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La Mehari di Giancarlo Siani

Sono proprio le otto di sera del 23 settembre.
Mi sembra di vederti dietro la tua scrivania, in redazione, attaccato al telefono per cercare di trovare i biglietti per il concerto di Vasco.

Un tentativo dell’ultimo minuto, quasi disperato.
Vi siete decisi troppo tardi in redazione ad andarci tutti insieme.


Però tu sei testardo anche nelle piccole cose e ci vuoi provare lo stesso, sarebbe un vero peccato perdere la tappa napoletana dell’astro nascente del rock italiano e del suo trionfale tour “Cosa succede in città”.
Un titolo, che a pensarci adesso, vengono i brividi.
E, invece, ti sei dovuto arrendere. Hai salutato i colleghi con un “Sarà per la prossima volta” e loro impietosi ti hanno anche preso per il culo perché non ci sei riuscito.


Ma tu non te la sei presa, non sei permaloso, sei il primo a non prendersi mai troppo sul serio.
Così sei andato a riprendere la tua Mehari. Direzione Vomero.
Forse hai pensato che infondo era meglio così, che eri stanco e tutto sommato era meglio tornare a casa e riposarti un po’.


E hai preso la strada che ti porta dalla redazione di Mergellina fin sulla collina dove c’è la casa dei tuoi.
Però, certo, Vasco è Vasco e valeva la pena andare al lavoro con qualche ora di sonno in meno. Peccato…
Giancarlo volevo dirti che io due biglietti per quel concerto ce li ho.


Preferisco starmene a casa e darli a te e alla tua ragazza, ci andrò un’altra volta al concerto, ne faccio volentieri a meno.
Perciò adesso, se mi senti, cazzo, al primo semaforo, fai inversione e torna indietro.
Corri, vai a prendere la tua fidanzata e volate verso Fuorigrotta, andate a cantare a squarciagola “Ogni volta”, “Toffee”, “Vita spericolata“, che forse è proprio la tua preferita.
Poi domani si vedrà.
Magari qualcosa gli farà cambiare idea.


Magari succede un imprevisto che li mette in allarme, che rimandano.
E che poi salta tutto.
Intanto tu stasera cambia itinerario.
C’è Vasco e forse anche un’altra vita che ti aspetta.

Sofia Alfieri

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Quell'avvertimento ricevuto da un guagliunciello

Quando il San Paolo è una bolgia

In seguito a Napoli – Sampdoria, partita alla quale ho assistito in Curva A, parlai di camorra. Lo scrissi – come si può evincere andando a rileggere – più per istinto che per conoscenza precisa degli accadimenti. Ma la puzza di camorra quella torrida domenica sera la sentii tutta.

Arrivo un’ora prima del fischio d’inizio in un San Paolo semi-deserto. So benissimo che certi settori della curva sono ad appannaggio dei gruppi organizzati, ma c’è così poca gente che ci provo: dico al mio amico Emanuele “sediamoci qua“, indicando il settore centrale della curva. Passa forse un minuto e un ragazzino, sicuramente minorenne, mi dice: “Uagliò ccà nun putite sta”. E allora replico: “Non ti preoccupare frà, la voce non ci manca, facciamo il tifo pure noi”. E lui: “Forse nunn hai capito, nunn è aria, è meglio ca te spuoste cchiù allà”.

Alle prime penso alle solite prepotenze, preferisco non fare discussioni, tanto più che la curva è semi-deserta e ci sono buoni posti da prendere lo stesso per vedere la partita. Così Emanuele ed io ci alziamo e ce ne andiamo in una parte di curva più defilata dove ci sono altri amici. “Nunn è aria” mi aveva detto il guagliunciello. Ripenso a quella frase e vaglio due ipotesi: o ci sarà casino per i volantini distribuiti in città la sera prima della partita oppure lo scugnizzo ha visto la faccia nostra da bravi ragazzi e ha voluto fare il guappetiello. Poi non ci penso più. Lo speaker annuncia la formazione, mi lamento dell’assenza di Chiriches e della presenza di Koulibaly. Non ci penso mentre la partita comincia e mi faccio prendere dalle emozioni che il mio Napoli mi regala. Segna Higuain, poi risegna, 2 a 0. Che bello.

