Tags Posts tagged with "masterchef"

masterchef

0 1625
Foto di Jade Jackson (Flikr)

Historia magistra vitae, La storia è maestra di vita, questo uno dei tanti insegnamenti lasciatici da Cicerone… eppure tante volte non riusciamo a non ricadere negli stessi errori del passato, non riusciamo a evitare le trappole che il destino ci pone davanti nonostante le esperienze dirette e indirette si offrano come una bussola per guidarci nell’impervio cammino dell’esistenza.
Così se un capodanno ci intossichiamo, il successivo ci ripromettiamo di non fare gli stessi errori, ci illudiamo di fare qualcosa di nuovo e invece ci intossichiamo come il capodanno precedente.
Volendo fornire un servizio pubblico ho raccolto le esperienze dell’intera redazione per fornirvi questa preziosa guida ai pericoli del capodanno, abbiamo selezionato i 10 casi più diffusi sperando di fornirvi un utile vademecum per entrare nel 2016 senza troppe bestemmie.

10) La sala fittata dall’amico dell’amico
Capodanno si rivela sempre la festa degli immobiliaristi occasionali: saloni parrocchiali, sottoscala, case abbandonate, supermercati falliti, garage e villette abusive vengono affittate a prezzi folli per la notte di San Silvestro da comitive che vogliono “Una serata un attimino tranquilla, con la gente giusta” che fallirà nel momento in cui per rientrare dalle spese si estenderà l’invito ad amici di amici di amici. Il risultato è di solito devastante: alla console uno con un Mac e un Hard Disk pieno di Mp3 pirata mette musica che fa schifo a tutti tranne che a lui e se qualcuno gli dice qualcosa risponde “Ho messo un po’ di trans hypnotic garage per fare Ambient ora passo al tecno industrial Jungle”; un buffet di panettoni sottomarca, bustoni di salatini del discount, bibite i cui ingredienti sono acqua, anidride carbonica e colorante E-qualchecosa. Un centinaio di semisconosciuti che si annoiano e non possono fuggire perché c’è troppo traffico.

9) In un locale
Per chi ama discoteche e locali notturni non è una scelta pessima, ma la domanda che sorge spontanea è “perché pagare sei volte tanto quello che ogni sabato costa meno?” I pericoli maggiori sono: “l’accurata selezione alla porta” grazie alla quale il pericolo rissa è sempre elevatissimo; la capienza del locale che non viene quasi mai rispettata per cui la densità di popolazione del locale è superiore a quella del San Paolo il 10 Maggio 1987 e soprattutto il ripresentarsi del cenone, che fra folla, fumi, luci stroboscopiche e cocktail pezzotti è ansioso di ripercorrere l’esofago e proporsi sul pavimento alla vista di tutti.

8) Capodanno low cost in una capitale europea
Hai comprato i biglietti 7 mesi prima per risparmiare, hai pensatoche era inutile prenotare l’albergo perché “passiamo la notte in giro e poi “là mica è come qua” i locali e i pub sono sempre aperti“. La tua idea è: giro nei pub dove cenare magari conosci qualche ragazza straniera che anche lei è lì a farsi il capodanno low cost, serata in piazza dove come minimo ci sono gli U2 perché “là mica è come qua” a mezzanotte scatta il bacio con la turista, giro nei locali dove dal bacio si passa a balli al confine con i preliminari, sesso selvaggio in un parco pubblico e colazione insieme per poi scambiarsi i contatti twitter e FB. La realtà è: atterri e già non sai come arrivare dall’aeroporto alla città, cerchi di entrare in un pub ma è già tutto pieno e alla fine trovi posto solo in un fastfood che serve solo panini con il merluzzo indorato e fritto, vai in piazza e trovi un artista semisconosciuto che manco i locali sanno chi è, a mezzanotte una chiattona cerca di saltarti addosso, alle 3 stai su una panchina a cioncarti di freddo e la mattina dopo concordi con gli amici una versione comune da raccontare al vostro ritorno dove tutto è stato bellissimo.

