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60 anni sono un traguardo importante e come tutti i momenti importanti vanno condivisi con le persone che si amano, con i parenti e con gli amici più cari ma anche con le persone che semplicemente hanno condiviso con noi momenti significativi della nostra vita.

Per una persona come Nino D’angelo, artista con oltre 35 dischi all’attivo e più di 20 film interpretati, scegliere con chi festeggiare i 60 anni non deve essere stato facile, e quindi, fedele al suo modo di essere, ha optato per la scelta più semplice e di cuore, Nino ha scelto di festeggiare con il popolo delle sue canzoni e lo ha fatto in un posto che fino ad oggi lo aveva visto inspiegabilmente solo spettatore, e mai protagonista: lo Stadio San Paolo, o meglio la Curva B, quella che lui ha cantato più di 30 anni fa in una canzone che rimane per molti tifosi l’unico vero Inno della squadra e che è senza dubbio la più bella canzone scritta sul Napoli.

Nino invita i fan a festeggiare con lui, organizza una festa più che un concerto, nonostante le sue canzoni siano state le protagoniste, nonostante la scelta di una scaletta perfetta, nonostante i meravigliosi duetti, fra cui una splendida versione di ‘A storia ‘e nisciuno con Fortunato Cerlino e il due pezzi con Maria Nazionale che sembrava Napoli fatta donna. Prima della musica, forse per la prima volta in un concerto, c’era lui, Nino, sinceramente commosso che con la voce rotta dall’emozione ha trasformato il pubblico del San Paolo da spettatori in invitati al suo compleanno.

Non a caso parola più pronunciata durante tutta la serata è Grazie, Nino ringrazia di cuore il pubblico e lo fa con sincerità, non riesce a trattenere le lacrime guardando quella curva che ha iniziato a frequentare da bambino oggi piena di gente venuta solo per lui per fargli gli auguri e regalargli una delle serate più belle della sua vita. In tanti anni che frequento stadi, palazzetti e concerti vari non mi era mai capitato di vedere tanta umanità su un palco, e se il concerto è stato memorabile quei momenti di familiarità e unione vissuti al San Paolo hanno reso Nino 6.0 un evento unico e probabilmente irripetibile. Perché al netto di tutti i grandissimi talenti e artisti di ogni genere che Napoli ha avuto, ha e avrà nella sua storia, difficilmente vedrà un fenomeno così popolare e così importante per la sua cultura come Nino D’Angelo.

Perché Nino è uno di quei pochi artisti che possono vantare di essere letteralmente cresciuti con il pubblico, uno di quei rarissimi artisti che nonostante sia ormai una leggenda vivente ha l’umiltà di capire che niente gli è dovuto. Sono orgoglioso di essere stato il riscatto ‘e chi nun ten’ nient’ quanti possono affermare una cosa del genere senza retorica? Nino partendo dal nulla  a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 ha rilanciato la musica melodica in Napoletano, superando la sceneggiata e restituendo alla lingua Napoletana quella dimensione di lingua di espressione artistica di tutto il meridione. E se la critica con un certo snobismo ha sempre snobbato il fenomeno Nino D’Angelo, il popolo lo ha subito accolto con affetto già dai primi album.

Perché il popolo trova finalmente una voce bella che racconta in modo semplice, ma sempre ispirato, le storie di ogni giorno tipiche del meridione, anche le storie d’amore sono descrizioni del quotidiano, senza la ricerca di concetti universali, Nino racconta di primi amici, di ribaltabili calati, di spinelli, di tradimenti, di amori estivi  e lo fa con una vena poetica degna del miglior cantautorato italiano, ma nella lingua di chi quelle storie le vive ogni giorno, ed è forse quello che di cui Napoli e il sud avevano bisogno in quel momento.

Tutto quello che è venuto dopo Nino, i cosiddetti neomelodici, che vi piaccia o no, sono quelli che hanno tenuta in vita la cultura, la lingua e la musica Napoletana molto più dei tanti fenomeni di nicchia esaltati dall’intelighenzia. Il motivo è semplice: la cultura Napoletana è per diffusione essenzialmente popolare e se oggi a Roma, Taranto, Palermo e in tutto il sud ci sono artisti che usano come lingua di espressione il Napoletano il merito non è di certo dei tanti bellissimi fenomeni indie, alternativi o altro, ma di chi saputo far rinascere in chiave contemporanea la musica napoletana.

E ieri finalmente “il popolo delle sue canzoni”, come lo ha chiamato più volte Nino dal palco, ha potuto abbracciarlo e ringraziarlo per questo, per essere da oltre 40 anni la voce più schietta, sincera e al contempo ispirata, emozionante ed emozionata della nostra città.

