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napoletana

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

La frittura di pesce è una di quelle classiche cose che tu credi sia facile, che ci vuole a friggere il pesce? Poi quando provi a farla ti trovi la paranzella smosciata o che magari si stacca perchè l’hai fritta troppo, gli anellini di calamaro vengono tosti perchè li friggi poco, le impanature si staccano e l’olio puzza di bruciato dopo poco.
La frittura di pesce ha bisogno di un’ottima preparazione, ritmi altissimi, rapidà di esecuzione, tocco preciso e nessuna distrazione, fa parte di quel ramo della cucina napoletana frenetica, che sembra semplice ma in realtà è estremamente complessa.

L’opposto della frittura di pesce è il ragù: lo puoi preparare con più calma, devi scegliere bene gli ingredienti e soprattutto devi prenderti tutto il tempo che ti serve, la fretta uccide il ragù, lo trasforma in quella che De Filippo definiva carne cu ‘a pummarola, soffriggere il fondo preparare le carni scegliere il momento per inserire il pomodoro e soprattutto farlo pippiare e seguirne le ore di cottura sono una procedura lenta che necessità di grande pazienza e dedizione.

Nel calcio esistono partite frittura di pesce, ritmi elevatissimi, grande intensità e concetrazione alle stelle, è partite ragù, dove l’unico errore che puoi fare è perdere la pazienza. Palermo Napoli è stata chiaramente una partita ragù. Fra primo e secondo tempo molti tifosi hanno azzuppato la loro scorza di pane nella salsa e si sono lamentati che era sciapa, troppo liquida, nun sapev e nient’ ecc. ecc. Sarri e i ragazzi invece hanno continuato a seguire la cottura e da questo grande ragù sono uscite pure tre tracchiulelle che domani ci spuzzuliamo con piacere… alla faccia chiavica di chi pensa al passato (non di pomodoro).

Cattivi: i soliti piagnoni avranno molto da lamentarsi, si lamenteranno di Milic, magari senza far caso al movimento che ha lasciato solo Hamsik per il primo goal; si lamenteranno di Insigne, se lo fanno dei capelli hanno pure ragione, ma direi che l’assist per il secondo goal non era tanto male… Se c’è stato qualcosa di brutto stasera sono stati i soliti lamenti, ma oramai non ci faccio più caso.

Buoni: Marek Hamsik torna al goal e a una buona prova, sappiamo che il capitano non tradisce e oggi ha chiuso una splendida azione sbloccando il risultato. Zielenski ha un talento e un’energia devastanti, un vero cavallo di razza, l’azione per il terzo goal è impressionante. Migliore in campo? Un giocatore che in questo momento nel suo ruolo e fra i migliori al mondo, non riesco a pensare più di 3 o 4 squadre dove non sarebbe titolare o almeno in ballottaggio per una maglia: Callejon, non tanto per i due goal ma per la sua onnipresenza e le doti tattiche da vero fuoriclasse, se poi segna con questa frequenza… che vogliamo di più?

Paolo Sindaco Russo

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Sole, mare, vacanze e spensieratezza, questo è quello che in quasi tutti evoca il pensiero dell’estate. Ma per molti non è così, per molti anziani la nostra stagione preferita si traduce spesso in calore, afa, solitudine e tristezza.

Per gli anziani che vivono nelle case di riposo e quelli che non hanno la fortuna o la possibilità di vivere in famiglia, l’estate si trasforma in un periodo di sofferenza difficile da affrontare. E chi lavora nelle tante case di riposo si trasforma un po’ nella famiglia degli ospiti.
Nasce così l’idea, un po’ scherzo un po’ provocazione, di Olimpia Adardi, animatrice sociale del centro anziani di Colecchio di invitare i ragazzi alla ricerca di Pokemon di farsi un giro anche nel centro per “catturare” qualche sorriso e fare due chiacchiere con gli ospiti.

Non vogliamo scadere nel luogo comune ma anche quest’idea ha una maternità tutta Napoletana: basta guardare un attimo Olimpia, o Pia per gli amici, per capire che “viene da giù” e l’accento tradisce la sua provenienza Napoletana.

