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L'amara verità

Avete visto il titolo e avete pensato: “Fammi vedere questo fesso dove vuole arrivare”. E allora ve lo spiego. Milano è più bella di Napoli e i milanesi sono meglio dei napoletani. E’ così e non può essere altrimenti. Me ne accorgo ogni volta che vado nel capoluogo lombardo. Ci sono ritornato per fare una bella intervista che qui su SoldatoInnamorato vi mostreremo tra qualche giorno. Certo, nella città meneghina non ci sta il Vesuvio e il lungomare (per giunta liberato), fa freddo già ora che noi andiamo ancora a mare e d’inverno ci si puzza del santissimo freddo. Per non parlare della nebbia eh! 

Ecco, spazzati via tutti i cliché, ora possiamo ragionare. Ah, non ho parlato di pizza, sfogliatelle, caffè e mozzarelle perché qualche fesso che importa o qualche “emigrato” lo si trova. 

A Milano sono civili. Te ne accorgi dalle scale mobili in metropolitana: chi vuole andare con le proprie gambe cammina a sinistra, chi si sfasterea si ferma a destra. Ora pensate a tutte le (rare) metropolitane perse a Napoli perché da capre ci si mette tutti fermi sia a destra che a sinistra.

Ah, a Milano le metropolitane passano come la leggenda di Mussolini sui treni in orario.

Puoi arrivare da un punto all’altro della città senza mai abbandonare la Milano tube. Sui marciapiedi difficilmente becchi qualcuno che si ferma come un coglione al centro impedendo agli altri di passare o due persone che si piantano a chiacchierare nel bel mezzo. Si chiamano MARCIA A PIEDI, quindi camminano. Se devono guardare una vetrina ci si fermano davanti lasciando passare chi deve proseguire la propria passeggiata. 

A Milano difficilmente si trovano quei puzzati di fame che incontriamo sulle nostre tangenziali che per non comprare una lampadina (che costa dai 3 ai 30 euro) marciano con gli abbaglianti appicciati. A Milano il rosso è rosso, il verde è verde. Chi viene da destra ha la precedenza. 

A Milano il Comune aiuta il cittadino in tutto: dalla scuola, agli asili nido, alla sanità. Se vai in ospedale dicendo che hai dolore ai reni non ti liquidano – senza fare nessun accertamento – dicendo che è un’infezione e ti prescrivono medicinali, a tentativo. Se a Milano hai i calcoli renali – come ho dovuto scoprire io attraverso esami privati perché all’ospedale San Paolo di Napoli al pronto soccorso teneno che fa e quindi al massimo ti palpeggiano la parte – ti fanno le ecografie e cercano di capire che tieni. Gratis. 

A Milano sanno vendersi pure quello che non tengono. La nostra via dei Mille è assai meglio della gettonatissima via Montenapoleone. Ma Milano è “la capitale della moda”, nonostante a Napoli ci sono tra i migliori stilisti del mondo: chiedere a Isaia, Kiton o a Marinella. 

Noi invece ci siamo assuefatti al cliché che loro devono avere l’organizzazione e noi poiché pensiamo di essere bravi, intelligenti, simpatici (e soprattutto furbi), dobbiamo campare con quello che il Padreterno ci ha dato. Uno stereotipo alimentato da film di merda come Benvenuti al Sud o Benvenuti al Nord con il sempre pessimo Alessandro Siani che personalmente mi fa artisticamente schifo proprio per quella maschera del napoletano co ‘o core bbuono. Che poi vi do una notizia: se viaggiate un poco troverete città che sono naturalmente altrettanto belle come Napoli. Faccio solo qualche esempio:  Lisbona, Rio de Janeiro e Istanbul. E popoli meravigliosi ovunque, basta saper cercare.

Insomma in virtù della bellezza noi dobbiamo sopportare l’inciviltà, la maleducazione, la disorganizzazione. E in fondo lo consideriamo il giusto prezzo per godere delle bellezze di Napoli. Magari beandoci delle storie di Bellavista che alla Rinascente “si praticano solo prezzi fissi” e che i vari Cazzaniga sono una maniata di imbecilli. I furbi siamo noi. 

Per anni mi sono beato pure io della bellezza della mia città. Considero valore (per dirla con il napoletano rinnegante Erri De Luca) fare come oggi che al 4 ottobre posso ancora farmi i bagni a mare. Anche questa è vivibilità, lo penso e continuo a pensarlo. Come penso pure che Napoli sia meglio di Roma in tutto e per tutto avendo abitato nella capitale per diversi anni. 

Ma proprio perché “la base” l’abbiamo, noi che ci crediamo così furbi, non sarebbe invece intelligente costruire tutto il resto? Basterebbe semplicemente avere rispetto degli altri ed educazione. Quella stessa educazione che i napo-milanesi sanno avere quando si trasferiscono al Nord: il napoletano – per usare un altro abituale cliché – che quando va a Milano non butta la carta a terra. Non la butta perché a Milano hanno creato un valore che è quello della civiltà, del rispetto, dell’educazione. Tutti valori che noi invece abbiamo buttato nel cesso perché si deve guidare con il faro scassato e restare fermi a sinistra sulle scale mobili. 

