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Le parole del presidente

Non si può non parlare di Real Madrid solo per il campo, lo abbiamo già fatto, ma ci sembrava impossibile non dedicare anche uno spazio alle parole che ieri De Laurentiis ha detto nel post-gara (Qui il video). Anche qui, come per la gara, c’è chi la vedrà in un modo e chi in un altro. Io ci ho visto tutto il meglio e tutto il peggio che sa regalare questo imprenditore che non abbiamo ancora capito se quando dice certe cose lo fa perché “ci è” o “ci fa”. Nel dubbio, dobbiamo prendere con le molle tutto quanto.

1)Il peggio è sicuramente quel provincialismo ostentato che non fa onore al presidente, al suo club e alla nostra città. Ma si può andare in tv dopo Napoli-Real Madrid (NAPOLI-REAL MADRID) e parlare degli spagnoli che hanno goduto del catering messo a disposizione dal Calcio Napoli? Immagino la scena e mi torna alla mente il film di Totò quando parla “dei famosi antipastini di mia moglie“, immagino gli spagnoli che mangiano con le posate legate con una catena al tavolo. Frase certamente detta per mettersi all’altezza del Comune che FINALMENTE ha ristrutturato i cessi nella tribuna stampa. Ma ha senso dirlo in tv? E’ stata la cosa peggiore dell’intera intervista.

2) C’è invece del bene e del male nelle parole contro i “giornali del nord”. De Laurentiis non ha fatto altro che raccontare un’evidenza: ci sono grandi poteri in Italia che non vedono di buon occhio l’ascesa del Napoli. Il presidente ha denunciato solo un’ovvietà. Un’ovvietà che però a questo punto nasconde una debolezza: certifica che il Napoli non conta nulla nei palazzi del potere e l’unico modo che ha per contare è portare dalla propria parte i propri “consumatori”, i “clienti”. Una specie di ritorsione (vedere il discorso sulle vendite in Campania della Gazzetta) nei confronti di questi poteri. Se da un lato piacciono le parole alla “Masaniello” di De Laurentiis, dall’altro certificano l’impotenza all’interno del sistema del presidente. Un dirigente di un’altra squadra quelle uscite in pubblico non le fa, resta in silenzio e poi, con accurate tecniche di moral suasion, prova a portare dalla propria parte i personaggi che contano all’interno dei “Palazzi”. Ma assistiamo, ancora una volta, ad una totale assenza di diplomazia.

3) De Laurentiis ha fatto bene nel continuare a recitare “la parte” del Napoli vittima di tutto e tutti. Lo aveva fatto contro la Rai per il caso telecronaca, lo aveva fatto contro gli arbitri dopo l’assurda direzione di Valeri in Coppa Italia contro la Juve e ha fatto bene ormai a tenere questa posizione. Se deve essere guerra, che guerra sia. L’importante ora è che si continui. Non sappiamo se sarà una buona strategia, ma sarebbe ancor peggio se (come purtroppo spesso è accaduto) mollasse la presa. In comunicazione anche difendere ostinatamente una posizione (giusta o sbagliata che sia) è sempre fruttuoso nel lungo periodo. Magari fidelizzi al tuo pensiero solo un piccolo gruppo di persone, ma la tua posizione da “probabile” diventa una “verità”. Quindi ora il presidente non ci deluda e continui tutte le volte che può nel recitare la parte di Masaniello. Qualora non lo facesse sarebbe un autogol gravissimo dal punto di vista comunicativo ancor peggio di alcune delle sue uscite infelici.

4)Proprio ieri non c’entrava una mazza il discorso del “Lavali col fuoco”. Se il presidente aveva qualcosa da dire doveva farlo sabato scorso contro la Roma quando quel coro schifoso è stato cantato più volte. De Laurentiis era allo stadio, dopo la gara avrebbe dovuto scendere negli spogliatoi e aprire il caso. Perché nella comunicazione i tempi sono più importanti dei contenuti. E l’autogol delle parole dopo la gara di Madrid sono frutto proprio dell’errato tempismo.