Il nostro è un contesto che troppo spesso non viene visto, per volontà ovviamente. A parte i familiari e i volontari che conosco bene la struttura, gli altri fanno finta di non vederlo, lo evitano come tutte le cose che fanno paura. La vecchiaia è una fase della vita che oggi molti giovani non conoscono. Non esiste più l’ambiente famigliare unico dove il bambino cresceva insieme al nonno e si era abituati alla presenza degli anziani, oggi purtroppo la vecchiaia è vista come diversità, il vecchio è una persona malata. Sono pochissime le persone che arrivano da noi.”

Pia continua nel suo racconto appassionato specificando che non ha nulla contro i Pokemon o i videogiochi: La mia è una provocazione, perchè il confronto intergenerazionale non c’è. C’è qualche nipotino che viene a cercare il nonno o il bisnonno, ma sono pochi. Una sera ho visto un centinaio di ragazzi davanti a un monumento in silenzio che cercavano i pokemon. Mi sono detta “Ci pensi se questi arrivasero nella casa degli anziani?” Non è una critica, ma solo un modo di dire che esistiamo anche noi, come luogo, come realtà ma soprattutto esiste questa fase della vita, per cui entrate… Magari trovate un Pokemon in braccio alla nonna!

Forse qualche esperto di Pokemon Go potrà consigliare ad Olimpia come attivare le esche all’interno del centro e riempirlo così di Pokemon e cacciatori e magari creare qualche momento divertente per tutti.

Ma al di là dei Pokemon possiamo invitare chi per un motivo o per un altro non ha la fortuna di poter crescere i propri figli con l’aiuto dei nonni di portarli nei centri, magari in accordo con chi come Olimpia ci lavora, senza cercare pokemon ma “portando un saluto e un sorriso” ricevendo in cambio un sorriso e qualche storia che attende solo di essere ascoltata.

Paolo Sindaco Russo

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Nicola Maldacea

E’ finalmente venne il tempo di Sanremo.
Il festival della canzone italiana, ormai alle porte, di frequente ha “cantato napoletano” trovando, quasi annualmente, tra i suoi protagonisti interpreti partenopei o comunque campani. Vi sarete però sicuramente accorti che, per scelta o per caso, negli ultimi anni la nostra musica è stata tenuta lontana dal palco dell’Ariston a beneficio di rapper e “amici”.
Quello che però molti non sanno è che il primo Festival della Canzone di Sanremo fu un festival tutto napoletano. Esattamente 20 anni prima della partenza dell’attuale competizione musicale, proprio nello storico Casinò municipale della città ligure, si tenne una rassegna canora interamente napoletana.
Va sottolineato che all’epoca musica popolare italiana e napoletana erano concetti coincidenti. La musica della “vecchia Napoli” negli anni trenta viveva un periodo d’oro, denso di attività e talento, una sorta di canto del cigno culminato in capolavori come Dicitenciello Vuje, Passione, Na sera ‘e Maggio e Signorinella, che sempre più estendevano all’intero scenario nazionale la supremazia delle “musiche e parole” napoletane.
Il Festival di Sanremo-napoletano fu ideato da Ernesto Murolo, poeta e giornalista partenopeo, nonché papà del grande Roberto.