Paolo Sindaco Russo

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 Gabriele Ferrantelli(Gabriele Unknò) giovane talento napoletano, appassionato fin da piccolo di musica , in giovane età scopre il genere Hip Hopmusica Black. All’età di 17 anni inizia a scrivere i primi testi e a produrre la sua musica.

Da quando hai iniziato a sentire il bisogno di esternare  le tue emozioni, i tuoi pensieri attraverso il rap?!

Non ho precisamente bene in mente il momento in cui ho deciso di fare rap, ho iniziato  con i graffiti insieme ad amici, ho sempre ascoltato rap, sia italiano che americano, credo sia stata una cosa così naturale che forse non me ne sono reso manco conto, ma da quando ho iniziato non ho mai smesso. Ora non ne riesco a fare a meno, con il rap entro in un universo parallelo  che mi porta una pace e serenità assoluta, come se si fermasse il tempo, e lì riesco a trovare il mio spazio.

Raccontaci un po’ la tua carriera, dai primi progetti alle collaborazioni?

Ho inziato con l’uscita di alcuni singoli, subito dopo producendo il mio primo mixtape “La ginestra sul vesuvio” ricordo che feci anche delle copie fisiche. Dopo inziai oltre a fare il rap anche a produrre basi, feci un progetto di 10 track chiamato “Trashold”, con basi prodotte da me e 10 featuring con alcuni dei ragazzi della scena partenopea. Tutto registrato e mixato nel mio home studio, che tutt’ora ho. Da lì iniziai a progettare un mio eventuale disco, nel mentre continuavo a collaborare con amici e ragazzi di zona. Inizio 2016 ho fatto uscire “HARDANGEL Ep” 6 track, 5 prodotte da me e una prodotta da un producer romano, tutto caricato su bandcamp in freedownload: https://uennekappa.bandcamp.com/releases  . Da inizio 2016 ho fatto uscire vari singoli, l’ultimo pezzo uscito inizio novembre scorso, è stato “100”, ed ora eccomi con il disco.

Da pochi giorni è  uscito il tuo primo disco, ci racconti come è nato?

E’ una lunga storia, ho inizato circa 2 anni fà. Quando ancora non hai mai fatto un disco, non sai a cosa vai incontro, coincidere tutto non è facile. E’ una gioia ma allo stesso tempo lo vivi come un parto di un figlio, non so se ho reso l’idea. Inizi a decidere le basi, i featuring, scrivi, modifica, non ho idea di quanti fogli ho strappato.  Per Mettere tutte queste cose insieme ci impieghi tempo, non si fa tutto su due piedi. Devi viverlo per capire fino in fondo cosa significhi, ma sicuramente E’ stata una grande esperienza che mi ha fatto aprire gli occhi su tante cose..

Avere il disco tra le mani, è una grande soddisfazione. Il mio primo figlio.

Credo che la soddisfazione più grande è aver collaborato il Rapper\producer  ICEONE nel mio disco,uno delle colonne portanti dell’Hip Hop Italiano. Mi ha prodotto la prima traccia. C’è una bella storia sotto, il primo pezzo Hip Hop che ascoltai quando ancora non sapevo cosa era l’Hip Hop fu “Quelli che ben pensano” di Frenkie Hi-NRG, traccia prodotta da Iceone; 10 anni dopo (circa) registrare su una sua produzione è stata pura magia. Collaborare con ALE ZIN & DJ UNCINO from SANGUEMOSTRO, 2 grandi pilastri della scena è stato super, senza alcun ombra di dubbio. Ricordo quando ascoltavo “E cos nost” dei Sangue Mostro ero bimbo, direi che ne ho fatta di strada. All interno del disco ho collaborato con tantissime persone, da Oyoshe a Pepp-Oh, Jbone, Lena Cota, Apoc.. giusto per citare alcuni.

Abbiamo ascoltato in anteprima il tuo disco, hai deciso di dargli un’impronta molto classica, come mai questa scelta?

Si, sono sempre stato attratto dal classic rap, ho ascoltato sin dall’inizio rap americano, la storia, è tutto partito da lì, i classici anni 90 sono robe che non si ripeteranno più.  Questo disco per me è il primo dei tanti tasselli che voglio andare a mettere nella mia carriera musicale. Ho deciso di dargli l’impronta classica perchè è proprio da lì che voglio partire, per finire chissà dove. Non mi è mai interessato cosa andasse di moda, mi piace avere nuove influenze, scoprire nuovi suoni, sperimentare, questo si. So bene cosa voglio per me, l’importante è averlo sempre bene fisso in mente.

l rap in Italia si sta evolvendo, con nuove sonorità e nuove tendenze, cosa ne pensi?Ti piacerebbe sperimentare queste nuove influenze?