7) Ci andiamo a scassare ai baretti
Da qualche anno a questa parte sul modello della movida iberica si sono diffusi anche a Napoli i baretti. Tendenzialmente in zona San Pasquale sono frequentati da chiattilli ma in alcune serate l’ambiente diventa più eterogeneo. Così il verbo “scassarsi” che in principio era riferito all’alcol può assumere un duplice valore alternativo: quello economico, relativo ai soldi spesi cercando di ubriacarsi ma senza sortire l’effetto desiderato, o quello fisico, visto che la rissa per futili motivi è sempre dietro l’angolo.

6) Usciamo in macchina e poi decidiamo
Avete presente quando nei film horror uno alle 3 di notte dice “Esco a fare la legna” ed è il primo che viene mozzato, torturato, mutilato, ucciso e mangiato dal mostro/zombie/vampiro/serial Killer? Dire “Usciamo in macchina e poi decidiamo” la sera di capodanno è la stessa cosa. Se sei della provincia significa arrivare a Napoli giusto per vedere l’alba, se sei di Napoli significa andare nei posti dove c’è gente e non trovare parcheggio oppure andare nei posti dove trovi parcheggio ma non c’è gente. Se tutto va bene il risultato migliore è una notte insonne e uno spreco di benzina.

5) Nella baita di montagna (vedi Roccaraso)
Il proprietario garantisce che ci sono almeno 12 posti letto e stringendovi qualcuno in più, per cui si parte in 20 con macchine cariche dell’equivalente del doppio del peso corporeo della somma dei partecipanti in carne da arrostire. Una volta lì il bilocale con un letto matrimoniale, un divano letto del ’74 e un letto a castello lungo un metro e sessanta, si presenta ghiacciato, la legna per il camino è bagnata e l’amico con 15 anni di scoutismo alle spalle che si propone per accendere il fuoco ci riuscirà solo circa 4 ore dopo, quando avrà succhiato la benzina dalla macchina dicendo che era un trucco che aveva imparato da lupetto. Il risultato è qualche chilo di carne avanzata, nessuno che si accorge della mezzanotte, gente che cerca un riparo dove passare il resto della nottata e il sottofondo composto da gemiti e cigoli del letto matrimoniale occupato dal proprietario e dalla ragazza che noncuranti degli altri hanno trovato il modo migliore di accogliere l’anno nuovo alla faccia degli amici nella stanza affianco.

4) A casa di un amico, facciamo il cenone che ognuno porta qualcosa e poi giochiamo a carte
Di solito è una soluzione ottima ma anche in questo caso il risultato è spesso deludente. Il pericolo principale sono le pizze rustiche, per fare presto chi si scoccia di cucinare ne prepara o ne compra una, vengono tutte messe come antipasto e ti obbligano a saggiarla perchè “La pizza di scarole di mamma è fenomenale”, “La pizza chiena di zia Maria ha la nominata per tutta Napoli” e “La brioscia rustica del mio panettiere è esagerata” vista la capacità di annozzamento dei suddetti cibi il risultato è trovarsi l’esofago pieno prima ancora di cominciare a mangiare. Il resto della cena è tutto ottimo ma viste le quantità dopo ci ritrova tutti sul divano a fare il conto alla rovescia guardando Milly Carlucci sulla Rai. A mezzanotte compare l’amico piromane che ha portato “giusto due botte” che stranamente hanno lo stesso aspetto di quelli che vedi nei sequestri al telegiornale dicendo che sono pericolosissimi e se gli chiedi spiegazioni ti risponde che li compra da uno fidato, il consiglio è mettersi a sparare con lui, almeno per controllare che non ti centra la macchina.

