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L'amara verità

Avete visto il titolo e avete pensato: “Fammi vedere questo fesso dove vuole arrivare”. E allora ve lo spiego. Milano è più bella di Napoli e i milanesi sono meglio dei napoletani. E’ così e non può essere altrimenti. Me ne accorgo ogni volta che vado nel capoluogo lombardo. Ci sono ritornato per fare una bella intervista che qui su SoldatoInnamorato vi mostreremo tra qualche giorno. Certo, nella città meneghina non ci sta il Vesuvio e il lungomare (per giunta liberato), fa freddo già ora che noi andiamo ancora a mare e d’inverno ci si puzza del santissimo freddo. Per non parlare della nebbia eh! 

Ecco, spazzati via tutti i cliché, ora possiamo ragionare. Ah, non ho parlato di pizza, sfogliatelle, caffè e mozzarelle perché qualche fesso che importa o qualche “emigrato” lo si trova. 

A Milano sono civili. Te ne accorgi dalle scale mobili in metropolitana: chi vuole andare con le proprie gambe cammina a sinistra, chi si sfasterea si ferma a destra. Ora pensate a tutte le (rare) metropolitane perse a Napoli perché da capre ci si mette tutti fermi sia a destra che a sinistra.

Ah, a Milano le metropolitane passano come la leggenda di Mussolini sui treni in orario.

Puoi arrivare da un punto all’altro della città senza mai abbandonare la Milano tube. Sui marciapiedi difficilmente becchi qualcuno che si ferma come un coglione al centro impedendo agli altri di passare o due persone che si piantano a chiacchierare nel bel mezzo. Si chiamano MARCIA A PIEDI, quindi camminano. Se devono guardare una vetrina ci si fermano davanti lasciando passare chi deve proseguire la propria passeggiata. 

A Milano difficilmente si trovano quei puzzati di fame che incontriamo sulle nostre tangenziali che per non comprare una lampadina (che costa dai 3 ai 30 euro) marciano con gli abbaglianti appicciati. A Milano il rosso è rosso, il verde è verde. Chi viene da destra ha la precedenza. 

A Milano il Comune aiuta il cittadino in tutto: dalla scuola, agli asili nido, alla sanità. Se vai in ospedale dicendo che hai dolore ai reni non ti liquidano – senza fare nessun accertamento – dicendo che è un’infezione e ti prescrivono medicinali, a tentativo. Se a Milano hai i calcoli renali – come ho dovuto scoprire io attraverso esami privati perché all’ospedale San Paolo di Napoli al pronto soccorso teneno che fa e quindi al massimo ti palpeggiano la parte – ti fanno le ecografie e cercano di capire che tieni. Gratis. 

A Milano sanno vendersi pure quello che non tengono. La nostra via dei Mille è assai meglio della gettonatissima via Montenapoleone. Ma Milano è “la capitale della moda”, nonostante a Napoli ci sono tra i migliori stilisti del mondo: chiedere a Isaia, Kiton o a Marinella. 

Noi invece ci siamo assuefatti al cliché che loro devono avere l’organizzazione e noi poiché pensiamo di essere bravi, intelligenti, simpatici (e soprattutto furbi), dobbiamo campare con quello che il Padreterno ci ha dato. Uno stereotipo alimentato da film di merda come Benvenuti al Sud o Benvenuti al Nord con il sempre pessimo Alessandro Siani che personalmente mi fa artisticamente schifo proprio per quella maschera del napoletano co ‘o core bbuono. Che poi vi do una notizia: se viaggiate un poco troverete città che sono naturalmente altrettanto belle come Napoli. Faccio solo qualche esempio:  Lisbona, Rio de Janeiro e Istanbul. E popoli meravigliosi ovunque, basta saper cercare.

Insomma in virtù della bellezza noi dobbiamo sopportare l’inciviltà, la maleducazione, la disorganizzazione. E in fondo lo consideriamo il giusto prezzo per godere delle bellezze di Napoli. Magari beandoci delle storie di Bellavista che alla Rinascente “si praticano solo prezzi fissi” e che i vari Cazzaniga sono una maniata di imbecilli. I furbi siamo noi. 

Per anni mi sono beato pure io della bellezza della mia città. Considero valore (per dirla con il napoletano rinnegante Erri De Luca) fare come oggi che al 4 ottobre posso ancora farmi i bagni a mare. Anche questa è vivibilità, lo penso e continuo a pensarlo. Come penso pure che Napoli sia meglio di Roma in tutto e per tutto avendo abitato nella capitale per diversi anni. 

Ma proprio perché “la base” l’abbiamo, noi che ci crediamo così furbi, non sarebbe invece intelligente costruire tutto il resto? Basterebbe semplicemente avere rispetto degli altri ed educazione. Quella stessa educazione che i napo-milanesi sanno avere quando si trasferiscono al Nord: il napoletano – per usare un altro abituale cliché – che quando va a Milano non butta la carta a terra. Non la butta perché a Milano hanno creato un valore che è quello della civiltà, del rispetto, dell’educazione. Tutti valori che noi invece abbiamo buttato nel cesso perché si deve guidare con il faro scassato e restare fermi a sinistra sulle scale mobili. 

