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pesce

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

La frittura di pesce è una di quelle classiche cose che tu credi sia facile, che ci vuole a friggere il pesce? Poi quando provi a farla ti trovi la paranzella smosciata o che magari si stacca perchè l’hai fritta troppo, gli anellini di calamaro vengono tosti perchè li friggi poco, le impanature si staccano e l’olio puzza di bruciato dopo poco.
La frittura di pesce ha bisogno di un’ottima preparazione, ritmi altissimi, rapidà di esecuzione, tocco preciso e nessuna distrazione, fa parte di quel ramo della cucina napoletana frenetica, che sembra semplice ma in realtà è estremamente complessa.

L’opposto della frittura di pesce è il ragù: lo puoi preparare con più calma, devi scegliere bene gli ingredienti e soprattutto devi prenderti tutto il tempo che ti serve, la fretta uccide il ragù, lo trasforma in quella che De Filippo definiva carne cu ‘a pummarola, soffriggere il fondo preparare le carni scegliere il momento per inserire il pomodoro e soprattutto farlo pippiare e seguirne le ore di cottura sono una procedura lenta che necessità di grande pazienza e dedizione.

Nel calcio esistono partite frittura di pesce, ritmi elevatissimi, grande intensità e concetrazione alle stelle, è partite ragù, dove l’unico errore che puoi fare è perdere la pazienza. Palermo Napoli è stata chiaramente una partita ragù. Fra primo e secondo tempo molti tifosi hanno azzuppato la loro scorza di pane nella salsa e si sono lamentati che era sciapa, troppo liquida, nun sapev e nient’ ecc. ecc. Sarri e i ragazzi invece hanno continuato a seguire la cottura e da questo grande ragù sono uscite pure tre tracchiulelle che domani ci spuzzuliamo con piacere… alla faccia chiavica di chi pensa al passato (non di pomodoro).

Cattivi: i soliti piagnoni avranno molto da lamentarsi, si lamenteranno di Milic, magari senza far caso al movimento che ha lasciato solo Hamsik per il primo goal; si lamenteranno di Insigne, se lo fanno dei capelli hanno pure ragione, ma direi che l’assist per il secondo goal non era tanto male… Se c’è stato qualcosa di brutto stasera sono stati i soliti lamenti, ma oramai non ci faccio più caso.

Buoni: Marek Hamsik torna al goal e a una buona prova, sappiamo che il capitano non tradisce e oggi ha chiuso una splendida azione sbloccando il risultato. Zielenski ha un talento e un’energia devastanti, un vero cavallo di razza, l’azione per il terzo goal è impressionante. Migliore in campo? Un giocatore che in questo momento nel suo ruolo e fra i migliori al mondo, non riesco a pensare più di 3 o 4 squadre dove non sarebbe titolare o almeno in ballottaggio per una maglia: Callejon, non tanto per i due goal ma per la sua onnipresenza e le doti tattiche da vero fuoriclasse, se poi segna con questa frequenza… che vogliamo di più?

Paolo Sindaco Russo

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Foto Flikr di Jarrett Campbell

Birra in mano, concentrazione alle stelle guardando lo schermo che trasmette la partita, pronti ad ammirare ogni giocata, eventualmente a scomettere live, un occhio alla bolletta e l’altro al totoamici, e magari in alcuni casi anche a fare il tifo per la nazionale (a Napoli non è una cosa così scontata).

Che sia in un pub, in un bar o a casa di amici, durante gli Europei o i Mondiali, tante donne si scoprono tifose, o anche semplici appassionate e, pur non capendo un benemerito di cazzo di quello che vedono, commentano e insultano adeguandosi a quanto accade intorno a loro.

Puntualmente durante la partita una di queste tifose biennali ti pone la fatidica domanda: “Ma come funziona il fuorigioco?”
La reazione media è una bestemmia fra i denti, perchè sai che ci vorrà almeno un tempo a farglielo capire, ma poi la cortesia prevale e inizi a spiegarglielo.
Le spieghi cercando di essere quanto più chiaro possibile che è fuorigioco quando un giocatore si trova, al momento del passaggio oltre la linea dei difensori avversari, ossia non ha davanti a sé almeno due giocatori.
Se hai modo, ti aiuti con bicchieri e noccioline, cercando di illustrarlo al meglio. A quel punto quando ha capito la base, entri nel dettaglio, inizi a spiegare cos’è un fuorigioco di rientro, quando è ininfluente, perchè alcuni giocatori si disinteressano della palla etc. etc.

