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morte

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Se chiedete a un bambino la legge di Lavoisier probabilmente non saprà rispondervi, così come probabilmente non saprebbero rispondere molti adulti, eppure i bambini la conoscono bene. I bambini lo sanno che nulla si crea e che nulla si distrugge ma che tutto si trasforma. I bambini non sanno come sono nati, ai bambini sembra strano essere stati nella pancia della mamma e anche se si convincono che è così, continuano a chiedersi prima dove erano, l’idea della non esistenza non la possono capire e forse hanno ragione, perchè siamo noi grandi ad esistere la non esistenza.

Ora provate a spiegargli la morte.
Provate a dirgli che qualcuno non c’è più.

Potete dirgli che è in cielo, potete dirgli che è partito, potete dirgli che ora vive nel suo cuoricino ma no, non potrete dirgli che non c’è più.

Non importa quanti anni hai, la prima volta che hai a che fare con la morte sei sempre un bambino, pensare che qualcuno non c’è più non è facile, capirlo non è umanamente accettabile, soprattutto se a quel qualcuno vuoi molto bene.

Del primo lutto vissuto in famiglia, in casa mia, ricordo tutto, i pianti, gli abbracci gli amici e i parenti che si facevano forza e ricordavano, e poi una cosa che mi incuriosì, non capivo, mi faceva quasi sorridere: i vicini di casa e persone del palazzo con cui non avevamo particolari rapporti, arrivavano tutte con qualcosa da mangiare, in particolar modo brodo, tante pentole di brodo, profumato, pieno di carne e di sapore, un piacevole odore di brodo che riempiva la casa, arrivarono altre cose, cioccolata calda, caffè a non finire, anche i cornetti, ma quelle pentole di brodo catturarono la mia intenzione.

Un po’ stralunato chiesi ai più grandi perchè la signora del terzo piano, che al massimo salutavamo incontrandoci per le scale ci avesse portato il brodo, potevo capire i vicini di pianerottolo, praticamente vivevamo insieme, ma proprio non capivo perchè delle persone che a stento conoscevamo si fossero prese la briga di cucinare per noi.

La risposta di tutti era in una parola: ‘o consuolo.

La parola mi incuriosiva ancora di più, era strana ma aveva un bel suono e comunque era chiara, un atto consolatorio, ma ancora qualcosa non mi quadrava: il brodo, perchè?
Consolarsi, quando è legato al cibo, è utilizzato per qualcosa di straordinariamente buono, e allora perchè il brodo, che per carità, amo  amavo tantissimo anche da bambino ma non ha quell’appeal da farti esclamare “M’aggio cunzulat’!” a fine pasto.

Certe risposte te le può dare solo l’esperienza e così furono i miei zii a spiegarmi l’importanza, l’utilità, la versatilità e soprattutto la praticità del brodo di carne: tanto per iniziare se non hai fame puoi sempre berlo ed è nutriente, a pranzo puoi mangiarlo con un po’ di pastina e a cena puoi mangiare la carne.

Insomma il consuolo non è una cosa fatta tanto per far vedere e neanche un segno di affetto o riconoscenza, il consuolo é solidarietà pura, fatta con rispetto e intelligenza, so che sei in difficoltà, so di cosa hai bisogno e ci penso io perchè posso farlo. Il consuolo dovrebbe essere inserito fra i parametri di misurazione della qualità della vita, perchè è indice di quanto, nel bene o nel male a Napoli non sei mai solo.

Per questo non mi sorprende che da Napoli i camion con gli aiuto per i terremotati siano partiti subito e in quantità smodate, non mi sorprende che anche dopo che la Protezione Civile avesse detto che non servivano altri aiuti, da Napoli abbiamo cercato in ogni modo di metterci in contatto con gente del posto per capire cos’altro potesse servire e continuare a mandare aiuti mirati.

Non l’abbiamo fatto perchè ci siamo passati 35 anni fa, non l’abbiamo fatto perchè sappiamo che un giorno potrebbe toccare e non l’abbiamo fatto pe fa verè, l’abbiamo fatto perchè sapevamo che un nostro vicino aveva bisogno e anche se non lo conoscevamo sapevamo di poterlo aiutare e l’abbiamo fatto nel modo più pratico e funzionale possibile.

Paolo Sindaco Russo

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Mentre Parigi era sotto attacco allo Stade de France si giocava Francia – Germania. Un match al quale ha assistito anche il presidente transalpino Hollande, prima di lasciare l’impianto a partita in corso per provvedere a presiedere un vertice sulla sicurezza. In campo le due squadre schieravano tra gli altri Varane, Evra, Pogba, Diarra, Ben Arfa, Coman, Mangala, Cissoko, Rudiger, Boateng, Khedira, Gundogan, Sané. Cosa hanno in comune tutti questi calciatori? Hanno tutti la cittadinanza dei due Paesi, ma ognuno di loro ha origini africane o di altre etnie extra-europee. Eppure sono idoli nei loro Paesi, come in Italia lo sono o aspirano a diventarlo El Sharaawi, Balotelli, Okaka e tanti altri.