Forse se invece di perdere tempo sui social a bearci delle nostre bellezze, provassimo a renderle fruibili e magari crearne di altre, saremmo veramente un grande popolo. Una città bella, vivibile e, per giunta, senza nebbia. Perché non è vero – come è comodo credere – che la colpa è solo dei politici, della politica, dei mariuoli in Parlamento. Vuole farcelo credere pure il sindaco a cui piacciono i corni giganti su via Caracciolo e le lettere strappalacrime che valgono medaglie d’oro di banalità. La colpa è nostra che in fondo abbiamo una città abitata per gran parte da stupidi, incivili, miserabili e ignoranti. Che per giunta pensano pure di essere furbi. 

Milano è meglio di Napoli. E gli abitanti di Milano sono meglio di quelli di Partenope. Fatevene una ragione. Altrimenti proviamo a cambiare.

Valentino Di Giacomo

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La polemica

«Odio l’Islam», così si intitolava un articolo di Libero dello scorso 28 luglio. La firma è di Filippo Facci, giornalista purtroppo noto anche a Napoli per diversi commenti non proprio gradevoli nei confronti della città e dei suoi cittadini. Per questo articolo Facci è stato sospeso dall’Ordine per due mesi in cui gli sarà anche interrotta l’erogazione dello stipendio.

Se ci si soffermasse soltanto al titolo sembrerebbe una misura adeguata, forse persino riduttiva rispetto all’incitamento all’odio che il giornalista milanese ha compiuto. E invece, leggendo per intero il testo, se ne può comprendere il buonsenso al netto delle solite uscite provocatorie tipiche dell’autore. Soprattutto per il passaggio in cui viene rivendicato il diritto ad odiare, equivalente a quello di amare. Due facce, in fondo, della stessa medaglia. Due sentimenti che esistono in natura e nell’animo umano.

Ma non è questo il punto. Facci ha voluto aprire uno squarcio all’interno dello stucchevole, finto, insulso politically correct in cui è immersa ormai la società italiana. Soprattutto quando si parla di immigrazione e terrorismo. Un festival dell’ipocrisia che ci vede tutti santi in pubblico, molti diavoli nel privato delle proprie vite. Ipocrita proprio come una parte dell’Islam di cui parla Facci nel proprio articolo. Quell’Islam che uccide gli “infedeli” che bevono alcol e mangiano carne proprio come quei milioni di musulmani che trasgrediscono ai presunti dettami del Corano sul regime alimentare. Stesse ipocrisie a cui assistiamo sul versante dei cattolici baciapile, i tanti politici dei Family Day che violano la prescritta eternità dei sacramenti come il matrimonio. La differenza, in questo caso sostanziale, è che da secoli il cattolicesimo non uccide in nome di un Dio. Questo invece accade per l’Islam oggi. L’Isis e al Qaeda sono sicuramente una minoranza del mondo musulmano, ma una minoranza visibile che mette in discussione ogni nostro principio sulla democrazia e l’accoglienza.

I terroristi li alleviamo in casa, nove attentatori su dieci di tutti i più grandi attacchi recenti sono nati e cresciuti nella nostra Europa. Eppure, anziché cercare di capire cosa ci sia che non vada in alcuni aspetti della cultura islamica, ci interroghiamo sulle manchevolezze dei nostri percorsi di inserimento sociale e d’integrazione. Subiamo attentati, muore gente innocente e siamo noi a farci una colpa perché non abbiamo saputo far integrare questi soggetti. Interpretazioni lette più volte tra opinionisti e politici. Un tema ricorrente quando si parla degli sbarchi, del ruolo delle Ong, delle dinamiche degli attentati. Mi occupo di questo settore per il quotidiano della mia città, Il Mattino, e credo di conoscere abbastanza bene la tematica per i frequenti riconoscimenti e attestati di stima che ricevo. Con l’Islam si usa un velato giustificazionismo, proprio come per la vecchia teoria che vuole che “i napoletani che rubano perché in città non esisterebbe uno stato sociale”. Perché “Tutte quante amma campà”… In qualsiasi modo.  Una follia che scavalca il libero arbitrio e la coscienza di cui dovrebbe essere dotato ogni essere umano.

Coltivare l’odio, tanto più dalle colonne di un giornale, è certamente esecrabile. Ma ancor più esecrabile è la punizione che si è voluta dare a Facci. Un Ordine, quello dei giornalisti (di cui volente o nolente sono associato come professionista), che dovrebbe forse più utilmente vigilare sulle fake news, sulle distorsioni informative in atto sul web e sui social network, sui tanti siti internet canaglia che per accalappiare qualche click sviliscono, queste si, la dignità professionale. Ecco, tra gli spacciatori di “cattive opinioni” e quelli che vendono a buon mercato centinaia di false notizie, forse i censori dell’ordine dovrebbero propendere a sanzionare i secondi.

Facci è un provocatore, spesso sopra le righe. Odio (si, anche io rivendico il mio diritto ad odiare) i suoi tweet contro i napoletani o quando scrive di “froci” e di “negri”. Non perché odio lui, ma la cattiva educazione sentimentale di chi in qualsiasi modo cerca buona o pessima notorietà attraverso l’eccesso verbale. Ma stavolta Facci ha posto un tema serio. Su cui dibattere, non certamente da censurare. Poi si può essere “Favorevoli o contrari”, proprio come approssimativamente si intitolava un vecchio film. Ma erano tempi in cui il giornalismo era altro e contemplava pure le opinioni eccessive, non il melenso politcally correct o lo scandalismo a tutti costi a cui ci siamo assuefatti negli ultimi tempi.

