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Di come ho visto il Napoli ad Empoli ne ho scritto ieri sera. Ho aspettato qualche ora per smaltire la delusione e ho buttato giù i miei pensieri. Perché, comunque la si guardi, è certamente deludente vedere il Napoli con soli due punti in classifica dopo tre giornate. Certo, c’è chi sta peggio. Ma abbiamo fatto tanto per sprovincializzarci e non guardare alle altre che adesso guardare i guai che sta passando la Juve può far piacere, ma non consola.

In queste ore ognuno ha detto la sua. Chi se l’è presa con De Laurentiis (ca va sans dire), chi con Sarri, chi con il modulo, chi con la preparazione atletica. Ogni valutazione è rispettabile. Quello che però non si è compreso (e la società non lo ha comunicato) è quali sono gli obiettivi del Napoli quest’anno.

Insomma lo scorso anno Benitez era perentorio: “il Napoli deve fare sempre il massimo per vincere“. Questo avrà creato aspettative, delusioni, discussioni ma almeno sapevamo quale doveva essere la dimensione e le aspirazioni del nostro club. E lo stesso avveniva prima con Mazzarri quando fissava gli obiettivi “una partita per volta“. C’era una chiarezza sui traguardi e, a seconda se questi si raggiungevano, la critica e i tifosi formavano il proprio giudizio.

Quest’anno sia Sarri che De Laurentiis ci hanno solo detto che dobbiamo aspettare. Il problema è che non ci hanno detto COSA dobbiamo aspettare. Per cosa dovrà lottare il Napoli per capire se alla fine della stagione gli obiettivi saranno stati raggiunti oppure no? Puntiamo allo scudetto, alla Champions, alla Uefa? E cosa ne faremo dell’Europa League che ci vedrà protagonisti a partire da giovedì? Sarà una competizione che snobberemo o punteremo a fare il massimo per superare i turni?

Non c’è nessun problema nell’aspettare che il lavoro del nuovo tecnico e degli innesti comincino a dare i loro frutti. Lo abbiamo scritto più volte, bisogna aspettare, ci è chiaro il concetto. Ma poi dopo bisogna capire dove vuole arrivare questo Napoli. De Laurentiis del resto è un uomo di impresa e, persino in una città passionale come la nostra, ha imposto determinate regole. Il fair play finanziario, il rispetto dei parametri di bilancio sono mantra che abbiamo compreso fin troppo bene. Ma poi bisogna darsi delle coordinate anche per i risultati sportivi. Il Napoli da due anni non gioca la Champions League, anche questo ha un chiaro impatto sul bilancio. De Laurentiis vuole tornare a calcare certi palcoscenici oppure ormai, dopo la scommessa Benitez, ha deciso di abdicare? E’ il progetto aziendale che non ci è chiaro. Passavamo la scorsa estate ad inseguire calciatori come Mascherano e Fellaini ed oggi ci ritroviamo con Hysaj e Valdifiori. Non è l’aspetto tecnico dei calciatori che preoccupa, ma la dimensione che vuole darsi il club.

Lo avevo scritto quest’estate, ancor prima che chiudesse il calciomercato, che senso ha trattenere un top-player come Higuain se poi la società non è in grado di supportarlo con calciatori all’altezza del suo talento e della sua fama? Qualcuno aveva storto il naso, ma forse con la cessione di Higuain si sarebbe potuto attuare un altro tipo di ridimensionamento più ragionato. Perché alla fine se passi da Mascherano a Valdifiori il ridimensionamento è nei fatti. A Napoli sarebbero arrivati gli Immobile, gli Astori, i Saponara, forse i Darmian. Sarri avrebbe avuto la squadra che voleva adatta anche a quella che è la sua di dimensione. Invece così sembra una “via di mezzo” che non accontenta nessuno. Non accontenta persino i tifosi che forse, con una migliore comunicazione da parte della società, avrebbero metabolizzato persino una cessione del Pipita.