Sperando di essere ulteriormente esaustivo le inizi a spiegare che alcune squadre lo usano come tattica difensiva, per questo adesso le difese sono in linea e non c’è più il libero, e di conseguenza i portieri devono essere più bravi con i piedi e spesso sono dei veri e propri registi bassi. A tar proposito i più preparati partono con auna brillante digressione sulle scuole di portieri e su come in Italia non si punti molto sulla formazione specifica degli estremi difensori.

Quando vedi che lei sembra molto pronta e ha capito più o meno tutto puoi passare alla sovrapossizione del terzino e degli inserimenti delle mezzeali tesi proprio ad eludere il fuorigioco. Puoi portare anche esempi citando goal più o meno famosi, sicuramente lei ricorderà i movimenti senza palla di Bucchi o gli inserimenti di Rincon (ma solo dopo l’arrivo di Boskov).

Dopo aver perso almeno mezz’ora di vita lei ci mostrerà un sorriso di circostanza e tornerà a vedere la partita, magari a parlottare con qualche amica. Tu torni finalmente con gli occhi alla tv senza distrazioni a goderti il matchalla grande senza renderti conto ca si sul nu strunz!

Non è difficile capire che mediamente a una donna il fuorigioco interessa quanto a un uomo interessano le tecniche di applicazione dello smalto, e probabilmente, quando lo chiede, è solo un timido approccio per attaccare bottone... E purtroppo non lo dico io mi è stato appena rivelato da un’amica e tante amcihe in comune hanno confermato. Il fuorigioco è una scusa, come “Hai da accendere?“, e scoprendelo ho ripensato al tempo perso a cercare esempi chiari fra i goal di Aglietti, alle spiegazioni dettagliate date in stato di ebrezza, alla ricerca di lucidità davanti a una bolletta persa proprio per quel fuorigioco negato che dovevo spiegare… Per scoprire che era tutto inutile.

Quindi a questo punto, quando vi chiederanno “Come funziona il fuorigioco?” avete due vie:
1) Rispondere sommariamente e poi passare all’attacco con i migliori colpi da piacione del nostro repertorio
2) Rispondere “è difficile” e tornare a goderci la partita… le femmine possono attendere.

Adesso cercate di godervi l’europeo… e non solo dal punto di vista sportivo!

Paolo Sindaco Russo

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La diffusione di internet, e più specificamente, dei social-network, ha riacceso l’interesse per le lingue nelle masse di non specialisti, in particolare verso i suoi aspetti curiosi, o aneddotici.
Non poteva mancare il napoletano, lingua di un popolo che ha nel racconto e nella narrazione artistica un suo tratto distintivo.
Spesso, però, si corre il rischio di lasciare troppo spazio al fattariello curioso, senza approfondire gli aspetti tecnici, che danno statura scientifica alla nostra amata lingua. Lo scopo di questa rubrica è proprio questo, ricordarvi/ci che il napoletano è una delle tante lingue italiche e che va studiata, raccontata e indagata come prodotto della cultura neo-latina. Da studente, durante i primi anni, odiavo profondamente la linguistica, la ritenevo una cosa noiosa e ricca di terminologie incomprensibili. Per farmela piacere, ho iniziato ad applicarla alla realtà.
Se ci pensate bene, l’esercizio di una lingua è l’attività culturale che facciamo con maggiore frequenza, anche se siamo ignoranti.
Ogni volta che leggiamo, scriviamo o parliamo, mettiamo in moto un meccanismo millenario.
Torniamo al napoletano, chi di voi conosce l’espressione PESCE E PESCE?
In tempi in cui il nostro parlamento di affanna ad approvare un decreto di civiltà, l’espressione napoletana pesce e pesce racchiude in sé tutte le mille sfaccettature di una relazione omosessuale e non solo.
Fare pesce e pesce può avere infatti diversi significati:

1-Può essere indicato come relazione omosessuale tout court, incrociare e far strofinare due membri può essere un elemento base dei preliminari omosex.
2-Può indicare una relazione profonda tra due amici, una sorta di affinità elettiva, senza che ciò implichi la loro omosessualità. Chiara è la frase “facite sempre pesce e pesce tutt’e duje” riferita a due amici inseparabili.
3-Anche se raro, il detto è ascrivibile ad un rapporto di servilismo e piaggeria nei confronti di qualcuno: un superiore, un politico o in generale qualcuno dal quale vogliamo ottenere un favore o un “appoggio”. Tipico è il rimprovero “Eh bravo, stai sempre pesce e pesce c’o capo. Lecchino!”

