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L'Italia dei social

Chi pretende la vittoria da De Laurentiis è ignorante. Parleremo di calcio, ma in realtà parleremo assai di più della società in cui viviamo. Un mondo dove ormai i social network ci forniscono forti percezioni su cosa sia diventata l’Italia che si appresta ad entrare negli anni ’20 del secolo. Perché, dal calcio, è possibile scattare una fotografia del nostro tessuto sociale pressoché vicina alla realtà. Lo spunto per scriverne me lo hanno dato alcuni commenti sulla nostra pagina Facebook quando cerchiamo di dire la nostra su quale sia l’effettiva realtà del Calcio Napoli. Realtà non compresa, non accettata, non riconosciuta da troppi. 

“Noi vogliamo vincere” e “De Laurentiis è un pappone”. Sono i commenti più in voga. Chi difende il presidente o, almeno, come facciamo noi, l’operato della Ssc Napoli in vasti settori, diventa di conseguenza un “Pappa boys”. Generalmente questi avventori sulla nostra pagina Facebook passano poi ad una metaforica rappresentazione esistenziale applicata al calcio. “Se ti accontenti nella vita non arrivi da nessuna parte”.  Lo scriviamo con le maiuscole per rafforzare l’assurdo concetto: “SE TI ACCONTENTI NELLA VITA NON ARRIVI DA NESSUNA PARTE”. Ovviamente ignorando che della nostra vita siamo (non sempre, in molti aspetti quasi mai) padroni direttamente noi stessi. Il Calcio Napoli ha invece un proprietario che gestisce privatamente una società sportiva. E quindi che tu possa accontentarti o meno dei risultati conseguiti non fa alcuna differenza. 

Persone che ragionano così sono elettori, votano, possono stabilire chi governa il Paese. Votano pure quelli che ripetutamente commentano commettendo veri e propri orrori ortografici. Quante volte vi capita di leggere sui social commenti con “a preso”, “a fatto”, “a detto”? Dove il concetto dell’H muta è compreso decisamente in maniera fuorviante. L’H muta applicata, oltre che al parlato, finanche allo scritto. Eppure votano, decidono, influenzano, fanno massa critica. E sono pure convinti di avere ragione. Non mollano un post finché non sono loro ad avere l’ultima parola. Ecco perché dal calcio ci sembra di poter leggere una perfetta sintesi di ciò che è diventata l’Italia di oggi.

Un’Italia dove chi ha più conoscenze, grazie ai social, può essere insultato e messo alla berlina da uno che non sa neppure scrivere in italiano. Un’Italia dove la sorte dei nostri bambini, se devono o non devono vaccinarsi, è stabilita dalle “maggioranze”, non dagli esperti. Dove se cade un ponte i social si riempiono di 60 milioni di ingegneri come prima accadeva solo ai Mondiali quando si era tutti allenatori di calcio. Un’Italia – dicono bene Salvini e Di Maio – dove le prossime sfide elettorali si decideranno tra élite e populisti. Dove ovviamente chi fa parte di un’élite va visto con disprezzo e malfidenza. “Noi siamo il popolo, facciamo quello che dice il popolo”. Un popolo che però è diventato nel frattempo sempre più ignorante come certificano tutte le statistiche che ci piazzano tra i più ignoranti d’Europa. Ma, ciò che è più grave, un popolo dove chi ha conseguito un titolo di studio, capacità, conoscenze è messo esattamente alla pari con chi non ne ha. Non solo, ma dove l’ignorante non guarda più – come accadeva un tempo – alla persona più colta come un modello da raggiungere, ma come un saccente che dice cose che non sono gradite, quindi da eliminare, offendere, ingiuriare.