Forse se invece di perdere tempo sui social a bearci delle nostre bellezze, provassimo a renderle fruibili e magari crearne di altre, saremmo veramente un grande popolo. Una città bella, vivibile e, per giunta, senza nebbia. Perché non è vero – come è comodo credere – che la colpa è solo dei politici, della politica, dei mariuoli in Parlamento. Vuole farcelo credere pure il sindaco a cui piacciono i corni giganti su via Caracciolo e le lettere strappalacrime che valgono medaglie d’oro di banalità. La colpa è nostra che in fondo abbiamo una città abitata per gran parte da stupidi, incivili, miserabili e ignoranti. Che per giunta pensano pure di essere furbi. 

Milano è meglio di Napoli. E gli abitanti di Milano sono meglio di quelli di Partenope. Fatevene una ragione. Altrimenti proviamo a cambiare.

Valentino Di Giacomo

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Foto di Claudio Gervasio

Io: Mamma lo sai che a Milano i mezzi pubblici funzionano benissimo? L’ho scritto recentemente su un sito bellissimo Soldatoinnamorato.it te lo consiglio!

Mamma: Ma perché a Napoli i mezzi pubblici funzionano male?

Io: Noooooo… Siamo un esempio per tutti! Tokio guarda a Napoli come esempio di efficienza. Mamma lascia perdere, è abbastanza pacifico che i trasporti pubblici a Napoli potrebbero funzionare meglio. Distinguiamo: Napoli città ha fatto dei passi avanti negli ultimi anni grazie alla metropolitana, che funziona bene, ma se devi prendere un bus in città, allora stai fresco, meglio che ti porti un bel libro per l’attesa. Qualcosa tipo “Cantata dei giorni dispari” per intenderci, 500 pagine possono bastare per l’attesa. Se poi vivi nella zona di Ponticelli, San Giovanni a Teduccio o Secondigliano, Scampia allora diciamo che la probabilità di arrivare in questi posti con una tempistica decente è minima. In tal caso le pagine devono essere di più: portati Guerra e Pace.

Non parliamo poi di chi vive in provincia: la Cumana e la Circumvesuviana sono oramai allo sbando completo. Milano invece ha costruito in 50 anni una rete metropolitana vasta ed efficiente, ha introdotto le bici, le auto, auto elettriche e gli scooter in condivisione. Pure a Napoli avevano lanciato un servizio sperimentale di auto elettriche in condivisione: si chiamava CiRo che stava per city roaming. Quando l’ho visto ho pensato: che bello, anche il nome è azzeccato, poi pero’ terminata la fase sperimentale a settembre 2015 (tra l’altro.. ma cosa c’era da sperimentare? Bho!) di fatto non si è saputo più nulla. Viene il sospetto si sia trattato di una iniziativa per usare i fondi ministeriali ma che poi non ha portato a nulla di stabile e concreto. Vedi mamma: qui sta la differenza secondo me tra Napoli e Milano: li alla fine le cose le fanno noi no, accampiamo mille scuse, ma per un motivo o per un altro, poi ci perdiamo per strada. CiRo è un brutto esempio di progettualità a vuoto, per spendere i soldi.

Mamma: scusa fammi capire: perche’ a Napoli rispetto alle altre città le cose non migliorano mai?

Io: Mamma io capisco che ogni scarrafone e bello a mamma soia e tu pensi di aver generato un genio, cioè il sottoscritto, ma qui l’argomento è complesso.

Mamma: quindi lo sai o non lo sai?

Io: per restare nello specifico CiRo era un progetto interessante ma chi l’ha progettato sapeva già che sarebbe terminato con i fondi pubblici, ci restano solo le colonnine elettriche, che ancora non sono state rimosse e nella loro inutilità sono veramente brutte da vedere. Stessa cosa per il bike sharing. Si mamma anche a Napoli c’e’ il bike sharing, piccirillo, ma c’e’. E’ un bike sharing sperimentale, perché a noi a Napoli ci piace tanto fare gli esperimenti, noi sperimentiamo assaje, 100 biciclette, praticamente la probabilità di trovare una bicicletta in una postazione è la stessa di un terno secco!

Circa invece le società di gestione di Cumana e Circumvesuviana, diciamo che potevano essere gestite meglio..

Mamma: Si può sempre fare meglio, parla chiaro!

Io: faccio un esempio: i trasporti pubblici si dividono in quelli “a mercato”e quelli sovvenzionati, ovvero quelli che non hanno abbastanza utenti per coprire i costi di gestione e ricevono una sovvenzione in danaro da un ente pubblico, nel nostro caso dalla regione Campania. Tutto il trasporto pubblico a corta percorrenza in Italia è sovvenzionato. Però se si guarda al bacino d’utenza della Circumvesuviana e della Cumana, siamo sopra ai centomila passeggeri al giorno per entrambe, facendo i conti della serva..

Mamma: che c’entra tua moglie?

Io: Mia moglie non c’entra, è un modo di dire, significa che facendo dei calcoli a spanne ma che sono tutto sommato giusti, Cumana e Circumvesuviana se gestite efficientemente potrebbero stare in piedi anche da sole e senza sovvenzioni. Aggiungi che, comunque, le sovvenzioni le hanno comunque prese in questi anni. Certo c’e’ stata una riduzione del 25% dei soldi dalla regione negli ultimi 5 anni, ma qualcosa e’  comunque arrivato.

Mamma: quindi cosa pensa il nostro saputello?

Io: Grazie per il saputello. Penso che devono essere privatizzate, Cumana e Circumvesuviana, subito, prima di mo! Anche il Car Sharing deve essere affidato ad aziende private. È evidente che certi lavori in campania non li puo’ fare il settore pubblico, non chiedermi il perché ma è abbastanza evidente.

