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@Gianfranco Irlanda

Complottisti, meridionalisti, fascisti, buonisti, benaltristi, animalisti, neoborbonici, interventisti, pacifisti, vegani, piddini, berlusconiani, grillini, leghisti, comunisti, anarchici, onnivori, razionalisti, antivaccinisti, i tifosi, i fan di Vasco, quelli di Ligabue e qualsiasi altra categoria vi venga in mente… sono tutti la stessa cosa.

Internet è stata una rivoluzione, quasi tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno sono a portata di click. Praticamente da ogni casa è possibile avere dai classici della letteratura in qualsiasi lingua alle pubblicazioni scientifiche, dalle informazioni enciclopediche alle notizie in tempo reale di ogni tipo, dai giornali di tutto il mondo al gossip di quartiere. Ma tutta questa disponibilità di informazioni, questa enorme possibilità di conoscere, studiare e soprattutto approfondire ha avuto un effetto devastante sull’approccio al sapere, trasformando lo studio in una superficiale ricerca di conferma della proprie convinzioni.

Con i social l’abbrutimento intellettuale cui ci siamo sottoposti ha fatto un ulteriore passo in avanti: adesso non cerchiamo neanche più le notizie, scegliamo quelle che ci interessano dai flussi costanti di articoli, link, status, tweet e immagini varie e il gioco è fatto. Magari ci si limita semplicemente al titolo per fare prima, se la cosa non ci convince andiamo su un sito “antibufale” e cerchiamo conferma e così ci creiamo la nostra piccola nicchia di certezze, o meglio di convinzioni, dove sentirci al sicuro.

Anche se non ci piace ammetterlo, ci costruiamo la nostra categoria, ci uniamo al simile, diamo credito a chi è con noi e diventiamo di una “tribù”. Ci scegliamo il nostro ismo, anche se non lo ammettiamo, anche se non ci piace definirci così, anche se ci diciamo solo simpatizzanti ne siamo inesorabilmente parte.

In fondo è rassicurante, ci si sente protetti e meno soli quando si fa parte di qualcosa, anche se indefinito, e ogni tribù ha i suoi santoni, i suoi guru, i suoi mentori, i suoi idoli da venerare… almeno finchè rimangono nei nostri binari, almeno finché non decidano di esprimere un’opinione o dire qualcosa che non ci piace particolarmente.

Sì, perchè il dramma principale della categorizzazione non è tanto la superficialità, ma il terrore che si ha del pensiero individuale: esprimi qualche dubbio sull’areo precipitato sul pentagono l’11 settembre 2001? Da una parte ti sentirai dire “Complottista” “Grillino” “Credi agli alieni” o l’immancabile “SCII KIMICHI!!1!!” di chi si sente simpatico come lo zio che urla ambo al primo numero estratto della tombolata, dall’altra ti troverai chi ti linka migliaia di articoli, video e “prove inconfutabili” che l’uomo non è mai stato sulla luna e che il mondo è invaso da rettiliani.

E questo accade sempre, ogni volta che si esce dalle aspettative di chi ci segue: si può essere tendenzialmente meridionalisti ma non neoborbonici? Si può essere un elettore del PD e condividere un affermazione di Di Battista? Si può essere vegetariani e non credere che la sperimentazione animale vada bloccata di colpo?
A volte sembra proprio di no, l’identità di gruppo, il senso di appartenza alla propria “tribù” fagocita l’individuo che passa da idolo a nemico in pochi istanti.

Ed è così che siamo diventati ignoranti, non perché non sappiamo, non perché non abbiamo a disposizione le informazioni, ma perché non sappiamo come utilizzarle, perché abbiamo perso ogni capacità di discernimento e  qualsiasi attitudine all’investigazione, perché non dedichiamo tempo al riconoscere l’autorevolezza e l’autorità delle fonti, ma soprattutto perché abbiamo smesso di farci domande consci del fatto che queste possano non avere una risposta. Non ci facciamo più domande ma cerchiamo risposte, questo ci rende ignoranti.

L’ignoranza è forza – in 1984 era uno degli slogan del Ministero delle Verità e Orwell probabilmente ci ha visto lontano, non tanto nel dire che ci fosse un Ministero a decidere quale dovesse essere la Verità, quanto nel prevedere la forza dell’ignoranza collettiva in un mondo di informazione globale, dove anche il contrario delle Verità imposte portano a far parte di gruppi antagonisti che loro malgrado sono comunque strumentali al potere. 

Ed è proprio la quasi totale mancanza di capacità di pensiero individuale a darci la misura della nostra scarsa libertà collettiva.

Così le categorie che ci scegliamo come rifugio diventano una gabbia e ci ritroviamo troppo spesso a sprecare energie per difendere la nostra stessa prigione.