3) Capodanno in piazza
Di solito ci vai per evitare tutte le altre possibilità e magari per sentire un cantante che ti piace, il prezzo di questa scelta è però alto: devi sorbirti ragazzine che urlano perché l’evento è presentato da uno che è stato due settimane nella casa dell’edizione meno vista del Grande Fratello; il tuo cantante preferito quando appare fa due canzoni (in play back) e poi si va a fare il giro dei locali e neanche te le godi perché le ragazze di cui sopra urlano “Ma chi è stu scem?” per tutta l’esibizione. Di solito ti ritrovi a brindare con gente che non conosci e a mezzanotte la più brutta della comitiva cerca di baciarti, per il resto della serata ti godi un cantante settantenne ormai scomparso che neanche quando aveva successo ti piaceva ma che è l’unico che l’amministrazione comunale si può permettere e te ne vai a casa con i piedi che ti fanno male. Per non parlare poi del fatto che, generalmente, in questo tipo di situazioni, finisce sempre che piove.

2) Il cenone in famiglia
Per me rimane sempre la soluzione migliore, anche perché se proprio ci tieni dopo puoi andare a farti il veglione altrove. Il pericolo più grande è ritrovarti arbitro della guerra culinaria generazionale che vede da una parte la nonna (che per tutta la serata ripeterà “Dai un bacio alla nonna que che questo è l’ultimo capodanno” per tirarvi su il morale) e qualche zia più anziana che difendono la tradizione con capitone fritto e altre leccornie “vintage” contro le nipoti e qualche altra zia che forti di aver visto tutte le serie mondiali di Master Chef incluso quella indiana propongono menù a base di zenzero, riduzioni di aceto balsamico e letti di vellutata aromatizzata a go go. La soluzione come sempre è nel mezzo: sedersi vicino allo zio di campagna che produce vino e ti farà saggiare tutta la produzione degli ultimi 5 anni, si arriva così facilmente alla mezzanotte quando lo zio piromane (un po’ come l’amico al punto 4) tira fuori l’arsenale che gli ha regalato un amico finanziere dopo un sequestro. Stando a casa verosimilmente la macchina è al sicuro ma tu un po’ meno perché arriva il terzo zio, quello simpaticone, che impone una tombolata facendo ogni anno, da quando ne avevi 4, le stesse battute a ogni numero estratto.

1) “Vado con la mia Ragazza, ha organizzato lei!
Nel 98% dei casi sarebbe più sensato infilare le palle tritacarne e accenderlo alla velocità massima, nell’1,7% il risultato è quasi accettabile e nello 0,3% ha preso il migliore albergo di Napoli e ha chiamato una sua amica a cui per fare le cose a tre. La terza ipotesi l’ho aggiunta solo per dare una speranza a chi, ignaro, ha fatto questa scelta ma le possibilità in realtà sono inferiori a quelle di vedere un goal in rovesciata di Aronica naturalizzato costaricano nella finale del mondiale in Russia.
Il capodanno organizzato dalla ragazza è sostanzialmente un insieme di quelli elencati in precedenza con l’aggiunta di aggravanti: se lo fai con gli amici di lei di solito non conosci nessuno, ti ritrovi il suo ex che ti guarda male e tira frecciatine tutta la serata, le amiche di lei che devono valutare il tuo ingresso in società ti scrutano con lo sguardo indagatore di un pubblico ministero dopo 15 anni di antimafia e se bevi troppo si rischia la rissa oltre che la colossale figura di merda con tanto di ex riaccompagna a casa la tua ragazza. Se invece è in famiglia può essere anche peggio: i parenti, che chiaramente si comportano come al punto 2, non li conosci, devi dire che era tutto buonissimo, bissare tutto, e fare la scarpetta di tutto, sparare con lo zio piromane e non dirgli niente quando con un tracco a 6 girate e doppia cipolla fa saltare il cruscotto della tua auto e urla “Ma chi è ‘o strunz’ ca parcheggia ca sott’, ‘o sape tutto o quartier’ c’aggia sparà!”. Devi inoltre ridere di gusto alle battute della tombolata dello Zio Simpaticone che guardacaso sono identiche a quelle di tuo zio.

