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La polemica

Quando ho scritto l’articolo “Esiste solo la vostra autoreferenzialità che ha rotto il cazzo a un’intera città” ho voluto farlo volutamente con il linguaggio degli striscioni e degli slogan che abitualmente usano i gruppi organizzati degli ultrà.

E’ necessario, direi urgente, cercare di fare qualcosa prima che la situazione precipiti ulteriormente. Contro il Milan, partita decisiva in cui erano necessari i tre punti per giocarci al meglio le chance di vittoria nel finale di campionato, gli ultrà non hanno solo pensato a sostenere a loro modo la squadra, ma hanno invece preferito esporre uno striscione contro gli OCCASIONALI. Mentre il Napoli, la squadra per cui noi usciamo pazzi, era in campo a lottare, loro pensavano, nella loro ottusa autoreferenzialità, a fare la guerra contro chi per ragioni personali, di lavoro, di studio, di tempo non può essere sempre presente allo stadio.

Questo è un dato che fa ben comprendere quanto ormai l’idiozia di questi soggetti sia completamente fuori controllo. Invece di essere contenti che almeno in alcune partite lo stadio sia pieno, loro se la prendono con gli OCCASIONALI.

Io non ci credo che la gente non vada allo stadio perchè il San Paolo è inospitale o perché sia fatiscente. E non credo nemmeno che le persone preferiscano vedere la partita a casa invece di vederla, con uno dei pochi riti collettivi quale lo stadio è rimasto, sugli spalti. No, io penso invece che molte persone “comuni” non hanno voglia di andare allo stadio perché non si sentono coinvolti. Anzi, sono persino sbeffeggiati da striscioni e cori dei gruppi organizzati.

Gli ultrà del Napoli da alcuni anni hanno dichiarato guerra al folklore: non si possono più cantare cori per i singoli giocatori, non si possono fare cori originali, persino l’Oi vita mia è stato abolito. Ragion per cui quando creammo questo sito decidemmo di chiamarlo soldatoinnamorato: perché è questo il coro spontaneo che riesce ad unire il calcio e la città attraverso la propria tradizione musicale.

E vogliamo parlare dei cori degli ultrà? Scopiazzamenti dagli altri stadi d’Italia e d’Europa. In uno si dice persino che dell’eruzione ce ne freghiamo… In un altro si parla di “cori al funerale”. Perché sono  effettivamente funerei questi tifosi, omologati al grigiore di tante altre curve del Paese: drappi neri, stemmi di coltelli e bandane sul volto. Se si prendono i codici del Daesh (o dell’Isis come mediaticamente va di moda chiamare lo Stato Islamico) non si noterà poi tutta questa differenza. 

Lo stadio non è più folklore, colore, calore. Solo facce abbrutite e simboli di sfida e violenza. Chi scrive non è uno scolaretto alle prime armi: ho frequentato la strada e le curve degli anni ’80 e ’90. Non pretendo che lo stadio diventi un teatro, anzi il calcio-show snaturerebbe uno dei pochi eventi popolari dove non è preteso bon ton. Lo stadio DEVE puzzare, non è roba per educande. Però deve puzzare di festa, non di odio. Non mi spaventa che un bambino, come accadeva a me 30 anni fa, possa ascoltare le peggio parolacce andando in curva con mammà e papà, ma mi spaventa che un bimbo possa essere educato allo sport come mezzo di violenza, di rancore, di acredine. E invece lo sport è il gioco praticato dagli adulti, una festa, un momento per staccare due ore dalle preoccupazioni e dai malesseri che ci propina la vita tutti i giorni.

Voglio incazzarmi allo stadio per una giocata sbagliata, per una partita persa, ma non voglio andare allo stadio già incazzato come se dovessi andare a fare una guerra. Non è guerra, è amore. E’ amore il Napoli nostro, è ricordo, è nostalgia, è malinconia, è rabbia, è vita. Non può essere derubricato ai codici e codicilli di quattro teste di cazzo che giocano a fare i duri per confrontarsi ed affrontarsi con altre teste di cazzo che giocano al gioco degli ultrà nelle altre curve d’Italia. Quelle è una vostra guerra, non la nostra. Non di questa città che spanteca di amore e passione verso la nostra maglia azzurra.