Chi scrive non ha una laurea ad Harvard o chissà quali conoscenze di astrofisica. Non si considera neppure facente parte di un’élite, anzi. Per esempio, in segno di rispetto parlo in napoletano con chi non parla italiano, si tratta di umanità perché non tutti hanno avuto le stesse possibilità, soprattutto chi è cresciuto in altre generazioni. Discorso oggi, con l’obbligatorietà della scuola, che non avrebbe più neppure molto senso. In generale tendo però a fidarmi di coloro che ne sanno di più. Anche fidarsi di chi ne sa di più è però diventato complesso ai tempi del web e dei social. Non è difficile infatti trovare su internet, ma pure sui quotidiani, due teorie opposte, su un qualsiasi tema. Troveremo sempre l’esperto che dice che i vaccini fanno male e quello che dice che invece rappresentano una soluzione. Viviamo nell’epoca della multi-verità. E quindi, anche quando si parla di dati scientifici, ad esempio i bilanci economici della Ssc Napoli, troveremo l’economista che spiega quanto faccia schifo la gestione De Laurentiis e quello che invece loda il presidente. Si torna quindi al punto di partenza, con l’avventore social che diffonde la tesi che più gli piace. Un cortocircuito che va bene per la questione migranti come per il ponte crollato a Genova. Come un oroscopo dove ognuno può leggersi quello che più gli è favorevole. 

Eppure, anche se non siamo economisti, qui su SoldatoInnamorato, vorremmo comunque fare una nostra narrazione sull’operato di De Laurentiis al Napoli. Per carità non infallibile. Non ci basiamo su bilanci, su ammortamenti o equilibri finanziari. Ci basiamo sulla storia. Una storia – questa almeno non modificabile – che ci racconta che in 92 anni di storia il Napoli ha vinto appena 2 scudetti e una Coppa Uefa. Ha fatto tutto in poco tempo, in coincidenza quando a Napoli giocava il più grande campione di sport mai esistito. Sarà un caso? Non diciamo – si noti bene – che il Napoli non debba lottare per vincere, ma che la vittoria non si possa pretendere per molteplici motivi. La storia, come detto, ma pure perché l’imprenditore De Laurentiis non ha oggettivamente le capacità economiche delle multinazionali con cui concorre. La Fiat che compra Cristiano Ronaldo, multinazionali cinesi o americane. Un modo forse ci sarebbe pure: provare a stare al passo con chi spende 100 volte di più rischiando di fallire. E’ successo. E ricordiamo tutti come è stata considerata l’esperienza di Corrado Ferlaino dai napoletani. In che modo ha lasciato il Napoli. Perché pretendere allora? Perché “Devi vincere”?

E poi apprezziamo questo Napoli pure per un fattore sentimentale. Oggi possiamo apprezzare di poter giocare in competizioni come la Champions League che prima guardavamo solo ammirando le altre squadre mentre noi eravamo a lottare per non retrocedere oppure in serie minori. Vorremmo vincere? Certo. Ma quello che abbiamo ci piace, mal che vada ce lo facciamo piacere proprio perché non abbiamo diretta influenza sull’operato del Calcio Napoli. Una società privata. Non è neppure un’entità statale dove se non mi piace un partito o un politico come gestisce una società pubblica posso influenzare con il mio voto delle scelte.  Sembrerebbe l’Abc, ma sembra di dire dei concetti lunari quando lo facciamo.

L’altra mattina, al bar, un signore esasperato mi dice: “Io sono tifoso del Napoli, quindi voglio vincere”. Gli rispondo che “Io sono uomo e vorrei passare una notte d’amore con Belen Rodriguez. Lui mi dice che è possibile. Io me lo auguro. Eppure non penso succederà. “O” i miei dubbi possa succedere… 

Valentino Di Giacomo

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1523221588048_azzurripallanuotoesultanoIn questo weekend si è disputata l’Europa Cup manifestazione riservata alle Nazionali di Pallanuoto. Dopo la sconfitta per 11-4 contro la Spagna, l’ Italia di Sandro Campagna ha battuto l’ Ungheria vice Campione del Mondo 10-5, poi la Grecia 10-7 e nella finale terzo e quarto posto la Serbia. I fortissimi serbi iniziano bene il match portandosi  subito sul 5-1. Ramanzina del Ct Campagna e l’Italia pareggia i conti con un parziale di 7-2. Alla fine l’Italia si aggiudica il match per 10-9 arrivando terza in un mini europeo. Protagonisti in questo weekend pure tre pallanuotisti che militano nelle squadre napoletane di A1 VelottoRenzutoIodice Dolce. Il prossimo weekend riprenderà regolarmente il campionato.