Tra il primo e il secondo tempo vedo la solita confusione: chi sta sopra va sotto, chi sta sotto va sopra. “Cocacola, patatine” urlano come sempre gli ambulanti. Poi vedo che dal settore centrale si forma un po’ più di calca. La partita inizia e scatta un fuggi fuggi generale che si diparte proprio dalla zona centrale della curva. “‘E mazzate!” qualcuno esclama mentre io cerco di ripararmi il più in alto possibile sugli spalti perché una folla che fugge venendoti addosso è come un mare in tempesta che ti sbatte incontro.

Finisce tutto in pochi minuti. Uno dei capi della tifoseria che per tutto il primo tempo aveva scandito e guidato i (discutibili) cori sparisce. Si riprende a tifare, ma quasi come se nulla fosse accaduto. Come se fosse normale per tutti che all’improvviso possano accadere cose del genere mentre si sta assistendo ad una partita. Intanto in campo la Sampdoria praticamente in un minuto riacciuffa il Napoli. 2 a 2. Partono i cori contro De Laurentiis. Anche alcuni estranei ai gruppi ultrà lo cantano.

Il giorno dopo l’articolo che avevo scritto scopro dai quotidiani che quel sentore di “camorra” in curva era più che reale. Il blitz era organizzato: non si trattava di tifosi contro tifosi, ma anche all’interno del San Paolo – secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti – si stabilivano le gerarchie e le connivenze tra i sistemi camorristici. Si regolavano anche le faide sullo spaccio di droga. E allora ho ripensato alla frase del guagliunciello: “Nunn è aria“. Era tutto prestabilito, dovrei ringraziare un ragazzino che ha almeno la metà della mia età se non mi sono ritrovato tra le botte e i coltelli. Io, che quando giocavo a pallone in strada, ero quello che “fiutava” i pericoli prima dei compagni. Oggi invece mi serve il guagliunciello che mi indica dove sedermi in uno stadio.

Poi i fatti più recenti, Genny, la Sanità. Oggi la Procura ha emesso 10 Daspo agli indagati per i disordini di Domenica sera. Uno dei colpiti dal provvedimento figura in una foto su Facebook insieme a Gennaro Cesarano, ucciso a 17 anni, come un uomo grande.

Nunn è aria“. Non era aria per me quella sera, non è stata aria per Genny appena una settimana dopo. Non è aria per il calcio a Napoli, non per quella maggioranza di napoletani che vorrebbe assistere ad una partita di calcio tifando per la propria squadra e per i propri beniamini. Non è aria. Punto. E quando cambierà il vento non lo sappiamo ancora.

E, per favore, non mi dite che ho fatto la scoperta dell’acqua calda. Lo sapevo pure prima della scorsa settimana che la camorra è ovunque. È solo che tutto questo proprio non riesce ad essermi indifferente.

Valentino Di Giacomo

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La parola all'esperto

Marco Bellinazzo

Nato a Napoli e cresciuto in quel rione Sanità assurto anche in queste ore alle cronache nazionali per l’omicidio del giovanissimo Genny. Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24Ore e autore di un seguitissimo blog, può definirsi senza rischio di smentite il massimo esperto di calcio&finanza. Si è laureato alla Federico II in Giurisprudenza studiando proprio il fallimento del Napoli con la curiosità di capire come fosse stato possibile che la squadra in cui ha giocato Maradona potesse scomparire. “Sarebbe bastato chiedere a Ferlaino – dice oggi Bellinazzo – il quale ha spiegato anche di recente che quella società incassava 25 miliardi di lire e ne spendeva 35 in ingaggi. Se solo ci fossero stati i diritti tv“… Marco è infatti tifosissimo del Napoli di cui ha parlato anche in diversi libri. L’ultima sua fatica editoriale è “Goal economy“, un libro interessantissimo non solo per gli appassionati di calcio, ma per chi vuole comprendere meglio le relazioni tra i grossi gruppi finanziari dell’economia mondiale e di questo sport che muove e fa muovere capitali sempre più ingenti. Più che un libro, questo di Bellinazzo, è diventata ormai una sorta di “bibbia” anche in diversi corsi universitari.