Ecco, a volte mi sembra che voi, a dispetto di “Io stavo a Gela”, “Io porto lo striscione per tutta Europa facendo sacrifici” (così come avete risposto in alcuni commenti all’articolo precedente) non ve ne fotte un cazzo del nostro Napoli. A voi interessa solo la vostra MENTALITA’, superiore al Napoli, superiore a Napoli, superiore a qualsiasi risultato.

Non ve lo scrivo per sfida, ma per amore che ho verso la mia maglia, verso i miei colori. Dovremmo remare tutti assieme queste ultime dieci giornate per stare vicini ai nostri ragazzi. E invece voi pensate a fare le liste di proscrizione contro gli OCCASIONALI oppure ad abboffare di “Pappone” uno che in 10 anni ha riportato la nostra città nel paradiso del calcio. Ma già, per voi è poco, del resto abitate in Svizzera, mica a Napoli. Delle buche, dei disservizi, del traffico, dei mezzi pubblici a voi non ve ne fotte un cazzo. Però vi interessa se uno, con le proprie tasche, compra o non compra un calciatore. Siete fatti così, prendere o lasciare, senza ragionare. Perché non sia mai qualche volta vi venga in mente di farlo… Ci perdereste la MENTALITA’. Che è l’unica cosa di cui vi importa veramente. Passando sopra a tutto e a tutti. Pure al nostro Napoli. Pure alla nostra Napoli.

Ah già, ma io sono un occasionale di merda. Perché lavoro il sabato e la domenica, lavoro dopo la mezzanotte e lavoro pure quando c’è l’Europa League. Eh già, come posso parlare io dei vostri sacrifici? Chi cazzo sono io? Un occasionale di merda.

Voi, occasionali nell’usare il cervello. Ma lo sapete. Dovete solo fare la sceneggiata dei puri, duri e crudi. Di tutto il resta a voi non frega nulla. Esistete solo voi, il vostro linguaggio che ormai non capisce più nessuno. E nessuno rappresentate. La città vi schifa e voi, sotto sotto, ne siete contenti.

Valentino Di Giacomo   

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Foto di Paolo Russo

Erano gli ultimi anni di Maradona, noi non lo sapevamo, ma con il senno di poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un delitto non andarlo a vedere.

Io e mio fratello andavamo allo stadio, ci portava Zio Luciano o Zio Antonio e qualche mia madre. Andavamo in curva a, perchè era tranquilla, non come la curva B. “Facit’ assettà a signor'” “Signò nun ve preoccupat’ e criatur’ vè guardamm nuje” quell’attenzione dei vicini sconosciuti, che si preoccupavano dei figli altrui mi faceva sempre pensare alle parole di Nino D’Angelo, “E‘ ‘na casa chistu stadio Parimm na famiglia Sultant dinta ‘cca” le trovavo incredibilmente vere, non mi ritrovavo però su una cosa: quella sensazione io l’avevo in Curva A, perchè Nino la dedicava alla Curva B.

In Curva A mi sono sempre sentito un po’ a casa, guardavo con ammirazione i Blue Lions (pronuncia rigorosamente bluliò) e speravo un giorno di andare anche io là in mezzo. Negli anni ’90 subii il fascino mitologico della Curva B e l’idea di andare miez’o burdell’  mi allettava parecchio, così decisi di andare agli antipodi e seguire il Napoli dalle parti dello scaletto di Busiello & co.

Sono poi ritornato in A, un po’ per sentimento un po’ perchè ‘o burdell’ si era spostato a destra della tribuna.
Non ho mai fatto parte di nessun gruppo eppure a dispetto di tutto quello che si dice quando ci vado ho ancora quel piacevole senso di appartenenza che provavo da bambino.
Perchè si è vero che succedono fatti non piacevoli, si è vero che la mentalità ultrà mette vincoli che non condivido (non fare cori sui giocatori, tanto per dirne una), ma la Curva A, e gli ultrà in generale,  sono gli unici coerenti fra i tifosi del Napoli.