Infine vi svelo un segreto: capodanno non è la contrazione di “capo d’anno” ma di “capo danno”. Con questo vi faccio i nostri migliori auguri!

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte.

Articolo già pubblicato il 30 dicembre 2013 su canalenapoli.it

Il napoletano andato a Mosca e passato dal guadagnare 6000 euro al mese come chef personale a stella della tv con Masterchef Kids Russia.

Dal nostro inviato a Mosca:

Giuseppe D’Angelo è un uomo d’amore, prima di essere un rinomato chef e giudice di Masterchef Kids Russia. Napoletano, sempre sorridente, dai modi affabili, mi incontra al Culinaryon, più di una semplice scuola di cucina, ma vera e propria Mecca di chi vuole preparare divertendosi a Mosca.

Giuseppe, buongiorno. Raccontaci, come sei arrivato qua?

È una lunga storia, stiamo parlando di sette anni fa, stavo iniziando a capire cosa volevo fare da grande, mi trovavo ancora nel dilemma «andiamo a fare l’avvocato, mi aggrego allo studio di famiglia» … certo, lo studio di famiglia (dove non ho mai lavorato) rappresentava una sicurezza, ma mi trovavo in una sorta di flipper, chiuso, che era casa, tribunale, ufficio, carino, senza dubbio, perché ci sono gli amici, una bella vita sociale, però alla fine io volevo sempre viaggiare. Così 8 anni fa mi sono trovato in India con il mio “baba” che mi aiutava nella meditazione e mi fece una domanda “Giuseppe, tu quando sei felice? Puoi rispondermi anche non subito, quando torni al tramonto me lo dici”. Torno, allora mi fa, “c’hai pensato?” e rispondo “Baba, io in verità sono felice quando cucino”. Questo discorso mi fece pensare, tornai in Italia, dove già avevo lavorato come cuoco di bordo: yacht di lusso, barche, ogni anno sempre più grandi. Un bell’ambiente, vacanza lavoro, fin quando non mi trovai su un trimarano di 34 metri in Sardegna, una barca da 20.000 euro a settimana fittata da un russo, che su due settimane venne tre giorni, e noi mangiavamo scampi, aragoste, vongole ogni giorno…

Una vita dura…

Eh, che vita triste che facevamo come staff! Io comunque avevo già pianificato di cambiare la mia vita, avevo un paio d’amici a New York e avevo già preso il biglietto per il 14 novembre, con tragedie familiari varie…. Intanto però mi stavo formando già da tempo in cucina: mi ero appassionato non solo a preparare, ma anche a studiare, avendo una mentalità accademica, e proprio per questo mi sono formato all’Accademia di Rossano Boscolo, dove ti insegnano non solo come e cosa mettere in pentola, ma a gestire costi e spese, un elemento sempre più importante per la cucina contemporanea.

Praticamente ti danno un’impostazione manageriale…

Sì, ormai cucinare non è più solo l’arte di saper preparare, ma anche di dirigere: fai conto che ora qua ho 32 chef con me, aiutati da 12/16 sottochef. Si tratta di dover gestire le risorse umane e non solo, fare il brand chef nel mio caso vuol dire anche come distribuire i prodotti, saper scegliere le giuste dosi, senza perderne in sapori e qualità.