5)Capitolo Malfitano. Non so se il giornalista della Gazzetta sia juventino o meno. Ad ogni modo un giornalista fa il giornalista e non si è più bravi o più credibili se si tifa per una squadra o per un’altra. Se De Laurentiis vuole attaccare la Gazzetta e Malfitano non usi questi trucchetti, tanto più che l’auto del collega è stata bersagliata nei giorni scorsi da ignoti teppisti (la solidarietà umana e personale non viene meno neppure da noi). Detto questo, si può fare di Malfitano un martire, ma non certamente un santo (come pure qualche collega ha cercato di fare). Se De Laurentiis vuole criticare Malfitano lo faccia per come il giornalista svolge il proprio lavoro, non perché questi tifa per la Juve o per il Napoli. Del resto non ci vuole tanto per fare le pulci a Malfitano. Uno che lo scorso anno dopo 3 giornate criticava gli acquisti di Hysaj, Allan e Valdifiori e, SOPRATTUTTO, diceva che con Sarri il Napoli non sarebbe andato da nessuna parte. Beh, i fatti lo hanno sonoramente smentito. Malfitano è colui che dopo Juve-Napoli di Coppa Italia, tanto per muovere una critica come fa la gente che parla per far prendere aria alla bocca, scrisse che Sarri avrebbe dovuto impiegare Allan. E Allan era infortunato. Commenti che uno si aspetterebbe di ascoltare al Bar dello Sport il lunedì mattina sorseggiando un cappucciono. Altro che Gazzetta dello Sport. Insomma, di episodi particolari per criticare Malfitano ce ne sarebbero a volontà. Ma usare l’arma del tifo non è un comportamento da grande società. Anzi, è un comportamento che non ha senso se non quello di fomentare odio verso un personaggio attraverso trucchetti indegni.

6)Ecco, la sensazione finale è che il presidente di una grande società non vada in tv a fare certe dichiarazioni. C’è un provincialismo, una pressapochezza che non depongono a favore del presidente. Eppure il club ha i conti in ordine e la squadra è formata da grandissimi giocatori che da 7 anni giocano stabilmente in Europa. Sono i ragazzi che hanno messo paura al Real Madrid. Ma tutto questo non fa una grande società. Soprattutto nell’era della comunicazione. In sintesi: bene Aurelio, ma male Aurelio. Forse sarebbe il caso di assumere uno speaker in questi casi come funziona per le alte cariche politiche. Ieri il presidente ci ha ricordato che di margini per crescere ne abbiamo ancora. Assai più che in campo perché becchiamo due gol su calcio d’angolo.

Valentino Di Giacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Leggendo le parole dell’amico Cristiano De Falco di ieri e soprattutto constatando tutte le assurdità dell’affaire Higuaìn, ho deciso di disdire anch’io l’abbonamento calcio. A differenza di Cristiano sono un consumatore abbastanza intenso di partite, seguo vari campionati e competizioni, leggo e scrivo articoli di tattica; insomma, se finora ho pagato per poter vedere il calcio, l’ho fatto perché il prodotto mi interessa davvero.

A questo punto però è chiaro ed evidente che la Serie A non merita il tempo speso a parlarne. Se negli anni scorsi gli aiuti arbitrali erano una parte abbastanza limitata dei fattori che facevano vincere una Juventus oggettivamente troppo forte, quest’anno è fin troppo evidente come stanno le cose. Magari la Juve avrebbe vinto lo stesso, nessuno dice che il Napoli sia nettamente più forte; ma a questo punto non si può più negare l’evidenza.

Higuaìn è il primo giocatore nella storia a prendere quattro giornate di squalifica per essere stato aggredito dall’arbitro (vergognoso) e averlo fermato con le braccia. Tralaltro soltanto per aver protestato davanti alla sceneggiata del ridicolo Felipe, che credo abbia strappato un applauso anche a gente come Neymar e Lichtsteiner per l’imbarazzante simulazione. Tutto questo quando poco prima Leonardo Bonucci, macellaio con pochi eguali in Europa, ha potuto andare testa contro testa con Rizzoli senza prendere neanche un richiamo verbale, senza contare l’immunità dalle squalifiche che gli ha permesso di passare una decina di giornate in diffida fino al ritorno del suo compagno di pestaggi Chiellini.

