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Se chiedete a un bambino la legge di Lavoisier probabilmente non saprà rispondervi, così come probabilmente non saprebbero rispondere molti adulti, eppure i bambini la conoscono bene. I bambini lo sanno che nulla si crea e che nulla si distrugge ma che tutto si trasforma. I bambini non sanno come sono nati, ai bambini sembra strano essere stati nella pancia della mamma e anche se si convincono che è così, continuano a chiedersi prima dove erano, l’idea della non esistenza non la possono capire e forse hanno ragione, perchè siamo noi grandi ad esistere la non esistenza.

Ora provate a spiegargli la morte.
Provate a dirgli che qualcuno non c’è più.

Potete dirgli che è in cielo, potete dirgli che è partito, potete dirgli che ora vive nel suo cuoricino ma no, non potrete dirgli che non c’è più.

Non importa quanti anni hai, la prima volta che hai a che fare con la morte sei sempre un bambino, pensare che qualcuno non c’è più non è facile, capirlo non è umanamente accettabile, soprattutto se a quel qualcuno vuoi molto bene.

Del primo lutto vissuto in famiglia, in casa mia, ricordo tutto, i pianti, gli abbracci gli amici e i parenti che si facevano forza e ricordavano, e poi una cosa che mi incuriosì, non capivo, mi faceva quasi sorridere: i vicini di casa e persone del palazzo con cui non avevamo particolari rapporti, arrivavano tutte con qualcosa da mangiare, in particolar modo brodo, tante pentole di brodo, profumato, pieno di carne e di sapore, un piacevole odore di brodo che riempiva la casa, arrivarono altre cose, cioccolata calda, caffè a non finire, anche i cornetti, ma quelle pentole di brodo catturarono la mia intenzione.

Un po’ stralunato chiesi ai più grandi perchè la signora del terzo piano, che al massimo salutavamo incontrandoci per le scale ci avesse portato il brodo, potevo capire i vicini di pianerottolo, praticamente vivevamo insieme, ma proprio non capivo perchè delle persone che a stento conoscevamo si fossero prese la briga di cucinare per noi.

La risposta di tutti era in una parola: ‘o consuolo.

La parola mi incuriosiva ancora di più, era strana ma aveva un bel suono e comunque era chiara, un atto consolatorio, ma ancora qualcosa non mi quadrava: il brodo, perchè?
Consolarsi, quando è legato al cibo, è utilizzato per qualcosa di straordinariamente buono, e allora perchè il brodo, che per carità, amo  amavo tantissimo anche da bambino ma non ha quell’appeal da farti esclamare “M’aggio cunzulat’!” a fine pasto.

Certe risposte te le può dare solo l’esperienza e così furono i miei zii a spiegarmi l’importanza, l’utilità, la versatilità e soprattutto la praticità del brodo di carne: tanto per iniziare se non hai fame puoi sempre berlo ed è nutriente, a pranzo puoi mangiarlo con un po’ di pastina e a cena puoi mangiare la carne.

Insomma il consuolo non è una cosa fatta tanto per far vedere e neanche un segno di affetto o riconoscenza, il consuolo é solidarietà pura, fatta con rispetto e intelligenza, so che sei in difficoltà, so di cosa hai bisogno e ci penso io perchè posso farlo. Il consuolo dovrebbe essere inserito fra i parametri di misurazione della qualità della vita, perchè è indice di quanto, nel bene o nel male a Napoli non sei mai solo.

Per questo non mi sorprende che da Napoli i camion con gli aiuto per i terremotati siano partiti subito e in quantità smodate, non mi sorprende che anche dopo che la Protezione Civile avesse detto che non servivano altri aiuti, da Napoli abbiamo cercato in ogni modo di metterci in contatto con gente del posto per capire cos’altro potesse servire e continuare a mandare aiuti mirati.

Non l’abbiamo fatto perchè ci siamo passati 35 anni fa, non l’abbiamo fatto perchè sappiamo che un giorno potrebbe toccare e non l’abbiamo fatto pe fa verè, l’abbiamo fatto perchè sapevamo che un nostro vicino aveva bisogno e anche se non lo conoscevamo sapevamo di poterlo aiutare e l’abbiamo fatto nel modo più pratico e funzionale possibile.

Paolo Sindaco Russo

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Si sa, la passione per il Napoli non ha confini. Si dice che i napoletani siano ovunque e in effetti non pensiamo esista un luogo del globo terracqueo dove non sventoli la bandiera della napoletanità.

La storia che vi raccontiamo oggi però è diversa, non è solo una passione calcistica, un mero passatempo tra il lavoro e gli impegni familiari, qui lo sport, il calcio e il Napoli, sono uno strumento sociale speciale.

Abbiamo intervistato Tullio, napoletano D.O.C. e tifoso del Napoli (le due cose per noi sono sinonimi) che a Sabana Perdida, un sobborgo degradato e violento a nord di Santodomingo. Una specie di favela, o callejon come dicono in Sud America.

Qui trovate la loro pagina facebook.

Raccontaci un po’, come è nata l’idea di formare un Napoli Club proprio lì?

La cosa è nata da un motivo molto semplice, mi ero stufato di vedere le partite da solo.

E poi?

E poi ho pensato: i bimbi sono il futuro, adesso provo a trasmettergli una passione, vediamo se atticchisce.

Sembra di si.

Si, si ora sono appassionatissimi. Sabana Perdida è un barrio, una zona povera. La mia è una maniera per dare loro qualcosa trasferendo un’emozione. Adesso sono loro a chiedermi del Napoli e non io a dirlo.

Dalle foto su Facebook vedo che ci sono anche degli adulti, sono pure loro tifosi?