Claudio Gervasio

Fonte foto:Raisport.it

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Il circo mediatico

Quando i soldati americani giunsero nel campo di concentramento di Buchenwald e si trovarono di fronte a quelle immagini indescrivibili avvertirono dei malori. Si chiedevano come potessero degli esseri umani provocare tanto male ad altri esseri umani. Tutti nelle vicinanze del campo sapevano cosa accadeva lì dentro. E così i militari raggrupparono tutti gli abitanti della zona e li portarono all’interno del campo di sterminio ad osservare cosa era stato fatto anche grazie al loro complice silenzio.

Ci sono filmati della liberazione del campo in cui signore eleganti portano le mani agli occhi per non guardare tutto quell’orrore. I signori sfilano in mezzo ai morti torturati camminando con i loro impeccabili cappotti. La decisione degli americani fu di mostrare anche ai tedeschi quelle immagini. Perché tutto quello che era accaduto in quel campo non sarebbe stato spiegabile con le parole perché tutto era troppo oltre qualsiasi immaginazione più macabra e terribile. Ai militari delle SS venne invece ordinato dagli americani di dare sepoltura ai cadaveri ammassati, forse l’unico modo efficace per umiliarli. 

Scrivo questo dopo aver assistito alla sceneggiata che abbiamo visto sui campi di Serie A. I tifosi della Lazio qualche giorno fa avevano ritratto su dei fogli Anna Frank con la maglietta della Roma. Una cosa schifosa, ma che il circo mediatico e dei social ha contribuito a diffondere. Magari era un passamano tra quattro teste di cazzo, ma così facendo si è data un’importanza e una pubblicità a quelle che restano sempre e comunque quattro teste di cazzo. Così, nella ormai perenne distorsione mediatica, è passato il concetto che gli italiani (o gli sportivi, i tifosi, gli ultrà), avessero la necessità di essere istruiti su cosa sia realmente accaduto agli ebrei nei campi di sterminio. E non è così. Basta scendere in strada, parlare con le persone, quanti conoscenti avete che offenderebbero la memoria di quei morti ammazzati? Vi sembra esista un’emergenza?

Al di là di questo, ciò che è più grave, è l’assurdo comportamento della Lega Calcio e della Federazione (con la complicità dei broadcaster televisivi) che hanno costruito la solita sceneggiata banale per ricordare, come si fa con i bambini, che “No, cattivo, non si fa”. Prima delle partite è stato letto un passaggio del diario di Anna Frank (che per Mihajilovic si chiama Anna FRANKIE – come detto ieri in un’intervista a Sky). E poi abbiamo dovuto subirci il pippotto moralistico dei bamboccioni viziati e strapagati come Bernardeschi. Perché ovviamente lo show è show e segue i propri rigidi schemi. 

Così facendo le istituzioni del calcio hanno potuto mostrare la loro pelosa attenzione a questo genere di fenomeni. Tutti felici e contenti, anche l’Italietta da social network perennemente indignata, tutti sempre pronti con i loro milioni di indici ad agitare l’accusa. I pollici, come si sa, sono impegnati per mettere i like sulle foto di qualche cesso scardato che davanti allo specchio si è fatto il selfie con la borsa nuova o con l’addominale appena scolpito in qualche fetida palestra.

Tutto può quindi tornare alla normalità. In un mondo in cui convivono il minuto di silenzio per le vittime del terremoto di Ischia, e qualche attimo dopo i cori sul Vesuvio che deve lavarci col fuoco. Dove convive l’esaltazione dei tifosi che festeggiano i gol di un loro calciatore “negro” e subito dopo i buu per il giocatore “negro” della squadra avversaria. E’ tutto normale nella schizofrenia di un mondo che ha perso completamente il senso della realtà. Così nell’offesa, così nel ricordo di una tragedia.

Il problema è che ormai commemoriamo date, celebrazioni, anniversari automaticamente, ma non ci ricordiamo manco più perché si fa. A Natale si festeggia l’albero e gli struffoli, a Pasqua si festeggia il capretto e la pastiera. Perché non lo sappiamo manco più perché ci sediamo a tavola tutti insieme. 

E così ci dimentichiamo pure perché fa schifo offendere la memoria di Anna Frank e di tutti gli ebrei ammazzati e scamazzati in ogni modo da altri esseri umani. E ci dimentichiamo, soprattutto, che un Paese serio avrebbe trovato e acciuffato i responsabili di quel gesto e magari avrebbe portato quelle quattro teste di cazzo a fare un tour in uno dei campi di sterminio nazisti. Come fecero gli americani a Buchenwald.