Quasi come se non se accorgesse l’Europa ha tra i propri cittadini persone che derivano da ogni parte del mondo. E soprattutto sono tutti cittadini che si sentono europei al pari di chi è nato a queste latitudini. Basta fare un giro nelle scuole e in un appello di classe ai soliti Esposito, Scognamiglio o Russo si troveranno i Mohammed, Konate o Yu Ming.

Non sono e non si sentono bimbi differenti da altri. E’ frequente che questi bambini siano italiani ormai da più di due generazioni: sono italiani, ma i loro cromosomi si sono scaldati in passato al sole della Libia, del Marocco, dell’Algeria o si sono nutriti di riso e spezie a noi sconosciute.

E’ imbarazzante che dinanzi ad una tragedia certi nostri politici parlino di chiudere le frontiere, di bombardare lo “Stato Islamico” come se questo fantomatico Paese esistesse realmente. Da Gasparri a Salvini tante sono state le uscite infelici di chi dovrebbe amministrare per nostro conto la res publica. Tutte parole al vento nel tentativo di risultare originali e acchiappare qualche voto stimolando gli istinti più bassi.

Non sanno forse questi soggetti che chi si è fatto esplodere a Parigi, chi ha sparato era probabilmente francese da oltre quattro o cinque generazioni. Come cittadini francesi era Amhedi Coulibaly, colui che solo pochi mesi fa assaltò, sempre in Francia, un supermercato il giorno della strage di Charlie Hebdo.

Così come, se un giorno dovesse accadere un attentato in Italia e chiaramente ci auguriamo che ciò non avvenga mai, i responsabili saranno soggetti allevati probabilmente nelle nostre scuole e che avranno pregato nelle Moschee presenti nelle nostre città.

Non ci accorgiamo che i Rudiger, i Varane, i Khedira, gli Okaka o gli El Sharaawi sono semplicemente ragazzi più fortunati di altri che per volere del destino giocano a calcio anziché prestarsi al fondamentalismo e al fanatismo di un dio che attraverso la malvagità di certi animi non è più un Dio.

Mi colpiscono le morti, le scene raccapriccianti quando avvengono questi episodi eclatanti. Mi addolorano. Ma mi spaventa assai di più la risposta che noi offriamo a queste tragedie. Risposte di istinto, di pancia, di totale assenza di ragionamento.

Mi lasciano un vuoto triste i tanti commenti che compaiono sui social network, anche quelli che rincorrono hashtag da milioni di retweet o milioni di “mi piace“. Quello più gettonato oggi è #PrayforParis. Così come la scorsa volta vennero riempite le bacheche a furia di #JesuisCharlie. A che servono mi chiedo? Si può partecipare a queste tragedie con un hashtag?

Le immagini che vediamo alla tv e sul computer sembrano quelle dei videogiochi. Una delle tecniche di reclutamento dell’Isis con i più piccoli avviene proprio attraverso dei war-games: si gioca alla guerra per poi farla davvero. Chi ha visto l’immagine di Coulibaly che davanti al supermercato parigino spara ad un poliziotto dice che siano identiche a quelle di un videogame.

Virtuale appare il sangue, virtuale è pure la solidarietà e la compassione di chi scrive sui social. Virtuali sono poi le soluzioni proposte da alcuni nostri politici che identificano per davvero l’Islamic State su una cartina geografica come il Kamatchka del Risiko da bombardare con i carrarmatini neri. E’ tutto un gioco. Non è vero finché ciò che vediamo è trasmesso su uno schermo. Chissà se un giorno dovessero presentarsi davanti a noi, nella vita reale, immagini del genere riusciremmo a percepirle sul serio come reali e non come un film o un reportage di telegiornale.

La propaganda delle immagini cruente è il primo obiettivo delle organizzazioni terroristiche. Instillano paura, incertezze nella nostra vita quotidiana. E, forse, ci fanno apparire la nostra vita vissuta guardando gli schermi più elettrizzante ed anche più sicura di quanto lo sia prendere un autobus, un caffè al bar o assistere ad un concerto in un teatro.

Eppure il nostro impegno quotidiano, alla faccia di qualche politico chiacchierone, dovrebbe essere di non rinunciare alle nostre emozioni reali. Non a quelle suscitate da un commento su Facebook o da un hashtag su Twitter. Emozioni reali, sentimenti reali. Non questa fredda propaganda della solidarietà inservibile proprio come certe soluzioni proposte da alcuni nostri parlamentari.

