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Il caso

A cadenza regolare, un quotidiano edito a Milano fa un’apertura in prima pagina su Napoli o i napoletani. Non nominiamo il giornale, inutile. Non menzioniamo neppure l’episodio, tanto non serve perché è sempre uguale. E ogni volta, come un copione sempre identico a se stesso, ci sta gente di Napoli che per farsi pubblicità fa pubblicità a questo quotidiano. Il cane che si morde la coda. Il filmetto di bassa lega lo conosciamo ormai a memoria e, per quanto ci riguarda, abbiamo smesso di vederlo perché lo abbiamo imparato a menadito. Il canovaccio contempla poi che, appena si apre un social network, quasi tutti i vostri amici avranno scritto un paio di post indignati. Ci troverete qualche trovata originale oppure la solita roba sul bidè inventato nel Regno delle Due Sicilie, ‘a pizza, ‘a sfugliatella e il lungomare liberato con turisti a frotte.  

Il sistema lo avevamo compreso al punto che quando nell’ultima campagna elettorale vedemmo affrettarsi moltitudini di genti senza né arte e né parte accorrere per contestare la venuta di Salvini alla Mostra d’Oltremare già capimmo tutto. Sono sempre gli stessi: il sindaco, quattro sfigati musicisti che per farsi pubblicità si inventano paladini della Città, un’accozzaglia di gente che ha scritto pagine di banalità auto-nominatisi con l’indeterminato ma definitivo rango di “scrittori”. 

Dicono di difendere Napoli, in realtà difendono loro stessi e facendo ciò rendono un grande servizio a chi dicono di combattere. In definitiva cercano solo spazi al sole salendo sull’immenso carro della Città che tutti accoglie. Di Napoli se ne fottono, l’unico loro interesse è propagandare loro stessi. Come chi dicono di avversare – punto nevralgico di questa storia – esistono solo costruendosi un nemico. I finti amici di Napoli e i nemici di Napoli si assomigliano. Con l’aggravante che i primi vogliono pure sembrarti amici.  

Se chi attacca questa città (spiace citarli, ma è per farsi capire), dalle varie Lucarelli, gli illuminatissimi Giletti, Cruciani o Feltri e compagnia bella non trovassero sponde, la smetterebbero il giorno dopo. Si può pure ignorarli, non ci vuole assai. Del resto un antico adagio recita che quando chi offende vale niente, l’offesa vale zero. Noi invece al nulla opponiamo un altro nulla. Un nulla che produce solo rumore senza contenuti. 

Fu così che ci trovammo con gli applausi a Salvini – quello che per comodità ha tolto la parola Nord dal simbolo del suo partito – per i vicoli del Vasto. L’apoteosi. Così ci troviamo perché abbiamo opposto al nulla il nulla di chi nulla dice, se non tanti “io” “io” “io”. Napoli è solo scenario ideale per propagandare la propria immagine, lo sfondo della Città ben si adatta e ben crea le giuste scenografie per ogni attore. Da una parte e dall’altra della barricata. La perfetta scenografia napoletana, naturalmente  protagonista di tutto, con il tempo, piano piano, scompare. E in primo piano – il canovaccio questo vuole – ci restano solo i saltimbanchi.

Consiglio spassionato e non richiesto: diffidate dai finti maestri, dai finti censori, dai finti indignati che si indignano a comando per ogni cosa e mai di se stessi. Diffidate da chi sale sul carro della città in sua difesa senza averne credibilità. In fondo Napoli – con tutte le offese subite nei secoli – ha resistito pure senza questi quattro fessi che da minorati Chisciotte non riescono neppure a combattere contro i mulini a vento. Chisciotte, a differenza di questi qua, almeno ci credeva veramente. Pure se la battaglia era sbagliata, lui, ne era inconsapevole. Loro invece hanno studiato bene la recita con una consapevolezza indecente. Lo sanno, ma si ergono a paladini della Città quando vogliono esserlo solo di loro stessi. E quello che ci spiace di più di tutta questa storia trita e ritrita è che pure noi, a malincuore, ne abbiamo dovuto parlare. Mannaggia a loro!

Valentino Di Giacomo

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La polemica

«Odio l’Islam», così si intitolava un articolo di Libero dello scorso 28 luglio. La firma è di Filippo Facci, giornalista purtroppo noto anche a Napoli per diversi commenti non proprio gradevoli nei confronti della città e dei suoi cittadini. Per questo articolo Facci è stato sospeso dall’Ordine per due mesi in cui gli sarà anche interrotta l’erogazione dello stipendio.

Se ci si soffermasse soltanto al titolo sembrerebbe una misura adeguata, forse persino riduttiva rispetto all’incitamento all’odio che il giornalista milanese ha compiuto. E invece, leggendo per intero il testo, se ne può comprendere il buonsenso al netto delle solite uscite provocatorie tipiche dell’autore. Soprattutto per il passaggio in cui viene rivendicato il diritto ad odiare, equivalente a quello di amare. Due facce, in fondo, della stessa medaglia. Due sentimenti che esistono in natura e nell’animo umano.