Ovviamente nemmeno la dovuta segretezza delle squalifiche fino all’ufficialità è stata rispettata, con i giornali che hanno dato la notizia delle quattro giornate a Higuaìn un giorno prima. L’unico modo, insomma, per fermare il giocatore più forte del campionato e impedirgli di trascinare il Napoli per l’ultimo sforzo. Chiudendo senza appello la lotta scudetto.

Mi dispiace, ma io la Serie A non la guardo più, e soprattutto non la pago più. E mi dispiace anche di non poter più tifare nemmeno per una Nazionale in cui giocano quei due lì, allenata da un commissario tecnico implicato in ogni sorta di affari di calcioscommesse. E badate, non è anti-juventinità generale, perché accoglierei a braccia aperte un Barzagli o un Marchisio a Napoli; ma l’arroganza di Bonucci di avvicinarsi a un arbitro internazionale in quel modo, con la certezza di essere impunito, paragonata a quello che è successo a Higuaìn certifica la volontà dei poteri forti di far vincere sempre la stessa squadra, quella che paga. Facciano pure. Di sicuro non verso più una lira per vedere uno spettacolo del genere.

E mi guardo pure il Leicester in streaming, ittate o’sang.

Roberto Palmieri

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Cara pay tv, ieri ho disdetto l’abbonamento al pacchetto Calcio.
Non sono mai stato un consumatore delle chiacchiere che si fanno intorno al calcio, diciamo che mi sono sempre limitato ai 90 minuti della squadra del cuore, per poi spegnere e tornare alle mie occupazioni.
Il fatto è che,  a dirtela tutta, staccare la spina mi ha dato anche un certo sollievo. Un po’ quando l’amico che incontri ogni tanto e con cui hai esaurito gli argomenti cambia città.

Che bello dire basta.

Basta ai bilancini che tendono sempre da un lato. Basta alle telecronache e ai commenti compiacenti per le solite squadre, al sarcasmo degli ex calciatori saputelli, soldatini così bravi a inchinarsi all’ovvia forza dei già forti. Perché in qualsiasi competizione la speranza, anche infinitesimale, chiamala pure infantile – ma il calcio è un gioco, e ben pagato – di poterla vincere giocando ad armi pari è il motore di tutto. E chi dirige il campionato italiano ha l’obbligo (e anche, con un minimo sindacale di furbizia, l’interesse) di sostenerla. In fondo, cos’è mollare l’osso, ogni vent’anni, se può alimentare la licenza di sognare di ogni tifoso?
Quest’anno poteva succedere un piccolo miracolo sportivo e nessuna televisione ha avuto il coraggio e neanche l’intelligenza di valorizzare l’evento fino in fondo. Si poteva cambiare copione, raccontare il miracolo del Davide che ogni tanto batte Golia, valorizzare personaggi e storie diverse dai soliti figli di papà che vincono ogni anno. Certo, la colpa non è tua. Ma i tuoi giornalisti dovevano essere i primi a indignarsi di questi atteggiamenti arbitrali che rovinano lo spettacolo e allontanano tifosi.
Continuerò a tifare per tutti i Davide del mondo, ma ho le palle piene di assistere a uno sport che è diventato corrida. Guardatelo tu. E visto che agli juventini sta bene, gli stipendi ai giornalisti pagali coi soldi loro. Tanto mi pare di aver capito che quelli dei napoletani non ti interessano. A loro auguro di continuare a vincere, e sempre con dieci giornate di anticipo fino a schiattare di noia.
La vita già è corta. Meglio un film, so che è finzione ma almeno non ho già visto e rivisto il finale. Meglio una partita di calcetto sull’asfalto fino a sfinirmi, polvere e sudore e emozioni vere. Mi hai chiesto 10 euro per disdire. Li ho benedetti. Spero avrai la coerenza di non richiamarmi con offerte di sconti. Questo calcio, così come è, non torno a guardarlo neanche gratis. Il mio tempo vale molto di più.
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Dialogo con l'inventore di un genere tv

25/11/2012, Milano, presentazione del movimento di opinione di Emilio Fede 'Vogliamo Vivere'.