Troppo facile così: sentirci tutti terroristi quando i terroristi ammazzano i vignettisti di Charlie Hebdo, tutti assassini quando un uomo ammazza una donna (coniando quella munnezza di termine “Femminicidio” che contiene già in sé tutto il non-senso di questa società), tutti razzisti quando viene commessa violenza su persone di altre etnie. 

Andiamo dietro le emergenze, ci piace così. In un circo mediatico che non ha fine e dove tutti, ma tutti tutti tutti, hanno sempre qualcosa da dire. Pure quando non sono all’altezza di misurarsi con certi argomenti. Da questo punto di vista sentire Bernardeschi che parlava di sterminio degli ebrei è stata la chicca finale, un momento topico di ipocrisia e banalità, in una spettacolarizzazione costante di qualsiasi evento. Bello o brutto, chi se ne fotte, the show must go on. 

Trovate i responsabili di quei gesti intollerabili, educateli. Organizzare queste sceneggiate  moralistiche offende davvero la memoria di quelle persone uccise. Come tante volte mi sono sentito offeso io, da napoletano, guardando di tanto in tanto quel finto, insulso, insopportabile teatrino mediatico quando in tv o sui giornali vogliono farci la predica sul Vesuvio. Siete finti. Banali. Inutili. Questo non è educare, è romanzare. E, continuando a non educare, renderemo sempre di più uno spettacolo ogni cosa. Bella o brutta che sia, non farà differenza. Per nessuno. L’importante sarà dire “io c’ero”. E non importa se sui social, in tv o sui giornali. Tutto purché manifestare in ogni modo la propria misera esistenza.  

Valentino Di Giacomo

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Antonio Conte (foto da Flickr)

5 difensori in linea, 3 centrocampisti di cui due pronti a scendere sulla linea dei difensori, qualche portatore di palla che deve far arrivare il pallone a due attaccanti di cui uno più bravo a fare a sportellate che altro, lo odiavo quando lo faceva Reja con un Napoli senya pretese figuriamoci ora che lo fa Conte per vincere un torneo internazionale.

Il CT dell’Italia, aveva a disposizione una difesa di altissimo livello, uno dei portieri migliori della storia del calcio e non ha saputo fare nulla di meglio che portare il calcio italiano indietro di almeno 30 anni, certo una scelta che spesso si rivela vincente e per questo io stesso ero abbastanza sicuro della vittoria dell’Europeo, ma che sicuramente non ha fatto il bene del nostro calcio: poca meritocrazia, nessuna innovazione tattica e un calcio tutto cuore e polmoni tanto anacronistico quando poco fruttuoso in ambito internazionale

L’italia fa così schifo che poteva vincere, non ho mai tifato per la nazionale e non avrei esultato, ma questa squadra ha meritato di arrivare ai quarti cosi come ha meritato di uscire contro i tedeschi, Conte è stato bravissimo a spremere i giocatori e farli arrivare ai quarti ma proprio nella partita con la Germania ha dimostrato la sua totale incapacità di gestire gli scontri secchi: far entrare Zaza al 120° ne è la provafinale,

Vuoi portarla ai rigori contro giocatori di maggiore esperienza?
Vuoi far tirare un rigore a un giocatore totalmente freddo che avrebbe potuto sostituire un giocatore sfinito come Pellè?

Non ti sorprendere se poi sbagliano entrambi.

Ora conclusasi l’esperienza di Conte a noi Napoletani non resta che sperare che Insigne torni felice e galvanizzato dai pochi minuti giocati e dal rigore trasformato e che il nuovo ct possa dare lo giusto spazio ai (pochi) italiani che giocano nel Napoli.

