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Imprevisto estivo, via Caracciolo, 1995 - -® Gianfranco Irlanda
Foto di Gianfranco Irlanda

Sembra un motivetto semplice, uno di quelli che si canta dalle ultime file dell’autobus quando vai in gita con la parrocchia, un coro folkloristico, ma per me è sempre stato un punto di partenza quando mi sono trovato a riflettere su cosa volesse realmente dire essere Napoletano. Da ragazzo a volte mi sembrava quasi una condanna:
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!

Ma sì, dimentichiamoci tutto, cancelliamo i problemi senza risolverli, facciamo finta che non esistano almeno finché non ci coinvolgono direttamente. Tanto abbiamo il sole, tanto abbiamo il mare!

Così progettavo la mia vita per andarmene all’estero, borse di studio, piccoli lavori, appena avevo soldi da parte me ne andavo per quanto più tempo possibile, a Lisbona principalmente. Perché troppo lontano dal mare proprio non ci so stare.
Quando però mi sono trovato a dover scegliere dove fermarmi, dove decidere di passare la mia vita e magari mettere su famiglia mi sono trovato ad escludere città come Madrid e Berlino per il motivo di cui sopra: non hanno il mare. Sono tornato qui e qui è nata la mia famiglia.

Ho iniziato a prendermi per il culo da solo: ma allora è vero che Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare? Erano gli anni della grande emergenza rifiuti, poco dopo la faida di Scampia, Napoli era le peggiore che avessi mai visto eppure ero qua, mi ero trovato un lavoro e avevo preso casa in una città in condizioni a dir poco vergognose. Cercavo di impegnarmi allora, fra mille attività, movimenti, proposte per la città, eravamo (e siamo) in tanti con voglia di fare tanto per questa città.

Napoli è migliorata, è cresciuta tantissimo, è sempre più bella, sia per merito di chi la gestisce sia dei cittadini che hanno in un modo o nell’altro sviluppato in senso positivo l’orgoglio identitario. Oggi le sue bellezze sono apprezzate da tutti, sono gestite e valorizzate come meritano e i turisti la premiano costantemente.

Ma contemporaneamente c’è una parte di Napoli che rimane ferma, immobile su stessa, anzi, a volte sembra proprio voler peggiorare.

In questi giorni il Telegraph incoronava Napoli come città più bella d’Italia, in questi giorni sono stati sparati 25 colpi di Kalashnikov contro un commissariato, ieri sono sono state uccide due persone e ferite tre in una sparatoria. Può essere la stessa città, si può vivere in un simile paradosso?

Ed ecco che, tanto per cambiare, Napoli si spacca in due. Da una parte chi difende la città bellissima e piena di turisti. Chi non smette di dire che Napoli è meravigliosa, di elencare i servizi per i cittadini. Di tessere le lodi di musei, monumenti, di esaltarne la storia. Sempre pronto a ribattere che la criminalità c’è ovunque, Mica si spara solo a Napoli? Le classifiche sulla qualità della vita non tengono conto del sole e del mare! Chi parla solo dei mali di Napoli lo fa per interesse personale, non vuole il bene della città. Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Dire che Napoli sia come altre città Europee è incredibilmente falso, dire che si spara un po’ ovunque come a Napoli mi sembra a dir poco forzato. A Napoli il quotidiano non si vive male, ma neanche particolarmente bene. Non è normale che chi si muove dalla periferia non abbia un orario dei mezzi pubblici o spesso addirittura i mezzi stessi, non è normale che chi spinge un passeggino debba fare slalom fra buche, marciapiedi dissestati e inciviltà e menefreghismo di chi parcheggia ovunque… e si potrebbe continuare per ore.

