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L'impresa di Ancelotti

Vince il Napoli, vince Ancelotti. In circa due mesi, Carletto è passato dall’essere una specie di politico “trombato” che magnanimamente viene riciclato dai suoi dirigenti di partito in qualche consiglio di amministrazione – piazzandoci pure figlio e cognato, che non guasta per dare stura alle congetture – a genio assoluto della tattica e della strategia. Carletto doveva battere il Liverpool per consacrarsi pure a Napoli, come fece a suo tempo con il Milan. Del resto gli “Umori della Piazza” furono inclementi anche con Sarri agli esordi. Persino Maradona gli si afferrò contro, lo definì “un vecchio zio”. Poi sappiamo tutti come è andata a finire: “o Zì” è diventato il magnifico tormento della torçida napoletana. Senza “Il Comandante” non era possibile “il Sogno”, “il Collettivismo”. A Napoli due mesi fa era finito il Calcio e non c’erano speranze per campare. L’unica soluzione era fare come quei ragazzi laureati che se ne vanno a Londra. A cercare “Bellezza” invece che “Fatica”, ca va sans dire.

Tra l’altro il Napoli batte il Liverpool presentando in campo uno che fu mandato in Russia, come in un confino siberiano, in una sorta di spedizione punitiva. Quel Nikola Maksimovic il cui acquisto per 23 milioni di euro fu caldeggiato proprio dal “Vate del Bel Calcio”, ma senza profitto. Nikolino Il Serbo aveva il difetto di non integrarsi nei machiavellici ingranaggi del “Sarri-Ball”. Ieri sera, tomo tomo cacchio cacchio, Nikolino si è messo diligentemente su Mané senza fargli vedere palla. E anche quando sfuggiva, nel sistema ingegnoso di Super Carletto, c’era sempre qualcuno a raddoppiare. Callejon, Allan, Koulibaly a supplirsi l’uno con l’altro per creare una gabbia contro le maglie rosse. Mission accomplished. 

Tutto questo per dare l’ennesima dimostrazione di come gli “Umori della Piazza” a Napoli non trovino fondamento nel calcio. Se in politica questa città riesce ad anticipare ed essere preconizzatrice dei processi di cambiamento in atto nella società italiana, nel calcio si vive in una bolla. Perché nel calcio c’è un presidente che degli “Umori della Piazza” se ne fotte bellamente. De Laurentiis, in fondo, ha il vantaggio di gestire un’azienda privata e non deve dare conto “alla ggente”. La politica invece funziona al contrario: tanto peggio è la popolazione, tanto peggio è la classe politica. E VICEVERSA. Peggio saranno i desideri, peggio saranno le promesse. Nel calcio napoletano invece il feedback tra chi porta il vapore e chi ci si deve far portare non c’è. Vivaddio. 

E su questo aspetto sovviene un altro ragionamento: ma siamo sicuri che il San Paolo non ci serva così com’è? Un cesso, come lo ebbe a definire l’Aurelio. Ieri, in curva B, ci riflettevo. Immaginate che domani si costruisca uno stadio nuovo o si ristrutturi il San Paolo, cosa avverrebbe nelle curve? Siete sicuri che gli ultrà (ieri FANTASTICI) si metterebbero comodi in poltroncina a gustarsi la partita sgranocchiando pop corn? La tematica tanto dibattuta dei sediolini, almeno nella parte centrale delle curve, non dovrebbe neppure crearsi. In quei settori ci vorrebbero scaloni e basta, senza poltroncine. A cosa servirebbero i sediolini se poi la gente – giustamente – ci si mette coi piedi sopra? Senza contare quelle cape gloriose che, come accaduto a Torino, hanno ben pensato di scagliare un sediolino dello Juventus Stadium direttamente in campo. Fatto che deve passare sotto silenzio perché Napoli, in fondo, secondo una certa retorica e una certa narrazione, deve pur sempre essere una specie di culla della civiltà dove tutto è stato inventato e tutto si è fatto prima. Tutto prima che fosse fatto da altre parti, nel bene e nel male.  