Valentino Di Giacomo

QUESTO L’ARTICOLO DI FACCI DELLO SCORSO 28 LUGLIO

Odio l’Islam. Ne ho abbastanza di leggere articoli scritti da entomologi che osservano gli insetti umani agitarsi laggiù, dietro le lenti del microscopio: laddove brulica una vita che però gli entomologi non vivono, così come non la vivono tanti giornalisti e politici che la osservano e la giudicano dai loro laboratori separati, asettici, fuori dai quali annasperebbero e perirebbero come in un’acqua che non è la loro. È dal 2001 che leggo analisi basate su altre analisi, sommate ad altre analisi fratto altre analisi, commenti su altri commenti, tanti ne ho scritti senza alzare il culo dalla sedia: con lo stesso rapporto che ha il critico cinematografico coi film dell’esistente, vite degli altri che si limita a guardare e a sezionare da non-attore, da non-protagonista, da non vivente. Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle, anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare. Odio l’Islam perché l’odio è democratico esattamente come l’amare, odio dover precisare che l’anti-islamismo è legittimo mentre l’islamofobia no, perché è solo paura: e io non ne ho, di paura. Io non odio il diverso: odio l’Islam, perché la mia (la nostra) storia è giudaica, cattolica, laica, greco-latina, rousseiana, quello che volete: ma la storia di un’opposizione lenta e progressiva e instancabile a tutto ciò che gli islamici dicono e fanno, gente che non voglio a casa mia, perché non ci voglio parlare, non ne voglio sapere: e un calcio ben assestato contro quel culo che occupa impunemente il mio marciapiede è il mio miglior editoriale. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro. 

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Eh si. Questa volta il titolo inganna, ma è un espediente voluto, fatto apposta, perché voglio rivolgermi proprio a voi: quelli della facile indignazione, i paladini di #NapoliCittàStato, i difensori del vessillo di Partenope in permanente attività. Non se ne può più. In un corto-circuito tra ignoranza e disinformazione che ormai sta superando ogni livello di guardia in ogni settore. Per fare un esempio basta fare un giro rapido sui social network che ogni giorno spunta una notizia di qualcuno che parla male di Napoli e migliaia di persone, come pecore in un gregge, a commentare glorificando le unicità di una terra con un provincialismo e un’arretratezza che non ha precedenti nella millenaria storia della nostra città.

L’ultimo episodio riguarda i tifosi del Foggia che per festeggiare il loro ritorno in Serie B hanno intonato i soliti cori sul Vesuvio. E centinaia, migliaia di siti web a riprendere la notizia come se fosse un affare di Stato, come se davvero i creatori di queste pagine online fossero così interessati al rispetto dell’educazione e della civiltà invece che al proprio tornaconto (talvolta economico) per aumentare traffico sul proprio sito. Che poi se fossero realmente civili, educati e rispettosi nei confronti dei propri lettori magari eviterebbero di pubblicare articoli con titoli contrari ad ogni buona regola deontologica e, ripeto, rispettosa dei lettori. Mi riferisco a quei titoli ormai tipici: “Ha fatto una scorreggia in pubblico, ecco chi è“. “Se vuoi che Sarri resti a Napoli clicca mi piace“, perché non c’è dubbio alcuno che il mister deciderà il proprio futuro in base ai like su una pagina Facebook… Certo, chi pubblica questa roba è in malafede, ma pure chi legge, chi commenta, chi partecipa non è proprio una volpe. E li sto trattando…

Ora, da qualche tempo in qua, va invece di moda la mercificazione dell’indignazione un tanto al chilo. Non sopporto quei link che rappresentano la politica e i politici come dei mostri, delle sanguisughe e, spesso, immotivatamente. Ma sono gusti. Quando però riguarda la mia città, mi incazzo doppiamente. Ora è arrivato persino lo sportello comunale “Difendi la città” per segnalare le offese contro Napoli e i napoletani, si dà patente di serietà a una massa di imbecilli che probabilmente andrebbero ignorati. Il sindaco di Cantù, il giornalista anti-Napoli, la soubrette che fa promozione di se stessa sparlando dei napoletani. Basta. Sono notizie che possono creare indignazione la prima volta, magari una seconda, poi basta. E’ diventato un sistema consolidato sfruttato da tutti: da chi l’offesa la riceve e da chi la pronuncia. Tutti ci guadagnano. Fessi e contenti. Come quando Salvini è venuto a Napoli e gli si è data ancora più importanza contestandolo.

La smettiamo? Riusciamo a metterlo un punto? Si riesce a fermare questa valanga di vacuità in nome della difesa di una città che deve essere per forza più bella, più civile, più di cuore, più tutto. Più passa il tempo e più va consolidandosi un clima culturale provinciale, chiuso, arretrato. In una sindrome d’accerchiamento che non esiste. Ormai non è più solo permalosità, ma idiozia.

