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Di recente il fotografo francese Georges Mérillon, in occasione dei 25 anni dalla vittoria al World Press Photo con un’immagine, premiata come foto dell’anno 1991, relativa alla morte di un uomo kosovaro ucciso dalla polizia serba, ha proposto in vendita le stampe della foto vincitrice con uno sconto del 30%. La stampa, che immagino realizzata con tutti i criteri di qualità possibili, è proposta quindi alla cifra di 175 euro, invece di 250.

Al di là del fatto che una foto possa piacere o meno, e nel caso in oggetto si tratta di una foto che non mi vergogno a definire magnifica, quasi perfetta, nella rappresentazione caravaggesca di una scena che ricorda un Compianto sul Cristo Morto, più che una scena da cronaca di guerra (penso che il premio se lo sia meritato tutto…), quello che mi dà da pensare è il fatto che una scena di dolore, di lutto, possa prestarsi a essere stampata e venduta per diventare oggetto di arredo, addirittura scontata.

Oramai da troppi anni i media, soprattutto le riviste di attualità (e quelle di documentazione antropologica e naturalistica come il National Geographic Magazine), ma in modo diverso anche la televisione, hanno inseguito un modo di rappresentare il fatto tragico in maniera sempre più perfetta, con immagini ben composte e, grazie alla bravura (ma ha senso parlare di bravura? Forse meglio mestiere) di alcuni fotografi, addirittura in modo “piacevole”, gradevole sia all’occhio dello spettatore esperto sia all’occhio del profano.

Ma che si sta comunicando quando di una scena tragica diamo una visione che per essere sdoganata su un contenitore di pubblicità, ovvero di immagini che servono a conquistare l’osservatore e indurlo all’acquisto, di immagini cioè accattivanti, deve essere accattivante a sua volta? Cosa passa, quale messaggio viene trasmesso nel momento in cui una foto di una scena di morte, di dolore, di rabbia, magari una scena raccapricciante se ci fossimo noi dentro, un momento crudele della vita di qualcuno diventa una “bella foto”? Questo problema mi assilla da anni, e non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Per anni io stesso ho lavorato come fotogiornalista, e ho sempre cercato di evitare le scene cruente, fondamentalmente perché si dà una rappresentazione ambigua, se la foto è buona, e paradossalmente si fa una comunicazione poco efficace se invece la foto è meno “bella” esteticamente. Certi miei colleghi famosi ci campano su questo, e non posso dar loro torto se hanno capito che quella è la via per farsi un nome nel campo del fotogiornalismo, ma non posso fare a meno di pensare che siano in qualche modo complici della mercificazione dei problemi di qualcuno, che sia l’abitante della periferia napoletana, il migrante che fugge da una guerra, il diseredato di turno della società opulenta.

Sia chiaro, non voglio assolutamente dire che di certe cose non bisogna parlare, anzi. Personalmente trovo una gran fregatura qualsiasi limitazione al diritto di cronaca, ma è anche vero che in certi casi lo scopo dell’operatore del settore diventa altro da quello di fare una corretta informazione. Nel caso della foto di Mérillon, è evidente che siamo in un caso limite, sia per la bellezza estrema dell’immagine sia per il fatto che venga venduta scontata. Credo che un po’ il problema sia a monte. Dovrei andare ad affondare nelle nostre radici cristiane (ma forse non solo in quelle), nelle quali troviamo un esempio emblematico in cui la rappresentazione del dolore diventa strumento di propaganda efficacissimo: parlo della rappresentazione della passione di Cristo (non a caso lo citavo prima). Il problema è che, in quel caso, la visione che abbiamo della morte di Cristo dovrebbe essere consolatoria, in quanto quello che ci viene detto della crocifissione è che essa rappresenta il sacrificio del Figlio per la remissione dei peccati del genere umano, a maggior ragione nel momento in cui sappiamo che la storia è “a lieto fine”, ovvero che alla crocifissione segue la risurrezione… Nel caso dei morti in guerra, o di camorra, o dei migranti che annegano nel Mediterraneo, purtroppo questo aspetto cade miseramente. La cristianità, specie quella controriformista, ci ha riempito gli occhi di immagini di martiri, con una predilezione per le figure iperrealiste. Questa macchina comunicativa è durata per secoli, e buona parte di quelle che noi consideriamo opere d’arte appartengono a questa categoria… Forse non è un caso, a conti fatti, che percepiamo come buono e piacevole anche un momento di dolore.
Almeno, finché il dolore è quello degli altri…