Dall’altro lato c’è chi dice che a Napoli non è cambiato nulla, che tutto quanto è stato fatto sono solo operazioni di facciata, che la nostra città è totalmente invivibile e che i turisti che vengono poi scappano per non tornare più. Parlano di una Napoli da terzo mondo e che il sole, il mare, Higuain e quant’altro sono solo una scusa.  Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Napoli si sta valorizzando come non mai, forse solo durante il G7 del ’94 è stata tirata così a lucido, la stampa internazionale la sta spingendo al massimo e si sta dando una dimensione moderna e internazionale al turismo. Alcuni servizi sono migliorati e nella maggior parte dei cittadini sta nascendo la consapevolezza di essere responsabili del destino della propria città.

Chi ha ragione allora? Tutti!

Tutti perché la ragione si dà agli sciocchi, e a Napoli un po’ lo siamo tutti.
Complice la campagna elettorale, oggi stiamo tutti a puntare il dito fra di noi più per lo sfizio di avere ragione che per il bene della città, più per una partigianeria estrema che per costruire qualcosa.

Ogni giorno porto mio figlio a scuola, facciamo una breve passeggiata in un quartiere tutto sommato tranquillo, pochi passi però che ti fanno notare come la noncuranza e l’abbandono stiano rovinando questa città.
Dalla finestra della sua classe si vede il mare, una piccola spiaggia che ospita le barchette durante l’inverno. Si vede Nisida, si vede Miseno, si vede Capri. Ogni mattina io e lui non rinunciamo a un’affacciata di finestra e a quel piccolo momento di serenità per incominciare la giornata.

Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Forse, o forse è giusto che quel panorama, quell’angolo di paradiso, quella meraviglia sia in una scuola. Perché dopo quell’attimo di serenità ripenso alle parole di Peppino impastato:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

E i fondo è quello che vorrei che impari mio figlio, e gli altri bambini di quella scuola, vorrei che capissero che estetica ed etica viaggiano di pari passo, vorrei che educandoli al bello possano rendere Napoli migliore.

Perché a Napoli se vogliamo il buono dobbiamo necessariamente agire sul bello e ricominciare da lì. Bello e buono, bello è buono.

E allora una volta e per tutte… Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Diciamo che non basta, ma che sicuramente è un buon inizio.

Paolo Sindaco Russo

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In questi giorni la rete si è svegliata con la paura di non poter più condividere foto a causa di una vera o presunta proposta di legge europea di armonizzazione del diritto di autore riguardante quella che si definisce “libertà di paesaggio”; secondo i pessimisti si tratta di un tentativo, l’ennesimo, di dare una stretta alla libertà di espressione tramite vincoli che implicherebbero l’autorizzazione dei detentori del diritto di autore nel momento in cui si volesse pubblicare la foto di un edificio o di un manufatto, anche visibile da luoghi pubblici (parte del paesaggio, appunto…), nel momento in cui ci fosse anche la remota possibilità di un utilizzo commerciale (come ad esempio implicato dalla pubblicazione di immagini su facebook).

In realtà sembra che le cose non stiano esattamente in questi termini, ma non voglio entrare nel merito degli aspetti burocratico-legislativi della faccenda, vorrei piuttosto fare una riflessione da fotografo.

Per anni una delle mie principali attività come professionista è stata proprio quella di fotografare edifici e ambienti costruiti, sia per privati che per istituzioni come università. Mi sono trovato a fotografare chiese e beni ecclesiastici, edifici storici, centri commerciali, palazzi più o meno recenti, rovine romane, cimiteri e persino linee costiere, da terra, dal mare e dall’aria.

La maggior parte delle volte avevo l’autorizzazione (quasi sempre in forma scritta), ma la cosa paradossale è che questo non mi salvava da divieti, impedimenti, persino ripicche da parte di chi doveva, di volta in volta, “salvaguardare” il bene, a volte impedendomi fisicamente di scattare foto.