Ma ti sembra possibile che per far spostare i turisti da Napoli a Ercolano, Pompei e Sorrento dobbiamo fargli prendere quei treni sporchi con l’incognita dell’orario e dei treni soppressi? Hai presente quante volte ci sono episodi di vandalismo a bordo dei treni della Circumvesuviana? Ti sembra possibile? Abbiamo i siti archeologici più belli al mondo, senza se e  senza ma, e dobbiamo rendere un’impresa il raggiungimento di questi posti da parte dei turisti? E’ incredibile!

Mamma: forse hai ragione!

Io: ok ora possiamo mangiare!

Michelangelo Gigante

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Bosco verticale, Milano © Gianfranco Irlanda

Nel variegato panorama delle città italiane Milano e  Napoli sono sicuramente le due città più diverse, più antitetiche. Nella semplificazione dell’immaginario collettivo spesso sono collocate agli opposti di una scala dove si potrebbe misurare l’operosità e l’ apertura nei confronti del prossimo: da un lato la lavoratrice ma chiusa Milano, dall’altro la Napoli indolente, generosa e aperta al prossimo e che non cambia mai volendo parafrasare un vecchio film. Stereotipi sicuramente, spesso offensivi dell’intelligenza altrui.

Ma sono così diverse queste città? Si possono tracciare delle differenze sociologiche/culturali senza scadere nell’ovvio, nei luoghi comuni, nelle frasi fatte e, cosa più importante, nelle ridicole discussioni dove la provenienza è la principale argomentazione per stabilire che una delle due è meglio dell’altra?
Come napoletano trapiantato a Milano, oramai da 18  anni, ho visto come sono cambiate/migliorate/peggiorate queste due diversissime metropoli: le valutazioni che seguono hanno una unica finalità: capire in che direzione si sono evolute queste due città e perchè
Proveremo a capirci qualcosa in più puntate.

Cominciamo da Milano: è sicuramente la città italiana più europea, offre servizi di altissimo livello (sanità, formazione, teatri di ogni sorta). Ha una capacità estrema di reinventarsi: nel 1998, quando arrivai a Milano era in piena crisi manufatturiera, tutte le fabbrichette in periferia stavano chiudendo e Milano non era ancora una città turistica. Dopo 18 anni, molti di quei capannoni, sono stati recuperati ad uso residenziale, il numero di hotel presenti in città è aumentato  notevolmente (a testimonianza della nuova vocazione turistica della città), le periferie (Isola, Garibaldi, Maciacchini, Paolo Sarpi, Corvetto) sono state recuperate in maniera accettabile (certo c’è molto da fare ma molto è stato indubbiamente fatto) e con l’arrivo della Metro in zone periferiche questi quartieri sono stati connessi con la città. Insomma le nuove stazioni della metro hanno di fatto integrato i quartieri periferici con il centro città spesso riqualificandoli in maniera eccellente.
Una menzione a parte merita poi il progetto Porta Nuova/Garibaldi che ha rappresentato la più vasta opera di ri-qualificazione urbana europea fatta con la collaborazione tra pubblico e privato.
È indubbio che tale progetto ha determinato un effetto positivo di rilancio e riqualificazione per alcuni quartieri limitrofi.

Circa la metropolitana di Milano la prima cosa che voglio evidenziare è che la prima pietra è del 1969. Ad oggi conta 4 linee, 113 stazioni per 97 chilometri. Un’altra linea, la M4, è in costruzione. I mezzi di superfice (autobus, tram, filovie) connettono i pochi quartieri non toccati da una fermata della metro.
Sempre sul fronte dei trasporti pubblici Milano è stata pioniera in italia della sharing mobility, partita solo pochi anni fa: biciclette, auto, auto elettriche, scooter ed ultimamente biciclette per bambini.
Tali mezzi sono disponibili in quasi qualsiasi parte di Milano ed oramai rappresentano un valida alternativa al trasporto pubblico.Tra metro e sharing mobility oramai non ha più senso – o se preferite convenienza economica – possedere un’auto a Milano. Se ne può tranquillamente fare a meno.
Quello che mi ha sorpreso di Milano è stato che in realtà sui temi più importanti di sviluppo o di innovazione della città le forze politiche hanno tutto sommato collaborato tra di loro trovando una sintesi nel dibattito politico.

E Napoli? Cosa è successo a Napoli negli ultimi anni?
(Continua)

