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il caffè mi rende tifoso

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Tra radio, figurine e La Domenica sportiva

Milan con corna: Il mio album

Mi sveglio per primo, in casa dormono ancora tutti. C’è silenzio intorno rispetto al resto della settimana, solo qualche imperterrito rumore di tapparelle sollevate. Nei palazzi non c’è frenesia come tutti gli altri giorni, discese di scale accelerate, urla di mamme e bambini. In strada non si sentono clacson. E’ una delle domeniche di quasi trent’anni fa.

Napoli. Il mio album
Napoli. Il mio album

Prendo l’album delle figurine, leggo le statistiche di alcuni calciatori, dove sono nati, in che anno. Poi sfoglio i doppioni, saranno più di duecento figurine, alcune vinte a “mignolino”, gioco in cui sono davvero bravo. Poi seleziono due squadre, ventidue faccioni in scala ridotta. Le dispongo a terra secondo i ruoli: un portiere, quattro difensori, quattro centrocampisti e due attaccanti per squadra. Due figurine capovolte da un lato e altre due dall’altro formano le porte. Con un pezzetto di carta e un po’ di saliva fabbrico una pallina e creo una partita immaginaria in cui i faccioni, se messi in piedi verticalmente, diventano veri e propri calciatori che possono passarsi la palla e tirare. Mormoro una telecronaca, immagino giocate che delle figurine non potrebbero mai creare: falli, rovesciate, tiri al volo. Quando segnano non posso urlare “goool” come faccio di solito, dormono ancora tutti in casa.

Il mio quaderno...
Il mio quaderno…

Piove e fuori non si può andare a giocare. Intanto a poco a poco la famiglia inizia a svegliarsi. Prendo dei fogli di giornale del giorno prima, li arrotolo e con del nastro adesivo fabbrico una palla. Nel salone, quella d’ingresso, diventa una porta di calcio e una cassettiera la porta opposta. Alle 14.30 inizia Milan – Napoli e io inizio a giocarla in un salotto nella convinzione che le azioni che compierò nel salotto si ripeteranno poche ore dopo a San Siro. “Maradona passa a Careca, all’indietro per Alemao; Riijkaard imposta, mette sulla fascia per Donadoni e cross per Van Basten“. E via così per più di un’ora.

Mangiamo. Tra un boccone e l’altro mi alzo e calcio ancora la pallina verso una porta. Più si avvicina il tempo della partita e il Maradona nella mia testa ha già segnato almeno cinquanta gol verso la porta d’ingresso. Papà e io ci mettiamo su un divano, sintonizziamo la radiolina. Lui predispone il cruciverba, la schedina giocata e un mucchio di altre non giocate dove con la penna segna l’evoluzione dei risultati. Ammiro la perfezione e la precisione della grafia dei suoi numeri: quello che scrive lui è davvero un 8, non come me che faccio due palloni messi uno sopra l’altro.

Radio anni 80
Radio anni 80

Qui Olimpico; scusa intervengo da Cremona; Pisa in vantaggio; intanto diamo conto dei risultati del girone 2 della serie C1; attimi concitati a San Siro, il fluente calcio della squadra di Sacchi“. E’ “Tutto il calcio minuto per minuto“. La partita finisce, io sono con la mia delusione che abbiamo perso. Alle 18.10 rivedo tutto quello che ho immaginato ascoltando la radio a “90° Minuto“. Senza alcun commento superfluo Paolo Valenti legge i risultati delle partite in schedina, il montepremi del Totocalcio, poi la classifica. Non c’è clamore eccessivo nei commenti delle partite, non ci sono iperboli continue. E’ Domenica, tutto deve restare dentro una patina di tranquillità e di moderazione. Alla tv si sta come si dovrebbe stare in famiglia nel giorno di festa.

paolo valentiAlla sera c’è “La Domenica sportiva“. I servizi sulle partite sono più ricchi, ci sono le interviste dei calciatori prima, durante e dopo il match. Il cronista alla fine del primo tempo ferma i calciatori prima di rientrare negli spogliatoi. I giocatori che hanno segnato raccontano, assai banalmente, come sono riusciti a fare gol. “Ho ricevuto un cross dalla destra, mi sono smarcato e ho calciato sul palo opposto“.  Residui di un vecchio giornalismo radiofonico che cercava di raccontare tutto quello che la gente a casa non aveva potuto vedere. E allora io penso che se proprio non riuscissi a fare il calciatore allora vorrei fare il giornalista sportivo.Tra un servizio e l’altro ci sono gli altri sport: cannottaggio, pugilato, motori, tennis, basket, pallanuoto. Li conosco meno, faccio domande a papà che mi spiega le gesta di grandi campioni, storie di vita sua mischiate ad uno di questi sport “minori”.