Paolo Sindaco Russo

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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In questi giorni la rete si è svegliata con la paura di non poter più condividere foto a causa di una vera o presunta proposta di legge europea di armonizzazione del diritto di autore riguardante quella che si definisce “libertà di paesaggio”; secondo i pessimisti si tratta di un tentativo, l’ennesimo, di dare una stretta alla libertà di espressione tramite vincoli che implicherebbero l’autorizzazione dei detentori del diritto di autore nel momento in cui si volesse pubblicare la foto di un edificio o di un manufatto, anche visibile da luoghi pubblici (parte del paesaggio, appunto…), nel momento in cui ci fosse anche la remota possibilità di un utilizzo commerciale (come ad esempio implicato dalla pubblicazione di immagini su facebook).

In realtà sembra che le cose non stiano esattamente in questi termini, ma non voglio entrare nel merito degli aspetti burocratico-legislativi della faccenda, vorrei piuttosto fare una riflessione da fotografo.

Per anni una delle mie principali attività come professionista è stata proprio quella di fotografare edifici e ambienti costruiti, sia per privati che per istituzioni come università. Mi sono trovato a fotografare chiese e beni ecclesiastici, edifici storici, centri commerciali, palazzi più o meno recenti, rovine romane, cimiteri e persino linee costiere, da terra, dal mare e dall’aria.

La maggior parte delle volte avevo l’autorizzazione (quasi sempre in forma scritta), ma la cosa paradossale è che questo non mi salvava da divieti, impedimenti, persino ripicche da parte di chi doveva, di volta in volta, “salvaguardare” il bene, a volte impedendomi fisicamente di scattare foto.

Nonostante ciò riuscivo quasi sempre a fotografare quello che serviva, ma si è giunti a volte a situazioni estreme tipo custodi che mi seguivano e controllavano a vista, dicendo “sì, è vero, avete l’autorizzazione della soprintendenza, ma non potete fotografare dentro le case” (scavi di Ercolano, 1997; il giorno prima senza cavalletto fotografavo tutto quello che volevo dentro e fuori…), oppure che addirittura mi si impedisse di scattare foto alle mie foto esposte (stanze di Palazzo Reale di Napoli, dicembre 1998). A volte erano i parroci ad essere restii, nel momento in cui si procedeva con le schedature per la soprintendenza (e questo ci fa capire come mai tanto spesso i ladri hanno vita facile, nel momento in cui rubano statue, busti e quadri dalle chiese, quando questi non sono mai stati documentati e schedati…)
Posso capire i casi dei centri commerciali, anche per questioni di sicurezza, ma se tante volte avessi voluto ottenere la foto senza autorizzazione sarebbe stato persino più facile, bastava attraversare la strada e non dare troppo nell’occhio… certo un “pesce piccolo” ha meno mezzi e possibilità di mettersi a fare la rassegna stampa di tutto quanto viene pubblicato al mondo per sapere se la foto di un suo manufatto è stata pubblicata senza autorizzazione, mentre magari una grande firma di architetti americana ha più mezzi e più capacità economica di cercare e perseguire i “trasgressori” (basta farsi un giro su youtube per vedere cosa resiste, come certi film completi, e cosa invece viene sistematicamente eliminato – vedi i prodotti Disney o Lucasfilm – per farsi un’idea di cosa significhi avere un enorme potere economico per far valere i propri diritti…), nonostante alla fin fine la circolazione delle immagini in rete è un mezzo per farsi tanta pubblicità in maniera indiretta.

Insomma, sono seccature sia che si abbia l’autorizzazione sia che questa manchi…

Vorrei però per un attimo ribaltare la situazione.
Quella che si chiama “libertà di panorama” è una libertà zoppa. Stiamo ragionando sulla possibilità di fotografare un luogo in cui è presente un manufatto coperto da diritto d’autore, ma nessuno si sta chiedendo se chi sta fotografando vuole davvero inserirlo nell’inquadratura oppure piuttosto non lo prende come un “male necessario” perché semplicemente non ha alcuna alternativa.
A me nessuno viene a chiedere se il panorama libero, un paesaggio incontaminato, possa essere deturpato dalla presenza di un edificio, di una fabbrica, di un grattacielo scintillante, che sia di autore noto o meno. In teoria ci sono vincoli paesaggistici, ma fin troppo spesso se un’opera è considerata di pubblica utilità, oppure è fortemente voluta da un’istituzione o amministrazione pubblica, allora il paesaggio diventa un elemento sacrificabile.