Inutile sottolineare gli aspetti negativi e gli eccessi di un mondo di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, ma nonostante io non abbia nessun legame con gli ultrà se non quello di essermi ritrovato a cantare al loro fianco più volte mi sento di affermare che il mondo ultrà può essere una salvezza per il Napoli e forse  per il nostro calcio.

Che vi piaccia o no gli ultrà sono quelli che nonostante il risultato vanno allo stadio, senza badare a cosa c’è in palio, al blasone degli avversari o al momento del Napoli, il tifo degli ultrà è ancora quel sano tifo carnale fatto di appartenenza. Quando il Napoli va in svantaggio gli unici cori di supporto che si sentono vengono proprio da lì e la cosa dovrebbe essere più evidente proprio dalla tribuna, dove siedono i giornalisti. Può sembrare una cosa da poco da poco ma non lo è, gli ultrà sono ancora fra i pochi che mettono il calcio davanti allo spettacolo, che mettono lo stadio prima della paytv, sono gli unici a essere rimasti tifosi e non essere trasformati in spettatori pronti a lamentarsi se lo spettacolo non piace.

Forse la cosa che sconvolge di più e che porta alla demonizzazione di un intero movimento e alla cosiddetta repressione è proprio questo: c’è ancora qualcuno capace di guardare al pallone nella sua semplicità, c’è ancora qualcuno che crede che il tifo e l’appartenenza contino il fondo più del risultato.

Ovvio che non stiamo parlando di santi, inutile ribadire le colpe e quanto di sbagliato sia accaduto e potrà ancora accadere, ma la demonizzazione mediatica e la repressione politica è stata solo l’ennesimo contributo a rovinare il nostro amato calcio, così come la caccia al colpevole dopo i fatti di Roma ha solo contribuito a rompere gli equilibri in Curva A.

Non mi renderò popolare per quello che ho scritto ma è bene che la Curva A continui a farsi sentire sempre e comunque, è bene che nello stadio ci sia un coro incessante ed è bene che chi decide di andare A sappia che lo fa per andare a cantare e sostenere, per andare a far parte di quella strana famiglia che negli anni è radicalmente cambiata senza però mai perdere la sua identità.

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Rivendichiamo di essere semplici tifosi

Curva A. Coreografia "autostrada" in Napoli - Dnipro

La Curva A si dissocia dalle contestazioni a De Laurentiis avvenute da parte di alcuni tifosi a Dimaro. Alcuni media avevano attribuito ai gruppi ultras della Curva A queste proteste nei confronti del presidente. Qui a Soldatoinnamorato.it avevamo deciso, così come facciamo per gran parte delle fanta-storie sul calciomercato, di ometterne la notizia. Non perché non fosse una notizia quella contestazione, ma per non dare ulteriore visibilità a certi professionisti della protesta che magari hanno pure rovinato il soggiorno di quei napoletani che con sacrificio erano giunti ad assistere al ritiro del Napoli a Dimaro con incondizionato amore.

Questo è il controverso comunicato emesso dagli ultras della Curva A: “La Curva A non era a Dimaro! Per l’ennesima volta, siamo stati tirati in ballo da media incompetenti e approssimativi, però, a differenza delle altre occasioni, ci sentiamo in dovere di chiarire, di nostro pugno, la questione. Ci teniamo a farlo, poiché vediamo intaccata la nostra Mentalità, ciò che abbiamo di più caro. La Curva “A” non va in ritiro a recapitare messaggi alla squadra o alla Società, non ha bisogno di farlo in maniera plateale e rumorosa, lo fa sobriamente e direttamente. I nostri palcoscenici sono ben altri, sono le gradinate, quelle dove solo i “veri” tifosi sono pronti ad esserci ad ogni costo. Trebisonda, Mosca, Kiev tanto per citare le ultime e più ostiche dove eravamo la quasi totalità delle presenze, dove abbiamo difeso ed elevato l’Onore della Napoli Ultras che è l’unica cosa che conta veramente per Noi. Concludiamo ricordando, qualora qualcuno l’avesse dimenticato, che gli Ultras vivono in Curva, negli altri settori ci sono solo semplici tifosi…tanto più al San Paolo. CURVA A, la differenza”.