Valentino Di Giacomo

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Transetto ed altare maggiore. Foto Peppe Guida

Nulla potrebbe essere più inquietante che trovarsi nei sotterranei, umidi e bui, di una chiesa, essa stessa se analizzata bene a tratti pare essere macabra e terrificante, circondati da teschi e ossa conservati lì da secoli. Ma qui a Napoli certe immagini, capuzzelle preparate a nozze, teschi conservati in teche impreziosite, e ossa accatastate lungo le pareti di cave scavate nel tufo, non ci fanno paura. Sono inconsciamente e tacitamente parte della nostra cultura. Fanno parte di uno dei culti più antichi e radicati del popolo napoletano.

E io sono sempre in giro, cercando di seguire qualche traccia utile a ricostruire, almeno nella mia contorta ed incasinata mente, un ipotetico itinerario dei luoghi più significativi relativi al culto delle capuzzelle. Perché a me, la frase “A refrische ‘e llanime d’o priatorio”, me fa murì e continua ad incuriosirmi.

Ora che si fa?! Mi restano da vedere dei posti troppo distanti tra loro e non ho molto tempo a disposizione. E’ vero che voglio fare la turista ed abbandonarmi alla città senza limiti né condizioni, ma so pur sempre ‘na napoletana che deve faticare e quindi devo ottimizzare e gestire bene il tutto. Non mi piace molto sta decisione ma alternative al momento non ne ho. E allora riprendo in prestito la vesparella e via. Prima tappa della giornata via dei Tribunali.

Ovviamente non poteva tardare a svegliarsi la mia curiosità sull’origine del nome. Perderei giornate a studiare libri di toponomastica. Via dei Tribunali, conosciuta anche come decumano massimo della città greco-romana, ha avuto in passato altri nomi: da via Augustale a via di Capuana (e così la nominano Boccaccio nell’Amleto e Petrarca nell’Itinerarium Syriacum) a via del Mercato Vecchio (me ne vado per un’idea, probabilmente era chiamata così perchè termina a piazza Dante dove un tempo si teneva appunto il mercato principale. Credo forse possa essere questo il motivo.). Fu il caro amato don Pedro de Toledo a dargli il nome attuale, quando decise di riunire i cinque tribunali della città nel Castel Capuano, situato proprio alla fine (o all’inizio, dipende dai punti di vista!) della strada. Io sono in vespa e questa è una ZTL, quindi devo aggirare l’ostacolo. Entro in via Anticaglia e qua ci perdo almeno mezz’ora. Una delle vie più antiche della città, è quella dell’area greco-romana che preferisco. Fuori dal turismo di massa, sembra che veramente il tempo qui si sia fermato, eppure basta fare qualche altro metro per catturarne l’atmosfera ma i più si fermano al decumano maggiore. Sembra realmente lontana chilometri dalla caotica Spaccanapoli e dalla folcloristica san Gregorio ma questa via, che anticamente rappresentava la summa plateia greca e il decumano superiore della città romana, per me racchiude ancora oggi tutta la genuinità e l’originalità del centro storico. Una realtà ancora incontaminata e quasi preservata dall’invasione di centinaia e centinaia di turisti più attenti a fotografare dettagli a volte inutili perdendone la vera essenza e il significato. Adoro questa strada!

Poco dopo averla imboccata, al primo incrocio c’è il Monastero delle “Trentatrè”. Un monastero fondato nella seconda metà del ‘500 che nasce con la fondazione del Promonastero di Santa Maria in Gerusalemme di Napoli per opera di una nobildonna catalana, Maria Longo, la quale fondò anche il vicino ospedale degli Incurabili. Si tratta di un monastero di clausura di monache clarisse cappuccine ed è chiamato così in quanto al momento della sua fondazione, Marial Longo ci si ritirò con altre trentadue monache. Purtroppo al giorno d’oggi il numero di suore è sceso notevolmente ma continuano a rispettare le ferree regole di clausura che hanno reso questo ordine uno dei più seguiti sia in Italia che nel resto del mondo, contando circa 200 monasteri ufficiali. Non è possibile visitarlo regolarmente, ma grazie ad eventi speciali (tipo le “giornate FAI”) si ha la possibilità di visite guidate esclusivamente in alcuni ambienti. Ma la cosa che a me lasciò senza fiato, quell’unica volta che ebbi la possibilità di entrare, fu l’attigua chiesa, ricostruita nel 1600 su una precedentemente esistente. Non è molto grande e si presenta anche alquanto semplice, ma la caratteristica è l’altare tutto completamente in legno. In Italia esistono pochi esemplari come questo.