«Oggi Berlusconi ha subito un’operazione chirurgica, ma gli ho mandato soltanto un messaggio. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono era per il suo compleanno quando facemmo una lunghissima chiacchierata». 

Ho l’occasione di intervistare Emilio Fede, uno dei giornalisti più importanti e soprattutto discussi della storia italiana. E poi, diciamoci la verità, dici Fede e pensi a Berlusconi, pensi a Berlusconi e dici Fede. Un rapporto inscindibile quello dell’ex premier e dell’ex direttore del Tg4 nell’immaginario collettivo. E allora che domande potrei porgli per non far risultare questo dialogo scontato? Gli chiedo di Ruby, di processi o di alte morbosità che sono già apparse negli anni scorsi su rotocalchi e quotidiani?Tra l’altro non sono un appassionato di gossip, né di un giornalismo che vuole mettere spalle al muro l’intervistato con fare accusatorio. Ci sono colleghi poco stimati che, pensando così di dimostrare qualche capacità maggiore, si mettono a “sparare sulla croce rossa” del malcapitato avviluppato in qualche caso mediatico. In genere sono quelli che sanno essere molto forti con i deboli e molto deboli con i forti… E allora – nella convinzione di ritenermi un napoletano d’amore di Bellavistiana memoria, così come lo è il nostro soldatoinnamorato.it – ho deciso di fare il tutt’altro. Poi voi lettori giudicherete.

Il libro di Fede "Se tornassi ad Arcore"
Il libro di Fede “Se tornassi ad Arcore”

Emilio Fede oggi ha 84 anni. Di spirito ne dimostra 60 di meno. Tendono tutti a ricordare il suo ultimo ventennio insieme a Berlusconi quale giornalista “devoto al padrone“. Molti meno ricordano tutto ciò che quest’uomo ha dato al giornalismo italiano, annoverato a ragione da molti critici televisivi ed esperti, come inventore di un genere poi ricopiato o imitato, spesso male, da altri.

«Quando Enzo Biagi compì 80 anni – dice Fede oggi – si organizzò una grande festa in un teatro di Milano per rendergli onore. Lui – ricorda commosso – volle che solo cinque giornalisti salissero sul palco con lui: e fra questi c’ero io». Fede è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro: “Se tornassi ad Arcore”. Giovedì farà tappa anche a Napoli dove al Tennis Club di viale Dorn racconterà la sua storia.

Arcore pure nel titolo, ma allora direttore, la tua è una vera e propria fissa con Berlusconi? 

«In realtà – racconta Fede – di Berlusconi si parla pochissimo nel libro. Il titolo dovrebbe continuare: “Se tornassi ad Arcore sono ca… vostri!”. Vorrei solo spiegare che chi, con una lettera anonima, mi ha fatto estromettere da Mediaset ha commesso una ca…ta mostruosa. Ma ti rendi conto di cosa ho rappresentato io per il giornalismo italiano?».

Eh si, assunto da Enzo Biagi, inviato in Africa per la Rai per circa otto anni in oltre 40 Paesi…

«Sono stato il primo a conoscere Gheddafi, l’imperatore di Etiopia chiedeva che soltanto io l’intervistassi. Potrei raccontarne tante, sono stato tra i pochi a raccontare l’Africa nell’epoca della post-colonizzazione. Ho persino contratto una malattia nel Continente nero e sono dovuto ritornare».

Poi l’esperienza con Zavoli e la conduzione del Tg1. Sarai ricordato anche come il primo conduttore italiano di un Tg a colori. 

«Penso si possa ben dire, come molti mi riconoscono, che Emilio Fede è la storia del giornalismo italiano».

I momenti più emozionanti?

«Quando ho condotto il Tg1 erano momenti durissimi per l’Italia, ci fu la crisi della P2 ad esempio. Ho ancora conservata una lettera di Bernabei in cui mi ringraziava per il servizio reso al Paese perché le cose sarebbero potute precipitare in maniera diversa. Ma i momenti più emozionanti sono stati certamente il terremoto del Belice e la tragedia di Alfredino Rampi a Vermincino.  Per il racconto del terremoto, nonostante le immagini strazianti di distruzione che arrivavano, cercai in ogni modo di non mandare nel panico la popolazione. Ma ti rendi conto che responsabilità si aveva allora nel condurre un Tg?»