Si, in realtà da poche settimane è uscito il mio singolo “100” che è un pezzo ben diverso dal mio disco (qui puoi ascoltarlo: https://www.youtube.com/watch?v=vLaOUDsOfVY ). Credo che a parte tutto chi fa musica, dovrebbe sempre sperimentare, rimanere ancorato a uno stile  per alcuni aspetti ti limita ma ognuno ha un suo gusto, ed’è giusto che sia così. Io sento il bisogno di sperimentare cose nuove, amo mettermi in gioco, variare e scoprire nuove metriche e flow. Da qualche anno in Italia molti rapper hanno iniziato ad usare  L’autotune, secondo il mio modesto parere, è un vero e proprio strumento, se usato con correttezza e con il giusto dosaggio, si riescono ad avere effetti molto interessanti. Se invece lo usi senza contengno, fai solo guai.

Grazie per il tempo che ci hai dedicato, quali sono i tuoi progetti futuri?

Per ora mi dedicherò al disco, farò uscire altri estratti video nei mesi che verranno, questo è solo l’inizio, poco ma sicuro, ho tanto da dire e presto lo capiranno tutti.

Qui lo snippet dell’album!

Qui la pagina Facebook

grazie per lo spazio dedicatomi! alla prossima!

Claudio Gervasio

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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Gigione

Stamattina fa nu sfaccim é fridd, come direbbe uno di quelli che parla bene e io ho ancora gli occhi chiusi ma chi sa perché, nella mia testa si è acceso il mio stereo mentale, quello che ogni tanto mi capita di svegliarmi con un motivetto in testa, la maggior parte delle volte dovuto a cose viste, ascoltate e vissute il giorno prima.
Stamattina è diverso forse sarà stato suggerito dal clima ma il motivetto che mi gira in testa fa così : “Sott’ O’Piumone facimm Ammore, a piett a nur, aneme e core, taggia mparà l’ammore come se fa”.
Non dovrei raccontarlo perché chi mi conosce sa benissimo cosa ascolto, i miei amici tante volte mi dicono che sono uno snob perché non ascolto i Negramaro, Modà, Jovanotti, LAPAUSINI, Emma Marrone, Tiziano Ferro, Ramazzotti e Mengoni.

Adesso potrebbero criticare queste mie conoscenze di musica neomelodica popolare ma che ci posso fare se Gigione questa mattina è riuscito ad entrare nel mio subconscio?
In verità non sono snob, perché non ho mai criticato i gusti musicali di nessuno, semplicemente mi limito a non comprare album delle persone sopraindicate e nonostante tutto però, sotto la doccia può capitare di canticchiare qualche motivetto di autori che non fanno parte della mia personale collezione musicale. La mia interpretazione di “nuvole e lenzuola” mi ha regalato delle enormi soddisfazioni: la zia che abita sopra di me mi ha minacciato più volte di scogliere i cani e di mandarmeli direttamente nella doccia. C’è anche chi ha insinuato che abitando a piano terra e con il bagno che affaccia sulla strada, la colpa per i continui incidenti che succedono fuori casa mia siano dovuti alle mie interpretazioni .

Personalmente ho sempre pensato che c’è una differenza tra essere un FAN e l’essere un semplice ascoltatore: il primo è pronto a comprare qualsiasi prodotto del suo mito e a fare centinaia di chilometri per ascoltarlo, il secondo invece si limita a selezionare alcune canzoni, magari assistendo anche a qualche concerto ma senza nessun sacrificio e soltanto per passare una serata diversa.
Anche io sono stato fan, ho seguito i Litfiba , CCCP, 99 posse e tanti altri girando mezza l’Italia, comprando tutto quello che si poteva comprare, dalle magliette fino alle tazze ma poi ho raggiunto la maturità musicale e ho smesso di essere fan e ho cominciato a divertirmi con tutto quello che capitava.

Erroneamente pensavo che “cultura” era un modo esclusivo di preservare le idee, l’arte e la musica di un certo livello ma poi con il tempo mi sono reso conto che non era solo questo, ma che il concetto si ampliava, da quello che mi sembrava essere elitario ed esclusivo, doveva arrivare ad abbracciare e a preservare tutte le forme di arte e di coinvolgimento popolare, perché ogni testimonianza può servire a capire le nostre origini e il nostro presente.
Questo ragionamento mi ha fatto capire che nessuno ha il diritto di sentirsi superiore ad un altro soltanto perchè veste, pensa, mangia e ascolta cose diverse da altri e, in ogni caso questo non ti fa essere portatore di “cultura” nel senso che si è voluto dare nel tempo a questo termine, al limite si potrebbe parlare di “Altra Cultura”.