Anche oggi è Domenica, la partita però si gioca alle 20.45. La Gazzetta titola in prima: “Milan – Napoli. Duello crudele“, sui quotidiani e in tv tutto viene raccontato come se non fosse una partita di calcio, ma una guerra campale dove chi perde resta senza dignità. “Crisi; sfida sull’orlo del baratro; partita della vita“. Tutto viene predisposto alla tensione, ad un pathos distribuito a pagamento come fanno i pusher con i pallini di coca, c’è un’atmosfera elettrica come il giorno precedente alla fine del mondo. Non è più Domenica, non c’è relax. Tutti indaffarati a procurarsi emozioni artificiali ad ogni costo. Di sicuro c’è solo che domani è lunedì. E qualche bimbo, forse, proprio come me di allora, stasera dopo la partita preparerà la cartella per andare a scuola. Ma per l’album delle figurine non ci sarà posto.

Valentino Di Giacomo

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Navigazione a vista

Di come ho visto il Napoli ad Empoli ne ho scritto ieri sera. Ho aspettato qualche ora per smaltire la delusione e ho buttato giù i miei pensieri. Perché, comunque la si guardi, è certamente deludente vedere il Napoli con soli due punti in classifica dopo tre giornate. Certo, c’è chi sta peggio. Ma abbiamo fatto tanto per sprovincializzarci e non guardare alle altre che adesso guardare i guai che sta passando la Juve può far piacere, ma non consola.

In queste ore ognuno ha detto la sua. Chi se l’è presa con De Laurentiis (ca va sans dire), chi con Sarri, chi con il modulo, chi con la preparazione atletica. Ogni valutazione è rispettabile. Quello che però non si è compreso (e la società non lo ha comunicato) è quali sono gli obiettivi del Napoli quest’anno.

Insomma lo scorso anno Benitez era perentorio: “il Napoli deve fare sempre il massimo per vincere“. Questo avrà creato aspettative, delusioni, discussioni ma almeno sapevamo quale doveva essere la dimensione e le aspirazioni del nostro club. E lo stesso avveniva prima con Mazzarri quando fissava gli obiettivi “una partita per volta“. C’era una chiarezza sui traguardi e, a seconda se questi si raggiungevano, la critica e i tifosi formavano il proprio giudizio.

Quest’anno sia Sarri che De Laurentiis ci hanno solo detto che dobbiamo aspettare. Il problema è che non ci hanno detto COSA dobbiamo aspettare. Per cosa dovrà lottare il Napoli per capire se alla fine della stagione gli obiettivi saranno stati raggiunti oppure no? Puntiamo allo scudetto, alla Champions, alla Uefa? E cosa ne faremo dell’Europa League che ci vedrà protagonisti a partire da giovedì? Sarà una competizione che snobberemo o punteremo a fare il massimo per superare i turni?

Non c’è nessun problema nell’aspettare che il lavoro del nuovo tecnico e degli innesti comincino a dare i loro frutti. Lo abbiamo scritto più volte, bisogna aspettare, ci è chiaro il concetto. Ma poi dopo bisogna capire dove vuole arrivare questo Napoli. De Laurentiis del resto è un uomo di impresa e, persino in una città passionale come la nostra, ha imposto determinate regole. Il fair play finanziario, il rispetto dei parametri di bilancio sono mantra che abbiamo compreso fin troppo bene. Ma poi bisogna darsi delle coordinate anche per i risultati sportivi. Il Napoli da due anni non gioca la Champions League, anche questo ha un chiaro impatto sul bilancio. De Laurentiis vuole tornare a calcare certi palcoscenici oppure ormai, dopo la scommessa Benitez, ha deciso di abdicare? E’ il progetto aziendale che non ci è chiaro. Passavamo la scorsa estate ad inseguire calciatori come Mascherano e Fellaini ed oggi ci ritroviamo con Hysaj e Valdifiori. Non è l’aspetto tecnico dei calciatori che preoccupa, ma la dimensione che vuole darsi il club.

Lo avevo scritto quest’estate, ancor prima che chiudesse il calciomercato, che senso ha trattenere un top-player come Higuain se poi la società non è in grado di supportarlo con calciatori all’altezza del suo talento e della sua fama? Qualcuno aveva storto il naso, ma forse con la cessione di Higuain si sarebbe potuto attuare un altro tipo di ridimensionamento più ragionato. Perché alla fine se passi da Mascherano a Valdifiori il ridimensionamento è nei fatti. A Napoli sarebbero arrivati gli Immobile, gli Astori, i Saponara, forse i Darmian. Sarri avrebbe avuto la squadra che voleva adatta anche a quella che è la sua di dimensione. Invece così sembra una “via di mezzo” che non accontenta nessuno. Non accontenta persino i tifosi che forse, con una migliore comunicazione da parte della società, avrebbero metabolizzato persino una cessione del Pipita.

