è un grande Napoli, manca però quel contesto culturale di trent’anni fa. A dire il vero, ringraziando il Padreterno, mancano pure i problemi e gli sfaceli di quegli anni. Oggi Napoli, come ha scritto più volte Erri De Luca, non appartiene più al Sud del mondo. Non siamo ancora diventati del tutto mitteleuropei, ma non siamo nemmeno nelle condizioni di instabilità sociale degli anni ’80. Certo, si spara in strada e “Gomorra” è la nuova frontiera culturale di questa città. Il cinismo, proprio come quello di chi non vuole far festeggiare la nascita di Maradona, si è impossessato di Napoli. Manca quella leggerezza e quell’ironia con la quale si possono dire le stesse cose che dicono i Saviano, i Garrone o i Sollima nei libri, nei film e nelle serie di Gomorra. Con meno analiticità, ma con più cuore, in fondo Troisi e Pino Daniele sapevano denunciare le stesse cose.

gomorraEcco, questa mancanza di leggerezza si avverte oggi anche allo Stadio. Un San Paolo che mai è stato così esigente e imborghesito come in questi anni. Perché la lezione di Diego non è stata quella del “Devi vincere” che si canta prima del fischio d’inizio di ogni partita, ma dell’essere orgogliosi. E l’orgoglio, come il coraggio manzoniano di Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Neppure con le vittorie. Quelle arrivano dopo. L’orgoglio pre-esiste a tutto. E questa è stata, ormai più di trent’anni, la lezione del D10s, la lezione di Diego Armando Maradona. “Siate orgogliosi di quello che siete, a prescindere di come siete e a prescindere da quello che ottenete”. In fondo gli scudetti sono stati un’appendice involontaria. Pensateci, oh voi che criticate!

Valentino Di Giacomo

 

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Quelle foto sotto la pioggia

Il clima fin troppo piovoso di questi giorni mi induce una riflessione sul difficile rapporto tra appassionati di fotografia e maltempo. Nonostante il progresso, le tecnologie che avanzano e la possibilità di fotografare in condizioni di luce non ottimali con buoni risultati, la fotografia da parte dei più viene considerata come un qualcosa da praticare solo ed esclusivamente con il sole, o quanto meno in una bella giornata.

E’ vero, qui siamo a Napoli e non a Seattle, nota per essere una delle metropoli più piovose al mondo, ma nonostante le dicerie e i luoghi comuni, Napoli è una delle città più piovose d’Italia, con una quantità di pioggia annua in millimetri doppia rispetto a Londra, che sembrerebbe l’archetipo delle città meteorologicamente sfortunate. La grande differenza è che la quantità doppia che abbiamo qui nell’area del napoletano si concentra nella metà dei giorni, quindi abbiamo un bel po’ di acquazzoni e raramente giorni e giorni di pioggerellina leggera e persistente (per quanto anni fa, era credo il 2009, ci furono qualcosa come 60 giorni di pioggia consecutivi con giusto qualche interruzione temporanea, ma sto divagando…).

Questa premessa meteorologica serve forse a comprendere alcuni versi della canzone forse più famosa di tutto il ‘900, “’O sole mio”, che comincia con “Che bella cosa – na jurnata ‘e sole – n’aria serena – dopo una tempesta”… è un’immagine poetica, certo, ma anche una scena visivamente molto caratteristica e particolarmente tipica della nostra città. Napoli si presta molto alla rappresentazione paesaggistica non solo per la felice posizione geografica, ma anche per questa notevole fortuna climatica, la possibilità di avere luce e aria tersissime abbastanza spesso, e in particolare nelle stagioni intermedie (ma spesso anche in inverno). Quello che salta meno all’occhio è la notevole bellezza della città quando piove (“quanno chiove” andrebbe forse detto, ricordando una delle più famose canzoni di Pino Daniele).

Sin da piccolo, ho sempre avuto una memoria visiva costellata da immagini di una Napoli apparentemente “atipica”, quella bagnata dalla pioggia, e spesso se devo pensarla la immagino così. Tralasciando i problemi soliti, tombini che saltano e strade che si allagano (immagino che anche le amministrazioni pubbliche non riescano a uscire dalla visione mitica di una Napoli in cui c’è sempre il sole), quando piove, invece che stare al coperto oppure rinchiusi nelle proprie autovetture in coda tra via Tasso e via Kagoshima, o magari sotto l’androne di un palazzo perché siamo usciti senza ombrello, converrebbe accostare l’auto, o scendere per strada, e dare uno sguardo in giro per cogliere le occasioni e i momenti giusti per scattare.

Follia, direte voi. Che fare, andare in giro ad inzupparsi giusto per fare qualche foto? E magari dire addio anche alla fotocamera che andrà certamente in corto?