Per questo motivo credo che Gigione debba essere rispettato per il suo lavoro così come penso che non si debbano dare giudizi affrettati su tutte quelle persone che seguono i suoi concerti o comprano i suoi CD.
Ognuno di noi ha il diritto di seguire quello che più crede opportuno senza correre il rischio di essere giudicato frettolosamente ignorante.
Adesso scusatemi ma vado fare una doccia in compagnia del mio stereo mentale…

Marco Manna

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La musica non è fatta solo di grandi nomi e di personaggi conosciutissimi, la musica è un mondo dove tanti piccoli artigiani compiono il loro lavoro con passione e dedizione, spesso senza neanche pensare al successo, consci che il loro nome verrà dimenticato ma con il sogno che la loro opera possa essere in qualche modo ricordata.

Forse il nome Armando Soricillo non dirà molto alla maggior parte dei lettori ma Volevo un gatto nero sicuramente si. Il brano presentato allo Zecchino d’oro del ’69 è infatti ancora oggi una delle canzoni più amate dai bambini.

Oltre a canzoni per bambini Armando Soricillo è stato autore di diverse canzoni di discreto successo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70,  fra cui ricordiamo la divertentissima ‘A Mossa, interpretata da Franco Franchi al Festival di Napoli nel 1970.

Sicuri che il suo ricordo rimmarrà vivo grazie alla cosa che lui più amava, le sue canzoni, la redazione invia alla famiglia le più sentite condoglianze.

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Omaggio a Dave Brubeck - Ugo Martone fotografato da Gianfranco Irlanda

E non m’ha mai parlato della pizza, e non m’ha mai suonato il mandolino”.
Così Roberto Benigni scriveva in una poesia dedicata al grande Massimo Troisi, artista napoletano di cittadinanza e di lessico, ma lontano dai luoghi comuni e beceri “napoletanismi” legati alla propria città, e piuttosto vicinissimo a un linguaggio cinematografico europeo e internazionale.

Lungi da me denigrare il mandolino, simbolo di una musica eterna che da sempre caratterizza il cuore musicale della mia città; questo modesto articolo vuole però dare valore a quella “altra” Napoli, quella europea, o quella – se vogliamo – debitrice di sound d’oltreoceano, quella che ha saputo raccogliere mood e colori provenienti dall’esterno e li ha rigenerati in nuovi sapori musicali, originali, unici, all’avanguardia.

Tutto cominciò con Pino Daniele e i Napoli Centrale, con quella ricerca musicale che fondeva alla perfezione la tradizione nostrana con quella “nera”. E’ un discorso che è già stato affrontato da Soldatoinnamorato, e sicuramente già sviscerato con grande competenza da Giuseppe Ruggiero e i suoi “parallelismi” e da Paolo Sindaco Russo con la sua classifica dei nuovi classici, per cui non voglio ritornarci.

Questo mio intervento vuole invece dare giustizia a tutti quei musicisti attuali, nati in questa città, e che è riduttivo definire “artisiti napoletani”, laddove per Napoletano si intenda il “genere” e non la cittadinanza. Ce ne sono davvero tanti, Napoli ne sforna uno al minuto, e per questo motivo mi limiterò a citarne solo qualcuno tra quelli che conosco personalmente, e con cui ho avuto la possibilità di collaborare, e tra quelli che hanno avuto l’opportunità di farsi conoscere dal grande pubblico televisivo.

Premetto che non sono un grande fagocitatore di TV, ne vedo poca, qualche sprazzo di programma ogni tanto, perché sono tra quelli che non ritiene la TV “educativa” dal punto di vista artistico. Eppure vi sono delle eccezioni. Prendiamo, ad esempio, il programma “Made in Sud”… non è questa la sede per una critica, ma da Napoletano lo ritengo un programma che fatica a superare la soglia dei propri limiti geoculturali. Ma, come accennavo, c’è un’eccezione, e si chiama Francesco Cicchella. Ventisei anni, attore, musicista, cantante, imitatore, un talento completo, un istrione capace di mutare accenti e inflessioni vocali, dal dialetto stretto, all’Inglese ottimo, passando per una perfetta dizione. Un ragazzo che fa della ricerca il suo lavoro, sempre attuale e innovativo dal lato tecnico e pungente e intelligente da quello comico.
Un altro format generatore di falsi dei, ma che ogni tanto sfodera piacevolissime sorprese è “X-Factor”. Mi è capitato di vedere qualche puntata quest’anno, e con immenso orgoglio partenopeo sono rimasto totalmente rapito dagli Urban Strangers, due 20enni uno di Pollena Trocchia l’altro di Somma Vesuviana che potrei definire senza vergogna alcuna una perfetta commistione tra Simon & Garfunkel, i Radiohead e Eminem! I due polistrumentisti mostrano la maturità di popstar scafatissime, il fascino delle odierne boyband, ma unite ad una professionalità, competenze musicali e precisioni vocali assolutamente uniche.
E che peccato non sentire più in giro come prima l’inconfondibile “r moscia” di Nino Buonocore. Nino è un musicista raffinatissimo, che ha scelto il jazz, la via meno facile per il successo, ma che mette sempre più in risalto la sua bravura. Consiglio a tutti voi l’ascolto di quello che secondo me è uno dei dischi più belli della musica italiana: “La naturale incertezza del vivere”.