E’ vero, a Napoli si respira una brutta aria, ogni pretesto è utile per aprire una contestazione. Ma i napoletani non sono degli sprovveduti. Se le cose vengono ben spiegate, si fissano degli obiettivi e si ha un rapporto chiaro e genuino con la piazza, poi il napoletano capisce. Tanto per le polemiche e i cori offensivi c’è sempre spazio. A prescindere.

Noi aspettiamo. Aspettiamo Sarri, il suo gioco e i suoi acquisti. Ma più di tutto aspettiamo che De Laurentiis e Sarri ci dicano cosa vogliono fare, dove vogliono andare e come intendono raggiungere i loro obiettivi. Tutto il resto è polemica, dibattito insulso, materiale per riempire siti e giornali.

Valentino Di Giacomo

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Terra mia

Pino e Massimo

Napul’è è per tutti una canzone. Ma quando la forza descrittiva di un testo è così potente è forse più opportuno catalogare certi capolavori musicali nell’arte figurativa, è un quadro. Ecco, quando Pino Daniele nell’ormai 1977 scrisse il suo capolavoro, non creò una semplice canzone, ma un dipinto con una melodia in sottofondo. E’ questa una delle ragioni per le quali la Napul’è di Terra mia resterà immortale.

Il pittore prima di intraprendere un’opera deve decidere dove sedersi e cosa guardare per immortalare delle immagini, oppure può farsi trasportare dalla fantasia. Passa tutto da quella decisione anche il quadro di Pino. Pinuccio non si siede sul lungomare a guardare il Vesuvio, la cartolina, il Castel dell’Ovo. E’ probabilmente a casa sua, con le voci dei vicoli che salgono, i suoni, gli odori, i colori. E non sono suoni di tarantelle, odori di sfogliatella e i colori del mare in un giornata di sole.

A pensarci bene Pino in realtà non racconta Napoli, ma più precisamente chi è il napoletano. Si, ci sono nel testo le contraddizioni della città, ma c’è ancor di più la contraddizione esistenziale che vive dentro ogni partenopeo. Le due anime, della città e di chi ci abita, viaggiano insieme. Ed è composta da un’esteriorità e da un’interiorità. Che è assai di più del più banale “essere” e “apparire”. Perché in fondo un napoletano vuole essere come appare, appare come vuole essere.

L’esteriorità della città è l’allegria di una giornata di sole, il lungomare con l’orizzonte squarciato dalle isole e il Vesuvio a dominare l’ingannevole placidità che regala l’immagine da cartolina. E poi c’è il “ventre di Napoli” che nei suoi vicoli racconta altre voci, altri odori, occhi disperati e assorti, donne che stanche portano buste della spesa per strade che salgono. E’ l’anima di Napoli quella più impenetrabile e di più difficile comprensione, soprattutto per chi non vuol capire. E così, allo stesso modo, c’è l’esteriorità del napoletano allegro a tutti i costi, simpatico, pronto alla battuta pure se ha in testa i guai suoi. Dentro, nel ventre dei napoletani, c’è questo affresco in chiaro-scuro, che io m’immagino dipinto con una matita per ritratti, una leopardiana nostalgia per tutto quanto è perso e per tutto quanto doveva succedere e non è successo. Perché i napoletani sanno avere nostalgia anche dell’irrealtà. In Napul’è non ci sono i contrasti e le contraddizioni della città, ma più del suo popolo.

Pino dirige lì il suo sguardo in una Napoli che non è sua, è nostra, in un’esperienza comune. E’ nella sua stanza in un pomeriggio dove il sole è amaro perché ne passa poco tra i palazzi del centro. E sente voci, immagina cosa accadute oltre le pareti, è in una sua solitudine creativa come tutti gli artisti. Ma ce lo dice sin dal primo rigo, a Napoli la solitudine, in effetti, non esiste per nessuno. “‘A voce de ‘e ccriature ca saglie chianu chianu“, “Na camminata, dint’ ‘e viche mmiez’ a ll’ate“. Non c’è “Alleria” in Napul’è, però c’è questa condivisione comune, tutta napoletana, di ogni sentimento. Anche in quei pomeriggi dove non si è in vena di tarantelle o di passeggiate al lungomare, quella “appecundria” di un tempo che passa senza grandi emozioni. Un giorno come tanti. Ore come tante. Senza sussulti, come nessun sussulto ha la melodia della canzone.