Ma cosa è in linguistica pesce e pesce? Tecnicamente può essere una locuzione avverbiale (generata a sua volta da una metafora pesce=membro maschile), ovvero una frase fatta che ha la funzione di un avverbio. Volendoci sbilanciare, è ascrivibile al fenomeno della reduplicazione, ovvero la formazione di un nuovo significato con l’utilizzo di un solo sostantivo ripetuto, il quale preso singolarmente ha un senso del tutto diverso. Per capirci: pesce da solo ha significato erotico-ittico, pesce e pesce amicale-amoroso. In napoletano, a differenza dell’italiano, la reduplicazione è molto prolifica, altri esempi più noti: tann’ (allora, all’epoca) tann’ tann’ (in quel preciso momento, vico (vico, vicolo) vico- vico (dappertutto, ovunque).

Ricordate, il napoletano è una scienza.

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Se all’Università ho imparato qualcosa, oltre ai mille modi per arrivarci da pendolare, è una: L’Italiano è la lingua meno parlata d’Italia. Questo che può sembrarvi un paradosso, è in realtà una “piacevole” verità.

Nella forma parlata nessun italiano parla in maniera corretta al 100%. Nonostante i nostri sforzi, (o come dicono in gergo linguistico: sorvegliare) ci sarà sempre qualcosa di leggermente inesatto, sia solo la pronuncia o l’intonazione. Questo accade no per nostra ignoranza, ma perchè l’Italiano non esiste, è una lingua nata a tavolino. Ne consegue, quindi, che in ogni parte d’Italia, sempre nella forma parlata, esistono tanti italiani quanti sono i Comuni. Per ragioni di comodità e pigrizia accademica, i linguisti chiamano queste parlate locali, Italiani Regionali. Ovviamente anche noi napoletani abbiamo il nostro, queste sono le 10 espressioni “scorrette”, “sbagliate”, che usiamo noi napoletani a tutti (meglio dire quasi tutti, c’ avessema piglià collera…)i livelli di istruzione ceto, sesso, razza e orientamento religioso e politico, quando parliamo in maniera informale l’italiano.

1) Mantieni.

Partiamo subito con un pezzo forte. Mantieni, nel significato napoletano di “prendi in mano” è un’espressione che se scritta in un tema d’italiano a scuola risulterebbe errore. Che ingiustizia vero? Mantieni, infatti, deriva chiaramente dal verbo mantenere che in italiano standard (definizione scientifica dell’italiano corretto) significa: Tenere una cosa in modo che duri a lungo, rimanga in essere e in efficienza; Far rimanere qualche cosa in una determinata condizione . Secondo me, invece, andrebbe esportata e imposta come corretta. Mantieni è un’opera di sintesi magnifica, ermetica e pratica allo stesso tempo, come una carezza dopo una lite, come un sorriso tra due innamorati, come un rutto a fine pasto, ma niente da fare, è “errore”. Ma la nostra vendetta si consuma nel punto 2.

2) Tieni in mano.

Come glielo spieghiamo allo “straniero” che mantieni significa per noi reggere in mano, e che tien’ mman significa: aspetta, si cauto, tergiversa etc…? E’ difficile, e personalemente mi sono trovato spesso a fare quasto tipo di spiegazioni. Anche qui, ovviamente, si tratta di “errore”. Tieni in mano è diversa da mantieni in mano (su questa espessione altri libri si potrebbero scrivere…). Tieni in mano, è uno stato mentale, una categoria dello Spirito (non quello rosa per le siringhe). E’ l’ arte dell’attesa, è il contropiede di Mazzarri in campo aperto, è un modo di stare al mondo. Per noi napoletani abiutuati al Caos e alla velocità della metropoli, il tenere il mano è una pratica Zen. In fondo poi “l’attesa del piacereuna non essa stessa il piacere?”

3) Iero ho visto A lui.

Questo qui è l’errore più comune e più inconsapevole che un napoletano fa sistemanticamente. Tale tipo di espressione è oggetto di studi ed è comune a molte parlate meridionali, si chiama “Accusativo preposizionale”. Non ve la faccio più lunga di quanto non lo sia, è semplice: Io (soggetto) ho visto (predicato verbale) Antonio (complemento). La preposizione A nun ce vo’, perchè è complemento oggetto! Chiaro?

Bene, tuttavia in questo tipo di “errore sistematico” siamo in ottima compagnia. In spagnolo la A ci vuole è necessaria per questo tipo di frasi. Non è che gli spagnoli sono più ignoranti degli italiani, è che parlano due lingue diverse e hanno fatto nei secoli “scelte grammaticali” diverse. Anche napoletato e italiano sono due lingue diverse, basta ricordarselo…

4) Ehhhh.