Ho detto che avrei citato anche qualche nome “border line”, lontano dalla notorietà nazionale, o comunque non “commerciale”.
Ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare con un pianista formidabile, Lorenzo Hengeller, erede se vogliamo di una tradizione carosoniana-luttazziana (perdonate gli aggettivismi) che si sposa con un raffinatissimo jazz condito da accenti partenopei, testuali e musicali che riportano in auge il teatro-canzone, quello più raffinato dei “night”, la canzone raccontata con ironia e leggerezza ma con infinite sorprese armoniche e strumentali. Il resto d’Italia ha la fortuna di conoscerlo grazie anche ai suoi interventi alla trasmissione “Servizio pubblico” e i suoi concerti su Radio 3, spesso in duo con quell’altro “mostro” di Bollani. E… a breve il nuovo CD: “Gli stupori del giovane Hengeller”.
Per non parlare di Carlo Lomanto, lo “sperimentatore” della voce. Da sempre sostenitore della musica “essenziale”, fatta di pochi strumenti, a volte solo della voce, Carlo sperimenta il jazz con la loop station, registrando dal vivo la propria voce, facendola risuonare con timbriche che vanno dal tibetano al falsetto da operetta con un risultato armonico fenomenale… E non vi dico quando suona la “guitass” (ibrido chitarra-basso) con cui ha registrato il suo ultimo disco in coppia con Emilia Zamuner, “Ella & Louis”, omaggio ai due giganti del jazz.

E, a proposito di loop station, come non citare i Musicadea (Paolo Palopoli e Valentina Ranalli) chitarra e voce, il primo virtuoso chitarrista dal gusto sopraffino, eterno studioso del jazz e della musica etnica; la seconda voce tecnicamente insuperabile, eclettica fino al trasformismo, precisa fino a fare imbarazzare un accordatore. Loro ultimo e freschissimo CD, “Move the joy”.

E che dire di Emanuele Ammendola, straordinario musicista che accompagna la sua voce con il suo inconfondibile contrabbasso, rendendo omaggio alla tradizione della sua Terra con suoni innovativi, tecno-acustici, eleganti e morbidi come seta. A breve l’uscita del suo nuovo CD, “Migrà”.

Ovviamente mi sono limitato ad elencare musicisti “di professione”, quelli cioè che portano il pane in tavola grazie alla propria arte. Eccellenze campane, orgoglio della nostra Terra che sono solo una minima parte di tante altre, tantissime anime artistiche il cui nome non ha l’opportunità di uscire fuori dai propri limiti territoriali, chi perché non ammette i compromessi, chi perché è felice così e non vuole “inquinarsi” col mainstream, chi perché ha la “FORTUNA-SFORTUNA” (e lo scrivo tra diecimila virgolette) di essere nato in una città che troppo spesso ci etichetta come suonatori di mandolino e non ci dà la possibilità di essere credibili, nel resto di Italia, come musicisti – appunto – italiani e internazionali.

E’ a tutti loro, con immenso orgoglio ed infinita stima, che dedico questo articolo.
FORZA NAPOLI, nel calcio così come nell’arte.

Giorgio Molfini

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Nel 2200 i residui assembramenti di umani si contendono le poche terre abitabili (ciò che resta dell’Argentina, un po’ di Nordeuropa e la lussureggiante Alaska). Un gruppo di studiosi dell’università di Helsinky ritrova una casciulella di cassette del bardo Tony Tammaro miracolosamente conservate. E’ evidente il gap qualitativo con tutta la produzione poetica dell’ era informatica. Gli studiosi, che annoverano esponenti illustri della tribu’ dominanti (un mix di etnie partenopo-brasiliane), eleggono il poeta vesuviano come il grande bardo del Cascettismo.

 
Nasce la critica Tamarriana.
 
Frammenti di questi studi giungono a noi grazie a un traffico di capsule intertemporali, prontamente insabbiate da agenzie governative deviate e diffusi da Anonymous.

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Nel frammento in esame il poeta è in ^vacanza^.
Un momento di svago, usanza cara ai giovani che si raggruppano sulla costa campana per esporsi a raggi Uva -in fasce orarie dove i raggi possono agevolmente superare l’ozonosfera e procurare ai giovani in ^vacanza^ simpatiche ustioni, fotocheratiti e microdanneggiamenti del collagene da esibire nelle varie occasioni di ritrovo sociale -.
Il poeta è lì, osserva i suoi coetanei, ne assorbe il linguaggio e crea, come in ognuno dei suoi canti, momenti di poesia purissima.
L’apostrofe, giocoso, che dà il via al canto è tra i segmenti poetici più memorabili e autentici prodotti nel finale di millennio.
Patrizia Oh-Oh-oh-oh
Un richiamo primitivo per rievocare il ricordo di un incontro. Patrizia. Figura femminile che il Tammaro, abbandonata la struttura del decasillabo a lui cara, dipinge affidandosi a un solido doppio settenario.