E’ vero, a Napoli si respira una brutta aria, ogni pretesto è utile per aprire una contestazione. Ma i napoletani non sono degli sprovveduti. Se le cose vengono ben spiegate, si fissano degli obiettivi e si ha un rapporto chiaro e genuino con la piazza, poi il napoletano capisce. Tanto per le polemiche e i cori offensivi c’è sempre spazio. A prescindere.

Noi aspettiamo. Aspettiamo Sarri, il suo gioco e i suoi acquisti. Ma più di tutto aspettiamo che De Laurentiis e Sarri ci dicano cosa vogliono fare, dove vogliono andare e come intendono raggiungere i loro obiettivi. Tutto il resto è polemica, dibattito insulso, materiale per riempire siti e giornali.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Negli articoli precedenti forse sono apparso un po’ cattivo, nel mio cercare di gettare uno sguardo critico verso quelli che si accingono a partire portandosi dietro la macchina fotografica. Non volevo certo spegnere completamente gli entusiasmi, al limite li volevo raffreddare un po’, ma mi rendo conto di non essere venuto incontro alle esigenze di una buona parte di lettori.
Ebbene, nel mio intervento settimanale di quest’oggi cercherò invece di essere propositivo e dare qualche consiglio reale e soprattutto pratico (fuori tempo massimo, quasi, ma c’è tanta gente che in vacanza ancora non è andata, e poi sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli italiani si muove solo a ridosso di ferragosto…), stavolta senza facili ironie ma con un po’ di autoironia…

Il primo consiglio che posso dare a tutti è questo: partite leggeri.

Devo fare una confessione: sono il peggiore ascoltatore dei miei consigli. Quando devo organizzarmi per partire, nonostante le ottime intenzioni, tendo a portare con me almeno il doppio di quanto mi è realmente necessario. Ovviamente non lo consiglio a nessuno, significa avere con sé due corpi macchina, due esemplari per ogni obiettivo scelto o qualcosa del genere, e di conseguenza due borse fotografiche con relativa attrezzatura. Premessa, di solito mi muovo in auto, e nel bagagliaio riesco quasi sempre a trovare lo spazio utile per ficcarci qualcosa in più (non dirò quale auto ho e men che meno la targa, del resto ha i suoi 400.000 km e non attira molto i ladri; fatto sta che ha un bagagliaio modulare e c’entra di tutto). Per chi si sposta con altri mezzi le cose diventano molto complicate, per non parlare di chi vola low cost, ma ci arriveremo tra poco.