Era il 1931 ed il vulcanico e discusso intellettuale, con l’aiuto del fido Ernesto Tagliaferri, grande musicista e direttore d’orchestra, ebbe l’intuizione di organizzare nella “città dei fiori” un festival di canzoni appunto tutte napoletane a cui parteciparono quasi esclusivamente cantanti partenopei.
Fu così che dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 “nella suggestiva cornice del Casinò Municipale di Sanremo” si svolse il Primo Festival di Sanremo.
In realtà si trattò di una kermesse di canzoni napoletane, senza classifica, giurie e vincitori, conclusasi con Napule ca se ne va, in omaggio ad una Napoli d’altri tempi, quasi a rappresentare la fine della “Napoli di una volta” che non riuscì a reggere l’impatto con la modernità.
Nonostante questo, la passerella di canzoni napoletane ebbe un discreto successo, merito anche dei nomi illustri che parteciparono. Una carrellata di personaggi originali e suggestivi.
La diva Ida Papaccio, in arte Ada Bruges, geniale e umorale, formosa e fatale.
L’esuberante e talentuoso Nicola Maldacea, il re delle “macchiette”, giocatore incallito che in una sola notte bruciò alla roulette l’intero compenso ricevuto.
Lo stornellatore fiorentino Carlo Buti, star internazionale, che interpretò “Adduormete cu’ mme”, scritta per l’occasione dal duo Murolo-Tagliaferri.
Il “maestro” Vittorio Parisi, in quel momento sicuramente il più famoso interprete della canzone napoletana, seguito da stuoli di ammiratori e ammiratrici.
E poi il tenore Mario Massa, Giorgio Schottler, Clara Loredano, Alfredo Sivoli, Ferdinando Rubino ed altri personaggi minori.
Dite che vi ricorda qualcosa?
Il seme era stato gettato ed a Sanremo, dove di fiori se ne intendono, lo conservarono con cura, lo innaffiarono e 20 anni dopo lo riproposero con successo. Un successo che tra cambiamenti, polemiche, snobbismi, vallette, cavalli pazzi, riserve indiane, eterni secondi e meteore dura ancora oggi. Un successo che però ha un’anima napoletana e che risale ad una vigilia di natale di tanti anni fa.

Giuseppe Ruggiero

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INTERVISTA ESCLUSIVA

Giusy Cristiano

E’ una ragazza che pian piano sta venendo alla ribalta del palcoscenico partenopeo/nazionale. Vanta proposte da Playboy, da tanti settimanali patinati ed è spesso ospite di qualche programma sportivo delle reti campane. Lei è Giusy Cristiano, napoletana di 29 anni che non ha molte remore nel lasciarsi fotografare con pochi vestiti addosso. Devo ammettere che, nonostante Giusy abbia presentato un proprio filmato al Festival del Cinema di Venezia, di non conoscerla fino a quando non mi è arrivata una sua richiesta di amicizia su Facebook. Inizialmente credevo si trattasse di uno dei tanti “fake” che tentano attraverso falsi profili di carpire le informazioni contenute sulle pagine Facebook di altri utenti. Poi ho scoperto che la “maggiorata fisica” made in Naples è una grandissima appassionata del Napoli e, sempre dal suo profilo Facebook, si sia lanciata in una foto desnuda in seguito ad una vittoria degli azzurri.

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)
Fonte: sscnapoli.it – (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Le chiedo con quale calciatore le piacerebbe uscire a cena e lei criptica mi risponde: «Uscire o ci ESCO? Ahahaha, sappi anche su questo avrò tanto da dire». Le chiedo allora di darmi un indizio e mi dice soltanto di «sapere molte più cose di quante ne conoscono i giornalisti». Subito dopo la nostra conversazione posta sul suo profilo una foto di Gonzalo Higuain inserendo la didascalia: «Sei stanco lo so, ma tutti crediamo in te… Niente gol niente ragù». Poi, discutendo con il suo manager fa intendere che potrebbe già essere a Verona per assistere alla partita contro gli scaligeri. Poi in chiusura di intervista precisa: «Non esco con nessuno in particolare». 

Su questo gioco del “dico e non dico” Giusy tenta probabilmente di suscitare maggiore attenzione. Eppure non sembra una “sgallettata”, bensì un personaggio complesso: il suo corpo non è usato solo per mero esibizionismo, dice di sé che questo sia un modo anche per sensibilizzare contro la violenza sulle donne, tema sul quale ha presentato un proprio corto a Venezia (cliccare qui per vedere il video). «Mi prefiggo – dice in esclusiva a SoldatoInnamorato la costituzione di qualcosa di importante a favore delle donne e per il gentil sesso. Il mio è un progetto programmatico, ma il mio corpo ha molto più significato al suo interno per questo motivo farò molte apparizioni TV anche in ambiti calcistici parlando di me e del mio mio ampio progetto». 

Giusy non esclude nemmeno un ingresso in politica: «La osservo e tanto anche se molto per le sue grandi lacune. Il mio futuro in politica è come il sogno di chiunque ,ma io lo farei solo per determinare un qualcosa rispetto a tutto quello che sto portando avanti». 