Prendiamo atto della smentita di questi tifosi, eppure ci sono alcuni passaggi di questo comunicato che ci lasciano, se non stupiti perché ci siamo abituati, ma almeno scettici e disorientati. In questa nota i tifosi rivendicano di essere andati in trasferta ovunque, non per sostenere il Napoli, ma a detta loro per difendere ed elevare “l’Onore della Napoli Ultras che è l’unica cosa che conta veramente“. L’unica cosa, anche più del Napoli stesso? Ci chiediamo.

E poi alla fine quella distinzione: “negli altri settori ci sono solo semplici tifosi“. E, non ce ne vogliano questi ultras, ma il sottoscritto anche quando ha frequentato la Curva A, si è sempre sentito un “semplice tifoso”. Questa “MENTALITA'” di cui questi ultras tanto parlano non è che un modo per dividere ancor di più la tifoseria. Un perfetto racconto di quella Napoli che non sa unire forze ed energie, che si divide, che si separa a colpi di un inutile protagonismo senza saper fare sistema. Siamo già reduci da anni di “papponisti” contro “aurelisti”, “rafaeliti” contro “mazzarriani”. E da tempo accade anche allo stadio. Curva A contro Curva B, Curve contro Distinti, Distinti contro Tribune. Come se l’unica cosa che contasse fosse dividersi, rivendicare solo le proprie ragioni ottusamente. Come se non fossimo tutti tifosi del Napoli. Come se il Napoli fosse in secondo piano.

Così come, va riconosciuto, da anni ormai allo stadio questi stessi che rivendicano per sé onore e dignità non sono più capaci di trascinare il San Paolo in un sol coro per incitare i nostri ragazzi in campo. Si, in curva A si canta ancora fino a perdere la voce, peccato che i loro cori siano solo una sequela di ritornelli autoreferenziali che non sanno coinvolgere il resto dello stadio e NEMMENO DELLA STESSA CURVA. In fondo l’unica cosa che conta, per loro, non è il Napoli, ma è rendersi protagonisti attraverso il Napoli con quella mentalità ultras fatta per guardarsi allo specchio e credersi puri, crudi e duri. Che poi questo non serva a nulla e non porti benefici né alla squadra né alla città non è affar loro. Per questi conta solo la loro Napoli, quella che vive ogni 15 giorni al San Paolo e che il resto della città ormai trova insopportabile ed inutile. I napoletani, la maggioranza, vanno ancora allo stadio per divertirsi e fare il tifo per la loro irrinunciabile passione azzurra.

Cari ultras, potete fare tutti i comunicati che volete, sarete sempre la minoranza. Non sempre chi fa più rumore ha ragione, magari è solo più visibile. Lo stadio non è vostro, il Napoli non è vostro. La vostra mentalità tenetevela stretta, per il resto della città il vostro è solo un inutile protagonismo. Perché invece non ci fermiamo tutti: “semplici tifosi” e “ultras”, “curvaioli” e “tribunisti” e cominciamo a parlarne tra di noi su come migliorare l’intensità del nostro tifo, su come aiutare la squadra? Qui a Soldatoinnamorato faremo tutto il possibile per creare un tavolo di confronto fra le varie anime del tifo. Perchè, pensateci bene cari ultras, il resto del San Paolo ha bisogno di voi e voi avete bisogno del resto del San Paolo. Dovete riconoscerlo se ancora vi sta un po’ a cuore il nostro Napoli. C’era un tempo in cui il San Paolo era unito e trascinava i nostri ragazzi a dare oltre il massimo. Oggi invece sappiamo solo dividerci. E non conviene a nessuno. Rifletteteci amici ultras, riflettete.

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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