Paolo Sindaco Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

22 giugno, Villeneuve-d’Ascq, Francia. Allo Stade Pierre Mauroy è il minuto 65 di Italia-Irlanda, valida per la qualificazione alla fase finale degli Europei. La Nazionale, partita non certo con i migliori auspici ma nella segreta speranza di un riscatto intorno alla solita retorica del gruppo e del patto d’acciaio tra squadra e allenatore, è in una pessima situazione. Le due partite precedenti sono state una disfatta: una sconfitta senza appello all’esordio contro il Belgio con i gol di De Bruyne, Hazard e Nainggolan (Mertens è subentrato verso la fine senza incidere confermando il suo karma di riserva) ha cancellato ogni prospettiva di primo posto; al secondo turno era obbligatorio superare la Svezia, ma uno Zlatan formato Godzilla e l’imprecisione di Immobile, Pellè ed Eder hanno fermato gli azzurri sull’1-1 (il vantaggio italiano è di Candreva su calcio di rigore dubbio). Dopo la partita Chiellini è entrato in psicoterapia, dato che continuava a camminare circospetto per i corridoi dell’albergo col terrore che spuntasse Ferreira-Carrasco da un angolo buio; così è stato schierato titolare Ogbonna, che nel primo tempo si è perso O’Shea su calcio d’angolo provocando il vantaggio irlandese. Acerbi, Criscito, Rugani, Romagnoli e Tonelli, che si sono organizzati insieme per visionare la partita in villeggiatura, pubblicano un selfie con birre ghiacciate e sorrisi soddisfatti sull’account Twitter del neo-napoletano. Nel frattempo arriva la peggiore delle notizie: nonostante le difficoltà difensive Re Zlatan, ormai onnipotente, ha appena segnato in rovesciata volante il 2-2 contro il belgio, che qualifica entrambe le squadre.

Conte non sa che pesci prendere. Per sperare di essere ripescato tra le migliori terze ha bisogno di ribaltare il risultato, ma De Rossi in regia si abbassa sulla linea difensiva pure sui calci d’angolo a favore, i dribbling prevedibili di Giaccherini non creano mai superiorità numerica, Immobile attacca la profondità senza criterio con la linea avversaria praticamente appesa alla traversa, Pellè si spende tanto e prende tante mazzate ma non riesce a far salire la squadra. Così decide di giocarsi il tutto per tutto: si tappa il naso e mette dentro Insigne, quel ragazzetto che non gli piace per niente perchè non ha mai giocato nella Juventus e non può giocare nè da quinto di centrocampo nè da seconda punta, passando al 4-3-3 e sperando nel miracolo.

L’esterno del Napoli dà tutto, corre, pressa, ma la squadra non riesce a interpretare bene un modulo ormai messo da parte e il minutaggio ridottissimo delle amichevoli non ha permesso a Lorenzo di sviluppare intesa con i compagni; in più Giaccherini continua ad accentrarsi occupando il suo spazio preferito, Ogbonna da terzino sinistro non farebbe una sovrapposizione nemmeno sotto tortura, e Pellè riempie per intero l’area anzichè cercare di svuotarla, mandando in crisi il povero Insigne abituato ai movimenti di Higuaìn, Hamsik e Ghoulam. Un paio di tiri a giro fuori dallo specchio non bastano: l’Italia perde, si piazza quarta nel girone e va vergognosamente a casa. Psicodramma.

Nei giorni successivi la stampa è unanime: che egoista Insigne, non passava mai il pallone, provava a fare tutto di testa sua, andrebbe bandito dalla Nazionale! E poi con quel taglio di capelli zarro sembra un guappetiello di Gomorra, è evidente che non si impegna. Buffon e Bonucci da parte loro fanno la voce grossa e dicono genericamente che “i giovani devono capire che in Nazionale bisogna dare tutto, mica fare i fighetti coi tiri a giro”. Lorenzo ci prova a spiegare che con quei compagni aveva giocato in tutto un’ora complessiva in amichevole, che l’Irlanda difendeva il vantaggio e intasava gli spazi, che ci ha provato con tutto sè stesso ma non è possibile ribaltare una partita da solo in venti minuti, che non è giusto incolpare lui che è stato sempre tenuto a margine; niente da fare. La stagione successiva Insigne, psicologicamente distrutto, perde il posto da titolare in favore di Mertens, almeno fino a Febbraio quando  Higuaìn colpisce il belga su una rotula con un randello perchè in tutto il girone di andata gli aveva passato cinque palloni e pure male.