Nonostante ciò riuscivo quasi sempre a fotografare quello che serviva, ma si è giunti a volte a situazioni estreme tipo custodi che mi seguivano e controllavano a vista, dicendo “sì, è vero, avete l’autorizzazione della soprintendenza, ma non potete fotografare dentro le case” (scavi di Ercolano, 1997; il giorno prima senza cavalletto fotografavo tutto quello che volevo dentro e fuori…), oppure che addirittura mi si impedisse di scattare foto alle mie foto esposte (stanze di Palazzo Reale di Napoli, dicembre 1998). A volte erano i parroci ad essere restii, nel momento in cui si procedeva con le schedature per la soprintendenza (e questo ci fa capire come mai tanto spesso i ladri hanno vita facile, nel momento in cui rubano statue, busti e quadri dalle chiese, quando questi non sono mai stati documentati e schedati…)
Posso capire i casi dei centri commerciali, anche per questioni di sicurezza, ma se tante volte avessi voluto ottenere la foto senza autorizzazione sarebbe stato persino più facile, bastava attraversare la strada e non dare troppo nell’occhio… certo un “pesce piccolo” ha meno mezzi e possibilità di mettersi a fare la rassegna stampa di tutto quanto viene pubblicato al mondo per sapere se la foto di un suo manufatto è stata pubblicata senza autorizzazione, mentre magari una grande firma di architetti americana ha più mezzi e più capacità economica di cercare e perseguire i “trasgressori” (basta farsi un giro su youtube per vedere cosa resiste, come certi film completi, e cosa invece viene sistematicamente eliminato – vedi i prodotti Disney o Lucasfilm – per farsi un’idea di cosa significhi avere un enorme potere economico per far valere i propri diritti…), nonostante alla fin fine la circolazione delle immagini in rete è un mezzo per farsi tanta pubblicità in maniera indiretta.

Insomma, sono seccature sia che si abbia l’autorizzazione sia che questa manchi…

Vorrei però per un attimo ribaltare la situazione.
Quella che si chiama “libertà di panorama” è una libertà zoppa. Stiamo ragionando sulla possibilità di fotografare un luogo in cui è presente un manufatto coperto da diritto d’autore, ma nessuno si sta chiedendo se chi sta fotografando vuole davvero inserirlo nell’inquadratura oppure piuttosto non lo prende come un “male necessario” perché semplicemente non ha alcuna alternativa.
A me nessuno viene a chiedere se il panorama libero, un paesaggio incontaminato, possa essere deturpato dalla presenza di un edificio, di una fabbrica, di un grattacielo scintillante, che sia di autore noto o meno. In teoria ci sono vincoli paesaggistici, ma fin troppo spesso se un’opera è considerata di pubblica utilità, oppure è fortemente voluta da un’istituzione o amministrazione pubblica, allora il paesaggio diventa un elemento sacrificabile.

Negli anni ’60 Pasolini girò una serie di documentari, uno di questi mi è rimasto incredibilmente impresso. Erano gli anni dei primi ecomostri, uno di questi era un edificio, un triste palazzo residenziale che deturpa il panorama di Orte, molto ben visibile da chi percorre quella che una volta si chiamava l’Autostrada del Sole, la A1, allora ancora Milano-Roma. L’edificio è ancora lì, certo mi consola che spesso questi mostri vengono abbattuti, ma tante volte resistono imperituri peggio di monumenti ai caduti di guerre perfettamente inutili.

Troppe volte ho vissuto questa sensazione di sfregio, invasione, violenza nei confronti della bellezza, l’equivalente visivo di una radiolina che gracchia note odiose due ombrelloni più in là, quando il rumore di fondo è un piacevole suono di risacca, o di un motociclista che sfreccia rombando in una stradina montana maestosamente silenziosa.