Proseguo su via Anticaglia, seguendo il tracciato di quello che un tempo era il Teatro Romano oramai inglobato interamente nei palazzi. Poso la vesparella e da via Pisanelli scendo per vico Purgatorio ad Arco. Embè arrivati qua voi non vi chiedete ‘st’arco addò stà?! Io si! L’arco, detto anche Cabredato o Bradato, sorgeva all’incrocio tra via Tribunali e via Atri; fu demolito da don Pedro de Toledo ma il toponimo “Arco” fu conservato e si estese anche all’adiacente “vico storto”. L’intera zona fu detta poi anche del Purgatorio dalla seicentesca chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio.

La chiesa fu edificata per volere di alcuni nobili napoletani nel 1616 con lo scopo principale di celebrare messe giornaliere per le anime del Purgatorio, aiutare poveri e bisognosi, provvedere al matrimonio di fanciulle che non potevano permettersi una dote. E nel 1893 la Congregazione iniziò a prendersi cura dei malati bisognosi dei quartieri di San Lorenzo e Vicaria. Al di sotto si estende il cimitero, qui le sepolture si sono tenute fino al 19° secolo ed è qui che avvenivano i rituali che permettevano la comunicazione con le Anime Pezzentelle.

Ecco il mio obiettivo di oggi, la chiesa d’è cap e mort, ricordata dal popolo così per i quattro teschi bronzei posti su altrettante colonnine fuori l’ingresso. In realtà oggi ne sono soltanto tre, non so quanto di vero ci sia, ma si dice che quella a sinistra sia stata trafugata da un fedele dopo che la  capuzzella adottata da lui non esaudì le sue preghiere. Sono di buon augurio per le persone del luogo e non è inusuale notare passanti che di volata sfiorano uno dei teschi facendosi poi il segno della croce, con gesti quasi automatici e abituali. L’intera facciata, così come anche l’interno, è piena di teschi, ossa incrociate e clessidre tutti simboli che richiamano continuamente la morte, quasi a voler lasciare il perenne messaggio che la morte è lì ad attenderci. Erano e sono tutt’ora un monito, tipo come il tizio dal balcone che ripeteva al malcapitato Troisi “ricordati che devi morire!”. E’ così, la morte fa parte della nostra vita e in luoghi come questi la relazione tra vivi e morti è viva, appassionata e appassionante. Qui si sono conservati i resti di corpi trovati per le strade nel corso dei secoli, a causa delle continue ondate di peste e colera. E tra i tanti teschi conservati nell Ipogeo, quello più venerato dalla devozione popolare, appartiene a Lucia. Giovane fanciulla sulla quale sono state raccontate diverse storie e leggende, ma nei secoli si è sempre voluto lei avesse il “potere” di aiutare le donne desiderose di trovare marito. Conservata ancora col suo velo nunziale, il suo teschio è costantemente adornato di fiori e fotografie di persone per le quali si chiede protezione.

Non è vero ma ci credo! A Napoli funziona così. Per quanto razionali vogliamo essere, un pizzico di superstizione vive e sporavvive in ognuno di noi. E io ‘na preghierina alla amica Lucia l’ho fatta.

Nun se po’ maje sapè!

 

To be continued, o meglio, addà continuà ..

 

Milly

 

p.s. Ringrazio Peppe Guida per la foto e tutti gli altri amministratori del gruppo facebook “ConosciAmo Napoli e la Campania” che incondizionatamente offrono a tutti la possibilità di innamorarsi quotidianamente di angoli della nostra regione molto spesso sconosciuti o dimenticati.

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Il 15 ottobre è la giornata di consapevolezza del lutto prenatale e perinatale. Ottobre è il mese in cui le associazioni di volontari che offrono sostegno ai genitori per superare il lutto della morte di un bambino prima del parto o nei primi giorni di vita, si confrontano e condividono le loro esperienze promuovendo in tutto il mondo una serie di attività coordinate.

Per tutta la giornata del 15 Ottobre un’onda di luce attraverserà il globo: alle ore 19 (in Italia), e per un’ora, accenderemo delle candele in modo che, per via dei fusi orari, il Pianeta sia illuminato. Si tratta di un modo simbolico per sentirsi idealmente uniti con molte altre persone nel Mondo, accomunate da un lutto che invece abitualmente isola: la morte di un bambino.