Ecco, cari napoletani, miei concittadini, ma veramente siamo diventati questo? Oppure è soltanto una falsa rappresentazione dei media e dei social? Se apro la mia home di Facebook ci trovo solo amici che si incazzano per i cori sul Vesuvio, per il sindaco imbecille che sparla di Napoli, per il giornalista che mette l’accento sui problemi della città. Per carità, in Italia il razzismo verso i napoletani esisterà pure, ma non è un’emergenza. Non siamo i negri d’America degli anni ’50. Oltre a guardare il computer, impariamo pure a mettere il naso fuori dalla finestra. Fuori c’è un mondo che o non sa manco dove esiste “La città più bella del mondo” o che manco se la incula (per usare un termine un po’ forte che mi perdonerete). Non esiste solo Napoli, non esistono solo i napoletani, non siamo il centro dell’Universo pure se ci fa piacere pensarlo.

Abbiamo una bella città, con i suoi problemi e le sue bellezze, come tante tante altre. Pure a Barcellona fanno gli scippi, pure a New York si spara in strada e a volte nelle scuole. Il mare ce l’hanno pure a Valencia, un vulcano sta pure a Tokyo, musica tipica pure a Rio de Janeiro. Il mondo è bello perché è vario. Guardiamolo, non isoliamoci in noi stessi guardandoci ogni volta l’ombelico. Eravamo una città cosmopolita. Che fine abbiamo fatto? Ecco perché, talvolta, da napoletano, a voi napoletani vi schifo e vi odio. Non vogliatemi male.

Valentino Di Giacomo

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Lo scuorno

E’ festa a Napoli, la Ssc Napoli compie 90 anni. Per l’occasione De Laurentiis ha fissato per stasera una partita contro i francesi del Nizza dove ci sarà un piccolo show prima della gara con tante vecchie glorie che hanno vestito la maglia azzurra. Sui profili Facebook e Twitter quasi tutti i tifosi del Napoli hanno scritto del proprio “amore” per la squadra. Un amore che, evidentemente, ha un prezzo. Fino a ieri il Napoli era riuscito a vendere soltanto 8mila biglietti, poi oggi, per paura che la festa risultasse deserta la società azzurra ha deciso di distribuire i biglietti gratuitamente. Ed è stata subito ressa al San Paolo per accaparrarsi il biglietto omaggio.

L’ennesima dimostrazione che il pubblico partenopeo è ormai di gran lunga il peggiore d’Italia, forse del mondo. Vorrei usare aggettivi peggiori, ma non posso prendermi querele. Posso solo dire che disprezzo in maniera enorme questa gentarella incoerente, micragnosa, avida. Sempre pronti a criticare il “Pappone” perché “non caccia i soldi”. Perché è sempre bello parlare della tasca degli altri e mai della propria.

Da oggi il primo di questi soggettucoli che criticherà De Laurentiis “pappone” si ricordi di quando si mise in fila per ore per accaparrarsi un biglietto omaggio che costava soltanto pochi euro. Napoli-città fa l’ennesima figura di merda nei confronti del presidente di calcio che napoletano non è. Pure se parla delle 4 giornate, resterà pur sempre un romano che parla romano. Ottimo imprenditore, ma romano nell’anima. E non è un’offesa dare del romano. E’ un’offesa per la città mostrare ancora una volta la Napoli dei lazzaroni che mai è scomparsa. Quella Napoli che dà un prezzo all’amore, perché in fondo questa è pur sempre la città più puttana d’Italia che alza in cielo Re e poi li trascina a terra nel giro di un attimo, che passa con disinvoltura dalla monarchia borbonica a quella piemontese e savoiarda al referendum del ’46. E poi si scopre Repubblicana.

Oggi questa Napoli si è mostrata con tutta la sua potenza. Una Napoli che, proprio perché è la mia città, amo e disprezzo profondamente. E che oggi mi ha dato un colpo fatale come una coltellata alla schiena.

I soldi presi per Higuain, De Laurentiis li investa per programmi di educazione al tifo. Quel tifo disinteressato, che non mette un prezzo alla propria passione. Tanto più quando è di pochi spiccioli. Che brutta figura avete fatto! Se uno contesta perché non gli piace il mercato o per la partenza di Higuain lo fa e basta. Non c’è un prezzo per l’amore come non c’è per l’indignazione. Che incoerenza! 18 euro costava il biglietto, non 180… La dignità costa 18 euro. Almeno a Napoli

Vi disprezzo con tutta la mia anima.

Valentino Di Giacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

E’ inutile addolcire la pillola. La scelta bianconera di GH ci dice due cose che non possono essere sottaciute se si vuole affrontare la vicenda con un minimo di onestà intellettuale. GH alla giuve ridimensiona, di molto, il Napoli e forse può finalmente far poggiare un po’ i piedi per terra ai tanti tifosi del “Devi vincere” ed “Aurelio Pappone” a cui tanto piace volare con la fantasia. La Juve in questa sessione di mercato ha acquistato i due calciatori più forti dalle sue dirette concorrenti, prima Pjanic e poi GH. Li ha ingaggiati con la clausola, li ha voluti e li ha presi senza fare troppe storie. Il Napoli è il Napoli, la Juve è la Juve. Il Napoli può coltivare i propri progetti vincenti nel lungo periodo, la Juve no. Perché chi “Deve vincere”, subito, sono i bianconeri, non noi.  La differenza sta tutta qui: loro comprano il campione di 29 anni pagandolo la cifra più alta mai vista nella storia del calcio italiano e noi questo tipi di acquisti non possiamo farne. Addossare ora colpe a De Laurentiis è da incapaci autentici. Il presidente ha fatto di tutto per trattenerlo, ma GH ha preso la propria decisione. Ad Aurelio va dato il merito di aver tenuto duro fino all’ultimo e di aver realizzato un affare sensazionale che assicurerà un futuro altrettanto importante al club.