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Questo scenario è ovviamente di fantasia e chi scrive si augura che l’Italia venga trascinata dal nostro Lorenzo, più per il bene suo che della maglia azzurra sbagliata. Purtroppo però le scelte di Conte in amichevole dimostrano chiaramente che davanti a lui ci sono non solo l’onesto Pellè e il buon Zaza, ma anche gli impresentabili Immobile ed Eder, che in questa stagione hanno dimostrato di correre tanto ma anche di non buttarla dentro nemmeno con le mani. Così, come in Brasile, sicuramente Insigne verrà lanciato nella mischia soltanto quando ci sarà da recuperare l’irrecuperabile; e realisticamente non ci riuscirà, perchè le sue qualità non possono far svoltare in pochi minuti una selezione che di qualità non ne ha proprio per niente. A questo punto tanto valeva lasciarlo a casa, se nel disastro annunciato che sta arrivando deve andarci lui, il meno colpevole, per sotto.

Roberto Palmieri

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Antonio Conte (foto da Flickr)

Non ho mai tifato Italia, non l’ho seguita e non mi ha mai appassionato. Non è tanto un fatto storico o identitario ma c’è poco da fare, sono napoletano e tifo Napoli, anche l’Italia per me è solo un’altra squadra. 
Ho ovviamente tifato per Maradona nell’86 e ’90, ho sempre amato follemente il Brasile, mi piace un sacco seguire le squadre improbabili e i loro piccoli eroismi, ma l’entusiasmo per la statale non mi ha mai coinvolto, neanche nel 2006, quando scese in strada a festeggiare anche chi era sulle mie stesse posizioni.

La seria a è a un livello bassissimo, tante polemiche e pochi campioni, i settori giovani stentano a tirare fuori talenti e salvo poche eccezioni i giovani esordiscono in serie A tardissimo e quasi sempre fanno al massimo da comparse. Inutile girarci intorno, il calcio Italiano è in crisi.

Ci sono in giro ottimi giocatori ma i pochi campioni affermati sono ormai avanti con gli anni e non è stato facile per Conte fare le sue scelte. Se in passato allenatori si sono trovati a dover lasciare fuori qualcuno fra Zola, Totti, Baggio, Del Piero o Signori, a dover inventare per loro ruoli improbabili pud di farli giocare o a costringerli a staffette fra primo e secondo tempo per affrontare i problemi di abbondanza, oggi il tecnico della Statale si di fronte il problema opposto.

Le scelte di Conte sono state contestati da molti, ha lasciato a casa giocatori che hanno fatto un campionato straordinario, atleti con numeri paragoabili ad affermati campioni europei facendo scelte improponibili, preferendo i “portatori di legna” ai piedi fini, i distruttori di gioco avversari ai costruttori di gioco. 
L’idea che ci si è fatti è abbastanza chiara: 3-5-2 poco gioco, partite addormente e cercare di andare in vantaggio e conservarlo, magari mettendo anche al sicuro il risultato con un secondo goal. Perchè il calcio è così non vince necessariamente il bel gioco, non vince necessariamente il calcio… vince chi la butta dentro una volta più dell’avversario e per farlo ci sono due modi: il calcio e il suo opposto. E Conte sa bene che l’anticalcio si rivela spesso vincente.

Se a questo aggiungiamo che spesso gli europei regalano sorprese, che la Favorita non sempre vince e che le cenerentole come Grecia e Danimarca non sono poi così rare, le possibilità per l’Italia non sono così remote, e il carro del vincitore sarà di nuovo pronto a ospitare chi oggi insulta la statale italiana.

Io per fortuna il 10 luglio non sarò in Italia, sarò a Brema, e dopo la finale potrò dormire tranquillo senza troppa ammuina sottocasa… a meno che non vinca la Germania.

Paolo Sindaco Russo

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Il conflitto interiore

Vorrei tifare per la Nazionale italiana. Vorrei emozionarmi, vorrei avvertire quella sensazione di “vita o di morte” che avviene nelle manifestazioni internazionali. Vorrei rivivere qualche sensazione di quando di fianco a mio padre sul divano guardavamo le gesta di Baggio, di Totti o di Maldini. Non ci riesco più. Certo, il mio rapporto con la Nazionale italiana è stato scombussolato sin da bambino: il mio primo mondiale fu Italia ’90. Eh no, proprio non mi si poteva chiedere di tifare contro Diego e quindi fui subito albiceleste, tutta la vita. Epperò poi, già da Usa ’94, mi appassionai alla maglia azzurra. C’erano molti miti in quella squadra: Baggio su tutti, ma pure Baresi e Maldini. Mi venne ancor più semplice tifare per loro dopo l’agguato a Diego e la sua squalifica all’antidoping costruita a tavolino. E poi è bello vivere intensamente queste manifestazioni, lasciarsi trasportare da quelle sensazioni di euforia collettiva.