Michelangelo Gigante

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So di andare controcorrente, ma a me EXPO 2015 è piaciuta.
Nonostante le file, la calca, Renzi, la “nuova capitale morale”, il Giappone e il Kazakistan, io, in quella sorta di fiera di paese, moderna e tecnologica, sono stato bene,
Forse perché ho sentito da più parti odori e sapori napoletani ( molti gli chef partenopei presenti ). Forse perché, mentre attraversavo il decumano azzannando un panino cambogiano o forse venezuelano, si sono alzate forti e chiare le note di “Napule è”, facendo piombare all’improvviso in un silenzio commosso la marea umana presente, spegnendo per pochi attimi il vociare assordante di visitatori assatanati alla ricerca di un inutile timbro su un passaporto falso.
Ma tutto sommato bisogna dire che i padiglioni erano belli, si respirava veramente un atmosfera da viaggio, che ti catapultava inevitabilmente nei luoghi di origine di quei pasti, di quelle spezie; colori e sapori che fungevano da teletrasporto, dandoti davvero la sensazione di aver visitato, in un giorno solo, un centinaio di paesi.
Dal mio punto di vista però l’emozione più bella l’ho provata al cospetto di una struttura strana e affascinante. Acciaio, vetro e legno da cui magicamente apparivano tre sfere sospese nell’aria.
Già al primo impatto sono rimasto stregato, attratto e proiettato in un atmosfera onirica. Il soffio di un forte vento, i fiori colorati, i suoni della natura, le tre biosfere di vetro che rappresentano il rispetto e la tutela offerta dall’Azerbaijan alla natura e all’ambiente.
Si, perché il padiglione di cui vi sto parlando non è quello del quotatissimo Brasile, né della ricercatissima Cina e nemmeno quello, inspiegabilmente affollato, del Sultanato dell’Oman, all’ingresso dei quali si assembravano orde di di visitatori. Lo stand che ha saputo conquistarmi è invece quello discreto e umile dell’Azerbaijan: un piccolo paese Caucasico sconosciuto ai più.
Una volta entrato sono stato guidato, con delle sorprendenti istallazioni multimediali, alla scoperta del Paese e della sua vera anima. Uno scrigno tecnologico, con effetti sonori, visivi, virtuali, che al suo interno custodisce i tesori immensi che si trovano in questo Paese: il futuro che conserva il passato.
Lo stand, sviluppato su quattro livelli collegati da percorsi interni, era una mirabile sintesi di marketing turistico, ingegneria contemporanea derivante dall’esperienze areonautica e spaziale, architettura di qualità e sostenibilità.
Alla fine di un percorso durato quasi un’ora mi sono innamorato del piccolo Paese sul Mar Caspio, ho assaggiato le verdure sottolio, così simile alle nostre, ho visto il loro mare, il “culto del fuoco”, i siti preistorici, la città vecchia di Baku. E questo per merito di chi aveva progettato e realizzato quel padiglione.
A questo punto vi starete chiedendo che nesso possa esserci con un sito come il nostro, dove al centro c’è la “napoletanità” e non certo l’azerbaijanità.
Il “Jewel di Expo 2015” ( così è stato battezzato dagli addetti ai lavori questo stand meraviglioso) è “Made in Italy”, o meglio “Made in Naples” figlio della creatività e dell’ingegneria napoletana.
A realizzarlo è stato infatti il team Simmetrico network, Arassociati, con lo studio di Ingegneria napoletano “iDeas”. 
Aldo Giordano, Francesco Giordano, Enrico De Grenet, Aniello Camarca, Antonio Ambrosio ed Edmondo Nese costituiscono la squadra di giovani ingegneri e architetti campani che ha realizzato questo splendido spazio espositivo.
Altra cosa bella, a dispetto dei luoghi comuni Salviniani e Gilettiani, è che i nostri ingegneri sono stati i primi ad aprire, a luglio 2014, ed i primi a chiudere, a Febbraio 2015, il cantiere, completato in netto anticipo rispetto all’inaugurazione del primo maggio.
Pezzo forte della visita sono sicuramente le sfere e i louvers (le lamelle curvate che costituiscono il bellissimo rivestimento di facciata), anch’essi realizzati da una società napoletana, la “People and projects”.
Il padiglione adesso sarà smontato e trasferito nella capitale Baku, dove diventerà un centro dedicato alla biodiversità dell’Azerbaijan. Io credo che qualcosa di simile starebbe bene anche a Napoli, in fondi i progettisti e gli ideatori non dobbiamo mica andarli a cercare in Azerbaijan.

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Ci avete rotto il cazzo!

Giletti e Salvini

Adesso è assai probabile che in città arriveranno frotte di telecamere per controllare se davvero nei pressi della stazione centrale ci stanno i sacchetti della munnezza. Questo è il livello, del resto, dell’informazione italiana. Non ne volevamo parlare dell’episodio di Giletti e Salvini, ma un “contenitore di napoletanità” – così è definito soldatoinnamorato – forse non poteva esimersi. Non volevamo parlarne perché in primis attorno alla merda, generalmente, ronzano le mosche. Perché – che mi querelino pure – le uscite di Giletti e Salvini non sono altro che merda. Anzi, la merda ha il beneficio di concimare la terra, è utile. Questa loro polemica è la solita vecchia storia su Napoli degrado&monnezza e tutta la retorica, ancor più di merda, che solitamente si porta appresso la nostra città da quando esiste.

La cosa che più mi ha dato fastidio non è tanto l’offesa gratuita verso la città, ma il volendo salvarsi – come ha fatto Giletti – dicendo che “A Napoli esistono tante persone per bene“. E’ un po’ come gli emigranti che – come dicono alcuni politici, solitamente pure quell’aquila di Salvini – “Ce ne sono alcuni che vengono qui ANCHE per lavorare“. Insomma siamo un’etnia a parte. Non che la cosa mi dispiaccia perché se l’Italia e gli italiani sono questa gente come Salvini e Giletti non è che mi faccia piacere apparentarmi a questi soggetti.

Gli amministratori a Napoli pensino a risolvere i problemi invece di richiedere i biglietti per lo stadio“. Anche questo ha detto Giletti. Ora però ci chiediamo se questa fantastica botta di sterco populista possa valere anche per Firenze, Milano, Roma e tutto il resto dell’italica penisola. Perché a me è sembrato di vedere spesso allo stadio anche Renzi, Nardella, Pisapia. A Roma poi i politici – come mostrò un servizio delle Iene – mandavano gli autisti con le macchine blu per ritirare i biglietti.