Goal Economy, l'ultimo libro di Marco Bellinazzo
Goal Economy, l’ultimo libro di Marco Bellinazzo

Negli ultimi anni assistiamo ad una mutazione antropologica del tifoso: da semplice sostenitore ad “azionista figurato” di un’impresa a scopo di lucro che è la propria squadra del cuore. Ormai il tifoso, durante il calciomercato, non ragiona più soltanto su quale calciatore preferirebbe vedere nella propria squadra, ma valuta anche i costi di cartellino e ingaggio. Ad esempio su Soriano, Maksimovic e Romagnoli era frequente leggere sui social che questi calciatori costassero troppo rispetto al loro reale valore tecnico. Secondo te il tifoso ha gli strumenti adeguati da parte dell’informazione sportiva per giudicare tali parametri?

Il salto culturale è positivo. Vincere è quello che conta di più. Per tutti i tifosi. È quello che ci fa appassionare a uno sport, naturalmente. Ma oggi ci si sente partecipi di una comunità che è consapevole di essere la vera “proprietaria” di una squadra. E la sostenibilità economica dei progetti sportivi è diventata perciò un valore importante. Tuttavia, questo percorso è appena agli inizi in Italia e non sempre l’informazione sportiva tiene il passo.

In questi anni, anche grazie al tuo blog e i tuoi libri, c’è molta più chiarezza su tanti aspetti economici che riguardano il “retrobottega” di una società professionistica. È il giornalismo sportivo del futuro quello che tu hai iniziato a fare? Ti senti un apripista?

Mi si riconosce un po’ questo ruolo e lo accetto con tutte le responsabilità che comporta. Non sono il depositario di nessuna verità e gli errori sono dietro l’angolo. Ma lavoro sempre per dare il massimo e con la massima buona fede. Non so se questo è il futuro del giornalismo sportivo. Ma certo conoscere e capire gli ingranaggi economici oggi è indispensabile anche per i giornalisti sportivi. Fino a pochi anni fa non era certo così.

E-Book di Marco Bellinazzo
E-Book di Marco Bellinazzo

Sei stato colui che ha scritto uno splendido ebook: “Da Maradona a Messi: benedetti diritti d’immagine”. Ecco, quella dei diritti è una questione che ha tenuto banco anche quest’anno con la telenovela Soriano e in precedenza per il caso Astori. Fa bene De Laurentiis a tenere così tanto ai diritti d’immagine?

Dipende ovviamente dalle situazioni. Se vuoi per te i diritti d’immagine devi pagare stipendi più alti. Diciamo che occorre farli fruttare. Altrimenti è un’inutile forzatura.

Lo chiedo al tifoso, oltre che all’esperto: in città serpeggia un evidente malumore nei confronti del presidente. Eppure il Napoli nei suoi ormai 90 anni di storia non è mai stato per così tanto tempo ai vertici del campionato e da sei anni consecutivi si qualifica in Europa. C’è irriconoscenza oppure, anche in base a dati economici, il Napoli può realmente puntare al tricolore come chiedono molti tifosi?

I tifosi hanno negli occhi le vittorie dell’era Maradona e vorrebbero tornare a vincere. Purtroppo ho l’impressione che siano state sprecate occasioni irripetibili in queste stagioni, subito dopo Calciopoli. Le gerarchie del calcio italiano legate alla forza economica dei club si stanno lentamente ristabilendo. E potrebbe esserci sempre meno spazio per il Napoli. Detto ciò, De Laurentiis ha avuto grandi meriti nel far rinascere il Napoli e nel gestirlo con un’attenzione particolare ai conti. Ma la storia del Napoli prescinde dai presidenti.

Tra le critiche più frequenti nei confronti di De Laurentiis  vi è la sua “gestione familiare”. È davvero una gestione familiare quella del Napoli? E, in tal caso, tale gestione a tuo giudizio  ha ottenuto più benefici o danni per il futuro del calcio a Napoli.

Basta guadare la composizione del cda del Napoli ultra-familiare. In una prima fase era forse necessario amministrare il club con assoluto centralismo. Ma un club da oltre 100 milioni di fatturato annuo non può continuare a essere guidato con la formula dell’”uomo solo al comando”. L’era Maradona è stata anche contrassegnata da una società con figure professionali di grande spessore.