Dicono che noi napoletani siamo prolissi, logorroici e chiacchieroni. Dicono. Esiste una parola, anzi una sola lettera per esprimere: consenso, approvazione, condivisione, rispetto, obbedienza a “pugni in tasca” etc questa parola è: E. Risulta difficile da scrivere perchè in base all’intensità la durata può significare “si, certo come no”, “si è vero, hai proprio ragione” “si capo ora vado, vafamoccacchitemmuort”.

Una lettera vale più di una frase che vale mille parole.

5) Sopra allo studio.

Una volta ho detto ad un collega di lavoro non napoletano: “Ieri sono andato sopra allo studio del mio avvocato a sistemare delle cose”. Ovviamente il mio collega ha pensato: o che facessi l’antennista, o che gli stavo riparando il tetto. “Sopra a” è anch’essa un’ espressione irrinunciabilie per chi voglia comprendere e parlare l’italiano regionale campano. Perchè per noi dire sono presso lo studio del mio avvocato è troppo formale, troppo borghese, noi puntiamo in alto, noi andiamo sopra, pure se l’avvocato ha affittato lo studio in uno scantinato, noi puntiamo al cielo.

6) Levare Mano.

O’ napulitan “Uè Antò, a che ora levi, mano?” O’ milanese: “Ma che cazzo dici?”. Potrebbe essere un tipico equivoco tra partenopeo e un parte-italiano. Levare mano è un modo di dire classico di esprimere il termine della nostra attività lavorativa. Ma non l’unico, cosìcome in eschimese ci sono 10 modi per dire neve, in base alla forma colore e consistenza, in napoletano ci sono tanti modi per dire che finiamo di lavorare, ne cito solo 3: Levare mano, Arricettare i fierri, e il mio preferito, sciacquare le cardarelle. Ma levare mano non significa solo questo. “L’ omm’ che pò fa a meno e tutte cose nun tene paura e niente”, diceva il saggio. Levare mano, è anche un modo non banale per dire “ho rinunciato a qualcosa”. Dire levare non è una resa, ma una consapevole riuncia. Se quando provate ad insegnare calcio a gente come Britos, ma non ci riuscite, non è colpa vostra, è semplicemente inutile, occerre solo levare mano.

7) Vicino a lui

Si sa, siamo un popolo caloroso, accogliente, effusivo. A noi non basta parlare con qualcuno, dire qualcosa a qualcuno, noi la cosa la diciamo vicino a lui. Non importa se siamo seduti accanto o al lato opposto di una stanza, se ci teniamo per mano o parliamo via Skype, le cose un napoletano vero le dice sempre vicino a te…

8) E’ un pesce.

Siamo nel campo della mitologia, non scomodiamo gli dei…

9) Non la telefono.

“Basta, è ‘na cessa, non la telefono più!”. E’ una frase sconsolata e dulusa che ho sentito spesso. Mi sono sempre chiesto come si può telefonare qualcuno? Cioè io posso guardare, toccare, osservare, stringere, chiamare una ragazza, ma telefonare. A parte gli scherzi, non è che noi napoletani ignoriamo i verbi transitivi e intransitivi, nuje ce ne passamm po’ o’ cazzo. I pronomi personali in italiano sono tanti, si dividono in soggetto, complemento etc. Noi abbiamo a, e, o e dobbiamo fare “pasqua, capodanno e ferragosto”, ci devono bastare e li mettiamo dove ci pare, aggiate pacienza.

10) Lui

Dieci è Lui, ormai lo sapete, diteci voi la “decima”.

Gennaro Prezioso.

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Nonno posso alzarmi da tavola?

Si concludeva così il pranzo della Domenica, chiedendo al capofamiglia il permesso di alzarmi da tavola, di solito dopo i dolci o la frutta e prima del caffè che comunque non prendevo. Ma fino a quel momento a tavola dovevamo rimanerci perché era il pranzo della domenica, il momento in cui la famiglia si riuniva, magari con l’aggiunta di qualche amico e si stava tutti insieme, con la televisione spenta e col telefono fuori posto (di cellullari manco a parlarne) e l’intrattenimento erano le chiacchiere. Ci si raccontava la settimana e soprattutto si mangiavano quelle cose che SOLO la domenica o alle feste comandate arrivavano a tavola. Il ragù, la genovese, la pasta al forno,l’arrosto morto, l’arista di maiale, il pesce, i frutti di mare e poi le paste. La domenica era il giorno in cui c’era il dolce, quando faceva caldo il gelato, altrimenti si vedevano solo ai compleanni e agli onomastici.