Io sono certo che quel lontano giorno in cui verrà inaugurato un nuovo stadio a Napoli non mancherebbe la polemica sul “presidente pappone” che vuole imborghesire il tifo. Un tifo che, in verità, si è già imborghesito. Tifosi che tengono la panza piena e la mangiatoia vascia. Perché in fondo a questi tifosi del Napoli non va bene niente. Non va bene Sarri, salvo incensarlo quando se ne va. Non va bene Ancelotti che pure, quando sarà, verrà rimpianto. Non va bene De Laurentiis che da consumato “lenone” lucra sulla passione dei tifosi portando questa squadra per 10 volte consecutive in Europa a controbattere corazzate come Liverpool, Manchester City, Borussia Dortmund, Bayern Monaco, Real Madrid, Chelsea. E in Italia prova, con i pochi mezzi a disposizione, a contrastare lo strapotere assoluto bianconero.

Un potere bianconero che è fatto non solo di acquisti come Ronaldo, Emre Can o Cancelo, ma soprattutto di relazioni. Come quelle relazioni mediatiche che di qui a breve configureranno Marotta come il “male assoluto”, cacciato dal club delle meraviglie che fa dell’etica in tutti i settori un proprio vanto. Ci arriveremo, ne parleremo tra non molti giorni quando finalmente si inizierà a parlare di loschi rapporti tra dirigenti, ndranghetisti e suicidi sospetti. Ci arriveremo come finalmente si è arrivati a parlare delle accuse di stupro contro Ronaldo. L’altro giorno – per dire – parlavo con un collega portoghese che mi diceva che i media lusitani non scrivevano d’altro. Mi chiedeva – ingenuamente – se in Italia avveniva lo stesso. Poverino lui che non sa. 

Oggi gli “Umori della Piazza” subiscono una nuova battuta d’arresto. Smentiti. O per dirla con Mameli: “calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Torneranno presto, al primo passo falso. Se non sarà la squadra, il problema sarà lo stadio, il prezzo del biglietto, la “scugnizzeria”.  Aspettiamo finché – per dirla sempre con l’amico Goffredo – “raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò”. 

Valentino Di Giacomo

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Le incognite

Il Napoli è una squadra forte. Il Napoli è una squadra forte. Il Napoli è una squadra forte. Facciamo un po’ di training autogeno e ripetiamolo a mente dieci volte, dopo i pasti, al dì e alla sera. Abbiamo preso 5 palloni dal Liverpool, ci può stare al 4 agosto, con gli inglesi che cominciano il campionato tra una settimana. Detto questo le incognite su questa squadra restano e il Napoli avrebbe fatto bene a intervenire, è ancora in tempo. Delle incognite strutturali della squadra ne abbiamo scritto qui, già prima di Liverpool, sono 4: il tempo fisiologico per Ancelotti di mettere in pratica i suoi dettami, la scommessa portiere (rileggete cosa scrivevamo in proposito di Karnezis, purtroppo non ci ha smentito), il regista che passa da Jorginho ad Hamsik, i dubbi su Milik e l’inadeguatezza di Inglese a certi palcoscenici. 

Le prime tre incognite le risolverà il tempo, più tempo passerà e più certi meccanismi saranno rodati. Sulla punta è invece un deficit strutturale della squadra. Il Napoli rischia. Sarà una stagione che tendenzialmente non ci consentirà di puntare allo scudetto come lo scorso anno. Noi, se ci siamo rinforzati, lo abbiamo fatto di poco, la Juve non fa impressione per aver preso Ronaldo (con Higuain via per lidi milanesi), ma per aver aggiunto al suo dream team giocatori di altissimo livello come Cancelo e Emre Can. 