Perché il Napoli difficilmente acquista calciatori svincolati o a parametro zero? Qualche tempo fa De Laurentiis rimproverò a Bigon di non aver “pensato” a Tevez o Pogba. C’è forse dietro queste scelte di acquistare solo giocatori sotto contratto un’esigenza di bilancio?

Non credo. È solo una questione di opportunità. E poi se non crei situazioni ambientali di livello europeo e prospettive degne di un club europeo è difficile che certi giocatori accettino di venire.

Il Napoli non ha una sede, non ha un centro di allenamento né uno stadio di proprietà. Se De Laurentiis decidesse di vendere il Napoli, cosa venderebbe?

Un parco giocatori ancora di buon livello e un brand con un fascino rilevante. Nel mondo resta la squadra di Maradona anche se questo legame è stato reciso dall’attuale proprietà. 

Sulla questione stadio come si sta muovendo il Napoli

Non bene, direi. O almeno non con l’ambizione che mi aspetterei da un uomo come De Laurentiis. Ma penso che le colpe vadano suddivise con il Comune.

A quale giocatore del Napoli sei legato di più sia del passato che del presente. Dire Maradona non vale…

Allora dico Careca e Lavezzi.

Cosa pensi farà il Napoli di Sarri? Sei fiducioso su questa squadra?

Come tutti sono in attesa di capire come evolverà. Qualcosa si è visto nelle prime due partite, ma ho paura che manchino pedine fondamentali. Tutto dipenderà dalla forza mentale di resistere con lucidità alla pressione della piazza.

Un tuo giudizio sulla gestione Benitez.

Ho visto partite memorabili e sprazzi di gioco europeo. Quindi positivo. Resta l’amarezza per un progetto incompiuto e l’immenso danno economico delle due mancate qualificazioni in Champions in un solo anno. Ma le responsabilità vanno divise con società e squadra. Se c’è una cosa che mi ha profondamente deluso, per un uomo della sua preparazione e intelligenza, è stata l’incapacità di adattarsi alla realtà italiana e la scarsa flessibilità nell’impiego di schemi e rosa.

 

Una tradizione napoletana alla quale proprio non puoi rinunciare. La tua canzone preferita, il tuo cibo preferito, un posto di Napoli che ti fa sempre e comunque innamorare.  

Più che altro non posso rinunciare all’intera gamma della gastronomia napoletana. Così come alla musica di Pino Daniele. Ogni volta che posso torno a Napoli per passeggiare sul lungomare e tra i miei vicoli…

Valentino Di Giacomo

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E poi silenzio...

Rione Sanità

Ma Totò addò sta cchiù.

Hann’ accis’ a Gennaro.

Fujite.

Gennaro è cammurrist’.

Gennaro nunn’ è cammurrist’.

Ma tu a qual’ sistema appartiene?

Che haje avè, ‘o fumm o l’evera?

Uh Maronna mia.

Uh Gesù Gesù.

Fa ampress’ piglia ‘o mezz’.

Chiammate ‘e guardie.

Chiammate ‘a mamma.

Scusate ma ch’è succiesso?

Ma che sò sti rummore?

Io nunn aggio visto niente.

Me sò miso paura e nun so asciuto.

Gennaro è uno ‘e nuje.

Nun se campa cchiù dint’ ‘a stu Rione.

Ma ‘e guardie pò so arrivate?

E c’ha fatt’ ‘a mamma?

E ‘o pate c’ha itt?

Era nu bbuon guaglione.

Gennaro iev dint’ ‘a chiesa.

Ccà ‘o Stato nun ce sta.

Avite capito chi è stato?

Mò se ne veneno ‘e giurnaliste e ‘o vonno sapè a nuje…

Pigliammoce nu cafè.

Vuje pure site ‘e ccà?

O Pataterno s’è scurdate ‘e nuje.

A Napule nun se pò campà.

Ma che allucca a ffa?

Io ‘o sapevo ‘e vista.

Io cunuscevo ‘a famiglia’.

Te parlo però leva sta telecamera annanz.

Ce puteva sta pure mio figlio.

Tène raggione ‘o prevete.

Vulimme giustizia.

Gennaro era innocente.

Gennaro? Chello ca è stato è stato ormai nun ce sta cchiù.

Nun ce ‘a faccio a parlà me vene a chiagnere, scusate.

vDG

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