Gianfranco Irlanda

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Foto di Peppe Iovino

La nuova strada dell’immigrazione, quella che dalla Grecia porta fino in Ungheria e da li fino al centro nord Europa, è un itinerario che conosco molto bene, specialmente la tratta serba.
Con il camion e l’auto l’avrò percorsa centinaia di volte, e posso assicurare che non è delle più agevoli, i Serbi con noi non erano molto accoglienti, anzi spesso erano addirittura ostili.
Certo noi abbiamo le nostre colpe, se la Palestina fosse stata riconosciuta a livello internazionale con la velocità con la quale è stato riconosciuto il Kosovo, forse oggi ci saremmo risparmiati migliaia di stragi mediorientali, e forse questo esodo di persone in fuga dal Africa e dal medio oriente sarebbe stato più circoscritto .

Certo, con i forse, i se, è i però, non si fa la storia, quella è scritta dai fatti.
Questi dicono che un enclave Albanese residente in Kosovo, per anni ha subito soprusi da un governo a dir poco dispotico, da questi comportamenti è nata una guerra che io chiamo civile, perché nonostante le diversità religiose e culturali, il Kosovo era Serbia.
In contesti simili è difficile trovare una soluzione che metta tutti d’accordo, anche volendo capire le ragioni Serbe, credo che la divisione sia stata la scelta più giusta.
Negli anni gli errori della politica di Belgrado hanno portato la nazione sempre più verso un isolamento, questo da parte della comunità internazionale è stato un grande errore.

Tutti in Europa abbiamo subito dittature, scelte sbagliate, ma grazie al senso di comunità e ai rapporti internazionali, siamo riusciti a riemergere, alla Serbia questa possibilità è stata negata. Nel bene e nel male la comunità internazionale s’è prodigata a trovare una soluzione, forse non è stata quella più adatta, ma nel momento del bisogno sono intervenuti, anche a caro prezzo, con scelte che hanno destabilizzato non poco una penisola che nei suoi anni di gloria ha saputo distinguersi dalle altre nazioni comuniste. Nell’era di Tito nonostante il suo totalitarismo la Jugoslavia era la nazione che riconosceva determinati diritti, che in altre nazioni di oltre cortina erano solo dei sogni irrelizzabili.

Oggi questi territori vengono attraversati dai migranti in fuga, da gente che cerca di rifarsi una nuova vita, persone che scappano dagli orrori delle guerre che nella maggio parte dei casi siamo stati noi occidentali a fomentare, solo per i nostri interessi economici.
La Serbia in questo contesto credo che stia riuscendo a dare lezioni di umanità a tutte le super potenze Europee, lasciando la libertà di circolazione sui propri territori a tutte queste persone che cercano solo un po’ di libertà, infatti il governo di Belgrado in queste ore sta dando dei documenti provvisori, per dare la possibilità di accedere ai servizi di prima assistenza, come quelli per avere la possibilità di ricevere soldi.
Nella capitale le associazioni locali stanno distribuendo viveri e indumenti, oltre a comportarsi come veri e propri info point.

In quei posti ho lasciato un pezzetto del mio cuore, di quelle terre ho tanti ricordi, molti belli e, altri brutti, negli anni ho sempre parlato della Serbia con rispetto, e molte volte ho dovuto affrontare delle discussioni molto accese per difendere un popolo che spesso volte viene liquidato con superficialità, le notizie che mi arrivano dai quei territori mi fanno gioire, perché la mia idea su quel popolo è stata confermata, solo chi ha sofferto può capire chi si trova in difficoltà.
Anche noi in passato abbiamo avuto i nostri problemi, forse le nostre ferite sono guarite, forse per questo non riusciamo più ad essere L’Italia della bella gente, l’Italia gentile.

Marco Manna

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