Giornata della consapevolezza perchè non è vero che un bimbo che non ha respirato, o che lo ha fatto per pochi minuti, o poche ore, non debba essere riconosciuto come FIGLIO di quella coppia che troppo presto l’ha dovuto salutare; perchè non è vero che la morte in utero è rara (in media, 5 bimbi al minuto, nel mondo!); perchè un lutto riconosciuto (e, purtroppo, il lutto di una coppia che per mef o per itg perde il proprio figlio, non è considerato tale dalla maggior parte dei loro familiari ed amici, che pensano di consolare affermando “meglio ora che dopo“, “ora pensate a farne un altro“, “pensate all’ altro/ agli atri figli che avete“) ed attraversato è un lutto che non si complica, con buona pace degli operatori non specializzati che affermano- e questo è successo a noi!- “ora vivete il dolore come sentite, ma se, dopo sei mesi, continuerete così, interverremo“, senza considerare che il lutto prenatale e perinatale si attraversa in un periodo che va da un MINIMO di sei mesi ad un massimo di due anni, alternando fasi di benessere a ricadute in periodi più difficili (penso alla data in cui la gravidanza si è interrotta, a quella della data presunta del parto, a quella del parto di neonati prematuri che vola via, a quella del parto abortivo indotto, a quella del l’ecografia in cui si è evidenziata la malformazione che ha poi condotto all’itg).

Poter condividere i passi del lutto senza doversi occupare di nascondersi o di negare la propria esperienza di perdita, rende il processo più semplice. Ed è proprio in quest’ottica che il 15 ottobre diventa data fondamentale: essere consapevoli significa trovare spazi di sostegno e condivisione, significa lasciare che il lutto faccia il suo corso (non a caso, dico sempre che lo sto attraversando), fare in modo che il lutto stesso dia un momento di svolta e maturazione.

Nella nostra società si tende a banalizzare il lutto, come ad esorcizzare perdita e dolore. Ciò però è controproducente: il lutto è un percorso dinamico e infatti, proprio mentre si impara ad accettare questa nuova realtà della perdita, aumentano consapevolezza e capacità di affrontare esperienze dolorose; il dolore via via di attenua e si riprende a vivere, colmando i vuoti ed integrando il passato al presente. Anche il rapporto col figlio che non è tra le nostre braccia si evolve e matura: si sviluppa una nuova relazione col bambino perduto. Si affievolisce il dolore, o meglio, si impara a conviverci, e si trasforma in estrema nostalgia ed infinito amore. Il 15 ottobre, a Napoli, in Piazza Dante, CiaoLapo onlus, la prima associazione in Italia ad occuparsi di sostegno alle famiglie orfane dei propri figli, ha organizzato un evento per celebrare il Babyloss Day Awareness. Il programma è il seguente: Ore 16 banchetto informativo Ore 17 animazione per bambini, balloon art, costruiamo insieme una farfalla con la tecnica dell’origami Ore 17.30 lancio di palloncini con i nomi dei bimbi meteora Ore 18.30 fiaba animata con pupazzi, per bambini e adulti Ore 19 onda di luce.

Luisa Sorrentino

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I ricordi di due grandi e la partita

Pino Daniele e Antonio Ghirelli

I miei Napoli – Juventus sono legati non solo alla punizione in area di Diego, alle magie negli anni degli scudetti, alle imprese di Torino siglate da Ferrario o Giordano, da Datolo o Hamsik. In tempi recenti, da cronista, ne ho dovuto scrivere contro voglia di questi match perché legati a due lutti dolorosi. Due personaggi che hanno segnato la mia vita, le mie emozioni, la mia formazione sentimentale e professionale. Due anime belle volate in cielo proprio a ridosso della sentitissima partita contro i bianconeri: Antonio Ghirelli e Pino Daniele. Due simboli per me delle passioni di sempre: il giornalismo e la scrittura, la musica e la poesia.

Antonio Ghirelli se ne andò il primo Aprile del 2012 mentre la città fremeva per l’esordio del Napoli allo Juventus Stadium. Guardai la partita dei nostri in maglia azzurra e con il lutto al braccio senza partecipazione. E quasi senza partecipazione giocarono pure i nostri ragazzi: finì 3-0 per i bianconeri che archiviarono così in maniera perentoria qualsiasi fantasia di scudetto partenopea.  Di Antonio Ghirelli fu il mio primissimo libro letto, “Gianni Mezz’ala“:  il primo amore con lettura, con il “mio” calcio. L’empatia con le storie della Napoli dei quartieri poveri. Gianni Mezz’ala era un ragazzino del Pallonetto di Santa Lucia che, assistendo alle magie di “Pepe” Schiaffino in maglia rossonera, amava ogni giorno di più il calcio. Finirà a giocare, dopo un’emozionante descrizione delle sue avventure, alla Juventus. Quella stessa Juve che il Napoli affrontò quella sera della dipartita di Ghirelli. Come se tutto fosse stato scritto in un romanzo del destino.