Qui non cercheremo di assolvere i peccati di Napoli. Ci sono, lo sappiamo. A Napoli c’è la camorra? E’ vero chi vuole negarlo! A Napoli ci sono situazioni di degrado? E’ vero pure questo. Lo diciamo perché altrimenti la nostra potrebbe sembrare una difesa zelante e retorica come tante. Ora però non mi si dica che nelle imprese di Milano – che Cantone ha indicato come capitale morale d’Italia – non ci siano capitali provenienti da illeciti legati alla malavita organizzata. E non mi si dica che Roma – città dove lavoro per parte della settimana – non versi in una condizione di degrado urbano e sociale assai più preoccupante di Napoli. Eppure anche lì i consiglieri fanno la fila per richiedere i biglietti allo stadio.

Non si capisce di tutto il ragionamento del “ANCHE a Napoli esistono persone per bene“. Se è per questo pure a Roma e Milano, che frequento per lavoro, ci sono le persone per bene. Persone per bene come lo sono certamente Giletti e Salvini che di Domenica, non avendo un cazzo da fare probabilmente, devono rompere le palle ai napoletani con queste solite storie. E lo si fa dalla tv pubblica. Quella tv per la quale i nostri governanti per bene vogliono farci pagare il canone persino attraverso la bolletta della corrente elettrica.

Chiedo scusa se ho usato un linguaggio scurrile e volgare. Ma quando la misura è colma non è che si può stare a far troppo i sofisticati. Ci avete rotto il cazzo! E visto che stiamo al più becero populismo vorrei ricordare a tutti che lo stipendio di Giletti e Salvini è pagato pure da quei napoletani persone per bene.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Vesuvio e Città Metropolitana di Napoli dal valico di Chiunzi © Gianfranco Irlanda

Nel brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles a un certo punto c’è una frase emblematica, “di notte sogno città che non hanno mai fine”… non so se fosse un desiderio o il paventare una sensazione da incubo, ma andiamo con ordine…

Quando nel 1998 partecipai come fotografo a un progetto che faceva capo alla facoltà di architettura e che si intitolava “Ai confini della città: il recupero delle aree dismesse a est e ovest di Napoli”, mi trovai a dover decidere quasi arbitrariamente dove questi “confini” fossero collocati. Se da un lato il compito era semplice, visto che a ovest Napoli si trova a lambire il mare con la spiaggia di Coroglio e l’area industriale era costituita principalmente dall’imponente e ben nota Italsider, dall’altro lato la questione era molto più complessa.

Essendo cresciuto a Ercolano, la questione del confine di un comune rispetto a un altro per me è sempre stata una questione di attribuzione di strade, angoli, marciapiedi, numeri civici, riconoscere certi segnali, individuare delle invisibili linee tracciate arbitrariamente, ad esempio per dire se si era a San Giovanni a Teduccio, quindi a Napoli, oppure a Portici o a San Giorgio a Cremano nel momento in cui si cammina nella zona di Croce del Lagno (per chi non lo sapesse, è dove si trova il Museo Ferroviario di Pietrarsa). L’abitato che si snoda ai piedi del Vesuvio, circondandolo e stringendo il vulcano come una morsa, è a tutti gli effetti un tutt’uno, e poco si comprende delle differenze tra i vari comuni che si susseguono. Comuni, potrei dire città, ma ora come ora fa tutto parte della Città Metropolitana di Napoli, quindi ragionare sulla Città di Ercolano piuttosto che su quella di Torre del Greco diventa più una questione identitaria che altro. In effetti le differenze ci sono, spesso sono profonde, ma sono anche impalpabili e spesso incomprensibili a un casuale osservatore.

Questo capita con tante altre grandi metropoli, certo, ma solo nel napoletano abbiamo una conurbazione che sfugge alle regole e fa diventare metropoli anche altri centri urbani, in una sorta di moltiplicazione frattale in cui tutto diventa centro e tutto contemporaneamente periferia di qualcos’altro… Se ci pensiamo, in effetti forse solo a Napoli (ma una sensazione del genere, molto ma molto più lieve, l’ho avuta anche a Istanbul) abbiamo pezzi di periferia, a livello sociale ed economico, che si ritrovano ghettizzati alle spalle di pezzi del centro storico, così come possiamo trovare delle situazioni di centralità localizzata in sprazzi lontanissimi da un qualsivoglia centro definito dell’area metropolitana. Quando mi trovavo a Milano anni fa, avevo una sensazione estremamente chiara e definita di dove cominciasse, o dove finisse, a seconda di come vogliamo vederla, l’area del centro, e dove arrivasse la periferia prima che iniziasse qualcosa d’altro.
A Napoli tutto questo non succede, e lo vediamo bene se ci affacciamo dal piazzale di San Martino: anche se ci allontaniamo per decine di km dal centro storico non riusciamo mai davvero ad avere la sensazione di un limes ben definito. Troviamo quasi subito una “periferia”, se così la si può definire, ma è in realtà una fascia di rimescolamento tra un comune e quello confinante, e spesso ci si ritrova al centro di un’altra città senza che questo abbia dissipato la sensazione di essere in una periferia, in una sorta di suburbia urbanissima, dove gli edifici istituzionali, il palazzo comunale ad esempio, hanno l’aria di essere stati presi a caso tra tanti altri edifici ugualmente anonimi e dimessi. Allo stesso modo, come ritroviamo pezzi di periferia nel centro cittadino – o nei centri cittadini, se vogliamo, in questa sorta di costellazione di realtà urbane interconnesse – riusciamo a trovare pezzi di campagna un po’ ovunque, piuttosto che ritrovarla integra e continua da un certo punto in poi, e aree non ben definite ma ugualmente trascurate. C’è, forse, una sorta di democraticità nel modo in cui le zone dell’area metropolitana partenopea sono trascurate e malmesse, e anche laddove ci fosse un po’ di cura in più sarebbe, ed è, una eccezione. Per trovare una situazione di “normalità”, o quasi, bisogna giungere alle montagne, solo lì l’urbanizzazione si arresta e ricominciamo a percepire delle aree differenti, a capire dove finisce, o dove comincia, una città.