Eri la reginetta di tutta Baia Domizia
avevi un nome semplice, il tuo nome era Patrizia
eri una tipa splendida in mezzo agli ombrelloni
stringevi nella mano la tua frittata di maccheroni. 

Patrizia è il grande modello di donna tamarra. Non esibisce manufatti tecnologici o accessori di abbigliamento. Non vuole apparire. Ha un nome, e desideri, semplici. Ostenta avanzi di primo piatto immersi in brillanti oli vegetali, grassi polinsaturi per attirare la sua preda in un incontro romantico. Il poeta, col suo istinto finissimo, la distingue tra tante in mezzo agli ombrelloni.
L’innamoramento è istantaneo.
Come la consapevolezza che Patrizia non può accontentarsi di uno qualunque.
L’uomo vero deve emergere dalla massa. Deve farsi notare.

                                     E per conquistarti facevo ‘o buffunciello
                                  per essere notato facevo ‘e tuffe a cufaniello
L’amore lo rende sprezzante del pericolo. Nel tuffo a cufaniello, (embrione dell’attuale splash diving), il giovane non si lancia nell’acqua con banali pretese di estetica o efficienza atletica. No. Il maschio alfa tamarro deve schizzare intorno più acqua che può. Marcare il territorio.
Fatto questo, il rituale di accoppiamento diventa pura formalità. Un giocoso balletto che porta a termine con un corteggiamento d’altri tempi, castigato e scandito da un preciso sistema di regole.
Per i giovani di oggi, abituati alla moda scandinava della donna che si serve direttamente dell’uomo con un “like” che attiva lo sganciamento del chip di apertura della tuta termica, certi rituali così pudici e lunghi faranno sorridere, ma la scena del Tammaro va oltre il documento storico.
Si presenta in sella a un veicolo a combustione fossile, invita la sua bella all’accoppiamento con un approccio pregno di romanticismo e reticenze, un appartarsi che è anche trionfo della natura.

Facciamo un giro in vespa dentro la pinetina
se vuoi ti aspetto pure mentre finisci la frittatina
tu mi guardavi languida, dicevi: sei uno sciocco!
ci vengo sulla vespa se mi accatti la fella di cocco
Il poeta ha trovato la donna che lo completa.
E’ sempre incomprensibile come i contemporanei del Tammaro hanno emarginato un poeta di tale stazza. Lui, il padre del nascente Cascettismo. L’unico in grado di lasciare un segno di autenticità in mezzo a tanti cantanti tutti uguali, fighetti di plastica creati in un ufficio marketing.
Lui che ha dato un’identità, una lingua comune, il tamarriano, all’unica popolazione in grado di sopravvivere ai tanti disastri ecologici dominando le ultime terre emerse. Gli unici abituati a convivere col caos.
Continueremo ad ascoltare il fruscio vintage delle musicassette di contrabbando che facevi circolare tra i banchi di scuola, senza pensare al vile profitto, ma alla Gloria che ti aspettava tra noi posteri.
Continueremo a tramandare i tuoi canti, bardo poeta…

E quell estate magica mi misi con patrizia
la femmina più splendida di tutta la Baia Domizia

 

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Al Bano e Romina durante il concerto della propria reunion a Mosca, ottobre 2013 (immagine tratta da youtube)

Chiunque abbia avuto modo di visitare i paesi dell’Europa orientale o di conoscerne usi, costumi e cittadini, è a conoscenza dello sconfinato amore di molti verso un certo tipo di musica italiana degli anni Ottanta. Parliamo di quell’estate di San Martino ormai pluridecennale che vivono in Russia voci come Al Bano, Pupo (no, Pupo noooo, Pupo noooo, come cantava Tony Tammaro, eppure qua sì), Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, persino una Sabrina Salerno ormai scomparsa dai radar italiani ma ben presente sui palcoscenici moscoviti. Questa passione è irrazionale, come spesso lo sono le vere attrazioni, ma alle volte inquieta il vedere sui manifesti della metropoli russa facce che ti fanno pensare alla Notte dei morti viventi, più che a un concerto. Poi ci sono stati gli auguri di Toto Cutugno, Pupo (in un russo improbabile) e di un Al Bano versione Marilyn Monroe a Putin, ennesima dimostrazione di riconoscenza verso il successo regalato dai russi a questi cantanti (ca po’, scusate, nun era meglio Marilyn? Cioè secondo me ‘e mericane ‘ncopp ‘a stu fatto vincono loro).

