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E’ andato via come un ladro senza dire una parola. Era passato appena un mese dal giro dello stadio a cantare “Difendo la città”. Ieri indicava De Laurentiis, pensando che i napoletani siano veramente fessi e possano credere alla storiella montata ad arte che è stato il presidente a venderlo. Come un bambino che ruba la marmellata dalla credenza e vuole accusare il fratellino piccolo per dire il più classico dei “Non sono stato io” come un Bart Simpson qualsiasi. Higuain ha fatto una scelta professionale: è andato da via da ladro, di notte alla Juventus perché lì sapeva di poter vincere. Lo scrisse pure il fratello Nicolas in un tweet che senza l’aiuto degli arbitri a Napoli non è possibile vincere. Higuain – al di là delle ironie – ha fatto una scelta professionale comprensibile. Come comprensibile è stata la scelta di De Laurentiis di lasciarlo andare alla cifra di 90 milioni. Un calciatore alla soglia dei 30 anni.

Epperò, per dirla con Totò in “Miseria e Nobiltà, De Laurentiis è uomo. E’ uomo nel senso che lui i giri di campo a cantare “Difendo la città” non li ha mai fatti. Per questo lo apprezzo meno quando dice di voler vincere. Pure se forse, in cuor suo, davvero lo pensa. Ma, assai prima, il presidente ha sempre messo in testa la solidità del bilancio, la programmazione, il procedere un passo per volta. Lui ha detto che “il San Paolo è un cesso” e che i tifosi, prima del suo arrivo, “non hanno vinto un cazzo” a parte il periodo maradoniano. Ed ha ragione su tutto. A parte qualche “pippiata” di ragù via Twitter De Laurentiis non fa il marpione, non vellica la pancia del tifoso del “Devi vincere”. Lui mette in chiaro che per vincere ci vuole tempo e programmazione. Higuain no. Higuain prima canta “Difendo la città” e poi se ne va via. E poi ancora vuole pure essere accolto con il tappeto rosso. Se Spalletti per i 40 anni di Totti ha regalato un disco di Mia Martini, “Piccolo uomo”, lo stesso dovrebbe fare De Laurentiis a questo Bart Simpson un po’ cresciuto. Un uomo piccolo, incapace di prendersi le conseguenze delle scelte fatte.

Qui lo abbiamo scritto pure in estate. Per noi il Napoli ha fatto un affare a vendere Higuain. E abbiamo pure scritto che poco ci sono piaciuti i tifosi che innalzando il vessillo del “papponismo” si sono strappati i capelli per la cessione dell’argentino. Semmai siamo pronti a criticare il presidente se quella cessione non la farà fruttare. Per ora, a nostro modesto avviso, siamo dalla parte del presidente perché con i soldi incassati da Higuain ha comprato Milik, Zielinski, Rog e Diawara smentendo seccamente chi lo accusa di “mettersi i soldi in tasca”. Se la squadra il prossimo anno sarà ulteriormente rafforzata allora la cessione di Higuain sarà stata un affare. Se invece il giocattolo sarà nuovamente smantellato allora siamo pronti a ricrederci. Non è un dogma difendere “il pappone”. Ci piace invece valutare le cose in base agli accadimenti. E la cessione di Higuain era inevitabile. Oltre che un grandissimo affare. Lo ripetiamo.

Il prossimo anno la Juve avrà un attaccante trentenne e una difesa di ultra-trentenni, dovrà intervenire massicciamente per rinforzare il centrocampo. Sturaro, Lemina, Rincon nel Napoli non parteciperebbero neppure alle rotazioni. Il Napoli ha invece una squadra più giovane, in continua crescita. Dovrà sacrificare probabilmente Ghoulam. E poi vedremo la vicenda Mertens come andrà a finire. Perché Insigne lontano da Napoli proprio non lo immaginiamo. Vedremo che mercato farà il Napoli e lo giudicheremo anche in base a quella “dolorosa” cessione di Higuain. Perché se la squadra sarà ulteriormente rafforzata allora non potremo che dare atto al presidente di averci visto giusto.