«Sono un personaggio – prosegue – che appare e che poi ha invece una sua quotidianità dove tassello per tassello sta mettendo su una fondazione, un progetto aggressivo per essere ascoltata su tematiche che ho ampiamente annunciato nel mio video “Ancor prima di nascere” che ho presentato nello scorso Festival del cinema di Venezia».

Giusy Cristiano
Giusy Cristiano

Le dico che prima di lei anche altre si sono spogliate per le vittorie del Napoli, fra queste si annovera Marika Fruscio. Ma lei dice di non ispirarsi alla “maggioratissima” valletta: «Marika Fruscio e chi è? Io non credo che siate giunti nell intervistarmi perché mi sono spogliata per il Napoli. Pertanto chiarito ciò non mi confronto e faccio polemica con nessuno. Sono Giusy Cristiano calcio o no”. E aggiunge: «Il mio modello non è da ricercare nel mondo dello spettacolo ma in ben altri campi. Adoro la donna determinata poi in qualsiasi campo lei lo esprima non importa». 

E per il futuro dice: «Non escludo un libro , non escludo un ampliamento dello short video già realizzato e che magari diventi un film». E noi siamo curiosi di vedere dove l’ambizione, i progetti e le curve di questa ragazza porteranno. Di sicuro ne sentiremo presto parlare.

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Foto di Paolo Russo

Avete mai sentito di un cantautore genovese che scrive una canzone in marchigiano? O di un esponente della “scuola romana” che canta in Veneto? Al contrario quasi tutti i grandi cantautori hanno scritto, composto o cantato una canzone in lingua napoletana. Questo perché gli altri sono solo dialetti, mentre quella napoletana è una lingua, nobile, musicale, colta, con cui ogni grande artista sente prima o poi il bisogno di misurarsi.

Non stiamo parlando di canzoni napoletane, classiche o moderne, reinterpretate, né di cover, ma di pezzi originali, scritti da questi autori direttamente in napoletano. Non sempre i risultati sono all’altezza, anzi spesso ci imbattiamo in tentativi velleitari e pronunce imbarazzanti, ma vale la pena elencare almeno 10 dei migliori brani del repertorio dei cantautori italiani scritti in napoletano.

1) Io partirei con uno degli episodi meglio riusciti in tal senso, il brano “Rosa”, piccolo capolavoro di Amedeo Minghi, contenuto nell’Album “le Nuvole e la Rosa” del 1988. Atmosfera da melodramma, o meglio da canzone classica napoletana, sia nel testo che nella parte musicale. Pronuncia non certo perfetta, ma apprezzabile, considerato che si tratta di un artista romano. Straordinario il gioco di citazioni e rimandi a grandi classici della musica partenopea, senza per questo risultare enfatico o ridondante. Rif. “Te voglie bene assaje“.

2) Nel repertorio di un grande cantautore lombardo, Angelo Branduardi, spicca invece un brano singolare, geniale e controverso come il suo autore. Si perché, accanto alle splendida musica del maestro di Cuggiolo, troviamo la poesia di Pasquale Panella. Autore di grandi testi, ermetici ma geniali, stravaganze linguistiche, giochi di parole apparentemente senza senso. In questo caso però il concetto viene ribaltato: parole di diversi idiomi ma con un senso compiuto. Fou de love  è un brano straordinario in cui convivono amore e follia, dove la lingua papartenopeo vive con quella inglese, spagnola e francese per esprimere un concetto universale come l’amore. “I fou de love appriess’ a te”: semplicemente fantastico. Rif. “Passione”

3) Mille male penziere è un brano del 2005 (album “Ti amo così”). Pezzo scritto, composto ed interpretato da Mango. Nello stesso album Pino interpreta un classico napoletano: “I’ te vurria vasà“. Questo brano ne sembra la naturale continuazione. Nel disco sono le ultime due tracce e tra le due non c’è spazio, per cui l’ascolto è un continuum. Ritmo incalzante, quasi ipnotico, che sa di musica popolare, di radici profonde, di antiche tradizioni. Amore intenso, quasi morboso, caldo. Una tentazione continua che non trova pace e il groove è caldo e scandito come un cuore caldo e palpitante. Rif. “I’ te vurria vasà“.