Si, Certamente! Anche se la maggioranza sono bambini.

Come hai fatto a coinvolgerli così tanto?

All’ inizio ogni partita del Napoli era pizza per tutto il quartiere.

Pizza?

Si. Ogni vittoria del Napoli pizza gratis per tutti.

Caspita, ci stai rimettendo allora.

Ora no, solo all’inizio. Pensa che alla vittoria della Coppa Italia c’è stata una festa in tutto il barrio, indescivibile.

Ora sono i protagonisti del Club?

Si, ora si. Dovresti vedere, ora conoscono tutti i giocatori, capiscono i movimenti.  Il calcio qui non esiste per niente. Da poco il Barcellona ha fondato una scuola calcio, ma resta a Santodomingo uno sport per ricchi.

Io attraverso il Napoli provo ad educarli ad un valore. Il Napoli è uno spazio che li porta via anche per 90 minuti alla settimana da una realtà che viverla fa male. Bisogna che capiscano che con l’impegno e il sacrificio si può andare avanti. La vita non può essere solo droga o salari da fame o darsi ad un turista. Lo sport ti fa capire questo.

Complimenti, sei davvero ammirevole.

Diciamo che ho insegnato loro che il Napoli è il riscatto, simile al loro e che le altre, la Juve in primis sono come i loro politici: ladri e corrotti.

Ha funzionato vedo.

Si si. Pensa che il mio socio era juventino. Oggi è un figlio del Vesuvio con tanto di sciarpa e biglietto in Curva B per Napoli Torino. Non lo facevamo entrare in casa.

Grande Tullio, hai tutta la nostra ammirazione e rispetto. Ci vediamo presto, magari via Skype.

Si, certo! Spero di farveli conoscere presto, sono davvero incredibili, tutti agghindati con le maglie e i gadget che gli porta quanto torno a Napoli.

Uno spettacolo!

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Ormai la scatola nera dell’essere (o’ televisor) ci propina ogni giorno, oltre ad una serie di programmi mostruosi, che sinceramente Boris Rosing si sta rivoltando nella tomba ed ogni tanto si chiede «ma nun me putev fa e fatt mì», anche il sempre più comune fenomeno dei talent show per bambini. Ma talent di alto livello, eh, che a differenza lo Zecchino d’oro è come fare il karaoke sotto casa.

Questo fenomeno però mi riporta a un pensiero, quello della fama dei bimbi neomelodici: ebbene si, anche nel magico mondo new melodic esistono i talent per piccoli Alessio e Raffaello del futuro. Anche se tutto ciò non è esattamente nuovo, perché le piccole star nel mondo partenopeo sono da anni una presenza costante, e penso che i vostri genitori lo sapranno bene, ricordando sceneggiate in cui Sal Da Vinci muoveva i primi passi da cantante insieme al suo papà.

Oggi però tutto ciò assume una prospettiva più ampia: tra i primi che io ricordi c’è Fortuna, la quale oggi, già un po’ più cresciutella, canta canzoni su fidanzamenti inneggiando all’entrata in casa con «dillo a mammà», e si, perché si sa quando si na muccusella mammà addà semp sapè cu chi ta faje. Ricordo un Pino Giordano che ai tempi lanciò anche una delle mode più cuozze del momento, la piega dei pantaloni ‘stile Capri’, e all’epoca vedevi questa marea di ragazzi che ti facevano pensare che si chiamavano così perché o mare e Capri era arrivato a casa e steven allagati. Comunque Pino, all’epoca già quindicenne quindi età proprio limite da talent bimbi, cantava con una piccola Mary Marino «allora mi vuoi, allora mi penZi»….Cose da chiedersi «ma solo io a quella età pensavo e bambulell»!

La stessa Mary Marino la ricordo però perché aveva partecipato a suo tempo a un talent e devo dire che non era manco niente male, alla ribalta del neomelodico però c’è il suo più grande successo, «ciao papà», e questa canzone mi fa pensare sempre a un giovane Franco Ricciardi: chissà che la sua strada non sia piena di successi come quella del grande Franco. Per tornare però a cose più goderecce, vado ai miei primi posti in classifica di bimbi neomelodici: al terzo posto c’è il piccolo Lucio su cui non mi dilungherò molto perché sarà protagonista esclusivo del mio prossimo pezzo, e lui ha come agenti la sua mamma e il suo papà che con grande accuratezza lo seguono nella sua scalata al successo, anche con ospitate da Diprè.

Al secondo posto ci sono i giovanissimi Luca Sarracino ft Elvira Visone con “mi hai rotto il cuore” (cioè guagliù sul a me me rumpevn i giocattoli), nuovo pezzo che sta viralizzando la rete, la giovane Elvira quando lui bussa vuole i fiori e anche la torta: eh, sarà anche giovane, ma ha già capito che agli uomini si deve mettere la mutanda in testa. Ma Luca non ci sta e risponde : perché mi hai rotto il cuore, pover a me, la fine di un bicchiere me fatt fà. Povero Luca, la mutanda o steva accirenn e pensier! Ragazzi al primo posto però dei baby neomelodici per me c’è lui : Matteo! Matteo, tu sì che ormai sei la star del web, ci hai conquistati tutti e non per la tua voce, ma perché facendo il baby neomelodico niente di meno ti sei pagato la festa di compleanno e ci hai invitato pure tutti. Grande Mattè, tu si che sai campare. Eppure alla fine proprio prendendo spunto dall’ultimo bimbo neomelodico ma non è che ci converrebbe far fare i cantanti ai nostri figli?

Pensateci! Diventeremmo tutti grandi “managgiament” dei nostri figli, e poi vulimme mettere ca a festa ‘e compleann sa pavano loro suli!

Anna Savino