Da sociologo sono sempre stato abbastanza convinto che l’ambiente ha un’influenza notevole sugli individui e sui gruppi, e il fatto che non siamo tutti completamente abbrutiti nonostante ci ritroviamo in una situazione così caotica anche a livello urbanistico mi lascia a volte stupefatto. Sicuramente siamo molto stressati, e ancora di più viviamo una inefficienza di fondo che rende difficile mantenere degli standard elevati in tantissime cose (penso solo a quanto possa essere efficiente qualcuno sul lavoro se ci mette un’ora e mezza a fare un tratto di strada che in condizioni ideali richiede al massimo venti minuti). Lo notavo anche rispetto ai milanesi, ci potrà essere una maggiore pressione sul lavoro (ma da quello che ne so è proprio il contrario…), magari ci sono distanze da coprire elevate per un pendolare (ma i mezzi si trovano agli orari previsti…) e anche lì la tangenziale si blocca nelle ore di punta (ma almeno quella non si paga…), ma non credo di aver mai visto un milanese stressato da Milano come città. Noi forse subiamo, a volte anche senza rendercene conto, l’assurda conformazione di un territorio evolutosi praticamente senza pianificazione, composto da una miriade di amministrazioni diverse ognuna andata per la propria strada per decenni. Non so quanto potrà migliorare le cose l’istituzione della città metropolitana, ma spero che si prenda coscienza una volta e per tutte che se non si migliora radicalmente l’ambiente in cui viviamo non si potranno mai migliorare le persone; né si può pretendere che i singoli, lasciati soli a combattere contro inefficienze sedimentate, possano fare qualcosa.

Gianfranco Irlanda

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Proprio sabato sulle nostre pagine il buon Cristiano ci parlava della meravigliosa arte dell’infratto, perchè diciamoci la verità, la maggior parte di noi è diventata grande proprio lì, sul ribaltabile. Chi aveva la casa sempre occupata con mamma casalinga e nonni coinquilini, chi aveva 32 fratelli, chi la vicina che sparlava, chi si metteva scorno e soprattutto nessuno teneva i soldi per fittare una stanza… Il parco della rimembranza (o parco dell’amore che dire si voglia) con la riservatezza dei pini e la meaviglia del suo panorama e un qualsiasi mezzo a 4 ruote diventavano lo spazio ideale per consumare gli amori di gioventù.
Benzina o diesel? 3 o 5 Porte? Berlina o sportiva? Motore? Cilindata? Italiana o straniera? Perchè non giapponese? Al neopatentato queste cose non interessavano per niente, bastava che il ribaltabile arrivava fino a giù e non si fermava a metà come quelli infamissimi delle Renault ed era l’auto perfetta. Poi se aveva la leva e non il rotellone allora era un auto di lusso…

Perchè non c’è nulla che non si possa fare su un ribaltabile con un po’ di fantasia e tanta buona volontà.

Poi veniva l’estate, una vacanza con gli amici, una casa in 40 pesone, i parenti che se ne vanno e ti lasciano la casa libera… e scoprivi il letto. Un altro mondo, un altro pianeta. In fondo si tratta di fare la stessa identica cosa ma sul letto c’è più gusto, c’è più spazio, c’è più sfizio.

Vincere 0 a 4 è sempre bello, si può fare ovunque ma c’è poco da fare, anche contro un Milan lontano da quello degli anni d’oro, vincere a San Siro c’è più gusto, c’è più Sfizio! Perchè certe cose è bello farle, ma è meraviglioso farle nel posto giusto.

Cattivi: Callejon si mangia il goal del 3 a 0, ma come sempre ha giocato una grande partita e il 3 (e pure il 4) sono arrivati lo stesso, Hamsik non ha segnato nessuno dei 4 goal e visto che non so chi mettere fra i cattivi di fronte a un napoli perfetto in tutti i reparti lo cito solo per questo. Permettetemi di dire che stasera mi sento di mettere fra i cattivi quelli che quest’estate volevano Mihajlović sulla panchina azzurra…

Buoni: c’è chi dice(va) “Allan è un Gargano con i piedi buoni” e vi pare poco? Corre come un pazzo, fondamentale in copertura e in pressing e poi segna pure. Higuain è un altro pianeta, oggi si limita a un assist ma ogni pallone che tocca è sempre utile, anche se stasera qualcuno gli ha rubato la scena: Insigne! Due goal di cui una punizione splendida e un assist, un giocatore completo, maturo e micidiale che parla napoletano e indossa la maglia del Napoli, ma che vogliamo di più?