Di Antonio Ghirelli era la prefazione del libro per l’esame da giornalista. Quanto orgoglio nel tenerlo così vicino in una tappa così fondamentale della mia vita. Lui, napoletano colto, arguto, profondo, elegante. Tutte qualità che riversava nei suoi articoli che riempiono i miei cassetti come appunti di lezioni magistrali.

E poi Pino, volato via pochi giorni prima dell’ultimo Napoli – Juve giocato a Fuorigrotta. Ero lì al San Paolo, con la pioggerellina leggera che mi bagnava il viso e si mischiava al pianto. Oltre 50.000 cuori e voci a sussurrare per un’ora le sue canzoni fino ai due minuti più emozionanti vissuti da sempre in uno stadio, quel Napul’è che resta e resterà un ritratto immortale dell’intimo sentire del nostro popolo.

Inutile aggiungere quante canzoni siano legate con un filo sottilissimo e inestirpabile ai giorni miei. La musica di Pino è stata la colonna sonora nella vita di milioni di persone. Perdemmo pure quella sera e non me ne fregò davvero nulla di Vidal e Pogba. Le loro reti non tolsero nulla alle emozioni vissute quella sera di pioggia leggera. Nessuna vittoria avrebbe potuto compensare le perdite di due pezzi di Napoli che hanno raccontato questa nostra città e la nostra identità come pochi hanno saputo fare.

Oggi Napoli piange invece Genny della Sanità, è in collera per l’ennesima sparatoria che l’altro giorno ha visto gravemente ferire un poliziotto a pochi passi dal San Paolo. Non si può mischiare tutto questo al calcio. Ma in fondo le partite fanno da attaccapanni per i paletot dei nostri ricordi. I match del Napoli sono un sottofondo temporale ai quali sono legati i momenti più intimi delle nostre vite. Per me, nella mia vita, Napoli – Juve evoca anche questi due Maestri che hanno raccontato e vissuto la nostra città. Le nostre esistenze seguono per certi versi lo scorrere dei calendari dei campionati di calcio. In mezzo a queste giornate gli occhi di Ghirelli e Pino Daniele che stavolta ci guarderanno dagli spalti del cielo. E io, per questo Napoli – Juve non posso che cogliere l’occasione di abbracciarli. Al di là del risultato. Perché c’è una Napoli, quella di questi due Maestri indimenticabili, che in fondo ha vinto già.

Valentino Di Giacomo

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La Mehari di Giancarlo Siani

Sono proprio le otto di sera del 23 settembre.
Mi sembra di vederti dietro la tua scrivania, in redazione, attaccato al telefono per cercare di trovare i biglietti per il concerto di Vasco.

Un tentativo dell’ultimo minuto, quasi disperato.
Vi siete decisi troppo tardi in redazione ad andarci tutti insieme.


Però tu sei testardo anche nelle piccole cose e ci vuoi provare lo stesso, sarebbe un vero peccato perdere la tappa napoletana dell’astro nascente del rock italiano e del suo trionfale tour “Cosa succede in città”.
Un titolo, che a pensarci adesso, vengono i brividi.
E, invece, ti sei dovuto arrendere. Hai salutato i colleghi con un “Sarà per la prossima volta” e loro impietosi ti hanno anche preso per il culo perché non ci sei riuscito.


Ma tu non te la sei presa, non sei permaloso, sei il primo a non prendersi mai troppo sul serio.
Così sei andato a riprendere la tua Mehari. Direzione Vomero.
Forse hai pensato che infondo era meglio così, che eri stanco e tutto sommato era meglio tornare a casa e riposarti un po’.


E hai preso la strada che ti porta dalla redazione di Mergellina fin sulla collina dove c’è la casa dei tuoi.
Però, certo, Vasco è Vasco e valeva la pena andare al lavoro con qualche ora di sonno in meno. Peccato…
Giancarlo volevo dirti che io due biglietti per quel concerto ce li ho.


Preferisco starmene a casa e darli a te e alla tua ragazza, ci andrò un’altra volta al concerto, ne faccio volentieri a meno.
Perciò adesso, se mi senti, cazzo, al primo semaforo, fai inversione e torna indietro.
Corri, vai a prendere la tua fidanzata e volate verso Fuorigrotta, andate a cantare a squarciagola “Ogni volta”, “Toffee”, “Vita spericolata“, che forse è proprio la tua preferita.
Poi domani si vedrà.
Magari qualcosa gli farà cambiare idea.


Magari succede un imprevisto che li mette in allarme, che rimandano.
E che poi salta tutto.
Intanto tu stasera cambia itinerario.
C’è Vasco e forse anche un’altra vita che ti aspetta.