Che significa avere due di tutto? Non dico che porto con me due obiettivi uguali in tutto e per tutto, attenzione: avere un completo backup probabilmente lo fa (anzi lo faceva, nei tempi d’oro) solo qualche fotografo del National Geographic Magazine in missione per qualche mese sul campo. Il backup di cui parlo consiste nel riuscire a coprire e ad accavallare il più possibile (senza ovviamente esagerare) le lunghezze focali di cui si pensa di avere bisogno. Dovrei fare a questo punto, se fosse possibile, una premessa alla premessa, ricordando che quando ho iniziato a fotografare gli obiettivi a focale variabile, volgarmente detti zoom, non erano affatto la norma e soprattutto erano pochi quelli qualitativamente in grado di sostituire le lunghezze focali fisse più usate (se qualche lettore ha difficoltà a penetrare nel concetto di lunghezza focale, fissa o zoom che sia, suggerisco di fare una breve e illuminante ricerca su google…); preso come obiettivo cardine il 50mm, la cosiddetta focale normale, ci si abbinava un paio di obiettivi con cui si poteva fare quasi tutto, di solito per l’amatore erano il 135mm (la più lunga focale medio tele) e il 28, il primo vero grandangolare, ovvero una lunghezza focale più lunga, quindi una visione più stretta, e una più corta, quindi una visione più ampia rispetto alla focale di mezzo, il 50. Qualcuno, più interessato al reportage classico e alla ritrattistica, ambientata e non, poteva optare per la terna 24mm, 50mm e 100mm, coprendo una gamma di focali più tendente al grandangolare che al tele; in altri casi la scelta poteva essere 20mm, 35mm e 80/90/100mm (a seconda degli interessi specifici e dei gusti), spostandosi ancora di più sul grandangolare (paesaggistica urbana, interni, ritratti, col 35mm a fare le veci dell’obiettivo normale in versione larga). Gli utenti con meno mezzi, oppure più spesso i fotografi che usavano Leica a telemetro, tendevano a ridurre le opzioni, scegliendo solo due lunghezze focali (che potevano essere varie, ma di solito erano un grandangolare, dal 24 al 35 passando per il 28mm, e un medio tele tra gli 80 e i 100mm: la scelta è chiara, si poteva così scattare in interni o comunque vicino al soggetto, ed eventualmente usare il medio tele per isolare il soggetto dallo sfondo – più che avvicinarlo con un tele lungo). C’è da dire, e voglio sottolinearlo questo aspetto, che gli obiettivi fissi erano parecchio più luminosi dei corrispettivi zoom dell’epoca (questo vale anche adesso, anche se non nella stessa misura), ed erano magari tutti tra f/2.8 e f/1.4 (media f/2), mentre gli zoom se si andava bene erano f/4 costante su tutta l’escursione. Da queste abitudini sono nati gli zoom che si usavano, e si usano ancora sulle fotocamere digitali full frame, dalle escursioni “classiche” 35-70, 35-80, 28-70, 28-105, 24-90, eccetera… il marketing e anche le esigenze più spinte di parecchi amatori (alcuni pigri, altri giustamente stanchi di portarsi dietro quattro o cinque obiettivi pesanti e ingombranti) hanno portato agli zoom di lunghezze focali 28-200 prima e poi 28-300, coprendo parzialmente anche il territorio della fotografia sportiva e naturalistica, le lunghe focali. Per equivalenza, sono nati perciò molti obiettivi dedicati ai formati più piccoli, che coprivano esattamente gli stessi angoli di campo (la stessa visione, chiamiamola così, ma in effetti semplicemente la stessa inquadratura o ritaglio della realtà), e cioè il giustamente bistrattato 18-55 di corredo (dico giustamente perché terribilmente poco luminoso e, spesso, anche di scarsa qualità, soprattutto meccanica), equivalente quasi pari pari al 28-80 che era il corredo standard delle fotocamere di fascia economica nel tardo periodo analogico, ma anche i 18-200 (equivalenti ai 28-300) e tanti altri.

Mi direte voi, a questo punto, ma a che serve avere più obiettivi se con un 18-200/28-300 posso fare tutto? In effetti la sensazione di onnipotenza di un obiettivo dalle focali così estese viene presto a scontrarsi con i compromessi che gli sono connaturati. Scarsa luminosità (quindi difficoltà a scattare con scarsissima luce, anche con sensibilità estreme – vedi foto del cinghiale che accompagna questo articolo), maneggevolezza perfettibile, peso e ingombro non certo ridotti, sono tutti difetti presenti con gli obiettivi zoom, a maggior ragione con quelli pur di ottima qualità (e di enorme costo) che comunque non riescono ad eliminare tanti difetti che, già presenti nelle pari focali fisse, possono diventare estremamente pesanti su obiettivi frutto di troppi compromessi. In situazioni estreme avere una o due focali fisse, magari molto luminose o comunque qualitativamente molto buone, può tornare estremamente utile.