Resta inteso che, come abbiamo scritto sin dall’estate, per noi la squadra di quest’anno è la più forte di sempre e sicuramente la più completa. Anche senza il Bart Simpson che, tra l’altro, ha segnato meno gol di Mertens in più partite giocate. Manca pochissimo per diventare un top club a tutti gli effetti. Un po’ di mentalità soprattutto. Quella che la Juve ha dimostrato di avere nelle due partite giocate al San Paolo. Ma il nostro percorso di crescita è solido.

E poi vanno dette altre cose. E’ vero che noi dobbiamo crescere in mentalità, ma deve crescere pure un po’ il calcio italiano. Ma che campionato sarebbe stato senza i soliti aiutini alla Juve? Vogliamo ricordarci di Inter-Juve o di Milan-Juve cosa è successo? E vogliamo ricordare che il Napoli è uscito dalla Coppa Italia perché nella partita d’andata Valeri in 40 secondi ha negato un rigore a noi e subito dopo ne ha dato uno inesistente alla Juve? Certo, per crescere dobbiamo pure imparare a non dare sempre la colpa all’arbitro. Ma non è neppure possibile pagare il salto di qualità a livello di mentalità di non protestare, omettendo dei FATTI. Come i rigori che quest’anno ci sono mancati sin dalla prima giornata a Pescara e poi a Genova contro i rossoblu. Sono fatti. Che poi noi per crescere non dobbiamo solo lamentarci è un altro capitolo.

Ad ogni modo resto convinto che noi napoletani dobbiamo imparare a volerci più bene. Tutte quelle sceneggiate in estate per la cessione di un moccosiello sono state eccessive. Il tempo è galantuomo. Noi qui crediamo che il Napoli possa fare grandi cose anche in futuro. Se poi per qualcuno è più importante il dato di fatto che pure quest’anno resteremo – per dirla con Mourinho – a zero tituli, è un’opinione rispettabilissima. Ma c’è modo e modo per non vincere nulla. E a noi sembra che il Napoli, pur non vincendo, stia costruendo qualcosa di grande. E, guardandoci in giro, tra cinesi, indonesiani e americani, non ci sembra che gli altri stiano facendo altrettanto. Ma potremmo sbagliarci eh. Proprio come ci siamo sbagliati sul conto di quel personaggio che difendeva la città…

Valentino Di Giacomo

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Manolo Gabbiadini con la maglia del Napoli (foto da Facebook)

Madrid, Luglio 2016. Dopo due estati di mal di pancia, voci di sceicchi pronti a fare follie e una stagione fallimentare in cui Zidane con la sua inesperienza distrugge quanto di buono (neanche tantissimo) fatto da Benitez, Cristiano Ronaldo decide di abbandonare il Real Madrid dopo sette stagioni, un titolo nazionale, due coppe di lega, una Champions League, una Supercoppa spagnola, due Palloni d’oro di fila e un Mondiale per club. Con lui parte anche Benzema, sempre meno ben voluto dopo l’affare Valbuena. Perez decide di ricostruire la squadra daccapo per contrastare lo strapotere del Barça in Spagna, cede altri sei giocatori, riassume Mourinho con un contratto da far vergognare un consigliere della General Motors e riparte da due nuovi Galacticos: Eden Hazard, che solo dopo la partenza del portoghese ha capito di aver raggiunto con lui i massimi picchi del suo gioco, e Robert Lewandowski del Bayern Monaco. I due affiancano Gareth Bale nel nuovo spettacolare tridente che verrà chiamato semplicemente “il tridente del Real Madrid” perchè nessuna combinazione delle lettere BHL vuol dire un cazzo.