Ho sempre amato questo rito, mia nonna che già il venerdì aveva deciso cosa preparare, il sabato faceva la spesa pronta a modificare il programma in base a quello che si trovava in base a quello che trovava al mercato, la preparazione che iniziava il sabato e si concludeva la domenica poco prima di andare a tavola.

Il sabato i miei nonni ci regalavano sempre un magnifico siparietto che noi nipoti facemmo di tutto per non perdere:  quando mio nonno andava a fare la spesa al suo ritorno mia nonna puntualmente lo cazziava – Peppì è fatt’ n’atu guaio! – Non le andava mai bene niente, le cipolle se le aveva prese bianche servivano quelle rosse, la carne era stopposa, la verdura non era fresca… Ma poi chissà come maia tavola era tutto squisito.

A tavola il silenzio tecnologico veniva rotto solo dalla Radio a inizio partita, ma Antonio Fontana era uno di famiglia, poi ovviamente se eravamo allo stadio (cosa che poteva accadere anche 17 volte l’anno, il secondo veniva portato allo stadio sottoforma di marenna all’interno del panino, e il primo veniva mangiato arruscato in padella la sera… ma questa è un’altra storia.

Col tempo le cose sono un po’ cambiate, il pranzo domenicale si è ridimensionato, dolci e pastarelle si vedono in giro per casa anche nei feriali e ho preso l’abitudine di congelare le vaschette di ragù in modo da mangiarlo anche durante la settimana… Insomma il pranzo della domenica non è più quella bella riunione familiare che vedeva almeno una decina di partecipanti.

Ho un bambino di 3 anni cui sto insegnando a chiedere “Posso alzarmi da tavola” quando ha finito di mangiare, non so se è per scaricare su di lui questa forma di tortura che subivo o semplicemente voglio che impari l’importanza del “momento di tavola”.

Da oggi partirà una rubrica dedicata al “pranzo della domenica” intervisteremo persone comuni e personaggi famosi che ci racconteranno un po’ il loro pranzo della domenica, alla fine verrà sempre richiesta una ricetta per ispirare i nostri cari vecchi pranzi della domenica.

La prima ricetta è un omaggio a mia madre che, a differenza di sua madre (la nonna di cui sopra), non è un gran cuoca ma sulle frittate non la batte nessuno. Cottura interna perfetta compattezza invidiabile anche con la pasta lunga, croccante fuori e morbida dentro, provo a svelarvi i segreti del piatto tipico del lunedì (con la pasta avanzata).

Frittata di pasta avanzata

Ingredienti: pasta avanzata, un uovo per ogni 100 grammi di pasta circa, parmigiano grattugiato (quanto volete), sale (quanto basta), olio.

Sbattete bene le uova fino ad ottenere un liquido unico, senza grumi e senza macchie di albume non sciolto. Aggiungete un pizzico di sale e la pasta, se la pasta è lunga tagliatela un po’, renderà più pratico tagliare le fette e mangiarla. Mescolate bene e aggiungete il formaggio grattugiato poco alla volta mentre mescolate.

Fate scaldare la padella con un filo d’olio, a me la frittata piace alta, per cui uso padelle un po’ più piccole del necessario, ma è un fatto di gusto personale. Quando l’olio è caldo (potete verificare facendo cadere una goccia d’uovo sbattuto e vedere se cuoce subito), versate tutto il preparato nella padella.
Dopo la “botta” iniziale tenete la fiamma al minimo e coprite la padella con un coperchio, spostate la padella sul fornello in modo che ogni punto della padella sia a contatto con la fiamma viva per qualche minuto.

Quando la frittata inizia a formarsi e sentite che comincia ad essere un blocco unico giratela con l’aiuto di un piatto. Guardare la cottura del lato che prima era sotto vi aiuterà a capire i tempi per il lato che adesso sta a contatto con la fiamma, nel frattempo schiacciate la frittata con un mestolo e sentite se “frigge”, in tal caso vuol dire che c’è ancora dell’uovo crudo all’interno e deve cuocere un altro po’. Ultimata la cottura interna rifinite l’arruscatura a piacimento alzando la fiamma (bastano pochi secondi), fatte le fette, arrotolatele nella carta d’argento e portatele a lavoro, a scuola o dove vi pare e buon appetito!

Paolo Sindaco Russo

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