Ma non è questo il punto. Facci ha voluto aprire uno squarcio all’interno dello stucchevole, finto, insulso politically correct in cui è immersa ormai la società italiana. Soprattutto quando si parla di immigrazione e terrorismo. Un festival dell’ipocrisia che ci vede tutti santi in pubblico, molti diavoli nel privato delle proprie vite. Ipocrita proprio come una parte dell’Islam di cui parla Facci nel proprio articolo. Quell’Islam che uccide gli “infedeli” che bevono alcol e mangiano carne proprio come quei milioni di musulmani che trasgrediscono ai presunti dettami del Corano sul regime alimentare. Stesse ipocrisie a cui assistiamo sul versante dei cattolici baciapile, i tanti politici dei Family Day che violano la prescritta eternità dei sacramenti come il matrimonio. La differenza, in questo caso sostanziale, è che da secoli il cattolicesimo non uccide in nome di un Dio. Questo invece accade per l’Islam oggi. L’Isis e al Qaeda sono sicuramente una minoranza del mondo musulmano, ma una minoranza visibile che mette in discussione ogni nostro principio sulla democrazia e l’accoglienza.

I terroristi li alleviamo in casa, nove attentatori su dieci di tutti i più grandi attacchi recenti sono nati e cresciuti nella nostra Europa. Eppure, anziché cercare di capire cosa ci sia che non vada in alcuni aspetti della cultura islamica, ci interroghiamo sulle manchevolezze dei nostri percorsi di inserimento sociale e d’integrazione. Subiamo attentati, muore gente innocente e siamo noi a farci una colpa perché non abbiamo saputo far integrare questi soggetti. Interpretazioni lette più volte tra opinionisti e politici. Un tema ricorrente quando si parla degli sbarchi, del ruolo delle Ong, delle dinamiche degli attentati. Mi occupo di questo settore per il quotidiano della mia città, Il Mattino, e credo di conoscere abbastanza bene la tematica per i frequenti riconoscimenti e attestati di stima che ricevo. Con l’Islam si usa un velato giustificazionismo, proprio come per la vecchia teoria che vuole che “i napoletani che rubano perché in città non esisterebbe uno stato sociale”. Perché “Tutte quante amma campà”… In qualsiasi modo.  Una follia che scavalca il libero arbitrio e la coscienza di cui dovrebbe essere dotato ogni essere umano.

Coltivare l’odio, tanto più dalle colonne di un giornale, è certamente esecrabile. Ma ancor più esecrabile è la punizione che si è voluta dare a Facci. Un Ordine, quello dei giornalisti (di cui volente o nolente sono associato come professionista), che dovrebbe forse più utilmente vigilare sulle fake news, sulle distorsioni informative in atto sul web e sui social network, sui tanti siti internet canaglia che per accalappiare qualche click sviliscono, queste si, la dignità professionale. Ecco, tra gli spacciatori di “cattive opinioni” e quelli che vendono a buon mercato centinaia di false notizie, forse i censori dell’ordine dovrebbero propendere a sanzionare i secondi.

Facci è un provocatore, spesso sopra le righe. Odio (si, anche io rivendico il mio diritto ad odiare) i suoi tweet contro i napoletani o quando scrive di “froci” e di “negri”. Non perché odio lui, ma la cattiva educazione sentimentale di chi in qualsiasi modo cerca buona o pessima notorietà attraverso l’eccesso verbale. Ma stavolta Facci ha posto un tema serio. Su cui dibattere, non certamente da censurare. Poi si può essere “Favorevoli o contrari”, proprio come approssimativamente si intitolava un vecchio film. Ma erano tempi in cui il giornalismo era altro e contemplava pure le opinioni eccessive, non il melenso politcally correct o lo scandalismo a tutti costi a cui ci siamo assuefatti negli ultimi tempi.

Valentino Di Giacomo

QUESTO L’ARTICOLO DI FACCI DELLO SCORSO 28 LUGLIO

Odio l’Islam. Ne ho abbastanza di leggere articoli scritti da entomologi che osservano gli insetti umani agitarsi laggiù, dietro le lenti del microscopio: laddove brulica una vita che però gli entomologi non vivono, così come non la vivono tanti giornalisti e politici che la osservano e la giudicano dai loro laboratori separati, asettici, fuori dai quali annasperebbero e perirebbero come in un’acqua che non è la loro. È dal 2001 che leggo analisi basate su altre analisi, sommate ad altre analisi fratto altre analisi, commenti su altri commenti, tanti ne ho scritti senza alzare il culo dalla sedia: con lo stesso rapporto che ha il critico cinematografico coi film dell’esistente, vite degli altri che si limita a guardare e a sezionare da non-attore, da non-protagonista, da non vivente. Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle, anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare. Odio l’Islam perché l’odio è democratico esattamente come l’amare, odio dover precisare che l’anti-islamismo è legittimo mentre l’islamofobia no, perché è solo paura: e io non ne ho, di paura. Io non odio il diverso: odio l’Islam, perché la mia (la nostra) storia è giudaica, cattolica, laica, greco-latina, rousseiana, quello che volete: ma la storia di un’opposizione lenta e progressiva e instancabile a tutto ciò che gli islamici dicono e fanno, gente che non voglio a casa mia, perché non ci voglio parlare, non ne voglio sapere: e un calcio ben assestato contro quel culo che occupa impunemente il mio marciapiede è il mio miglior editoriale. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro. 

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