4) La bellissima Reginella Reginè di Baglioni, brano del 1995, si apre con una citazione esplicita della Reginela di Bovio, parafrasata nell’ouverture e richiamata più volte nello sviluppo del testo. Anche in questo caso emerge il grande rispetto con cui i grandi della musica italiana affrontano la musica napoletana. Il risultato è straordinario, una canzone moderna di atmosfera classica. Imperdibile. Rif. “Reginella“.

5) “A cchiù bella  capolavoro di Giuni Russo, contenuto nell’ultimo album dell’artista, che riesce a musicare magistralmente una bellissima poesia di Totò. Cosa aggiungere, sicuramente è a cchiù bella. Per chi non avesse la fortuna di conoscere questa splendida perla consiglio di ripescare l’ultimo splendido album della mai troppa rimpianta cantautrice siciliana. Brividi. Rif. “Malafemmena

6) Mischiare il genovese, il portoghese e il napoletano, lingue di mare, affini, assonanti, sorelle. Baccini ci riesce con l’aiuto del maestro Trampetti in un brano bellissimo del 1993 ” Portugal” contenuto nel fortunato Album ” Nudo”. Rif. “Tammurriata nera“.

7) Tutti conoscono Don Raffaè, forse la più conosciuta canzone in napoletano scritto da un cantautore “straniero”. Ma gli stessi autori, De Andrè e Bubola, hanno adattato un successo del grande Bob Dylan e nel brano “Avventura a Durango” del 1979 traducendo la parte in inglese in italiano, con un colpo di genio hanno usato il napoletano per le parti in ispano/messicano della canzone originale. Rif. “Lo Guarracino“.

8) Ha sempre detto che il suo sogno era di essere napoletano, dimostrandolo sia nelle scelte musicali che nelle interpretazioni. Qui non vogliamo parlare della celeberrima “Caruso”, ormai da considerarsi a pieno titolo un “classico” della canzone napoletana, ma segnalare un altro brano del grande Lucio Dalla, Nun parlà, poco conosciuto ma di straordinaria bellezza, contenuto nel’Album “ Canzoni” del 1996. Rif. “Luna rossa“.

9) Sfruttando le sue origini napoletane, il milanese professor Vecchioni, nel “Bandolero Stanco” del 1997, inserisce un divertissement riuscito e ben cantato: ‘O primm’ammore . Echi di Napoli con una punta di Dire Straits nel ritmo, nei temi, ma soprattutto nell’ironia. Top. Rif. ” ‘ o surdato ‘nnammurato

10)Tu si ‘na cosa grande” capolavoro del pugliese Domenico Modugno del 1964, è sicuramente il più importante episodio del genere che stiamo trattando, tanto da diventare, a pieno titolo, essa stessa un classico della canzone napoletana. Rif. “Tu si ‘na cosa grande“.

Provate a creare una playlist con le 10 canzoni consigliate, poi se la cosa vi è piaciuta potrei decidere di consigliarne altre 10 ( to be continued ).

Giuseppe Ruggiero

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1) La vera nonna napoletana è quella che “TE VEC SCIUPATO!” A qualsiasi ora del giorno e della notte,infatti ti chiede: “E’magnat’,’a nonna?” Lei ha sempre l’olio bollente pronto per zeppole e panzarotti, il cui impasto magicamente compare dentro una nuvola di farina che si posa sulle mani solcate dai segni dell’esperienza in cucina.

2) La vera nonna napoletana è quella che “LASSO STA’CHILL È PICCIRILL!” È colei che ci difende agli occhi delle mamme in qualsiasi caso. È quella che “mio nipote tiene sempre ragione” e non bisogna sgridarlo. A 4 mesi,4 anni o 40 anni. Perché i figli sono piezz e core,ma i nipoti lo sono di più!