Soprattutto ora che la crisi in Russia rende i clienti più attenti a cosa ordinare…

Certo, in un contesto simile la qualità deve accompagnarsi con un oculato bilanciamento delle spese, per farti un esempio: prima prendevo i pomodori siciliani, all’epoca stavano 12 euro al chilo, però poi ho imparato come forse è meglio mettere qualche pomodoro in meno e un pochino di astice in più, paradossalmente si riesce a contenere meglio il prezzo finale…

Intanto però mi stavi dicendo del russo e della barca…

Quello è stato un successo, la svolta: una sera, parlando del più e del meno, questo magnate mi chiede che piani avessi per i prossimi mesi, e gli dico di New York, e lui mi fa “A kakoi N’ju-Jork? Ko mne, na Rublevku!” (Ma qua New York? Vienitene da me, alla Rublovka, sobborgo per oligarchi nei pressi di Mosca). Uà! Subito accettai, anche perché parliamo di un noto imprenditore delle telecomunicazioni, ma avevo qualche remora ad andare in Russia: ero stato lì quando avevo 16 anni, al tramonto dell’esperienza sovietica, e mi era restata impressa una scena straziante. Eravamo con papà vicino il GUM, i grandi magazzini, e vedo una vecchietta piangere davanti a tre pezzi di carne di cavallo sopra a una sedia: chiedo lumi al traduttore, e lui mi dice “una volta avevamo i coupon sotto il socialismo, ora non abbiamo soldi”. Ingenuamente e forse un po’ da sbruffone, porgo qualche rublo alla vecchietta, che si ritrae offesa, dicendomi “noi siamo russi, siamo poveri ma abbiamo la nostra dignità!”. Questa frase mi è rimbombata dentro per anni.

Da film. E quando sei arrivato qua?

Sono atterrato a Sheremetyevo il 6 ottobre, un freddo cane, già stava nevicando, accolto dalle guardie del corpo del mio nuovo datore di lavoro. Per farti capire, saliamo su una Cayenne, con questi qua armati, e arriviamo a questa villa, fatta a Roma, smontata, mandata a Mosca e rimontata poi in questo sobborgo. Una casa favolosa, con piscina da 30 metri, sale… insomma, una reggia, con 12 persone che mangiavano a ogni ora del giorno e della notte.

Insomma, 24 ore al giorno!

Più o meno sì, ben pagato certo, con uno stipendio da 6000 euro con vitto e alloggio, però quando ti arriva la bambina che ti chiede in inglese di prepararle le cupcakes o di fare in 40 minuti un branzino al sale di 2 chili, capisci che è dura, poi solo il boss parlava in italiano con un accento milanese… un po’ inizi ad avvertire la voglia di voler socializzare, vedere gente, capire cosa succede in città, ma era come stare in una prigione dorata.

Da cui sei andato via poi.

Sì, anche perché a me piace stare in mezzo alle persone, e a quel punto ho pensato di provare a vedere come sarebbe andata qua. A New York non sono andato, e ancora oggi la mia cara amica Annachiara Villa mi rimprovera per questo, e con un po’ di soldi che avevo da parte ho iniziato a girare. E ho trovato il mio primo impiego come chef a Ufa.

Lontanuccio: Ufa è in Bashkiria, quasi sotto gli Urali!

Però è stata una fortuna e sai perché? Mosca è molto selettiva, e a uno chef si chiede da subito tanto; anche il più piccolo caffè ha una forte attenzione a come vengono presentati i piatti e a quali spese si deve andare incontro. E a me questo è sempre piaciuto, anche nei locali più economici il cibo viene presentato con gusto, e mammà mi ha dato il gusto, e l’ho usato per metterci il mio tocco personale. A Ufa ho imparato la lingua, ma soprattutto a come prendere i russi, che sono simili a noi però…

Tengono le loro caratteristiche…

Esattamente, ma quando li sai pigliare, li conquisti. Poi mi chiamò un amico da Mosca, e tornai per aprire il caffè Produkty, all’Ottobre Rosso (complesso di caffè, ristoranti, uffici e club nel centro cittadino, prende il suo nome dalla fabbrica di cioccolato), da dove mi allontanai perché iniziarono a non curare troppo la qualità e io sono poco incline ai compromessi. Successivamente sono stato lo chef del “Tutto bene” a Moskva-city, e poi di “Pane e olio”, e infine mi sono completamente dedicato al progetto di “Culinaryon”.