Sofia Alfieri

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Il mondo dei media si alimenta di mode e tormentoni. Ci sono ciclicamente notizie che suscitano scalpore, interesse, indignazione, passione e tutto l’armamentario di emozioni che gli esseri umani sanno provare. Dura una settimana, poi, come ogni tormentone che si rispetti, viene lasciato all’oblio per l’abuso stancante e demagogico che se ne fa. E’ il caso del funerale del boss Casamonica, di qualche scandalo politico, di “mafia capitale”. Di un omicidio efferato, ad esempio, se ne può parlare per mesi e persino anni: la madre che uccide il proprio bambino o uomini che ammazzano i vicini di casa. Oggi il tormentone (spiace doverlo chiamare così, ma è nelle cose) della stampa nazionale, ma anche europea, è il caso del piccolo  Aylan: il bimbo di tre anni annegato su una spiaggia turca e la cui immagine (CHE PERSONALMENTE PREFERISCO NON PUBBLICARE) ha fatto il giro del mondo.

E’ bastata una sola immagine a risvegliare i media europei sul dramma dei migranti. Ma non soltanto i media comuni, anche i social network, dove ogni utente su Twitter o su Facebook commenta la notizia secondo le emozioni che questa storia ha suscitato.

Di donne, uomini e bambini ne muoiono a migliaia sulle coste europee. Persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla mancanza di libertà. Che specie di coraggio deve provare una persona per rischiare la vita pur di provare a migliorarla è un sentimento che non so neppure immaginare. Pe mmare nun ce stanno taverne. Una volta partiti si è al cospetto di un fato che muove onde, agita vento e può rovesciare ogni speranza. Partono lo stesso incuranti del pericolo, fuggono da una vita che forse vita non è.

Ecco, dopo l’immagine diffusa da tutti i media del piccolo Aylan, tutti possiamo finalmente compenetrare qualche sorta di sentimento. Non può essere empatia, ma almeno tentativo di comprendere forse si. Allora una semplice foto apre l’orizzonte degli sguardi, cosa c’è dietro quella linea che separa mare e cielo, continente e continente, persona e persona?

Di Aylan ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno ancora. Ci fanno tenerezza finché restano lì in quei Paesi di guerra e fame oppure alla deriva in mezzo al mare. Ma quando arrivano qui da noi riparte la solita guerra tra poveri. Uomo contro uomo. In Italia, terra di migranti, c’è persino un partito politico che cavalca questo odio per ottenere consensi. Basta andare a leggere qualche commento su Facebook dei giorni scorsi, ognuno di noi avrà un amico che in uno status abbia scritto: “Basta con questi migranti, stiano a casa loro, non ne possiamo più” e tutta quella serie di cliché che riguardano gli immigrati che ci tolgono il lavoro, che sporcano, che puzzano, che magari sono pure terroristi.

E’ bastata una semplice foto: un bimbo di tre anni morto su una spiaggia. La morte, il dolore hanno fatto sempre notizia e continueranno a farla. Certo, un quotidiano non può parlare ogni giorno di chi in Africa non ha cibo, di chi muore in una guerra lontana, di una donna dell’Asia uccisa per aver trasgredito a qualche rigida usanza religiosa. Troppi sono i guasti del mondo per dare conto di tutti. Eppure quello della migrazione è un fenomeno che ci riguarda tutti i giorni. L’Italia è come un gancio appeso nel Mediterraneo al quale si aggrappano i disperati che sono sotto.

Tra una settimana tutto sarà dimenticato, il dolore, la morte, il piccolo Aylan scappato con i genitori da quella polveriera a cielo aperto che è diventata la Siria. Ognuno di noi tornerà ai propri pensieri, a De Laurentiis “pappone“, a Higuain che è un campione, alla canzone che ci ha fatto innamorare, al mare, agli scherzi, alla vita. Quella che scorre per noi con i suoi tempi, i suoi agii, i suoi dolori minori. Ed è forse giusto così.

Mi chiedo solo se serve tutta questa commozione generale. Se può servire per cambiare qualcosa, oppure resterà la solita ipocrisia che ci fa lavare la coscienza per un attimo. Una catarsi di sensi momentanea. Ma, come ci insegna la storia, resterà, più probabilmente, un’immagine di passaggio. Un tormentone. Una foto che basta non guardare. Basterà qualche giorno e torneremo ad un’altra notizia: altre emozioni, altre sensazioni. E neppure quelle ci riguarderanno fino in fondo.

Valentino Di Giacomo

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16 de Julio, Señor

Il gol decisivo del Maracanazo

16 de Julio Señor“. Eh si, se El Barba glielo avesse chiesto, Chico avrebbe risposto così. Non poteva che essere questa la data del destino per decidere di andare, senza più fiatone, a correre tra i campi del cielo a sgambettare con El Jefe Negro e con Pepe. Si, se Dio gliel’avesse domandato, sotto i suoi baffetti sottilissimi, Chico avrebbe morsicchiato il labbro e risposto: “16 de Julio, Señor“. 16 Luglio. “Quale giorno vuoi morire?” – chiese El Barba – e Chico rispose, non poteva che rispondere così.