3) La vera nonna napoletana è quella che “TE MIS’NA COSA ‘NCUOLL?” La vera nonna napoletana,infatti,si preoccupa della nostra salute fisica e di qualsiasi tipo di colpo d’aria. Anche quando c’è un sole cocente e 40 gradi all’ombra.

4) La vera nonna napoletana è quella che “T’AGGIA VEDE’SISTIMAT’ ” È l’esempio di mater familias, di moglie, che conosce l’importanza di un matrimonio felice. È quella che “sta uaglion te vo’ben? Ma soprattutto: sap’ cucina’?” Oppure “Stu uaglion’ ten ‘a cap’ affa’ ben’? Ten’na bona fatica?”

5) La nonna napoletana è quella che “NUN TIEN’BISOGN E’BUSSA’!” La nonna napoletana ha,infatti, la porta ed il cuore sempre aperti ai nipoti che possono approdare al suo porto sicuro in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo.

6) La vera nonna napoletana è quella che “OGNI SCARRAFONE È BELLO A NONNA SOJA”Perciò, chiunque si permetta di criticare, anche solo lontanamente, i nipoti è condannato ad essere escluso dal saluto ed incluso nelle imprecazioni peggiori.

7) La vera nonna napoletana è quella che “C’AMMA VULÈ BEN TUTT’QUANT’!” È quella che fa di tutto per tenere la famiglia unita, che diventa parafulmine per le discussioni dei vari membri della famiglia e “toglie di mezzo” per apparecchiare la tavola della domenica con serenità e pasta al ragù.

8) La vera nonna napoletana è quella che “A MARONN’T’ACCUMPAGNA”. Lei è in contatto diretto con tutti i santi del paradiso e prega per ogni esame da affrontare,ogni colloquio di lavoro,ogni evento importante della vita. Il bello è che le sue preghiere vengono sempre ascoltate!

9) La vera nonna napoletana è quella che “ADDA PASSA’ ‘A NUTTATA,CHILL/CHELL TEN’ ‘E CORN’!” Quando soffriamo per amore,il suo sorriso positivo verso il futuro è una speranza. Ed il suo risentimento è una maledizione per chi ci ha fatto soffrire,il quale si assicura sfortuna a vita,diventando oggetto delle peggiori makumbe.

10) La vera nonna napoletana è quella che “STONG SEMP’CU’TE”…. La nonna è quella che ti sta vicino anche quando non c’è più, perché il sapore unico del suo ragù ed il profumo dei suoi abbracci resta e resterà sempre un ricordo accogliente e felice,stampato nell’anima.
Viene festeggiata il 2 ottobre. Non a caso,il giorno dedicato agli angeli custodi.

Stefania Coratella

 

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Neomelodico, sempre più spesso questa parola viene associata al degrado sociale a quel sound da quartiere o da serenata destinato ai vasci della nostra Napoli.
Con questa rubrica vorrei però man mano sfatare dei miti su questo mondo ed il suo target, portando avanti la tesi che in fondo siamo tutti neomelodici.
L’essere neomelodico è qualcosa di internazionale: che tu sia napoletano, milanese, russo, olandese o ungherese, nel tuo essere c’è qualcosa di neomelodico.


Siamo neomelodici tutti quando pensiamo alle situazioni più disparate della vita da quando ci innamoriamo fino a quando riceviamo ‘e corna. Ma poi chi di voi non è mai stato a un concerto neomelodico cantando a squarciagola, chi di voi non ha mai ascoltato durante le giornate estive Angela Fiore che canta “Mare”, o chi di voi non ha mai sperato di trovare il proprio macho con “il capello un po’ fonato e il pettorale depilato” o la vrenzulella con il rossetto rosso pummarola.


Basta riflettere che in antropologia qualsiasi aspetto appartenga a una cultura sia un fenomeno sociale, e quindi con l’apertura di questa rubrica inizierò assieme a voi un corso di antropologia neomelodica.
Sarò la vostra anti Jason Pine, antropologo statunitense, perché da degna vrenzola che sono vi racconterò aneddoti, storie ‘e prumesse, di amanti, di amori impossibili, di macchine 50, Smart, e anche di litigi condominiali. Jason Pine sostiene che la musica neomelodica sia esclusivamente prodotto deviato, solo per il sottoproletariato partenopeo, però forse nun è chiaro al professore americano: chesta nun è devianza ma è vita vissuta, e non è ascoltata solo dai guagliune da ‘a Sanità, ma anche in altri ambiti.