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Totò e Peppino a Milano
Totò e Peppino a Milano

Sono finiti i tempi della valigia di cartone, dei viaggi della speranza, dei meridionali stipati nei treni verso il nord come in un carro bestiame ma certe dinamiche sono rimaste. Si parte per studiare, per specializzarsi, per lavorare, per realizzarsi ma anche per conoscere e vivere nuove esperienze, grazie ai voli low cost, all’alta velocità e alle comunicazioni sempre più semplici e veloci non si è mai realmente lontani di casa. Il ritorno però nonostante la globalizzazione non è cambiato molto: zii, genitori, nonni e amici sono pronti a tempestarti di domande e battute che con gli anni non sono mai realmente cambiate.

Vi proponiamo 10 classici, cui speriamo possiate aggiungere le vostre esperienze.

1) Che vuoi mangiare? – La domanda parte a ripetizione da qualche settimana di anticipo, la preparazione invece solo qualche giorno prima. La parmigiana di melanzane è sempre gettonatissima, la mozzarella non deve mai mancare e vari tipi di pasta al forno non devono mai mancare. La tavola è il miglior modo di dare il benvenuto, benvenuto che dura tutta la permanenza.
2) Là a pizz’ nun a’ sann’ proprio fa – A questa affermazione si potrebbe rispondere che ci sono moltissime pizzerie e pizzaioli certificati AVPN in tutta Italia ma comunque è vero, fuori Napoli la pizza è un’altra cosa. Questa battuta di solito è un pretesto per invitarti a mangiare un pizza, cosa che fa piacere, il problema è dover litigare con i parenti che già avevano preparato l’ennesima cena per te.
3) Dove stendi i panni? –  Per noi Napoletani c’è poco da fare: i panni si stendono fuori al balcone. Pensare a una società che non stende i panni fuori o che, ancora peggio, non ha balconi è come immaginare altre forme di vita. Per i parenti che ti ascoltare le storie sui panni stesi in casa, sulle cantine condominiali dove stenderli e cose simili e affascinante come ascoltare le storie del fronte del nonno.
4) Ti Vedo Sciupato – Puoi pesare 180 kg, puoi avere messo 30 kg nella tua permanenza fuori, puoi avere le analisi perfette e un fisico invidiabile, quando un parente ti vede sei necessariamente sciupato, la soluzione è una: mangiare.
5) Questi là non li trovi – Lo si dice per qualsiasi cosa, frutta, dolci, pane, frutti di mare, formati di pasta, caffè etc.Su tante cose è vero, ma quando lo si dice di prodotti industriali ampiamente distribuiti in tutto il mondo l’affermazione fa sorridere, quando lo si fa notare c’è sempre il parente complottista pronto ad affermare che “Il caffè che fanno per Napoli è diverso da quello che distribuiscono fuori
6) È purtat’ ‘o malutiemp’ – Puoi vivere su una spiaggia in Brasile, in un posto dove non piove mai o in un angolo di paradiso e venire a febbraio a Napoli., il maltempo lo hai portato tu. Chist’è o Paese do Sole! si sa, il maltempo è colpa degli emigranti che tornano.
7) Ma non ti sei trovato una bella (spagnola, milanese, giapponese, etc) – Di solito detta dallo zio simpatico in un finto sottovoce che sentono tutti con corredo di gomitate. Se sei fidanzato “Quando ti sposi?”, se sei sposato “Quando facciamo l’erede al trono?” se c’è un figlio si chiede il secondo etc. La vita sessuale/sentimentale è argomento di almeno un pasto.
8) Lascia un po’ di spazio in valigia – La regola è semplice , si viene a Napoli con il bagaglio a mano e si ritorna con il bagaglio di stiva e magari con il sovrapprezzo. Conserve, pasta, pane, mozzarella, formaggio, limoncello, la lista è infinita. Non è un caso se chiunque abbia convissuto con un napoletano ha imparato a dire “boccaccio”.
9) Sei diventato proprio “milanese” – Se abiti al nord non hai scampo, sei diventato Milanese anche se abiti a Bologna o Verona. Appena parli Italiano “Hai perso l’accento”, appena chiedi l’orario di autobus o di una metro “Ti sei abituato troppo a Milano”, appena dici autobus al posto di pullman, posacenere al posto di ceneriera, vassoio al posto di guantiera etc. vieni subito bollato come “milanese”.

10) Maradona – Come sempre per noi il 10 è solo Maradona, appena torni a Napoli la domanda è d’obbligo “Sta vedendo il Napoli” e lì è il momento di gloria, si possono elencare tutte le trasferte viste, visto che la maggior parte delle squadre di A è del nord.

Paolo Sindaco Russo (emigrante ritornato e figlio di emigranti)