Ma perché oggi dovrei tifare per l’Italia? C’è un allenatore, Conte, che non mi piace. Oltre ad essere, è bene ricordarlo, un condannato. Sarà pure stato assolto dai tribunali ordinari, ma per i tribunali sportivi è un condannato in terzo grado di giudizio. E a me questa cosa è rimasta. Poi c’è la solita Ital-Juventus, gente che avrà vinto pure 5 campionati, ma vorrei sfidare qualcuno nel dire che abbia fatto un gioco divertente sia con la gestione Allegri che con quella di Conte. Non c’è epica in quella Juve, non c’è epica in questa nazionale. Non c’è un calciatore che faccia sognare, non c’è un talento che alimenti il mio bambino interiore. Neppure Insigne, che poi staremo a vedere per quanti minuti sarà impiegato.

Eppure come mi piacerebbe rivivere certe sensazioni. Ma ormai è tardi. E’ tardi ormai da qualche anno per uno come me che persino l’Italia del 2006 la visse con un certo distacco e senza sentirsi addosso la vittoria. Negli anni mio padre, anche ora, un po’ come il De Filippo di Casa Cupiello, mi chiede “Te piace ‘a Nazionale?”. E io gli rispondo sempre di no. “Nun me piace”. Non riesco a tifare per questa gente.

E c’entra persino poco tutto il revanscismo “neoborbonico”, nato con i migliori fini, poi trasformatosi surrettiziamente in manifesto demagistriisiano, anti-nazionale e spesso stucchevole. Tutto quello che c’era prima era meglio, tutto quello che è venuto dopo è usurpazione di una specie di stato totalitario. A volte si esagera. Eppure che ci posso fare? A prescindere da tutto, a mme ‘a nazionale nun me piace!

vDG

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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

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Foto di Juan Fernández

Ieri 11 gennaio 2016 sono iniziati i campionati Europei di Nuoto sia del Settebello che Setterosa valevoli per la qualificazione a Rio 2016. Per il torneo maschile già qualificate in Brasile il paese ospitante, Serbia-Croazia- Grecia podio del mondiale di Kazan 2014. A Rio va direttamente la vincente e al Pre Olimpico di Trieste che si disputerà in primavera le nazionali dal secondo al quinto posto.

Per l’Italia Maschile potrebbe bastare pure affrontare una delle nazionali già qualificate per avere il pass diretto. Nella squadra allenata dal ct Campagna ci sono tre giocatori nei convocati che militano nelle compagini napoletane. Valentino Gallo(Posillipo), Fabio Baraldi(Canottieri ) e Stefano Luongo (Acquachiara).

L’Italia iniziava il match con questi sette uomini: Tempesti-Giorgetti-Presciutti-Di Fulvio-Gallo- Aicardi e l’Italo francese Bodegàs. Bodegàs a 5.58 dall’inizio del match portava in vantaggio l’Italia , subito dopo traversa Tedesca grazie alla parata di Tempesti. In seguito bella parata del portiere Tedesco Kong. Prima dell’intervallo Giorgetti segnava il 2-0 che faceva terminare il parziale. Nella ripresa l’Italia sfruttava meglio la superiorità numerica segnando pure un rigore con Giorgetti che la portava sul 4-1. Dopo metà gara ecco il goal dei Tedeschi con Schueler.

Subito dopo a 4.22 dall’inizio del secondo Quarto Figlioli segnava il 5-1. Dopo di che buio totale con l’Italia che allungava con due reti di Gallo e Aicardi, andando all’intervallo lungo sul 8-1 .Alla ripresa delle ostilità nel terzo quarto la musica non cambiava con l’Italia in controllo totale del Match andando in marcatura con Presciutti-Stefano Luongo e con due goal di Aicardi.