Niente di tutto ciò. Le fotocamere temono l’acqua, è vero, ma non in modo così drastico: se ci piove un po’ sopra basta asciugarle alla prima occasione, e poi ormai non sono rare le macchine fotografiche tropicalizzate che possono quindi essere bagnate e resistono anche alla polvere o alla sabbia (non all’immersione in acqua, eh, anche se esistono anche le compatte subacquee che servono proprio a questo). Anni fa, parliamo del 1995, seguii tutta una processione per la Via Crucis a Barile, in provincia di Potenza, sotto una fittissima e gelida pioggia frammista a nevischio. Per fotografare liberamente non avevo nemmeno l’ombrello… diciamo che, più della macchina fotografica, chi subì i danni fui io e i miei compagni: restammo per un’ora con il motore acceso e il riscaldamento al massimo per cercare di asciugarci una volta tornati all’auto; la fotocamera, un’elettronica dell’epoca, resistette tranquillamente così come l’altra fotocamera meccanica che avevo con me.

Negli anni mi sono trovato spesso a combattere con gli allievi per far loro perdere l’abitudine deleteria di considerare come giorni validi per fotografare solo quelli di sole. Le occasioni per fotografare quando piove sono molteplici, così come diventano interessanti e particolari i soggetti, sia le persone che i monumenti, ad esempio quando sono riflessi in una pozzanghera; oppure la presenza stessa degli ombrelli diventa una “variazione sul tema” della street photography dalle possibilità molto grafiche. Da non trascurare, poi, la possibilità di far uso di tempi più lenti del normale di giorno, per accentuare il mosso, senza dover stare a chiudere completamente il diaframma. Certo non si possono elencare qui tutte le potenzialità, ma converrebbe davvero mettersi qualche capo adatto, con un bel cappuccio comodo, e, fotocamera in pugno, farsi un giro sotto la pioggia.

Non dimentichiamo che quella che è stata definita come la foto del secolo, “Dietro la stazione di Saint-Lazare” (Derriere la Gare Saint-Lazare, 1928), di Henri Cartier-Bresson, rappresenta un uomo che salta da una passerella cercando di evitare una pozzanghera…

 

Gianfranco Irlanda

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Chiove ‘ncoppe a sti palazze scure, ‘ncoppe ‘e mmure fracete da ‘a casa mia. Tutt’ attuorno ll’aria addora ‘e ‘nfuso. Chi song io? E cammino ‘mmiez ‘a via cantanno ‘e libbertà“.

E su un muro fradicio, come quello di una delle tue canzoni più profonde, su un palazzo imbrattato di scritte, hanno posto la targa che intitola a te uno dei vicoli della nostra città. Sul web le solite polemiche perché quella targa bianca col tuo nome spicca in alto su un muro sporco. Vedi Pino mio, non so se sia stato frutto di disorganizzazione o di una scelta ragionata, so solo che è andata meglio così. Pensa che pena, che ipocrisia ripulire soltanto il muro dove andava piazzata la tua targa e lasciare sporco tutto il resto. Sarebbe stato un atto di disonestà che non ti avrebbe reso giustizia. Come quei mille convegni che si organizzano sull’anticamorra, trasporti efficienti o recupero dei ragazzi dei quartieri poveri ai quali invitano per relatori proprio quelli che hanno creato o che sono corresponsabili di questi drammi della terra nostra.

No, Pino mio. Meglio un muro sporco, ma vero. Un muro con delle scritte che fanno sentire meno solo chi in una sera va a zonzo per i vicoli con i propri pensieri. Uno di quei muri dove è siglato l’amore tra i Gennaro e Concetta, Fabio e Maria, Gigi e Luisa. E allora tu cammini e sai che su quel muro ci sta amore. Uno di quei muri con quelle scritte gialle che di notte mettono allegria, risvegliano dal torpore, stimolano una fantasia. Uno di quei muri con una frase allegra lasciata in un momento in cui la felicità di altri arriva a te per mezzo di un pennarello o di uno spray spruzzato su un edificio. Uno di quei muri che non te ne fotte niente se sono sporchi o puliti, ma che senti tuoi, che ti senti a casa, che ti ricordano baci, ragazze, bevute, amici, che ti fanno innamorare dei ricordi e della tua città.