In Baviera i tifosi non si flagellano, sapendo di avere comunque dei grandi giocatori, ma Ancelotti chiede garanzie adeguate: dopo aver valutato Cavani (che rifiuta perchè finalmente tornato punta centrale per il pensionamento di Ibrahimovic, ma soprattutto perchè si è innamorato di una cassiera di Montmartre), Aguero (incedibile del nuovo allenatore Guardiola salvo poi essere venduto l’estate successiva perchè troppo alto) e Kane (nuova star dell’Arsenal), decide di puntare su Gonzalo Higuaìn, autore di un fottìo di gol che hanno portato il Napoli a vincere due titoli (scegliete voi quali) e ufficialmente erede di Maradona. Le manifestazioni di piazza e i sit-in davanti a casa sua non servono: il pagamento della clausola taglia fuori il presidente (che da lì in poi sarà solo “il pappone” per il resto dei suoi giorni), il contratto da quindici milioni l’anno convince il giocatore, e l’affare si conclude prima di agosto.

La strategia a quel punto è chiara: fare come la Juve post-Zidane e rifare la squadra con l’enorme budget a disposizione. L’arrivo del Difensore Definitivo è salutato dalla piazza con entusiasmo, l’Eccellente Esterno e il Magnifico Mediano fanno fare finalmente il salto di qualità; ma il centravanti? Quelli forti sono tutti presi, bolliti o incedibili. Quando sta per concretizzarsi l’acquisto di Radamel Falcao, però, Sarri ferma tutto: non prendiamo nessuno, abbiamo Gabbiadini. Tutti sono molto perplessi, ma il credito illimitato di cui gode l’allenatore toscano dopo l’ultima trionfale stagione (si dice passeggi per Napoli levitando a mezzo metro da terra) porta a fare come dice lui. Coi soldi rimasti Giuntoli compra Vecino e Tonelli come prime riserve di Koulibaly e Hamsik, i tre grandi acquisti di cui sopra alzano il livello, il Napoli arriva in semifinale di Champions, Gabbiadini fa 25 gol.

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Ok, questo scenario è abbastanza fantasioso e tutti questi eventi, a partire dalle voci di mercato, sono pura invenzione. Ma con i costi dei giocatori di questi tempi e la liquidità delle grandi squadre, siamo proprio sicuri di poter trattenere Higuaìn un altro anno? E se così non fosse, non sarebbe meglio rinforzare la squadra piuttosto che provare a sostituire un giocatore insostituibile? Per questo è fondamentale tenerci Gabbiadini ancora a lungo: Manolo è il futuro del calcio italiano, e può esplodere per davvero se messo nelle giuste condizioni. In Manolo we trust.

Roberto Palmieri

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La storia del calcio

Josè

Se fosse stato un attore avrebbe vinto il premio Oscar ad ogni film, se fosse stato un politico avrebbe ottenuto il premio Nobel, se fosse stato un calciatore avrebbe alzato al cielo più di un pallone d’oro. Ma è soltanto un allenatore e si chiama Josè, cognome Mourinho. Cinico, ironico, colto, spigliato, vincente, teatrale: quanti aggettivi potremmo usare per definirlo?

Josè comincia la carriera da assistente di suo padre allenatore. Poi secondo di Robson al Setubal e al Porto. Fino al Barcellona sempre con Robson e poi con Van Gaal. Intraprende finalmente il suo percorso di allenatore al Benfica, all’Uniao Leira per tornare ancora al Porto dove vince prima la Coppa Uefa e poi la Champions League. Seguono Chelsea, Inter e Real Madrid.

Ora di nuovo un ritorno, al Chelsea. Ma i risultati non arrivano: i Blues languono quattordicesimi in classifica, con appena undici punti in dieci partite e con la metà dei punti delle capolista Manchester City e Arsenal. Ieri l’eliminazione in Coppa di Lega, ai calci di rigore, contro lo Stoke City. Mou, per assurdo che sia, rischia l’esonero.