A questo punto ragioniamo su quello che mi sono portato in questo viaggio per l’Italia, alla ricerca di immagini di cento anni fa. Visto che il viaggio aveva uno scopo fotografico ben preciso, e che probabilmente sfocerà in una mostra, non potevo scendere troppo a compromessi, e la necessità di rifare letteralmente delle foto d’epoca di cui non si conosce la focale né il punto preciso da cui furono scattate rendeva necessario riuscire a coprire molte situazioni particolarmente ostiche (si tratta sia di cartoline, quindi foto scattate da professionisti, sia foto amatoriali, per cui le attrezzature in uso potevano essere parecchio diverse).
Ho quindi portato con me un obiettivo tutto fare, un 18-135 (qualitativamente buono ma non da urlo) che mi accompagna nelle escursioni in montagna, mentre in altre situazioni porto con me una terna di obiettivi meno ovvia, un 12-24 (zoom supergrandangolare), un 17-50/2.8 (zoom normale e luminoso) e un vecchio 75-150 a fuoco manuale che mi può tornare utile per isolare qualche soggetto. Ho ovviamente anche un vecchio 50 macro, f/4, leggero e poco ingombrante, che affianca il 18-135 nel caso voglia fare una macro “seria”, e… ultima ma non meno importante, ho sempre con me una compatta di buon livello (una Fujifilm X10), che mi affianca in auto quando non posso perdere tempo e mi accompagna la sera quando sarebbe troppo portarsi dietro tutta l’attrezzatura luminosa della reflex. Non dimentichiamo uno degli accessori più importanti, il cavalletto. Uno non enorme, ma robusto e solido come una roccia, che serva per un cielo stellato come per un panorama notturno (vedi foto delle stelle, scattata per 30 secondi… non gestibile se non con il cavalletto). Non porto tutto con me tutto il tempo, una parte resta in auto, altra in albergo nella valigia chiusa, e volta per volta, a seconda delle necessità, la composizione della borsa varia.
E sì, lo confesso, ho con me anche un classico 50mm f/1.4, perché… perché non si sa mai.

Certo, questo non lo definisco affatto un corredo “ideale” per un viaggio. La scelta che ritengo sempre migliore sarebbe avere una sola lunghezza focale e basta, che permetta di fare buona parte delle foto senza stare a pensarci troppo. Il rischio più grande quando si va in giro, specie in posti che non si conoscono, come spesso accade in viaggio, è di trovarsi di fronte una situazione imprevista e perdere tempo per decidere le impostazioni di macchina o l’inquadratura, non riuscendo a cogliere l’attimo. Credo fosse Robert Capa, un giorno, osservando in compagnia di un collega altri fotografi che giravano carichi di macchine ognuna con un obiettivo diverso, che affermò “chissà quante foto si perdono quelli…”
Certo mi rendo conto che un obiettivo solo può ingenerare parecchie frustrazioni, e sarebbe consigliabile, almeno psicologicamente, avere con sé almeno una coppia di obiettivi, se non si ha una idea chiara e non si è dei fotografi disciplinati come prussiani (anche se spesso si finirà per usarne quasi sempre uno).
Tanti anni fa giravo con una semplice compatta di buona qualità, dotata di un medio grandangolare (era la Yashica T-5 con obiettivo Carl-Zeiss Tessar T* 35/3.5, di una nitidezza spettacolare) e di un ausilio importante, un mirino a pozzetto che permetteva di inquadrare dall’alto senza portare la macchina all’occhio. Era la mia preferita per la street photography e soprattutto, avendo un obiettivo fisso, ormai ero talmente abituato a quel ritaglio della realtà da permettermi spessissimo di inquadrare senza guardare, scattando anche dietro di me o fuori dal finestrino mentre ero alla guida (vedi foto degli scooter sul lungomare…)
Più di recente mi sono trovato a girare per Istanbul scegliendo di portare la sola compatta X10, con zoom (equivalente) 28-100/2-2.8, che mi ha consentito di fare un po’ di tutto senza dover stare troppo carico e riuscendo nel caso anche a scattare qualche foto valida (ero turista, in questo caso, e reduce da tre voli low-cost uno dietro l’altro, non potevo esagerare col peso). Cosa mi è mancato in questo caso? Be’, forse la possibilità di scattare di notte senza sottostare a una perdita di qualità, e magari qualche volta un tele stretto per isolare i soggetti (precisiamo: non faccio ritratti di nascosto col tele, come succede a troppi miei allievi, quelli si fanno da vicino col grandangolare…), ma almeno non mi sono sentito troppo frustrato.

Gianfranco Irlanda