Napoli è pure questo, Pino mio. Tu che in queste strade ci sei cresciuto lo sai ancor meglio di noi. Che ipocrisia fare una ripulita veloce come le tante volte in cui vengono a Napoli alti personaggi delle istituzioni e si nasconde la merda sotto il tappeto. Come quando veniva Napolitano a Posillipo durante la crisi dei rifiuti e solo in quel quartiere non si vedeva un sacchetto di munnezza.
No, Pino, tu non sei e non sei stato qualcosa di estraneo a questa città. Non dobbiamo fingere con te, ci conosci da sempre. Siamo napoletani come te e tu questa città e quello che siamo lo hai raccontato in maniera profonda, lucida, irripetibile. Senza finzioni, senza cazzate, senza sfogliatelle e mandolini che pure sono parte della nostra anima.

E allora Pino mio, dico sia stata una fortuna quel muro sporco, quella via dove bisogna andarci di proposito per vederla, quella strada rinchiusa nel ventre della città perché tu sei figlio suo e che niente strapperà dal suo ricordo. Nemmeno la morte, Pino. E poi che senso aveva raccontare una bugia proprio a chi ormai è nel bel mezzo del mondo della verità. Meglio il tuo nome su un muro sporco, ma vero, verace. Invece che scrivere Pino Daniele “musicista” su un muro pulito di ipocrisia e poi lurido di finto manierismo che non appartiene a te, non appartiene a noi che ti ameremo per sempre. Ciao poeta mio. Tanto per quanto mi riguarda ci sono strade dell’anima che pure se non portano il tuo nome mi conducono sempre da te.

Cià guaglió.

Valentino Di Giacomo

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Zona Santa Chiara, un pomeriggio d’autunno. Cammino di fretta per i vicoli stretti, quei vicoli dove la luce non passa nemmeno a mezzogiorno, sotto file di panni stesi, in mezzo ai ragazzini che giocano a pallone nella piazza. Giro l’angolo che porta a Santa Maria La Nova, alzo lo sguardo, di colpo mi blocco.
E leggo ad alta voce: “Via Pino Daniele… Come sarebbe a dire via Pino Daniele? Che vò dicere? Chi è c’a vuluto fa ‘stu brutto scherzo?”
“Signò, vò dicere ca Pinuccio nuost’ nun ce sta cchiù…”
La voce alle mie spalle è del barista che sta sulla porta del locale proprio lì davanti.
“Ma allora è overo… Nun mo’ so’ sunnato. Io non ci avevo creduto, non ci avevo voluto credere.
Mi dicevo, sono le solite bufale, vedrai che uno di questi giorni lo vediamo in televisione e finisce tutta questa messa in scena. Sicuramente sarà stata un’idea della sua casa discografica. Ma come, cu’ tanta gente infame che ci sta, proprio Pino Daniele doveva morire? No, non è possibile! Ma faciteme ‘o piacere!
E poi mi ripetevo, la senti la sua musica? Sta sempre ovunque! Nelle case della gente, nei locali, nelle strade, come se non fosse successo niente, come se stesse sempre insieme a noi, ma ti pare che se era morto non ce ne accorgevamo? No, non è possibile, je nun ce credo.”
E invece quella targa di marmo che hanno messo in alto in un vicolo buio, stretto e anonimo, da oggi un nome ce l’ha, ed è il tuo.
E vederla è uno schiaffo in faccia, che ti fa scendere un lacrima in silenzio. E ti lascia senza parole.
Si poteva scegliere una delle piazze più belle e grandi di Napoli, piazza del Plebiscito per esempio, che tanto quasi nessuno sa che d’è stu Plebiscito, mentre tutti i napoletani sanno bene chi è Pino Daniele e sarebbero stati felici e orgogliosi della scelta.
Una piazza gigantesca, famosa, sempre sotto i riflettori, proprio come sei stato tu, e per tutti noi che abbiamo amato la tua musica sarebbe stata una scelta che ti rendeva onore come meritavi.
Ma forse, a pensarci bene, tu da lassù, sarai più contento che un vicolo sporco e grigio porta il tuo nome, per ricordare da dove sei partito, per non rinnegare che pure tu sei stato un lazzaro felice proprio come quegli scugnizzi che giocano nella piazza là vicino.
Per dire che Napoli è ancora oggi vicoli, miseria, degrado, disperazione, ma che proprio da quella sofferenza possono nascere grandi uomini, grandi artisti, capaci di trasformarla in musica, versi, energia, gioia di vivere.
Ha scritto un grande poeta, pure lui nato in una città di mare: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
E allora è più giusto ricordare non Pino Daniele la star internazionale, ma il figlio di Napoli che ha dato voce a chi non ce l’ha e che ha incarnato quella Napoli ribelle che non si arrende davanti alle difficoltà e che può farcela a realizzare il suo sogno di un futuro migliore.
Vuol dire che ci penseremo noi napoletani a trasformare via Pino Daniele in un vicolo di “mille culure”.
Statte buono guagliò!