Un unico filo conduttore attraversa tutte le sue esperienze: tanti successi e uno straordinario rapporto con ogni calciatore. Hanno fatto epoca le sue lacrime in quell’abbraccio con Materazzi nel garage del Bernabeu prima di salire sull’auto di Florentino Perez. Nella storia sono entrate quelle dichiarazioni nelle conferenze di presentazione «Io mi sento uno special one» al Chelsea e «Io non sono pirla» all’Inter. I colpi teatrali come quel gesto a far la mossa delle manette o i suoi sproloqui nelle conferenze prima delle partite: come il leit motiv del «Zero tituli». Si ama o si odia, lo si stima o lo si denigra: la mezza misura non fa parte del suo universo. Chi vuole criticarlo asserisce che ha sempre allenato squadre di campionissimi. Vero solo in parte.
Quando parla Josè si apprende, riesce sempre a farti sintonizzare empaticamente con le sue emozioni. Spicca più della preparazione professionale, la sua attitudine per le relazioni interpersonali, per la comunicazione. «Non bisogna solo saper osservare il calcio – disse in un’intervista –  bisogna anche saperlo comunicare per farti comprendere dai tuoi calciatori». Di lui, con quella caterva di comportamenti forzati che mirano allo spiazzamento dei suoi interlocutori, emerge paradossalmente una semplicità nell’approccio alle cose. Come solo i grandissimi sanno fare produce dal suo animo ricco di contraddizioni universali una personalità netta e singolare. Se fosse filosofo (e forse un po’ lo è) si parlerebbe di trascendenze e immanenze. Josè Mourinho avvolge ogni categoria dell’animo umano. Cialtrone e signore, simpatico e antipatico, realista e sognatore. Sempre lui, con quella sua spiccata consapevolezza compiaciuta di chi nella vita ne ha viste tante e tante superando ogni muro, valico, barriera. Showman, avvocato, medico, giornalista: Josè Mourinho riuscirebbe in ogni campo. Forse ci si nasce, forse si diventa. Di sicuro è inimitabile.

Chi ci ha provato a ricalcare le sue gesta ha raccolto soltanto brutte figure. Basta osservare la rivoluzione epocale che ha portato nella comunicazione e nel calcio italiano. Zenga quando arrivò al Palermo dichiarò di puntare allo scudetto, o Mihajilovic che alle prime esperienze cercava di alzare il tiro degli insulti ad ogni conferenza stampa.
Tantissimi provano a stargli dietro, nessuno a raggiungerlo. Forse anche Mazzarri ha provato qualche volta ad emularlo fermandosi (per fortuna) un secondo prima che la realtà si trasformasse in farsa, in sceneggiata burlesca, in commediuccia banale. Dopo Josè solo brutte copie, tutte mal riuscite.

José andrà probabilmente via dal Chelsea, è il primo vero fallimento della sua carriera. Per lui già si aprono le ipotesi di allenare il Paris Saint Germain o un clamoroso ritorno all’Inter. Nel massacro di stampa, commentatori e opinionisti nei suoi confronti mi sembrava doveroso intervenire in suo favore. Perché di Mourinho non ne nascono tanti nella storia del calcio e questi ultimi risultati non possono scalfire la grandezza di chi ha cambiato il corso di questo sport anche attraverso la comunicazione. Tutto il resto è noia!

Valentino Di Giacomo

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E' sempre andata così

Il Sassuolo, dopo il Napoli, ha battuto anche il Bologna al Dall’Ara ed ora è in vetta alla Serie A. Sei punti, punteggio pieno. Anche contro i rossoblu il giustiziere è stato il napoletano Antonio Floro Flores che per fortuna non segna soltanto contro di noi…

Ma il Sassuolo potrebbe anche vincere il campionato. Magari sulla carta non è proprio tra le squadre maggiormente favorite, ma per un’ormai consolidata consuetudine potrebbe accadere.