Settimana per settimana percorreremo il nostro percorso tra le note e le parole di questo pop molto particolare, e visto il mio passato da buona intenditrice vi offrirò anche qualche bella intervista a delle amicizie neomelodiche, guagliù teng e qualità..
Rideremo e canteremo insieme in questa esplorazione di questo mondo variopinto dove anche voi siete protagonisti.
Alla prossima settimana con una bella storia chiena chiena e passione.
Nu bacione


Donna Anna

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Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

Per un napoletano parlare della pizza è come per un parigino parlare della Tour Eiffel, o per un romano del Colosseo, perché la pizza non è un semplice piatto, ma è un’opera d’arte, è il monumento alla napoletanità e niente ci rappresenta meglio.
E’ una sintesi di quello che è lo spirito della nostra città, ovvero la capacità di essere felici con poco, in modo semplice e genuino, ed è allo stesso tempo condivisione con gli altri.
Quante pizze, infatti, avete mangiato in completa solitudine? Pochissime sicuramente, perché la pizza è un rito collettivo, e anche se la prendi per strada nella versione “a portafoglio” finisci col mangiarla insieme agli altri clienti, magari commentando pure se è buona o no.
La pizza è la tua ancora di salvezza in tutta una serie di situazioni: compleanni da festeggiare coi parenti, pensionamenti per i quali non vuoi spendere un occhio della testa con tutti i colleghi che devi per forza invitare, amici “forastieri” che vengono a trovarti e con i quali ci tieni a fare bella figura, visione di gruppo a casa delle partite del Napoli e dei mondiali di calcio, ma anche ristrutturazione in casa che ti impedisce di cucinare, vita da single impenitente poco avvezzo ai fornelli, e persino veglie funebri e cene post-funerali quando “nun ce sta ‘a capa” per mettersi a cucinare, ma pur qualcosa bisogna mettere sotto i denti.
La pizza è un porto sicuro che ti permette di uscire indenne dalle gioie e dalle avversità della vita.
E’ qualcosa che mette tutti d’accordo e a cui non si riesce mai a dire di no, tanto che persino i dietologi napoletani sono tutti concordi nel concedere nel menù settimanale una trasgressione: la pizza il sabato sera. Perché altrimenti come si farebbe ad andare in pizzeria insieme agli amici ed essere costretti a rinunciare alla pizza per rispettare la dieta? Come si dice, “Veder venir la voglia”.
Ma non solo vedere, anche semplicemente annusare odore di pizza scatena un desiderio irrefrenabile.
Sicuramente sarà capitato anche a voi di tornare a casa di sera con la fame agli occhi e, entrando in ascensore, fiutare l’aria e di colpo realizzare con somma invidia che “Qualcuno si è portato le pizza a casa!” Per poi farsi venire l’acquolina in bocca ispirando quell’inimitabile profumo misto all’odore del cartone, dandosi dell’imbecille per non aver risolto brillantemente la “questione cena”.
E prima di noi l’avevano già capito i napoletani di ogni epoca e condizione sociale, perché questo ha di bello la pizza: è trasversale, attraversa tutte le classi sociali, è sinceramente democratica.
La pizza permetteva al povero, a cavallo delle due guerre, di risolvere il pranzo, anche se non poteva permettersi di pagarla in contanti, prendendo la famosa “pizza oggi a 8”, ovvero mangi oggi e paghi fra 8 giorni. Allo stesso tempo era un piatto ambito anche dai “signori” e persino dai nobili, al punto che la Regina Margherita di Savoia in visita a Napoli nel 1889 venne omaggiata con la prima pizza fatta con i colori del Regno d’Italia (mozzarella-bianco, pomodoro-rosso, verde- basilico) e che da allora prese il suo nome. Sebbene non si sappia cosa abbia fatto per meritare tanto onore. E se ci ricordiamo ancora oggi che c’è stata una regina che si chiamava così è solo perché esiste la pizza margherita. Come dire, le regine passano, ma la pizza resta.
