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josè mourinho

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Da Mou a Gianni Brera

Se fosse stato un attore avrebbe vinto il premio Oscar ad ogni film, se fosse stato un politico avrebbe vinto il premio Nobel, se fosse stato un calciatore avrebbe vinto più di un pallone d’oro. Ma è soltanto un allenatore e si chiama Josè, cognome Mourinho. Cinico, ironico, colto, spigliato, vincente, teatrale: quanti aggettivi potremmo usare per definirlo?

Oggi José è stato esonerato dal Chelsea. Pessimi i risultati raggiunti dall’inizio di stagione con i blues. E’ il primo esonero per Josè.

 

José comincia da assistente di suo padre allenatore. Poi secondo di Robson al Setubal e al Porto. Fino al Barcellona sempre con Robson e poi con Van Gaal. Intraprende finalmente il suo percorso di allenatore al Benfica, all’Uniao Leira per tornare al Porto dove vince prima la Coppa Uefa e poi la Champions League. Seguono Chelsea, Inter e Real Madrid. Fino al ritorno da Abramovic conclusosi con l’esonero.
Un unico filo conduttore attraversa tutte le sue esperienze: tanti successi e uno straordinario rapporto con ogni calciatore. Hanno fatto epoca le sue lacrime in quell’abbraccio con Materazzi nel garage del Bernabeu prima di salire sull’auto di Florentino Perez. Nella storia quelle dichiarazioni nelle conferenze di presentazione «Io mi sento uno special one» al Chelsea e «Io non sono pirla» all’Inter. I colpi teatrali come quel gesto a far la mossa delle manette o i suoi sproloqui nelle conferenze prima delle partite: come il leit motiv del «Zero tituli». Si ama o si odia, lo si stima o lo si denigra: la mezza misura non fa parte del suo universo. Chi vuole criticarlo asserisce che ha sempre allenato squadre di campionissimi. Vero solo in parte.
A sentir raccontare la sua carriera si impara, si apprende, riesce sempre a farti sintonizzare empaticamente con le sue emozioni. Quando Josè Mourinho sale in cattedra e spiega come si allena, come si vince, come vive un professionista che ama maledettamente il suo lavoro spicca più della preparazione professionale, la sua attitudine per le relazioni interpersonali, per la comunicazione. «Non bisogna solo saper osservare il calcio, bisogna anche saperlo comunicare per farti comprendere dai tuoi calciatori» – dice più o meno così Josè nelle sue interviste, da restare impietriti. Di lui, con quella caterva di comportamenti forzati che mirano allo spiazzamento dei suoi interlocutori, emerge più di tutto una semplicità unica nell’approcciarsi alle cose. Come solo i grandissimi sanno fare produce dal suo animo ricco di contraddizioni universali una personalità netta e singolare. Se fosse filosofo (e forse un po’ lo è) si parlerebbe di trascendenze e immanenze. Josè Mourinho avvolge ogni categoria dell’animo umano. Cialtrone e signore, simpatico e antipatico, realista e sognatore. Sempre lui, con quella sua spiccata consapevolezza compiaciuta di chi nella vita ne ha viste tante e tante superando ogni muro, valico, barriera. Showman, avvocato, medico, giornalista: Josè Mourinho riuscirebbe in ogni campo. Forse ci si nasce, forse si diventa. Di sicuro è inimitabile. Chi ci ha provato a ricalcare le sue gesta ha raccolto soltanto brutte figure. Basta osservare la rivoluzione epocale che ha portato nella comunicazione e nel calcio italiano. Zenga che arrivato a Palermo dichiara di puntare allo scudetto, o Mihajilovic che alza il tiro degli insulti di conferenza in conferenza stampa.
Tantissimi provano a stargli dietro, nessuno a raggiungerlo. Forse anche Mazzarri ha provato qualche volta ad emularlo fermandosi (per fortuna) un secondo prima che la realtà si trasformasse in farsa, in sceneggiata burlesca, in commediuccia banale. Dopo Josè solo brutte copie, tutte mal riuscite. Quando sento una sua intervista mi fermo e dico: «Oggi ho imparato qualcosa». Lezioni di calcio, forse un po’ esagerando si potrebbe anche dire lezioni di vita. Quanto mi sarebbe piaciuto che un grandissimo come lui, mito dello sport che resterà a futura memoria, fosse stato contemporaneo di un mito del giornalismo come Gianni Brera. Chissà quel vecchio tutto barba e pipa che cosa gli avrebbe chiesto. E chissà che soprannome gli avrebbe affibbiato. Uno che scriveva: «La pipa esige calma, interiore livello filosofico, sublime pacatezza dell’anima. Le sue delizie sono infinite e non tutti possono accedervi senza adeguate risorse religiose. Bisogna conquistare anche quel fumo ormai sapiente da secoli». Nella mente e nell’animo umano per fortuna ci sono circostanze immaginarie che il tempo non può afferrare. Proprio come il fumo.  Arrivederci Josè. Ti aspettiamo sulla prossima panchina.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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La storia del calcio

Josè

Se fosse stato un attore avrebbe vinto il premio Oscar ad ogni film, se fosse stato un politico avrebbe ottenuto il premio Nobel, se fosse stato un calciatore avrebbe alzato al cielo più di un pallone d’oro. Ma è soltanto un allenatore e si chiama Josè, cognome Mourinho. Cinico, ironico, colto, spigliato, vincente, teatrale: quanti aggettivi potremmo usare per definirlo?