Per la Germania in rete Nossek- Stamm- Bukowski. Anche in questo caso l’Italia chiudeva il parziale in vantaggio sul 4-3 con il punteggio che recitava 12-4. Nell’ultimo quarto da segnalare i cambi dei due portieri. Per i Tedeschi entrava Schenkel e per l’Italia Del Lungo. Arrotondavano il punteggio per il definitivo 16-5 per l’Italia in rete 2 volte Bodegàs-Presciutti- Baraldi per la Germania Juengling. A completare la splendida giornata la vittoria del Setterosa sulla Francia per 10-3.

Prossimo impegno degli Azzurri di Campagna contro la Romania Mercoledì 13 gennaio ore 18.45. Questi i parziali: (2-0=, (6-1), (4-3),(4-1).

Claudio Gervasio

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“Ti amo terrone, ti amo terrone, ti amo”. Ve lo ricordate quel coro di Mandorlini? Beh di certo in pochi lo avranno dimenticato. Per questo ieri ne abbiamo scritto. E’ il simbolo di questo Paese dove in uno stadio si canta la Marsigliese per ricordare le vittime degli attentati di Parigi, poi un minuto dopo in quello stesso stadio si consente a quegli stessi tifosi di inneggiare il solito coretto “Vesuvio lavali col fuoco“. E la colpa è di chi, pur avendo responsabilità per il ruolo che ricopre, anche mediaticamente, soffia sul fuoco invece che cercare di educare i tifosi ai valori dello sport.

Per carità nello sport conta pure vincere, oggi noi napoletani ci saremmo inquietati non poco se gli azzurri non fossero riusciti a scardinare la difesa veronese. Però, prima di tutto, ci sono dei criteri di civiltà che non possono essere dimenticati. I napoletani vanno in tutti gli stadi del nord a beccarsi questo genere di razzismo. Ormai è diventata una moda. E’ vero pure che ingigantire questo fenomeno è sbagliato: pure io allo stadio canto Roma o Milano in fiamme, poi ho tra i miei amici sia romani che milanesi e mai mi sognerei di augurargli il male. Ma il razzismo verso i napoletani dura da troppi anni e non si può derubricare a semplice “coro da stadio”. Resiste in troppe città italiane questo pregiudizio nei confronti dei meridionali, altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il motivo per cui in Italia esista ancora un partito denominato Lega Nord che basa la sua politica proprio con l’odio verso chi viene dal sud.

Tutto questo sentimento insopportabile alimenta (anche in me, non lo nascondo) un sentimento di anti-italianità da parte dei napoletani. E pensare che l’Unità d’Italia è avvenuta oltre 150 anni fa. E sorvoliamo sulle modalità di questa annessione perché altrimenti non la finiremmo più.

Se però questo razzismo continua è anche grazie ai vertici del nostro sport che mostrano una totale incapacità nel punire certi comportamenti. Oggi a Sky, dopo che Condò ha fatto notare i soliti cori contro i napoletani, Ilaria D’Amico non ha potuto dire o biascicare nulla di più intelligente di “Vabbé succede anche a Napoli in particolare più volte“. Il tutto per strizzare l’occhio, in nome del Dio Denaro, a quella parte di pubblico (E SONO TANTI) che proprio non sopporta i napoletani.

Qui a Napoli, anche attraverso il nostro sito con diversi articoli, non lodiamo i comportamenti beceri dei nostri ultrà quando commettono gesti incivili o intonano cori disdicevoli. Però questo lavoro va fatto ovunque, altrimenti la vinceranno sempre questi buzzurri che con lo sport non hanno nulla a che fare. I media, gli addetti ai lavori, la politica. Certo, se poi un allenatore del Verona, che lavora in una città ad alto tasso di razzismo, soffia sul fuoco anziché cercare di educare la propria tifoseria, allora la battaglia è proprio persa. “Ti amo terrone”, “Lavali col fuoco”, “Napoli colera”. Per quanto tempo ancora vogliamo andare avanti in questo modo? Fatecelo sapere. Lo capiremo quando anche stavolta, l’ennesima, non arriverà nessuna sanzione realmente incisiva verso chi canta queste schifezze insopportabili.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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