Per la no-stop di 18 ore da Vermicino dopo la caduta di Alfredino Rampi nel pozzo, 26 milioni di telespettatori incollati davanti alla tua edizione speciale…

«Appunto. E ricordo quando mi chiamò Maccanico, allora Segretario Generale al Quirinale, per dirmi che sul posto stava per arrivare Pertini. Pensavamo tutti – dice visibilmente commosso – di raccontare un fatto di vita, invece raccontammo un fatto di morte».

E poi Mediaset, oggi tutti ricordano l’Emilio Fede del Tg4.

«E sbagliano! Dimenticano il mio Studio Aperto, fui il primo a dare la notizia dello scoppio della Prima Guerra del Golfo». 

Beh anche il primo a rendere noto del rapimento in Iraq dei nostri due piloti, Bellini e Cocciolone…

«Con il Tg1 dall’altro lato che cercava di calunniarmi dicendo che la notizia non fosse vera…».

E oggi che giornalismo si fa?

«Beh credo che l’80% dei miei colleghi sia totalmente incapace. Del resto giornalisti si nasce, non lo si diventa. Però ci sono ottimi professionisti sia a Sky con giornaliste bravissime e bellissime, alla Rai c’è Bianca Berlinguer che è molto capace, a La 7 una fuoriclasse come Lilly Gruber, a Mediaset Mimun fa un ottimo telegiornale ed è molto bravo Capuozzo per gli approfondimenti».

E se dovesse dare un consiglio alle nuove leve? 

«Quello che dicevo io ai “miei ragazzi”: quando uscite portatevi un cestino!».

Cioè?

«Portatevi un cestino e metteteci dentro tutti gli aggettivi! La realtà non ha bisogno di aggettivi per essere spiegata, a quello ci pensano le immagini. Poi se c’è da trasmettere un’emozione ci sono le espressioni, il viso, la mimica, il sorriso, il sudore e, se capita, gli occhi lucidi. Ma avviene spontaneamente, non si può studiare a tavolino. Per questo si nasce giornalisti, non ci si diventa. Bisogna avere un fuoco dentro, una passione».

Direttore, però si parla di te sempre per Berlusconi…

«Viviamo in simbiosi anche processualmente. A lui danno 7 anni e a me altrettanti, lui viene assolto e a me annullano il processo. Comunque la mia vita, si, è stata per molto tempo legata a lui e io non rinnegherò mai il nostro rapporto, anche se ormai ci sentiamo e vediamo raramente».

Però non lavori più a Mediaset…

«La vivo come la più grande ingiustizia della mia vita. Ma chi mi ha fatto fuori la pagherà cara. Non possono dipingere me come un mostro dopo tutto quello che ho dato al giornalismo italiano e che sento ancora di poter dare».

A proposito di giornalisti italiani, ha seguito la vicenda di Mentana che abbiamo intervistato l’altro giorno? Ha fatto una gaffe con i napoletani dando del ‘Pulcinella’ ad un collega napoletano?

«Non lo so, va detto che spesso su internet si scatenano spesso polemiche assurde. Posso solo dire che io, avendo moglie napoletana (l’ex senatrice Diana de Feo n.d.r.) sono innamoratissimo di Napoli. Al punto che l’ultima parte del mio libro l’ho dedicata proprio a questa città che amo e mi emoziona incredibilmente. Anzi posso dirti una cosa?».

Prego

«Quello che guadagnerò con “Se tornassi ad Arcore”, con il mio libro, il ricavato lo donerò a qualche famiglia povera napoletana».  

Eh, mi sa che per raggiungerne un bel po’ questo libro deve vendere tanto, oppure ne devi scrivere qualcuno in più…

«E io per questo ho concluso il libro citando Eduardo: “Adda passà ‘a nuttata”».

Speriamo direttò, ma i tempi sono cambiati, per fortuna stiamo meno “inguaiati” rispetto al dopoguerra. E per te quando passerà la nottata?

«Quando tornerò a Mediaset…».