Si tratta del celebre Trofeo Tim che si disputa ogni anno nel mese di Agosto. Quest’anno il Sassuolo è arrivato secondo alle spalle del Milan e precedendo l’Inter. Dal 2009 la squadra che arriva seconda nel Trofeo Tim vince puntualmente il campionato. E’ una verità quasi tautologica.

E’ accaduto negli anni all’Inter di Mourinho, al Milan di Allegri e, da quattro anni alla Juventus. Quest’anno è stato il Sassuolo ad arrivare secondo. Attualmente la squadra di Di Francesco è in testa alla classifica. Ci resterà? Non è vero ma ci credo…

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L'incapacità comunicativa del club

Immaginate per un attimo di essere Gonzalo Higuain. Avete militato per anni da titolare nel Real Madrid, avete giocato una finale di Coppa del Mondo e una finale (sfortunata) di Coppa America. Siete considerati tra i più forti attaccanti del mondo e, senza dubbio, il migliore che gioca nella nostra Serie A.

Immaginate di essere venuti a Napoli perché a vostra garanzia c’era un allenatore di caratura mondiale come Rafa Benitez, che la squadra dove state andando manifesta un deciso programma di crescita acquistando altri calciatori dal Real Madrid come Raul Albiol (campione del mondo e d’Europa con la Spagna) e Josè Maria Callejon.

Immaginate che, al momento di passare verso la vostra nuova squadra, siete certi che il vostro club disputerà il più grande torneo continentale che è la Champions League.

Dopo due anni vi ritrovate però ad aver disputato solo un girone di Champions e un preliminare perso contro l’Athletic Bilbao nel quale avete pure segnato. E poi avete chiuso la precedente stagione con una semifinale di Europa League ed un (ennesimo) rigore decisivo sbagliato che è costato alla vostra squadra il passaggio al preliminare di Champions.

Vi ritrovate oggi con un presidente che vuole trattenervi in questa squadra a tutti i costi, in un club che la Champions (vedi i motivi precedenti) non la disputerà. Nella sessione di calciomercato sono arrivati discreti calciatori, ma nessuno all’altezza per far fare un riconoscibile salto di qualità. Per di più è andato via un allenatore che nel suo palmares aveva Champions ed Europa League oltre ad alcune vittorie di Liga. Oggi c’è un bravo allenatore che per il suo secondo anno allena in Serie A, prima grande esperienza in un club medio-alto.

Fino a qui il quadro della situazione, sperando che siate riusciti a fare uno sforzo di immedesimazione. Di qui in poi c’è la totale assenza progettuale del club, non solo a livello di programmazione tecnica, ma con una paurosa mancanza di strategie comunicative che nell’era dei social media, di internet e dei blog è forse ancor più importante. O riesci a controllare i trend della comunicazione oppure ne resti divorato implacabilmente.

In molti mi hanno chiesto del perché ieri ho parlato, a proposito del Napoli, di un ridimensionamento psicologico. Sta tutto qui. Forse sulla carta gli azzurri, non avendo venduto nessun big e avendo acquistato discreti calciatori, sono più forti dello scorso anno. Manca però quella cornice, quella sovrastruttura che non solo ti fa essere una grande squadra, ma che ti fa percepire come tale. E’ facile essere percepiti come “grandi” se in panca hai un allenatore (forse pure sopravalutato tecnicamente) come Rafa Benitez che ad ogni conferenza pone l’obiettivo della squadra sempre più in alto. Facile essere percepiti come “grandi” se poi dimostri in campo di poter essere all’altezza di squadre come Borussia Dortmund, Arsenal, Wolfsburg, Roma, Juventus. Facile essere percepiti come “grandi” se negli ultimi anni sei l’unica squadra ad aver sottratto titoli in palio alla Juve.