Negli anni ’60 Pasolini girò una serie di documentari, uno di questi mi è rimasto incredibilmente impresso. Erano gli anni dei primi ecomostri, uno di questi era un edificio, un triste palazzo residenziale che deturpa il panorama di Orte, molto ben visibile da chi percorre quella che una volta si chiamava l’Autostrada del Sole, la A1, allora ancora Milano-Roma. L’edificio è ancora lì, certo mi consola che spesso questi mostri vengono abbattuti, ma tante volte resistono imperituri peggio di monumenti ai caduti di guerre perfettamente inutili.

Troppe volte ho vissuto questa sensazione di sfregio, invasione, violenza nei confronti della bellezza, l’equivalente visivo di una radiolina che gracchia note odiose due ombrelloni più in là, quando il rumore di fondo è un piacevole suono di risacca, o di un motociclista che sfreccia rombando in una stradina montana maestosamente silenziosa.

Quasi ti immagini che, come al passaggio del motociclista gli animali scappino nel sottobosco per cercare luoghi più tranquilli, la fauna e la flora si ritraggano di fronte all’invasione delle architetture firmate, e persino i piccioni evitino il “bosco verticale” di Porta Garibaldi, tanto per dirne una…

Gli amici architetti magari avranno da ridire in questo senso, ovviamente si fanno studi sull’impatto ambientale e paesaggistico quando si progetta un nuovo edificio (a New York ma immagino anche in tante altre metropoli c’è la famigerata “tassa sull’ombra”, un contentino per quelli che vivono nelle zone in cui il sole non arriverà più a causa dell’ombra proiettata da edifici più alti), ma ciò non toglie che troppo spesso si dà importanza, “valore”, ai diritti del singolo in quanto autore dimenticandosi del diritto di una collettività, soprattutto il diritto a conservare gli aspetti simbolici e identitari dei propri luoghi di appartenenza.

Gli esempi in questo senso sarebbero molteplici, ma come al solito vado alla mia personale banca dati, la mia esperienza, per dirne un paio. Per tanti anni sono andato a passare le vacanze nel parco nazionale d’Abruzzo, passando per una strada che comprendeva un perverso incrocio che si mangiava minuti preziosi proprio al centro del comune di Venafro (IS). Bene, arrivare nella valle di Venafro significava iniziare a percepire le montagne, il paesaggio “incontaminato” o quasi, e la valle sbucava da dietro una curva e si svelava in tutta la sua ampiezza… finché al centro non ci hanno piazzato un cementificio. Esatto, al centro. Non nascosto in un angolo, né occultato in alcun modo. Al centro. Non c’è modo di eliminarlo visivamente. Non credo che gli “autori” abbiano interesse a richiedere il diritto di autore per quel bubbone, ma dovremmo essere noi, fotografi, cittadini, turisti, tutti a chiedere i danni per una scelta così infelice e così brutale nello scippo di un pezzo di paesaggio. Un altro caso, questa volta d’autore, il rifacimento di piazzale Tecchio nel quartiere di Fuorigrotta, Napoli. Mentre prima del 1990 il piazzale era uno spiazzo scenografico che dal palazzo del politecnico scendeva a mostrare gli edifici della mostra d’oltremare, verso una sorta di piazza San Marco rifatta secondo una visione metafisica dettata dalla retorica fascista del tempo, cionondimeno piacevole perché ragionata, una prospettiva che si chiudeva con in lontananza l’edificio del Teatro Mediterraneo, dai lavori di rifacimento della piazza pensati per i mondiali del ’90 lo spazio si presenta frammentato, pieno di spazi morti, ancora non finito dopo 25 anni… imperfetto, malandato ancora prima di essere terminato, pieno di elementi di disturbo alla vista, addirittura modificato nella sua altimetria tanto da ostacolare quella che era una perfetta scenografia… Cosa faccio, chiedo i danni allo studio di architetti che ha ripensato il luogo, complici le amministrazioni e la politica del tempo? Forse dovrei…
Se “libertà di panorama” ha da essere, che sia piena e completa. Vorrei essere libero di guardare il pinnacolo su cui sorge Orte senza dover vedere quell’orrore che gli si affianca, e mi rammarico di non aver visto Londra prima che ci piazzassero quella ruota da luna park del London Eye (da cui, orrore, non fanno fotografare se non per uso privato… come se poi un professionista si mettesse a fare panorami da dietro un vetro fortemente distorcente e nemmeno troppo pulito per poi vendere gli scatti… ma andiamo!). Si parla troppo di libertà, ma non ci si rende conto semplicemente che la libertà che ci viene data (non “che abbiamo” in quanto diritto, ci viene elargita, e spesso col contagocce) è insignificante rispetto a ciò a cui in realtà avremmo diritto.
Se le foto servono a qualcosa, servono almeno a testimoniare lo stato dei luoghi prima che venissero deturpati, e questo è quello che dovremmo cercare di mantenere vivo nella memoria, prima che l’assuefazione e il disinteresse prendano il sopravvento.

Gianfranco Irlanda

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