Culinaryon sta avendo un grande successo, ho visto che avete aperto anche a Singapore

E’ un progetto innovativo e rivoluzionario, fattura 6 milioni di euro annui solo a Mosca, e qui registriamo 3500/4000 presenze al mese. Anche a Singapore inizia a girare bene, con 200/300 persone ad evento, e con picchi di 500 al giorno, infatti appena finiranno le riprese di Masterchef Kids dovrò volare lì. Il nostro format, che presto aprirà a Houston e a Londra, prova a coinvolgere tutti: dal postino all’executive manager, dall’usciere al direttore. E’ bello vedere come tutti insieme preparano la cheese cake o fanno la pasta, divertendosi. “Cooking is fun” è il nostro motto, e ‘a verè comme se divertono!

Una filosofia d’amore, per dirla alla Bellavista!

Assolutamente, la cucina è amore: io ho iniziato con mamma e papà, e andavo con mio padre a Porta Nolana o sotto Natale a Pozzuoli per comprare il pesce, poi anche in Sicilia (mio nonno è siciliano) è così, ma se ci pensi anche in Russia si preparano i pelmeny (specie di ravioli di carne) in famiglia. Che poi i fast-food vogliano distruggere questo, è un altro discorso, ma la cucina è affar di famiglia, e oggi, quando anche sul lavoro tendiamo a vederci come parte di una famiglia, permette al nostro modello di poter sopravvivere.

E cosa ci puoi raccontare della tua esperienza a Masterchef Kids? Soprattutto la parte che tocca i bambini immagino sia alquanto complessa…

Con mia moglie guardiamo sempre Masterchef, e posso definirmi un vero fan, mi piace guardarlo, e quando è arrivata la chiamata per me è stata la realizzazione di un sogno, come essere incoronato Papa. E’ chiaro che con i bambini, come si vede anche nelle altre edizioni straniere, bisogna essere molto attenti e delicati, perché bisogna stimolarli, dargli addosso gli farebbe del male, quindi dedico molta cura a quest’aspetto di come incentivarli. Ed è bello vedere come ti preparano piatti molto elaborati, che non ti aspetti, ti viene da pensare “ma da dove siete usciti?”: certo, non hanno la percezione delle dosi, e i loro recettori della salinità sono molto più bassi, ma la fantasia dei bimbi è illimitata, fanno cose straordinarie, e si vede anche nelle lezioni da Culinaryon, dove preparano pizze con disegnini molto belli. Non nego che poi decidere chi debba abbandonare il programma (si divide in 13 puntate, e ogni volta escono 2 concorrenti) mi faccia stringere il cuore…

Tu sei un grande tifoso del Napoli, e sei orgoglioso delle tue origini: che cosa ti piace preparare dei nostri piatti tipici?

L’altra sera con mia moglie ho preparato un piatto che mammà mi faceva sempre da piccolo: la polpetta al sugo! Un piatto che non si ordina mai al ristorante, perché fatto con gli scarti (e le mie le ho fatte con il controfiletto), ma che a casa è molto buono, infatti devo dire a mamma di farmele trovare! Poi adoro preparare il risotto alla pescatora e lo spaghetto alle vongole, sempre presenti nei menù dei ristoranti dove ho lavorato.

La mia cucina è quella di mamma, semplicemente un poco più sexy, ed è grazie a mia madre che sono qui, perché mi ha insegnato a cucinare. Grazie e Forza Napoli!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 527

Sono nato in una famiglia numerosa, e soprattutto tradizionalista, la domenica per noi era una maratona culinaria, si cominciava con la pasta condita con il sugo del ragù, mia madre per sei di noi calava minimo un kilo di paccheri, perché diceva che la pasta grossa non cresceva. Si proseguiva con la carne del Tiano, polpette, tracchiolelle, spezzatino di vitello , mascariello, e qualche salsiccia, di tutto questo ne prendevamo un assaggio, proprio per non guastarci il resto del pranzo, si continuava con peperoni imbottiti, parmigiana di melenzane, friarielli e carne arrostita, alla fine arrivava la sorpresina che poteva essere un piatto a scelta tra, impepata di cozze, frittura di pesce, carciofi arrostiti, tutto dipendeva dalla stagionalità dei prodotti.