Josè comincia la carriera da assistente di suo padre allenatore. Poi secondo di Robson al Setubal e al Porto. Fino al Barcellona sempre con Robson e poi con Van Gaal. Intraprende finalmente il suo percorso di allenatore al Benfica, all’Uniao Leira per tornare ancora al Porto dove vince prima la Coppa Uefa e poi la Champions League. Seguono Chelsea, Inter e Real Madrid.

Ora di nuovo un ritorno, al Chelsea. Ma i risultati non arrivano: i Blues languono quattordicesimi in classifica, con appena undici punti in dieci partite e con la metà dei punti delle capolista Manchester City e Arsenal. Ieri l’eliminazione in Coppa di Lega, ai calci di rigore, contro lo Stoke City. Mou, per assurdo che sia, rischia l’esonero.

Un unico filo conduttore attraversa tutte le sue esperienze: tanti successi e uno straordinario rapporto con ogni calciatore. Hanno fatto epoca le sue lacrime in quell’abbraccio con Materazzi nel garage del Bernabeu prima di salire sull’auto di Florentino Perez. Nella storia sono entrate quelle dichiarazioni nelle conferenze di presentazione «Io mi sento uno special one» al Chelsea e «Io non sono pirla» all’Inter. I colpi teatrali come quel gesto a far la mossa delle manette o i suoi sproloqui nelle conferenze prima delle partite: come il leit motiv del «Zero tituli». Si ama o si odia, lo si stima o lo si denigra: la mezza misura non fa parte del suo universo. Chi vuole criticarlo asserisce che ha sempre allenato squadre di campionissimi. Vero solo in parte.
Quando parla Josè si apprende, riesce sempre a farti sintonizzare empaticamente con le sue emozioni. Spicca più della preparazione professionale, la sua attitudine per le relazioni interpersonali, per la comunicazione. «Non bisogna solo saper osservare il calcio – disse in un’intervista –  bisogna anche saperlo comunicare per farti comprendere dai tuoi calciatori». Di lui, con quella caterva di comportamenti forzati che mirano allo spiazzamento dei suoi interlocutori, emerge paradossalmente una semplicità nell’approccio alle cose. Come solo i grandissimi sanno fare produce dal suo animo ricco di contraddizioni universali una personalità netta e singolare. Se fosse filosofo (e forse un po’ lo è) si parlerebbe di trascendenze e immanenze. Josè Mourinho avvolge ogni categoria dell’animo umano. Cialtrone e signore, simpatico e antipatico, realista e sognatore. Sempre lui, con quella sua spiccata consapevolezza compiaciuta di chi nella vita ne ha viste tante e tante superando ogni muro, valico, barriera. Showman, avvocato, medico, giornalista: Josè Mourinho riuscirebbe in ogni campo. Forse ci si nasce, forse si diventa. Di sicuro è inimitabile.

Chi ci ha provato a ricalcare le sue gesta ha raccolto soltanto brutte figure. Basta osservare la rivoluzione epocale che ha portato nella comunicazione e nel calcio italiano. Zenga quando arrivò al Palermo dichiarò di puntare allo scudetto, o Mihajilovic che alle prime esperienze cercava di alzare il tiro degli insulti ad ogni conferenza stampa.
Tantissimi provano a stargli dietro, nessuno a raggiungerlo. Forse anche Mazzarri ha provato qualche volta ad emularlo fermandosi (per fortuna) un secondo prima che la realtà si trasformasse in farsa, in sceneggiata burlesca, in commediuccia banale. Dopo Josè solo brutte copie, tutte mal riuscite.

José andrà probabilmente via dal Chelsea, è il primo vero fallimento della sua carriera. Per lui già si aprono le ipotesi di allenare il Paris Saint Germain o un clamoroso ritorno all’Inter. Nel massacro di stampa, commentatori e opinionisti nei suoi confronti mi sembrava doveroso intervenire in suo favore. Perché di Mourinho non ne nascono tanti nella storia del calcio e questi ultimi risultati non possono scalfire la grandezza di chi ha cambiato il corso di questo sport anche attraverso la comunicazione. Tutto il resto è noia!

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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