L’altra verità che non è possibile sottacere è la scelta di GH. Ha scelto il club dove ha più possibilità di vincere, è un suo diritto. Ha scelto la strada più semplice, la vittoria sicura, a quella più difficile e che, se fosse accaduta, lo avrebbe consacrato nella storia del calcio e di questa città. GH nella storia del campionato italiano ci è già entrato lo scorso anno segnando 36 reti, nessuno meglio di lui. Lo ha fatto con la nostra maglia e di questo possiamo solo ringraziarlo, così come lui dovrà ringraziare noi. Dovrà essere grato a De Laurentiis che gli ha dato la possibilità di guadagnare TANTO e di averlo portato a Napoli quando a Madrid era un giocatore importante, ma non fondamentale. Deve ringraziare Sarri che lo ha messo al centro del progetto di gioco e che gli ha consentito di segnare una caterva di gol. Deve ringraziare Hamisk, Insigne, Callejon che tanto lo hanno agevolato. Dopo i ringraziamenti, però, si volta pagina.

Il Napoli, pur senza la sua stella, è una squadra già molto forte. Probabilmente a fare le veci di GH arriverà Bacca, ma questo lo vedremo e giudicheremo a tempo debito. Eppure, se proprio Bacca arrivasse, sarebbe la conferma ulteriore della poca chiarezza di De Laurentiis. Bacca costa 30 milioni ed ha 29 anni. I 30 milioni che spenderebbe il Napoli per Bacca equivarrebbero in proporzione ai 94 che spenderà la Juve per acquistare un giocatore che ha 29 anni come GH. Se De Laurentiis ha le idee chiare e non ha accusato troppo il colpo della cessione, dovrà necessariamente comprare un calciatore giovane e affermato. Icardi o Lukaku solo per fare due nomi. Oppure, se arrivasse Bacca, allora qui ci aspettiamo pure un Belotti o un Berardi: due dei giocatori più validi del nostro campionato.

Ad ogni modo la cessione di GH consente al Napoli di rinforzare per bene tutti i reparti. Ma il club azzurro dovrà essere intelligente nel non buttare soldi a casaccio. Servono giocatori già fatti, ma giovani e di prospettiva se si vuole salvaguardare sia l’aspetto sportivo che economico della società. Certo, ora da De Laurentiis ci aspettiamo veri investimenti. Vale a dire: spenda i soldi della clausola e pure quelli della Champions.  Fino ad ora ha acquistato Tonelli per 7,5 milioni e Giaccherini per 1,5. Qualche altro soldino oltre a quelli di GH, insomma, avanza. Altrimenti darà credito alle lagnanze “papponiste”. Almeno io, fino ad ora, ho sempre difeso il presidente. Oggi è lui che deve mettersi nelle condizioni di farsi difendere.

L’altra soluzione, che però certamente i coristi del “Devi vincere” non contemplano, è che il Napoli investa anche delle risorse per strutturarsi in maniera seria come club. E’ possibile investire nello stadio, in un centro sportivo all’avanguardia per far crescere i giovani. Certo, ne risentirebbero gli investimenti per la prima squadra, ma il club farebbe un passo ulteriore per guardare al futuro con ancor maggiore stabilità.

Mi fareste sicuramente notare che ho omesso di scrivere che la Juve per comprare il 29enne GH deve necessariamente vendere il 22enne Pogba. E’ vero. Ma un centrocampista, pur se bravo, non farà mai la differenza quanto un attaccante. La Juve fa un affare a vendere alle cifre che si leggono, così come lo fa il Napoli a vendere GH. Il sacrificio bianconero è intelligente nell’ottica di chi deve vincere SUBITO. Ai ripianamenti societari poi ci penseranno tra qualche anno. La loro squadra può permettersi di essere più vecchia della nostra. Noi, al momento, non possiamo.

Ad ogni modo, tanto più in questo momento, stringiamoci forte intorno alla squadra. Non serve a nessuno cominciare un’altra stagione tra strali di polemiche inutili e, come accaduto lo scorso anno, totalmente infondate. Qui giudicheremo con attenzione l’operato di De Laurentiis e non faremo sconti. Proprio come lui ha avuto il merito di non farne alla Juve.

Un argentino può giocare a Torino tanto più se si è come GH. Il bomber 29enne ha dimostrato benissimo la differenza che c’è tra l’essere corazon della Boca o del River. Lui è un Riverista squallido. Lui è lontano anni luce da Diego Armando Maradona. E ditemela adesso la storiella del drogato. Diego Armando Maradona è stato uno dei più grandi UOMINI sulla faccia della Terra, prima ancora di essere il più grande calciatore. Diego è l’essere umano migliore dell’Universo. E ora spero l’abbiano capito tutti. Altro che quel tipo che non merita neppure di essere nominato. Il calcio è cambiato, il cuore degli uomini piccoli non ha bandiere.