Valentino Di Giacomo

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Assurdo dopo l'avvento delle pay tv

Alla fine è stato deciso: il canone Rai si pagherà insieme alla bolletta dell’energia elettrica in dieci (scomode) rate. Secondo un emendamento contenuto nella manovra finanziaria in votazione al Senato in pratica tutti gli italiani dovranno pagare l’odiata gabella sulla tv.

L’assurdità di questa norma (e del canone Rai in generale) è che oggi una gran parte degli italiani paga già altre pay tv per guardare i programmi (di qualità) che più gli aggradano. E negli ultimi venti anni, proprio grazie all’avvento delle piattaforme satellitari e digitali, la Rai ha di anno in anno ridotto in maniera mostruosa l’offerta di una programmazione che possa definirsi realmente di qualità e interessante.

Non parliamo soltanto delle partite di campionato, ma di Champions League, Mondiali, Olimpiadi, Formula 1, Moto Gp, basket. Solo per restare allo sport. Ma anche, ed è più grave, per quanto concerne la programmazione culturale dove Sky e Mediaset con i propri canali tematici hanno ormai surclassato l’azienda di Viale Mazzini: da Sky Arte fino agli splendidi documentari di National Geographic e di tutto il bouquet di documentari offerti da entrambe le piattaforme. E per non parlare dell’informazione dove Sky Tg 24 su tutte, ma anche Tg Com riescono ad offrire un servizio pari, se non superiore, a quello della Rai.

Al di là delle considerazioni di merito ci sono poi rilievi di metodo che sono forse ancor più importanti rispetto alle differenze di programmazione. Se il canone è una tassa sul possesso della Tv allora non si comprende perché il danaro dei contribuenti dovrebbe essere finalizzato esclusivamente per sostenere la Rai. Lo Stato ha tutta la legittimità per poter tenere a regime una tassa sul possesso della tv, così come accade per le auto, ma i fondi raccolti andrebbero destinati ad altri usi: non ad una tv che comunque può finanziarsi (come abitualmente fa) attraverso la pubblicità.

Se invece la tassa è proprio per la Rai, allora i cittadini devono avere il diritto di poter scegliere se guardare oppure no i canali di Viale Mazzini. Per avere la visualizzazione di Sky o di Mediaset Premium gli utenti scelgono liberamente di sottoscrivere un abbonamento e di pagare un canone mensile. Lo stesso dovrebbe avvenire per la Rai: se un utente decide di non voler vedere i canali Rai (e quindi di non pagare il relativo canone) deve avere la possibilità che quei canali gli siano oscurati. Deve essere una scelta libera.

E’ assurdo nel 2015 ribadire determinati principi. I cittadini devono avere il diritto di poter scegliere se guardare o non guardare dei canali a pagamento. Non si può giustificare di certo che perché la Rai è una tv di Stato che lo stesso Stato possa entrare deliberatamente nelle nostre case, senza che noi lo abbiamo scelto preliminarmente, e poi chiederci un pagamento per un servizio da noi non richiesto.

I nostri governanti potranno anche approvare questa norma nella Legge di stabilità, ma ci sarà sempre un giudice (a Berlino?) che dovrà intimare al nostro fantastico Stato di stare lontano dalle nostre case… Non si può chiedere un pagamento per servizi non richiesti. Altrimenti questa è camorra di Stato. E sempre camorra è!

Valentino Di Giacomo

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I diritti dei consumatori

Perdere l’amore quando si fa sera“. L’avrebbe cantata così Massimo Ranieri, ma non parliamo di donne. Stavolta c’entra il Napoli. Ed è sempre amore, anche se corrisposto male.

Dieci euro dovranno sborsare i tifosi azzurri per vedere in pay per view il nuovo Napoli di Sarri contro il Porto, così come già accaduto per vedere la partita contro il Nizza. Ogni anno per i sostenitori azzurri si ripete sempre lo stesso dilemma: spendere o non spendere. C’è chi a cuor leggero afferma “sono solo dieci euro” e chi invece, anche per questioni di principio, non si lascia cogliere dalla mancanza del Napoli dopo due mesi di stop dei campionati.