Per cucinare tutto questo ben di dio, si doveva partire il giorno prima, io ero l’aiuto cuoco di mamma, sbucciavo le melenzane, arrostivo i peperoni, davo una mano per gli impasti. Questa scuola ha fatto di me un discreto cuoco, tutto andava liscio fino a qualche anno fa, ogni volta che invitavo un amico a cena, mi mettevo ai fornelli e preparavo qualche ricetta imparata dalla mia mamma. Poi è successo l’irreparabile, sono nati i programmi di cucina, all’inizio c’era la prova del cuoco, poi sono arrivati i vari Master Chef , cucine da incubo, Boss Delle Torte , e la nostra vita non è stata più la stessa .

Quando cucinavo avevo i complimenti di tutti: “ La parmigiana come la faceva mamma” “ Questa paste e patate con la scorza di formaggio e’ una favola” in tante occasioni le moglie dei miei amici erano invidiose delle mie vecchie ricette, quelle che mi aveva insegnato mamma.

Adesso le mie amiche si sono attrezzate quando vai a cena cercano tutte di stupirti, l’ultima volta mi è stato proposto un menù molto raffinato Antipasto: Caffè macchiato ai porcini con spuma e crema di pecorino e menta con croissant con ricotta di pecora e erba cipollina Primo : Strozzapreti con crema di peperone rosso, burrata e pesto leggero al basilico Secondo : Animelle d’agnello con ostriche fritte e brodo d’agnello aromatizzato al finocchietto Dessert : Ceescake al cucchiaio Quando ci siamo seduti, la padrona di casa prima di assaggiare, aspettava trepidante un nostro giudizio, dopo che gli facevamo i complimenti si sedeva insieme a noi a mangiare, il suo morale era alle stelle, era molto fiera di aver saputo interpretare le ricette che aveva visto in master chef, e i nostri giudizi l’avevano gratificata, manco fossi Gracco .

Quando c’è ne siamo andati, a mia moglie serviva una lavanda gastrica, e a me un panino salsicce e friarielli. Anche mio figlio ha preso la mia stessa passione per la cucina, però è impossibile conciliare le nostre attività, quando vado a fare la spesa mi chiede cose impossibili da trovare tipo, crescione, borragine , cape sante, storione , qualche volta cerco di convincerlo con qualche alimento sostitutivo: invece delle cape sante, gli offro le cozze, lo storione invece lo sostituisco con un kilo di mazzamma che non fa mai male. Anche le bettole si sono adeguate, certo con 15 euro a persona, non puoi avere caviale e champagne , ma già se cambi il nome a qualche piatto, dopo sembra tutto più bello, infatti spaghetti allo scoglio diventano spighe di grano d’oro al sapore di mediterraneo. In questa follia culinaria, io rimango tradizionalista, il mio sogno sarebbe avere i vari Bastianich, Barbieri, Cracco e Cannavacciuolo, nella cucina di mia madre: ad ogni capriccio sai che schiaffi, ad ogni richiesta strana succederebbe il lutto, ad ogni critica insensata scatterebbe la rappresaglia con il rischio di rimanere digiuni, ad ogni critica sai quanti piatti in faccia, altro che “ Mi stai diludendo, vuoi che muoro” . Nel frattempo che la moda passi io rimango fedele alle mie ricette, farò come quelle persone che conservano gli abiti in armadio aspettando che tornino di moda, com’è già stato per i jeans a zampa di elefante, anche io aspetterò che il puparuolo imbuttunato torni di moda.

Marco Manna