Valentino Di Giacomo

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Era convinto che si potesse avere successo scrivendo e cantando canzoni in un misto di italiano e napoletano. Credeva talmente in quella formula innovativa, che lui definiva di “contaminazione”, da mettersi contro le case discografiche, che invece lo obbligavano a scegliere uno solo dei due “linguaggi”. Ma lui, caparbio, girava personalmente le radio di tutta Italia per promuovere i suoi dischi.
Ed in effetti aveva ragione, come dimostrò il successo di coloro che adottarono questa formula, Pino Daniele su tutti.
Ebbe anch’egli la sua stagione di gloria, ma purtroppo durò poco, coincidendo per lo più con le sue partecipazioni al Festival di Sanremo del 1978 e del 1979.
Stiamo parlando di Ciro Sebastianelli, un cantautore napoletano “sui generis”, uno strano miscuglio tra Murolo e Cocciante, tra Ranieri e Battisti.
Figura emblematica di quegli anni un po’ cialtroni, in cui per promuovere un 45 giri (“Laura”) dovevi fingerti “ragazzo padre”, in ossequio al testo della canzone, pur avendo già moglie e tre figli.
Anni strani in cui Gilberto Sebastianelli sceglieva come nome d’arte l’esotico “Ciro”, oppure si ritrovava al primo posto delle classifiche olandesi, mentre in Italia non se lo filava nessuno.
Scrisse pezzi per Loredana Bertè, collaborò con Cristiano Malgioglio, partecipò al Festivalbar con la sua canzone più nota,“Marta”, ma andò incontro ad un rapido declino.
Ci ha lasciato a soli 58 anni per problemi cardiaci nel 2009.
Ma il momento più alto della sua carriera resta il Festival di Sanremo del 1978.
Il suo brano “Il buio e tu” sfiorò la vittoria, staccato di un solo punto dai Matia Bazar, Anna Oxa e Rino Gaetano, arrivò quarto assoluto e secondo nella categoria “cantautori” alle spalle di “Gianna” di Rino Gaetano. Ilpezzo riscosse anche un grande successo di pubblico vendendo in pochi mesi 350mila copie.

Giuseppe Ruggiero

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Gli Squallor

Li ascoltavamo di nascosto per non farci scoprire dai grandi, ci passavamo cassette pluriregistrate, e quando Rete 4 in terza serata trasmetteva Arraphao eravamo tutti pronti a fare la nottata per non perderlo… Gli Squallor anche se nell’ombra, anche se qualcuno non aveva il coraggio di ammetterlo, hanno sempre fatto parte della nostra vita.

Da bambino ridevi per le parolacce, da ragazzo ridevi perchè ti immaginavi le situazioni che cantavano da grande ridi perchè le vivi.

Non hanno mai fatto un live, mai un video, apparivano nei film ma  alcuni di loro erano poco più di una comparsa, gli Squallor sono diventati mitici anche per questo: non c’erano (parafrasando Ti ho conosciuta in clubs). Eppure Pace, Savio, Bigazzi e Cerruti sono stati 4 dei pilastri fondamentali della musica Italiana di quasi mezzo secolo.

Non li abbiamo mai visti a Sanremo, eppure ci sono stati e anche spesso, così nel percorso che ci porta al Festival non possiamo non citare gli Squallor, anche se nonostante il gruppo cantasse in Napoletano, loro non erano tutto nati a Napoli, vediamo così come i 4 Squallor hanno fatto la storia delle kermesse sanremese.

Alfredo Cerruti è la voce narrante di tutte le marce degli Squallor, direttore artistico della CBS, poi della CGD e infine della Ricordi tanti dei talenti prodotti e lanciati da lui sono sbarcati a Sanremo, lui direttamente però ci arriva nel ’90 come autore televisivo. Cerruti era infatti fra gli autori e fra i giudici di “Il caso Sanremo” un programma che era una sorta di Pre-festival che ripresentava i vecchi successi sanremesi dividendoli in decadi.

Daniele Pace è milanese di origini pugliesi, ma ama cantare e scrivere in Napoletano. Quando nelle canzoni degli Squallor si sente una R Moscia è lui. Autore di grandissimi successi come Nessuno mi può giudicare e E la luna bussò o A far l’amore comincia tu Daniele Pace arriva al festival nel 1969 con Alla fine della strada, cantanta da Junior Magli, la stessa canzone reinterpreta in inglese da Tom Jones lo portò a vincere un Grammy (ma questa è un’altra storia…). ritornerà al Festival con canzoni scritte per Gigliola Cinquetti, i Camaleonti, Sandro Giacobbe fino ad arrivare al Festival dell’81 quando ottenne il successo internazionale con Sarà perchè ti amo cantata dai Ricchi e Poveri. Morirà di infarto nel’85.