Quasi ti immagini che, come al passaggio del motociclista gli animali scappino nel sottobosco per cercare luoghi più tranquilli, la fauna e la flora si ritraggano di fronte all’invasione delle architetture firmate, e persino i piccioni evitino il “bosco verticale” di Porta Garibaldi, tanto per dirne una…

Gli amici architetti magari avranno da ridire in questo senso, ovviamente si fanno studi sull’impatto ambientale e paesaggistico quando si progetta un nuovo edificio (a New York ma immagino anche in tante altre metropoli c’è la famigerata “tassa sull’ombra”, un contentino per quelli che vivono nelle zone in cui il sole non arriverà più a causa dell’ombra proiettata da edifici più alti), ma ciò non toglie che troppo spesso si dà importanza, “valore”, ai diritti del singolo in quanto autore dimenticandosi del diritto di una collettività, soprattutto il diritto a conservare gli aspetti simbolici e identitari dei propri luoghi di appartenenza.

Gli esempi in questo senso sarebbero molteplici, ma come al solito vado alla mia personale banca dati, la mia esperienza, per dirne un paio. Per tanti anni sono andato a passare le vacanze nel parco nazionale d’Abruzzo, passando per una strada che comprendeva un perverso incrocio che si mangiava minuti preziosi proprio al centro del comune di Venafro (IS). Bene, arrivare nella valle di Venafro significava iniziare a percepire le montagne, il paesaggio “incontaminato” o quasi, e la valle sbucava da dietro una curva e si svelava in tutta la sua ampiezza… finché al centro non ci hanno piazzato un cementificio. Esatto, al centro. Non nascosto in un angolo, né occultato in alcun modo. Al centro. Non c’è modo di eliminarlo visivamente. Non credo che gli “autori” abbiano interesse a richiedere il diritto di autore per quel bubbone, ma dovremmo essere noi, fotografi, cittadini, turisti, tutti a chiedere i danni per una scelta così infelice e così brutale nello scippo di un pezzo di paesaggio. Un altro caso, questa volta d’autore, il rifacimento di piazzale Tecchio nel quartiere di Fuorigrotta, Napoli. Mentre prima del 1990 il piazzale era uno spiazzo scenografico che dal palazzo del politecnico scendeva a mostrare gli edifici della mostra d’oltremare, verso una sorta di piazza San Marco rifatta secondo una visione metafisica dettata dalla retorica fascista del tempo, cionondimeno piacevole perché ragionata, una prospettiva che si chiudeva con in lontananza l’edificio del Teatro Mediterraneo, dai lavori di rifacimento della piazza pensati per i mondiali del ’90 lo spazio si presenta frammentato, pieno di spazi morti, ancora non finito dopo 25 anni… imperfetto, malandato ancora prima di essere terminato, pieno di elementi di disturbo alla vista, addirittura modificato nella sua altimetria tanto da ostacolare quella che era una perfetta scenografia… Cosa faccio, chiedo i danni allo studio di architetti che ha ripensato il luogo, complici le amministrazioni e la politica del tempo? Forse dovrei…
Se “libertà di panorama” ha da essere, che sia piena e completa. Vorrei essere libero di guardare il pinnacolo su cui sorge Orte senza dover vedere quell’orrore che gli si affianca, e mi rammarico di non aver visto Londra prima che ci piazzassero quella ruota da luna park del London Eye (da cui, orrore, non fanno fotografare se non per uso privato… come se poi un professionista si mettesse a fare panorami da dietro un vetro fortemente distorcente e nemmeno troppo pulito per poi vendere gli scatti… ma andiamo!). Si parla troppo di libertà, ma non ci si rende conto semplicemente che la libertà che ci viene data (non “che abbiamo” in quanto diritto, ci viene elargita, e spesso col contagocce) è insignificante rispetto a ciò a cui in realtà avremmo diritto.
Se le foto servono a qualcosa, servono almeno a testimoniare lo stato dei luoghi prima che venissero deturpati, e questo è quello che dovremmo cercare di mantenere vivo nella memoria, prima che l’assuefazione e il disinteresse prendano il sopravvento.

Gianfranco Irlanda

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