Dunque, qui c’è una sorta di cimitero degli elefanti per le dimenticate stelle della musica italica? Non esattamente, anche perché i biglietti costano, e i concerti vengono organizzati in strutture e stadi coperti, come l’Olimpijskij, dove hanno suonato, tra gli altri, i Metallica e i Black Sabbath, ma le star dei ruggenti e arrugginiti anni Ottanta italiani non hanno problemi a riempire anche la più grande platea, con veri e propri fedelissimi. D’altronde, non a caso, Al Bano ha scelto Mosca (complice un assegno di svariate centinaia di migliaia di euro) per sancire la reunion con Romina ormai due anni fa…

Il più amato e desiderato però resta solo uno: Adriano Celentano. Il molleggiato qui è considerato anche un attore di rilievo (cosa alquanto discutibile, ma vabbuò) e alcune sue canzoni, come Confessa, sono hit ancora oggi di grande successo (tipo ieri in un sottopassaggio nel centro, c’era una ragazza che la cantava). Nel 1987 la visita di Celentano (che per l’occasione volò a Mosca, caso più unico che raro, avendo la fobia degli aerei) nell’allora Unione Sovietica fu un successo senza precedenti, riuscendo a piazzare anche uno dei suoi flop cinematografici più clamorosi, il giustamente dimenticato Joan Lui. Invece un piccolo grande capolavoro è il documentario Italiani veri, girato da Marco Raffaini e Giuni Ligabue da queste parti, che racconta il perché del successo (immeritato, forse; esagerato, di certo) del pop nostrano.

Tutto questo per dirvi che un’altra voce italiana, anzi “la migliore voce d’Italia”, come è pubblicizzata qui sui manifesti, si esibirà a Mosca il 6 novembre: Gigi D’Alessio. E però non andrò, perché Gigi ormai è lontano da quel pubblico, tamarro quanto si vorrà, ma genuino e alla base del suo successo negli anni Novanta: chi di voi non ha mai sentito nei vicoli e nei palazzi “Annarè”, “Fotomodelle un po’ povere”, “30 canzoni”? Il Gigi di mo’, con le sue canzuncelle un po’ sgrammaticate e molto mielose, è nu poco ‘nu pezzotto. Pecché nuje, a dummeneca, magnamme semp’ ‘e tre, e la neve ad agosto s’a po’ pure tenè.

Giovanni Savino

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Foto di Paolo Russo

Avete mai sentito di un cantautore genovese che scrive una canzone in marchigiano? O di un esponente della “scuola romana” che canta in Veneto? Al contrario quasi tutti i grandi cantautori hanno scritto, composto o cantato una canzone in lingua napoletana. Questo perché gli altri sono solo dialetti, mentre quella napoletana è una lingua, nobile, musicale, colta, con cui ogni grande artista sente prima o poi il bisogno di misurarsi.

Non stiamo parlando di canzoni napoletane, classiche o moderne, reinterpretate, né di cover, ma di pezzi originali, scritti da questi autori direttamente in napoletano. Non sempre i risultati sono all’altezza, anzi spesso ci imbattiamo in tentativi velleitari e pronunce imbarazzanti, ma vale la pena elencare almeno 10 dei migliori brani del repertorio dei cantautori italiani scritti in napoletano.

1) Io partirei con uno degli episodi meglio riusciti in tal senso, il brano “Rosa”, piccolo capolavoro di Amedeo Minghi, contenuto nell’Album “le Nuvole e la Rosa” del 1988. Atmosfera da melodramma, o meglio da canzone classica napoletana, sia nel testo che nella parte musicale. Pronuncia non certo perfetta, ma apprezzabile, considerato che si tratta di un artista romano. Straordinario il gioco di citazioni e rimandi a grandi classici della musica partenopea, senza per questo risultare enfatico o ridondante. Rif. “Te voglie bene assaje“.

2) Nel repertorio di un grande cantautore lombardo, Angelo Branduardi, spicca invece un brano singolare, geniale e controverso come il suo autore. Si perché, accanto alle splendida musica del maestro di Cuggiolo, troviamo la poesia di Pasquale Panella. Autore di grandi testi, ermetici ma geniali, stravaganze linguistiche, giochi di parole apparentemente senza senso. In questo caso però il concetto viene ribaltato: parole di diversi idiomi ma con un senso compiuto. Fou de love  è un brano straordinario in cui convivono amore e follia, dove la lingua papartenopeo vive con quella inglese, spagnola e francese per esprimere un concetto universale come l’amore. “I fou de love appriess’ a te”: semplicemente fantastico. Rif. “Passione”

3) Mille male penziere è un brano del 2005 (album “Ti amo così”). Pezzo scritto, composto ed interpretato da Mango. Nello stesso album Pino interpreta un classico napoletano: “I’ te vurria vasà“. Questo brano ne sembra la naturale continuazione. Nel disco sono le ultime due tracce e tra le due non c’è spazio, per cui l’ascolto è un continuum. Ritmo incalzante, quasi ipnotico, che sa di musica popolare, di radici profonde, di antiche tradizioni. Amore intenso, quasi morboso, caldo. Una tentazione continua che non trova pace e il groove è caldo e scandito come un cuore caldo e palpitante. Rif. “I’ te vurria vasà“.