Fra gli Squallor non poteva mancare un toscano, il fiorentino Giancarlo Bigazzi, è uno degli autori più apprezzati del panorama della musica leggera italiana e come produttore ha sempre lanciato artisti di grande personalità. Lisa Dagli occhi blu, Gente di Mare e Gli uomini non cambiano sono alcuni dei principali successi che vedono la sua firma. Al festival arriva con il Giardino dei Semplici, con Miele scritto con l’altro Squallor Totò Savio, e fra gli anni 80 e 90 ci tornerà spessissimo e sempre da protagonista: vince il festival con Si può dare di più, scritta per Tozzi, Morandi e Ruggeri, con Perchè lo fai cantata da  Masini arriva terzo, vince Sanremo giovani con Non amarmi cantata da Alenadro Baldi e Francesca Alotta, e mette la sua firma è sotto tanti altri successi Sanremesi come Non succederà più cantanta da Claudia Mori e una certa Rose Rosse cantata da Massimo Ranieri. L’ultima canzone che ha scritto è stata Cirano, del 1996 cantata da Guccini, ha proseguito la sua carriera come autore di colonne sonore di film fino al 2012, anno della sua scomparsa.

Totò Savio è la voce degli Squallor, quella meravigliosa voce roca e intensa che paragonava la luna a una scorza di limone. Autore e compositore anche lui di grandi successi come Se bruciasse la città il suo cammino al Festival inizia con un pezzo che ancora adesso conoscono tutti: Cuore Matto, del ’67 cantato da Little Tony. Nel suo sodalizio con Bigazzi come abbiamo visto porterà sulla riviera ligure i Camaleonti, ma i titoli più importanti portati sul palco dell’Ariston sono senza dubbio Una rosa blu, cantata da Zarrillo e l’immortale Maledetta Primavera cantata da Loretta Goggi.
Negli anni ’90 diventa il direttore dell’orchestra della Rai e la sua produzione come autore è limitata, fino agli anni ’90 quando gli viene diagnosticato un tumore alla gola che lo porterà alla morte nel 94.

Questo breve articolo non rende minimamente giustizia ai 4 Squallor, che hanno realmente animato e rivoluzionato la musica italiana, basta dare un’occhiata a wikipedia per rendersi conto di quanto siano stati prolifici senza  mai essere banali… e con tutto il rispetto per gli autori contemporanei ripensando a quello che hanno fatto viene naturale pensare che era meglio quando c’erano gli Squallor… Si, era meglio!

Paolo Sindaco Russo

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Foto da Wikipedia

Il vero re napoletano del Festival è sicuramente lui.

Non stiamo parlando di Massimo Ranieri, né di Nino D’Angelo; gli stessi Mario Merola e Gigi D’Alessio in questo caso non possono competere.
L’assoluto protagonista campano a Sanremo è senza alcun dubbio Giuseppe Faiella, in arte Peppino Di Capri. Suo il record di partecipazioni, addirittura quindici, suo il record di successi, ben due, nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”.
Altro elemento straordinario è dato dal fatto che le sue partecipazioni abbracciano addirittura cinque decenni, in ognuno dei quali, dagli anni ’60 agli anni 2000, il nostro può vantare almeno una partecipazione. Purtroppo non vi è stato ancora un suo brano al Festival in questi anni ’10 del 2000, ma il decennio non è ancora concluso, quindi non disperiamo di rivederlo sul palco dell’Ariston, magari proprio l’anno prossimo, a 50 anni esatti dalla sua prima partecipazione avvenuta nel lontano 1967 in coppia con Dionne Warwick con il brano “Dedicato all’Amore”.
In Italia ci sono cantanti, musicisti, autori che, in virtù di falsi pregiudizi ed un sistema alterato di valori creato da critici musicali settari ed incompetenti, non raccolgono il plauso che la loro carriera meriterebbe. Non stiamo parlando del pubblico, che quasi sempre sa scegliere meglio di critici e discografici, ma dell’opinione comune dei cosiddetti “addetti ai lavori”, che spesso sembra relegare Giganti della musica italiana al ruolo di macchiette o di comparse.
Di Capri è tra questi, spesso guardato con distacco e con sarcasmo dalla critica, rappresenta invece un pilastro del panorama della musica Italiana.
L’uomo che visse, non due, ma almeno 10 volte. E’ stato rocker e cantante confidenziale, cantautore e interprete di classici napoletani, jazzista e leader di un gruppo, beat e autore di sigle televisive, attore, discografico e persino protagonista di un cartone animato.
Ha cantato a soli 5 anni per il Generale Clark e le sue truppe di stanza a Capri ma anche, unico italiano, sullo stesso palco dei Beatles. Famoso in Brasile e in Germania, in Giappone ed in Francia.
Tante le perle sanremesi, condite di ospitate anche queste nel segno della versatilità, da Proietti a Palatresi, da Petra Montecorvino a Pino Donaggio, con il quale nel 1971 presentò la bellissima “L’ultimo romantico”.   Tra tutte però ho voluto scegliere un brano del 1990, il cui titolo, “Evviva Maria”, aveva scatenato i maligni e gli ignoranti, i quali ironizzando avevano pensato ad una cantilena da processione o ad un canto ecclesiastico.
In realtà ci trovavamo in piena “era lambada” e Peppino, sempre sul pezzo con l’aiuto del fido Depsa, volle proporre la sua personale versione del ballo brasiliano; anche stavolta, con un abbinamento improbabile quanto efficace, gli furono affiancati infatti Kid Creole & The Coconuts.
Il risultato è un brano allegro e poetico, una ventata di aria fresca che, come Maria, dal mare irrompe sul palco di un teatro, non sempre frizzante e leggero come dovrebbe, portando gioia e semplicità come solo Di Capri sa fare.