Se l’obiettivo azzurro è almeno il quarto posto, quello deve essere l’obiettivo minimo, il Napoli lo rischia. Il calendario non consente esperimenti, si partirà subito con 10 giornate di fuoco, a cominciare dalla Lazio all’Olimpico e il Milan in casa chissà dove per gli scassi di un’amministrazione comunale inadeguata. Il tempo a disposizione non sarà molto per assemblare le idee di Ancelotti. Ci sarà fretta e la fretta genera confusione. Se a questa confusione, fisiologica (lo ripetiamo), si aggiunge il rebus della prima punta, i problemi saranno moltiplicati. Considerando pure che se il Napoli partisse così avrà Milik che non ha svolto l’intera preparazione e Mertens che si aggregherà solo negli ultimi giorni di ritiro per provare soluzioni con il belga prima punta. 

Quello che preoccupa di questo calciomercato non è solo l’assenza della punta, preoccupano forse ancor di più i movimenti di basso cabotaggio anche nelle uscite. Se l’obiettivo è vendere per ricomprare per sostenersi a certi livelli economici, quest’ anno l’obiettivo è già fallito. L’unica operazione degna di nota è la cessione di Jorginho per l’ingresso del promettente Fabian Ruiz. Tutto qui. Non c’è stata neppure intraprendenza nel vendere giocatori ormai in là con l’età come Mertens o Callejon che vanno per le 31 primavere. Se fossero state cessioni per acquistare anche giovani talenti la piazza lo avrebbe compreso. Anche perché se si parte da una nuova guida tecnica sarebbe stato forse necessario dare un reset più deciso con la rosa dello scorso anno. 

Il Napoli attualmente rischia la posizione in Champions, l’obiettivo minimo, perché Inter e Milan si sono rafforzate e la Roma, loro si, hanno fatto un mercato di scommesse, ma di giocatori futuribili, su tutti Kluivert junior. Ai nastri di partenza Juve e Inter sembrano essere più avanti. Roma, Napoli, Milan giocheranno per le altre due posizioni, facendo attenzione ad exploit di Lazio, Fiorentina, Atalanta o Torino. 

Non andare in Champions sarebbe una mazzata per le casse del Napoli, uno choc difficilmente riassorbibile. Nulla di inedito. Ricordiamoci sempre la nostra carta d’identità: è normale che Juve, Inter e Milan ci siano naturalmente davanti. Non è uno scandalo. Il Napoli però non deve fare l’errore di dilapidare il vantaggio acquisito negli ultimi anni rispetto alle milanesi. Ecco perché serve una punta, per rassicurare tutti, anche per dare un segnale alle altre che il Napoli c’è. Le voci su Belotti raccontano di un profilo che può piacere a De Laurentiis per i parametri anagrafici e di ingaggio, la pazzia Cavani rappresenterebbe invece voler puntare fortemente a contendere nuovamente lo scudetto alla Juve. Non fare nulla asseconderebbe la delusione (INGIUSTIFICATA) della piazza che deve imparare ad attendere i verdetti del campo nelle partite che contano veramente.

Prepariamoci per un campionato di ambientamento. Senza frenesie di vittorie. Gli anni buoni per lo scudetto erano quelli precedenti e non quello che verrà se il calciomercato ha un senso di prevedibilità. Il Napoli ha fatto quasi tutto il possibile per arrivarci a prendere il tricolore lo scorso anno, è andata come è andata e probabilmente più per colpe terze (ricordiamo gli arbitraggi che non devono essere un alibi, ma le evidenze vanno rimarcate sempre) che per colpe dell’entourage azzurro. 

Oltre a ripeterci di avere comunque una squadra forte, ripetiamoci comunque anche due volte al dì: Non siamo la Juve, Non siamo la Juve, Non siamo la Juve. Perché leggere, ancora oggi, frasi sui social del tipo “Anche quest’anno vinciamo l’anno prossimo” vuol dire non aver neppure lontanamente compreso per quale squadra si tifa e quali sono le sue potenzialità rispetto ad altre società. Certo, una mossa da De Laurentiis la aspettiamo, non per “papponismo”, qui non lo siamo mai stati, ma perché ci sono troppe incognite che non ci convincono. Rischia lui, rischiamo noi. 

Valentino Di Giacomo

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