4) La bellissima Reginella Reginè di Baglioni, brano del 1995, si apre con una citazione esplicita della Reginela di Bovio, parafrasata nell’ouverture e richiamata più volte nello sviluppo del testo. Anche in questo caso emerge il grande rispetto con cui i grandi della musica italiana affrontano la musica napoletana. Il risultato è straordinario, una canzone moderna di atmosfera classica. Imperdibile. Rif. “Reginella“.

5) “A cchiù bella  capolavoro di Giuni Russo, contenuto nell’ultimo album dell’artista, che riesce a musicare magistralmente una bellissima poesia di Totò. Cosa aggiungere, sicuramente è a cchiù bella. Per chi non avesse la fortuna di conoscere questa splendida perla consiglio di ripescare l’ultimo splendido album della mai troppa rimpianta cantautrice siciliana. Brividi. Rif. “Malafemmena

6) Mischiare il genovese, il portoghese e il napoletano, lingue di mare, affini, assonanti, sorelle. Baccini ci riesce con l’aiuto del maestro Trampetti in un brano bellissimo del 1993 ” Portugal” contenuto nel fortunato Album ” Nudo”. Rif. “Tammurriata nera“.

7) Tutti conoscono Don Raffaè, forse la più conosciuta canzone in napoletano scritto da un cantautore “straniero”. Ma gli stessi autori, De Andrè e Bubola, hanno adattato un successo del grande Bob Dylan e nel brano “Avventura a Durango” del 1979 traducendo la parte in inglese in italiano, con un colpo di genio hanno usato il napoletano per le parti in ispano/messicano della canzone originale. Rif. “Lo Guarracino“.

8) Ha sempre detto che il suo sogno era di essere napoletano, dimostrandolo sia nelle scelte musicali che nelle interpretazioni. Qui non vogliamo parlare della celeberrima “Caruso”, ormai da considerarsi a pieno titolo un “classico” della canzone napoletana, ma segnalare un altro brano del grande Lucio Dalla, Nun parlà, poco conosciuto ma di straordinaria bellezza, contenuto nel’Album “ Canzoni” del 1996. Rif. “Luna rossa“.

9) Sfruttando le sue origini napoletane, il milanese professor Vecchioni, nel “Bandolero Stanco” del 1997, inserisce un divertissement riuscito e ben cantato: ‘O primm’ammore . Echi di Napoli con una punta di Dire Straits nel ritmo, nei temi, ma soprattutto nell’ironia. Top. Rif. ” ‘ o surdato ‘nnammurato

10)Tu si ‘na cosa grande” capolavoro del pugliese Domenico Modugno del 1964, è sicuramente il più importante episodio del genere che stiamo trattando, tanto da diventare, a pieno titolo, essa stessa un classico della canzone napoletana. Rif. “Tu si ‘na cosa grande“.

Provate a creare una playlist con le 10 canzoni consigliate, poi se la cosa vi è piaciuta potrei decidere di consigliarne altre 10 ( to be continued ).

Giuseppe Ruggiero

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Se “silenzio assenso” nel 2007 è stato un loro cavallo di battaglia, ecco che questa forma di fiducia ritorna.

Gli Epo, infatti, nel video con il quale annunciano la loro nuova scommessa, non dicono nulla! E nel partecipare la campagna di sottoscrizione tutto si basa su una una fiducia di fondo che la band napoletana, nata 15 anni fa, chiede ai tanti fan che da sempre la seguono. Perché la prospettiva è ritornare in studio in primavera.

E così, dopo tre dischi, cambiano i tempi e cambiano anche i modi per poter creare qualcosa di veramente nuovo che vuole fare anche della sua realizzazione un momento di condivisione. Sulla piattaforma Musicraiser si potrà dare un sostegno alla Band. Fino ad ora già è stato coperto il 57% della richieste. Ma la sottoscrizione non è fine a se stessa. La band napoletana ha pensato davvero a tutto. Infatti, si prevedono moltissime ricompense per chi versa una quota per il progetto.

Si va dal dowloand del disco fino all’essere accreditato come produttore esecutivo del disco, passando anche per la possibilità di fare un House Concert a Napoli e non solo! L’originalità non manca! E sicuramente, se le basi sono così entusiasmanti e coinvolgenti  il prossimo lavoro non potrà essere da meno!

Chiara Arcone