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@Gianfranco Irlanda

Quando a Napoli piove e a Milano no, ti chiedi dove hai sbagliato.
Ti chiedi perché loro sono felici e tu alle otto di sera controlli su internet la temperatura dell’aria che dà sempre 34 gradi, come cinque minuti fa.
E allora fai un viaggio a ritroso, dalla nascita ad oggi, ti passa la vita davanti perché non sai se supererai questa ennesima nottata.
Nel viaggio che compi si sovrappongono immagini di pomodori in mezzo al palazzo con i bollitori e tutto un sistema che andava dallo sfruttamento del minore assegnato all’inserimento del basilico nella bottiglia peroni, all’anziano che guardava se la temperatura del bollitore era giusta,  passando per la sezione signorine sfortunate che facevano le pacchetelle* per i barattoli, a signore sposate che mettevano il sugo, agli adolescenti che si facevano avanti per raggiungere il traguardo sommo e unico: il potere di gestire la passata e la macchinetta.
Nel viaggio a ritroso ti viene in mente che da giugno a settembre esisteva la mutanda come unico capo di abbigliamento infantile e tua mamma, se le dicevi “petit bateau”, rispondeva, al massimo, “no, grazie la sera non lo digerisco”.
E allora pensi che si giocava in mezzo alla strada, tutti con la mutande, tutti uguali, con le ginocchia sempre sbucciate, sporchi da fare schifo e che si rientrava in casa solo dopo una passata di idrante e sgrassatore, col consenso pure dello psicologo dell’Asl.
E invece mo’ sei a Milano, e l’unica consolazione è vedere che il caldo in qualche modo gli fa perdere l’aplomb e iniziano ad avere la stessa espressione che hai tu, anche se comunque, se ti lamenti, tendono a dire “no, dai, ieri sera tirava un poco di venticello”.
Io il vento non me lo ricordo più.

Mi perdonerete lo sfogo, ma dopo dieci giorni di questa fetenzia si può e si deve perdonare tutto.
Tornando a casa, date una carezza ai vostri bambini e ditegli: non ti lamentare a papà, c’è gente che emigra al nord.
Con gli occhi lucidi, vi risponderanno: papà, è uscito Pes 2016, lo voglio originale, no pezzotto.

*pacchetelle: pomodori San Marzano divisi a metà, privati dei semi, infilati in barattolo.

Zia Woller

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L'Isis all'ombra del Vesuvio

Doppia operazione contro il terrorismo internazionale e per la prima volta compare in Italia una cellula di affiliati all’Isis, composta anche da italiani convertiti all’Islam. Due le inchieste partite dalle procure di Milano e Roma e condotte la prima della Polizia di Stato con la Digos e la seconda dai Ros dei Carabinieri. Dieci gli arresti ordinati dai magistrati milanesi: “e’ la prima indagine sullo Stato Islamico in Italia, tra le prime in Europa”. Ha spiegato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli secondo il quale la cellula “non progettavano attentati in Italia” ma gli affiliati erano pronti a trasferirsi in Siria. Gli arrestati sono 4 italiani, 5 albanesi e un canadese, accusati a vario titolo di associazione con finalita’ di terrorismo e organizzazione di trasferimenti per finalita’ di terrorismo. Si tratta di appartenenti a due due famiglie poi imparentatesi tra di loro. Al centro la figura di Maria Giulia Sergio, 28 anni, (Fatima) convertitasi dopo aver sposato un uomo di fede islamica Aldo Kobuzi, e trasferitasi con lui in Siria. E’ stata lei a convincere a sposare la causa della jihad la madre, il padre e la sorella, arrestati oggi insieme ad altri arresti tra i quali una zia Kobuzi. Perquisizioni e arresti anche a Bergamo, Grosseto e in Albania. Intercettati anche i contatti con un coordinatore del reclutamento dell’Isis che agiva dalla Turchia e organizzava i trasferimenti in Siria. Due maghrebini invece sono stati arrestati dai Ros a Roma, accusati di associazione con finalita’ di terrorismo internazionale aggravata dalla transnazionalita’ del reato. Un terzo indagato e’ gia’ detenuto per reati di terrorismo in
Marocco. L’indagine e’ la prima in Italia riguardante uno dei forum affiliati ad al-Qaida, creati a partire dalla prima meta’ degli anni 2000 da simpatizzanti dell’organizzazione fondata da Bin Laden, al fine di sostenerne il programma terroristico. Lo scopo di tali forum – spiegano gli investigatori – e’ di “diffondere l’ideologia di al-Qaida allo scopo di formare nuovi proseliti”. Il tunisino Ahmed Masseoudi, aveva registrato presso una societa’ statunitense il dominio “i7ur.com”, acronimo arabo di “Ashak al-Hur”, in italiano “Amanti delle vergini”, denominazione fortemente simbolica, in quanto le Hur sono le vergini assegnate in Paradiso ai martiri morti in battaglia. Secondo gli investigatori, il forum offriva “una serie di contenuti, da quelli prettamente ideologici, quali video dei leader di al-Qaida o fatwe emesse da ulema affiliati all’organizzazione, a quelli piu’ specificamente operativi, come testi apologetici del terrorismo, commenti inneggianti agli autori di attentati terroristici al fine di indurre il compimento di altri, sia in Occidente, sia nei Paesi musulmani i cui governi sono ritenuti ‘apostati'”.Delle dieci ordinanze emesse dalla procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta su presunti terroristi legati allo Stato Islamico, cinque sono state eseguite. Sono finiti in carcere il padre, la madre (Assunta) e la sorella (Marianna) di Maria Giulia Sergio, la ragazza originaria di Torre Del Greco (Napoli) che si è convertita all’Islam radicale ed è riuscita a convincere anche i famigliari. I parenti sono stati arrestati a Inzago, piccolo comune in provincia di Milano. Lei, invece, è una dei cinque ricercati che mancano all’appello. Con molta probabilità si trova ancora in Siria, dove sembra che i famigliari la stessero
per raggiungere per unirsi alla causa del Califfato. Gli altri due arrestati sono la madre di suo marito, l’albanese Aldo Kobuzi: la 41enne Arta Kacabuni, che è stata catturata a Scansano (Grosseto), e Baki Coku, lo zio 37enne preso a Lushnje, a circa 70 chilometri a sud di Tirana.