Chi scrive non rimpiange Benitez. Anzi, ritiene che la presunzione e l’ottusità del tecnico spagnolo in certi casi abbiano nociuto non poco ai risultati del Napoli. Bisogna però riconoscere che passare dalle stelle alle stalle in maniera così repentina non può che essere avvertito come uno shock dagli stessi calciatori. Tanto più se squadre che fino a ieri battevi facilmente in casa e fuori, come Inter e Milan, danno segnali di rafforzamento importanti. Tanto più se la Roma ha acquistato i “tasselli mancanti”: una grande prima punta come Dzeko, un attaccante più concreto di Gervinho come Salah e forse pure un terzino sinistro come Digne in luogo dell’anonimo Torosidis.

Da questa impasse se ne esce in due modi: o con un grande acquisto riconoscibile come tale che dia maggiori certezze alla squadra oppure con una campagna di comunicazione del club che riesca a difendere in maniera più incisiva la scelta del nuovo allenatore. E’ bastata la prima sconfitta in una gara ufficiale (per carità, anche con una pessima prestazione, come scritto ieri) per mandare Sarri in pasto alla stampa locale e nazionale.

O De Laurentiis impara a fare il presidente e ad organizzare una vera struttura organizzativa attorno al club, dotata di un ufficio stampa e di “pensatori della comunicazione” all’altezza, oppure il suo giocattolo rischia di rompersi molto presto. Fino ad oggi De Laurentiis è stato un presidente eccellente, ha portato il Napoli dove gli compete di stare. Il difficile è restarci.

Lo ripetiamo: magari il Napoli sulla carta è già più forte dello scorso anno, ma manca quella percezione di potenza alla squadra stessa. Quella sensazione che fa scendere in campo i calciatori sentendosi più forti degli avversari e quindi di volerlo dimostrare con i fatti. In uno spogliatoio le percezioni sono tutto: se le cose iniziano a girare male (e hanno iniziato a girar male perché alla prima il Napoli è stato sconfitto) può scattare inconsciamente nella mente dei giocatori quella “caccia al responsabile”. Un tutti contro tutti fatto di clan e squadre nella squadra. Lo dimostrano non solo le dichiarazioni dei procuratori di Higuain, ma anche di Mertens e Gabbiadini. Sono tutti calciatori che sono arrivati a Napoli per giocare e per vincere e che troverebbero facilmente posto in altri grandi club. Ora il Napoli deve dimostrare con i fatti di saperseli tenere. Bisogna dare loro la percezione di giocare per un club che può vincere. Altrimenti meglio vendere e ripartire con calciatori meno affermati, ma più in linea con i progetti e le reali possibilità del club. Senza raccontarci favole che, viste le premesse, non avrebbero di certo un lieto fine.

Insomma, per dirla tutta: che lo trattieni a fare Higuain se poi non sai offrirgli un progetto all’altezza? Perché Higuain, al netto dei rigori sbagliati, è un lusso che questo club con la sua astrusa guida e le sue scelte comunicative, deve dimostrare di sapersi meritare. A Napoli si dice o 1 o 90. Con le mezze misure non si va da nessuna parte e il calciomercato del Napoli, fino a adesso, è stato di mezze misure. Da Mazzarri e dalla sua squadra di “vecchie glorie” e “giovani promesse” ci poteva stare navigare a fari spenti e andare avanti senza pretendere nulla. Lavezzi e Cavani erano giovani emergenti che raggiungevano il proprio picco di carriera insieme alla squadra stessa. L’Inter del “triplete” fece l’errore di tenersi gli artefici di quei successi non accorgendosi che andando via Mourinho si era chiuso un ciclo. Probabilmente un altro ciclo, dopo quello di Reja e di Mazzarri, si è chiuso anche con l’addio di Benitez. Se tieni Higuain, tra i più grandi attaccanti del mondo, non gli puoi prospettare il “Napoli operaio” di Sarri. Troppi equivoci pendono su questa stagione e la società non sembra attrezzata abbastanza per saperli risolvere. Ma siamo ancora in tempo. E chi scrive non è un “papponista”.