Questa pratica delle partite a pagamento, pur se legittima, la troviamo poco rispettosa della passione dei tifosi da parte del presidente. Assai meno consona da parte delle pay tv verso i propri clienti. Le tv, anche in estate, richiedono ai propri abbonati la stessa cifra mensile prevista dal contratto per il resto dell’anno, quando almeno si gioca il campionato e l’esborso di 20, 25 o 40 euro mensili sarebbero pur giustificati. Richiedere ulteriori dieci euro per consentire ai propri clienti di vedere una partita in un periodo in cui i match trasmessi si contano sulle dita di una mano è quantomeno esagerato.

Allora da qui, anziché fare la stessa solita critica fine a se stessa, vi proponiamo una soluzione per non restare scottati anche in futuro. Non sappiamo se avrà successo questo metodo, ma proviamoci.

Di questi periodi la maggior parte dei tifosi sono in fase di rinnovo del proprio abbonamento a Sky o a Mediaset. Ecco, quando gli operatori dei due broadcaster vi telefonano per proporvi le solite “vantaggiosissime” offerte in cui vi regalano pacchetti per alcuni mesi o la visione gratuita di qualche canale, provate voi a fare una controproposta. Richiedete che per rinnovare l’abbonamento volete la garanzia che eventuali partite del Napoli a pagamento in pay per view ve le lascino gratuitamente. Sky e Mediaset avranno tutto l’interesse di non perdervi come clienti e in sede di rinnovo dell’abbonamento è più semplice riuscire a strappare qualche sconto. Dopo aver fatto il rinnovo non ci sarà più nulla da fare: resterete numeri, non persone.

Qui da soldatoinnamorato.it vi proponiamo poi un’altra soluzione. Apparentemente può sembrare una sciocchezza, ma non lo è. Le pay tv, per consentirvi di disdire il vostro abbonamento, vi obbligano a risolvere il contratto tramite una raccomandata a/r. Ciò include per l’abbonato il costo della raccomandata che varia dai 4 ai 5 euro, oltre al doversi recare alle Poste per spedire la busta con relative perdite di tempo e fatica. Ecco, un’altra cosa da richiedere, ai tempi della digitalizzazione dove basta una mail per effettuare una comunicazione certa, chiedete almeno che vi sia data la possibilità di disdire il contratto anche a mezzo mail, telefono o quantomeno via fax. E’ assurdo che nel 2015 questi pretendano ancora una costosissima raccomandata. Certo, capiamo benissimo che da parte loro è un modo per darvi un motivo in più di rinnovare il contratto con lo spauracchio che in caso contrario siate costretti ad andare alle Poste a spendere soldi e tempo.

Non sappiamo se avranno successo questi due espedienti, ma vale la pena provarci. Più saremo a fare queste controproposte, più qualcosa comincerà a muoversi a nostro favore. Non possiamo farci prendere per la gola a causa della nostra passione illimitata. Va bene la passione, ma tutto ha un limite. Questi accordi “leonini”, dove i broadcaster fanno la parte del leone verso i propri clienti non hanno più senso.

Un altro messaggio poi lo inviamo a coloro che dicono: “Eh, volete che De Laurentiis spenda i soldi, ma poi non siete disposti a cacciarne per guardare la partita“. Polemica fine a se stessa, vi spieghiamo anche il perché. Nell’agosto del 2011 il Napoli giocò una delle sue prime amichevoli a pagamento a Siviglia. In Italia la partita era trasmessa in pay per view, sempre a dieci euro. In Spagna, il club iberico trasmetteva la partita gratuitamente sul proprio sito web ufficiale in streaming. Ecco, il Siviglia non si è rovinato economicamente concedendo gratuitamente la visione del match ai propri tifosi. Anzi, ci sembra che gli iberici siano diventati uno dei club più importanti europei e sono i detentori dell’ultima Europa League.

Allora chiediamo rispetto al nostro club e alle pay tv. Volete considerarci clienti e non tifosi? E allora impariamo a considerarci anche noi dei clienti, con doveri e anche diritti. Più saremo a non farci prendere per la gola dalla nostra passione e più le cose cambieranno. Fateci sapere se proverete ad imbastire queste trattative che vi abbiamo consigliato. Non perdiamoci di vista, gratuitamente eh!

Twitter: @valdigiacomo

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