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Il Napoli vincente fa saltare i nervi

Bruttissimo episodio avvenuto nella tribuna stampa dell’Atleti Azzurri d’Italia: come segnala il giornalista di PianetaNapoli Luigi Giordano, dopo il gol 2-1 siglato da Higuain, tre colleghi napoletani sono stati aggrediti da alcuni tifosi dell’Atalanta prima verbalmente, poi addirittura in maniera fisica, con spintoni e schiaffi anche verso una ragazza. L’intervento degli steward e delle Forze dell’Ordine, che hanno portato via i facinorosi, ha poi riportato la calma.

E’ assolutamente indecente che episodi del genere capitino sempre più spesso nei confronti dei napoletani. Evidentemente il Napoli vincente fa saltare i nervi a molti, ma gesti del genere non possono essere più tollerati.

ULTIMO AGGIORNAMENTO: Un collega presente in tribuna stampa non conferma l’episodio. Ci auguriamo che quanto riferito da alcune testate on line sia un fuoco di paglia. Sarebbe una pessima notizia per l’informazione, ma ottima per lo sport.

Carlo Alvino non parla invece di alcuna aggressione ad una ragazza, ma conferma le aggressioni. Ecco le sue dichiarazioni: “Al 2-1 di Higuain è successo qualcosa da raccontare: qualcuno è venuto alle mani, dei colleghi sono stati aggrediti. La città di Bergamo si distingue un’altra volta per la sua sportività, ma è molto meglio pensare alla vittoria che è stata meritatissima e fondamentale grazie a Babbo Natale Higuain che ci permette di stare un po’ più tranquilli”

 

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“Ti amo terrone, ti amo terrone, ti amo”. Ve lo ricordate quel coro di Mandorlini? Beh di certo in pochi lo avranno dimenticato. Per questo ieri ne abbiamo scritto. E’ il simbolo di questo Paese dove in uno stadio si canta la Marsigliese per ricordare le vittime degli attentati di Parigi, poi un minuto dopo in quello stesso stadio si consente a quegli stessi tifosi di inneggiare il solito coretto “Vesuvio lavali col fuoco“. E la colpa è di chi, pur avendo responsabilità per il ruolo che ricopre, anche mediaticamente, soffia sul fuoco invece che cercare di educare i tifosi ai valori dello sport.

Per carità nello sport conta pure vincere, oggi noi napoletani ci saremmo inquietati non poco se gli azzurri non fossero riusciti a scardinare la difesa veronese. Però, prima di tutto, ci sono dei criteri di civiltà che non possono essere dimenticati. I napoletani vanno in tutti gli stadi del nord a beccarsi questo genere di razzismo. Ormai è diventata una moda. E’ vero pure che ingigantire questo fenomeno è sbagliato: pure io allo stadio canto Roma o Milano in fiamme, poi ho tra i miei amici sia romani che milanesi e mai mi sognerei di augurargli il male. Ma il razzismo verso i napoletani dura da troppi anni e non si può derubricare a semplice “coro da stadio”. Resiste in troppe città italiane questo pregiudizio nei confronti dei meridionali, altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il motivo per cui in Italia esista ancora un partito denominato Lega Nord che basa la sua politica proprio con l’odio verso chi viene dal sud.

Tutto questo sentimento insopportabile alimenta (anche in me, non lo nascondo) un sentimento di anti-italianità da parte dei napoletani. E pensare che l’Unità d’Italia è avvenuta oltre 150 anni fa. E sorvoliamo sulle modalità di questa annessione perché altrimenti non la finiremmo più.

Se però questo razzismo continua è anche grazie ai vertici del nostro sport che mostrano una totale incapacità nel punire certi comportamenti. Oggi a Sky, dopo che Condò ha fatto notare i soliti cori contro i napoletani, Ilaria D’Amico non ha potuto dire o biascicare nulla di più intelligente di “Vabbé succede anche a Napoli in particolare più volte“. Il tutto per strizzare l’occhio, in nome del Dio Denaro, a quella parte di pubblico (E SONO TANTI) che proprio non sopporta i napoletani.

Qui a Napoli, anche attraverso il nostro sito con diversi articoli, non lodiamo i comportamenti beceri dei nostri ultrà quando commettono gesti incivili o intonano cori disdicevoli. Però questo lavoro va fatto ovunque, altrimenti la vinceranno sempre questi buzzurri che con lo sport non hanno nulla a che fare. I media, gli addetti ai lavori, la politica. Certo, se poi un allenatore del Verona, che lavora in una città ad alto tasso di razzismo, soffia sul fuoco anziché cercare di educare la propria tifoseria, allora la battaglia è proprio persa. “Ti amo terrone”, “Lavali col fuoco”, “Napoli colera”. Per quanto tempo ancora vogliamo andare avanti in questo modo? Fatecelo sapere. Lo capiremo quando anche stavolta, l’ennesima, non arriverà nessuna sanzione realmente incisiva verso chi canta queste schifezze insopportabili.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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