Valentino Di Giacomo

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Il punto sul ritiro azzurro

Con la seconda amichevole contro la Feralpi Salò si è conclusa la prima, significativa parte del ritiro del Napoli. Nelle due partite disputate dagli azzurri in questo bollente precampionato abbiamo visto qualche novità e le solite conferme, sia in positivo che in negativo. E’ presto per dare sentenze, anzi, bisogna assolutamente evitare di emettere giudizi affrettati e approssimativi. Da Lunedì tornerà ad allenarsi Higuain terminate le sue burrascose vacanze ad Ibiza. Con ogni probabilità El Pipita inizierà la preparazione a Castelvolturno insieme ai reduci della Coppa America, in attesa dei compagni che faranno ritorno da Dimaro soltanto il prossimo 29 Luglio. E con Higuain, mister Sarri potrà collaudare meglio i suoi schemi offensivi.

Dialogo stretto, passaggi veloci, cambi di ritmo improvvisi: questo è ciò che chiede Sarri al suo reparto avanzato. Insigne, Mertens e Gabbiadini sembrano aver già memorizzato la lezione. Un po’ in ritardo Callejon. Ma guai a bocciare del tutto le prestazioni dello spagnolo, il mister lo ha provato anche da punta centrale e non è un azzardo per il numero 7 azzurro. «Mi piaceva come giocava nell’Espanyol, mi piaceva la sua duttilità in campo. A Madrid poi ho conosciuto un ragazzo con una personalità forte, un giocatore umile che ha saputo ritagliarsi il suo spazio, il rispetto della gente e dei compagni di squadra. Sa rendere prezioso ogni minuto in cui è in campo: per molti giocatori entrare per 10 minuti è un problema, per lui no. Quando viene chiamato in causa è sempre al top. Mi piace molto la sua mentalità, è un esempio per tutti». Sono le parole di Sua Maestà Josè Mourinho a proposito di Callejon. Perchè Jose Maria all’Espanyol giocava proprio da prima punta mobile e chissà che, andato via Zapata, non possa essere questa una soluzione anche in azzurro.

Se il centrocampo appare il reparto più rinforzato con gli arrivi di Allan e Valdifiori, più l’arretramento di Hamsik da mezz’ala, qualche rebus in più è in difesa. E’ il pacchetto difensivo dove c’è da migliorare per stessa ammissione di Sarri che ha velatamente attaccato Benitez affermando che “Per essere una grande squadra il Napoli lo scorso anno ha preso troppi gol“. Sembra ormai sfumato l’arrivo di Astori, la solita usurante discussione sui diritti d’immagine ne ha impedito l’approdo in azzurro. Peccato, non era un fenomeno, ma poteva tornare utile.

Se c’è da operare in sede di mercato sembra proprio che il reparto arretrato sia il più carente. In giro non ci sono fenomeni e, anche quelli che non lo sono (o non lo sono ancora) costano un occhio della fronte. Vedere ad esempio Romagnoli, reduce da una sola (buona) stagione in massima serie e per cui la Roma chiede ben 30 milioni. Fenomeni in giro, soprattutto alla portata delle casse del Napoli, non ce ne sono. Per questo Astori poteva tornare utile con la sua voglia di rilanciarsi in chiave nazionale in vista degli Europei del prossimo anno.

Ma il Napoli ha anche tanto da sfoltire, la sua rosa è davvero in over-booking. La soluzione migliore per Giuntoli potrebbe essere quella di scambiare gli esuberi della nostra rosa (Vargas, El Kaddouri, De Guzman, forse Zuniga – in attesa di capire se è ancora un calciatore di club, o solo della Nazionale – e Callejon, con un difensore di buon livello. Ecco, a trovarne! Se avete dei nomi validi, proponeteli nei commenti in basso. Noi gireremo a Giuntoli, magari ci ascolta. Noi intanto aspettiamo Gonzalone nostro, speriamo che abbia motivazioni sufficienti. Perché, diciamolo sottovoce, ma questo Napoli pur senza acquistare fenomeni è già un’ottima squadra.

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