E’ andato via Alcides Edgardo Ghiggia, stroncato da un infarto la scorsa notte. Ora è sui campi eterni con El Jefe Varela e Pepe Schiaffino.

Il calendario, tra le sue pagine infinite, segna fatalmente questa data: 16 Luglio. Perché fu proprio in questo giorno che nacque la leggenda, ora sì immortale, di “Chico“, “L’omino coi baffi“, Ghiggia.

ghiggiaEra il 16 Luglio, ma del 1950. Una data che ha cambiato per sempre la storia di un Paese, dei campionati del mondo, dello sport e del calcio. “L’omino coi baffi” aveva segnato il gol decisivo nella partita più epica che il football possa ricordare. «Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanà: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io». – diceva di sè. E aveva ragione. Un silenzio di 174.000 spettatori ufficiali, più di 200.000 effettivi. In quella folla silente migliaia di persone indossavano una maglietta – ne erano state vendute oltre 500.000 in tutto il Brasile – che recitava “Brasil campeao“. Invece vinse l’Uruguay, Chico portò alla vittoria della Coppa del Mondo la Celeste. E il Brasile ammutolì. La rete della vittoria, dopo il vantaggio verde-oro di Friaça e il pareggio di Schiaffino stabilì per sempre che quello sarebbe stato in eterno il Maracanazo.

Non sono enumerabili gli aneddoti e i racconti che riguardano questo omino di Montevideo che, tre anni dopo l’impresa di Rio de Janeiro, arrivò nel campionato italiano: prima alla Roma (dove da Chico divenne per tutti Chicco) e poi, a fine carriera, al Milan.

Tra tutti gli aneddoti ce n’è uno che, più di altri, dà il segno dell’epopea di Ghiggia. Ormai vecchio, non molti anni fa, si presenta all’aeroporto Antonio Carlos Jobim di Rio de Janeiro. Chico consegna il passaporto e la donna addetta ai controlli scruta il cognome.

– “Ma lei è Ghiggia?

– “Si, claro

– “Ma lei è QUEL Ghiggia?”

– “Si, ma ormai è passato un sacco di tempo…

– “Non per noi, non per me. Mio padre quel giorno dopo il suo gol morì di infarto“.

Un infarto. Come quello che ha portato via anche l’omino coi baffi questo 16 Luglio. 16 de Julio, ma 65 anni dopo. Ghiggia era l’ultimo superstite della nazionale Celeste campione del mondo rimasto in vita. Dopo di lui nessuno più.

Silenzio. Come quel giorno al Maracanà. Ciao Chico! Eroe di un calcio che non torna più.

twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

 

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@Gianfranco Irlanda

“Ciao Ciro, sei sempre con noi”.
Così il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, ricorda stamattina su Twitter, a un anno dalla morte, Ciro  Esposito. Iltifoso del Napoli morì infatti un anno fa, dopo 50 giorni di agonia, a seguito della ferita d’arma a fuoco subita a Roma nel giorno della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.
Ciro è ricordato oggi anche dal sito web ufficiale del Napoli, con la frase “D’amore non si muore 25/06/2014-25/06/2015 #CiroVive”.
A ricordare il giovane oggi pomeriggio alle 17 sarà il suo quartiere, Scampia, con una manifestazione dal titolo “Per non dimenticare”, che si svolgerà nell’Auditorium dell’Ottava Municipalità, in viale della Resistenza. Nell’occasione, l’associazione lancerà l’avvio di corsi per pizzaioli e pasticceri destinati ai minori a rischio di Scampia e degli altri quartieri di Napoli. Il progetto vedrà coinvolti l’Associazione Italiana Cuochi e Maitre, con le Associazioni del maestro pizzaiolo Errico Porzio e del maestro pasticciere Sabatino Sirica, che insieme realizzeranno corsi gratuiti per ragazzi a rischio e socialmente disagiati, partendo proprio dal territorio di Scampia per poi proseguire in altri quartieri della città. I migliori allievi dei corsi saranno
successivamente inseriti nel mondo del lavoro. All’evento parteciperanno, oltre ai genitori di Ciro, Antonella Leardi e Giovanni Esposito, autorità e istituzioni, associazioni, scuole e parrocchie del territorio.
Intanto dal punto di vista giudiziario, c’è il processo a Daniele De Santis, rinviato a giudizio per la morte di  Ciro Esposito. La prima udienza è in programma l’8 luglio. Il Comune di Napoli si è costituito parte civile nel processo.