Venendo ai giorni nostri la pizza è diventata non solo cucina, folklore, memoria, ma anche come dicono gli italo-americani “bisinìss”.
Finalmente qualcuno si è accorto dello straordinario potenziale economico-turistico della pizza. L’“Associazione Pizzaiuoli napoletani”, organizzatrice del “Napoli Pizza Village” che aprirà il prossimo primo settembre la sua quinta edizione, forte del successo dello scorso anno con oltre 100 mila pizze sfornate e 500 mila ingressi, ha deciso di esportarlo a New York il prossimo anno ed è facilmente prevedibile che, come diceva Chiambretti, “Comunque vada sarà un successo”.
Figuriamoci figli e nipoti degli emigranti napoletani, quelli che vivono nella Little Italy e che sono cresciuti a pane e napoletanità, e gli stessi newyorkesi capeggiati dal sindaco di origini beneventane Bill De Blasio (che per inciso è un accanito tifoso del Napoli) con quale entusiasmo potranno accogliere la vera pizza napoletana “in tournée” negli States. Sarà sicuramente un trionfo.
Ma anche qui a Napoli la pizza deve diventare a pieno titolo una delle tante attrattive turistiche di cui possiamo vantarci. Accanto ad opere come il meraviglioso Cristo Velato, gli spettacolari dipinti di Caravaggio, il favoloso Tesoro di San Gennaro, alla pizza spetta un posto d’onore fra i capolavori presenti in città, che vanta migliaia di imitazioni in tutto il mondo.
Non c’è posto che ho visitato in cui non mi sia imbattuta in una pizzeria, d’altra parte i dati parlano chiaro: la pizza è uno dei cibi più mangiati al mondo, solo in Italia se ne consumano 5 milioni al giorno, ovvero oltre 1 miliardo e 600 mila all’anno! E dire che, secondo le statistiche, in Francia ne consumano più che da noi.
Ma questa maxi-diffusione generalizzata finisce con creare confusione, basti pensare che la città con più pizzerie al mondo è San Paolo in Brasile.
E allora Napoli può, anzi deve essere riconosciuta a livello mondiale come “la capitale della pizza” e renderle omaggio come merita.
Già in passato la pizza è stata celebrata con canzoni, come la celebre “Ma tu vulive ‘a pizza” di Aurelio Fierro, o nei film come l’ “Oro di Napoli”, diretto da Vittorio De Sica, in cui una giovanissima e procace Sofia Loren impastava le pizze per tutto il quartiere Stella, accanto a un Giacomo Furia che lanciava il grido “Ccà se magna e nun se pava!”
Recentemente, inoltre, la Commissione italiana per l’Unesco ha scelto come rappresentante nel mondo del prodotto made in Italy l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, oltre ad aver candidato la pizza napoletana come Patrimonio Immateriale dell’Unesco.
I riconoscimenti nazionali e internazionali, dunque, non mancano, ma Napoli, la patria delle pizza, deve fare di più, deve renderle omaggio dedicandole un vero e proprio monumento, unico al mondo, che campeggi in qualche piazza della città da ribattezzare “A’ piazza da’ pizza”.
Napoli le deve questo tributo, perché se l’è guadagnato sul campo.
Non come certi eroi dei due mondi che sembrava che ci venissero a liberare e invece ci hanno ridotto in miseria. La pizza ha salvato intere generazioni di napoletani dalla fame vera, in ogni epoca e sotto ogni tipo di governo.
Sarebbe un modo, inoltre, per ribadire che la vera pizza è napoletana, che è “roba nostra”, e tutto il resto sono solo imitazioni.
E aggiungo che, insieme alla pizza, bisognerebbe fare un monumento anche al “pizzaiuolo napoletano”, che anche con questo caldo infernale sta per ore davanti alla bocca del forno con temperature da altoforno dell’Italsider, stoicamente, per non farci mai mancare il nostro piatto per eccellenza.
Perché Napoli senza pizza non sarebbe più Napoli, sarebbe un’altra cosa.

Sabrina Cozzolino

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