Ecco perché Napul’è racconta chi è il napoletano assai più di cosa sia Napoli. Essere napoletani è forse più di tutto un sentimento. Un sentimento di condivisione, la consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca e sullo stesso mare, di comprendere anche solo attraverso un suono o uno sguardo cosa accade nella vita dell’altro. Essere napoletani significa forse provare un’empatia che non è solo individuale, ma collettiva. Anche a distanza.

Oggi Napoli è infestata di camorra non peggio di ieri. Quando Pino scrisse questo testo immortale c’erano i “muschilli” così ben descritti negli articoli di Giancarlo Siani. Oggi ci sono i Genny della Sanità. Ragazzi che cadono a terra per mano di una violenza che non ammette innocenza. La mattina, quando leggo i giornali, vorrei ci fosse scritto un monito a caratteri cubitali “RICORDATEVI DI ESSERE NAPOLETANI“. Perché senza consapevolezza di ciò che si è e di cosa si fa, pure Napoli, perso il suo racconto, volerà proprio come una carta sporca. E nisciuno se ne ‘mporta.

P.S. In ricordo di Pino e del suo concerto a Piazza del Plebiscito abbiamo organizzato un flash mob il prossimo 18 Settembre, QUI tutte le info. E’ anche un modo per ricordarci di essere napoletani.

Valentino Di Giacomo

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La parola all'esperto

Marco Bellinazzo

Nato a Napoli e cresciuto in quel rione Sanità assurto anche in queste ore alle cronache nazionali per l’omicidio del giovanissimo Genny. Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24Ore e autore di un seguitissimo blog, può definirsi senza rischio di smentite il massimo esperto di calcio&finanza. Si è laureato alla Federico II in Giurisprudenza studiando proprio il fallimento del Napoli con la curiosità di capire come fosse stato possibile che la squadra in cui ha giocato Maradona potesse scomparire. “Sarebbe bastato chiedere a Ferlaino – dice oggi Bellinazzo – il quale ha spiegato anche di recente che quella società incassava 25 miliardi di lire e ne spendeva 35 in ingaggi. Se solo ci fossero stati i diritti tv“… Marco è infatti tifosissimo del Napoli di cui ha parlato anche in diversi libri. L’ultima sua fatica editoriale è “Goal economy“, un libro interessantissimo non solo per gli appassionati di calcio, ma per chi vuole comprendere meglio le relazioni tra i grossi gruppi finanziari dell’economia mondiale e di questo sport che muove e fa muovere capitali sempre più ingenti. Più che un libro, questo di Bellinazzo, è diventata ormai una sorta di “bibbia” anche in diversi corsi universitari.

Goal Economy, l'ultimo libro di Marco Bellinazzo
Goal Economy, l’ultimo libro di Marco Bellinazzo

Negli ultimi anni assistiamo ad una mutazione antropologica del tifoso: da semplice sostenitore ad “azionista figurato” di un’impresa a scopo di lucro che è la propria squadra del cuore. Ormai il tifoso, durante il calciomercato, non ragiona più soltanto su quale calciatore preferirebbe vedere nella propria squadra, ma valuta anche i costi di cartellino e ingaggio. Ad esempio su Soriano, Maksimovic e Romagnoli era frequente leggere sui social che questi calciatori costassero troppo rispetto al loro reale valore tecnico. Secondo te il tifoso ha gli strumenti adeguati da parte dell’informazione sportiva per giudicare tali parametri?

Il salto culturale è positivo. Vincere è quello che conta di più. Per tutti i tifosi. È quello che ci fa appassionare a uno sport, naturalmente. Ma oggi ci si sente partecipi di una comunità che è consapevole di essere la vera “proprietaria” di una squadra. E la sostenibilità economica dei progetti sportivi è diventata perciò un valore importante. Tuttavia, questo percorso è appena agli inizi in Italia e non sempre l’informazione sportiva tiene il passo.

In questi anni, anche grazie al tuo blog e i tuoi libri, c’è molta più chiarezza su tanti aspetti economici che riguardano il “retrobottega” di una società professionistica. È il giornalismo sportivo del futuro quello che tu hai iniziato a fare? Ti senti un apripista?

Mi si riconosce un po’ questo ruolo e lo accetto con tutte le responsabilità che comporta. Non sono il depositario di nessuna verità e gli errori sono dietro l’angolo. Ma lavoro sempre per dare il massimo e con la massima buona fede. Non so se questo è il futuro del giornalismo sportivo. Ma certo conoscere e capire gli ingranaggi economici oggi è indispensabile anche per i giornalisti sportivi. Fino a pochi anni fa non era certo così.

E-Book di Marco Bellinazzo
E-Book di Marco Bellinazzo

Sei stato colui che ha scritto uno splendido ebook: “Da Maradona a Messi: benedetti diritti d’immagine”. Ecco, quella dei diritti è una questione che ha tenuto banco anche quest’anno con la telenovela Soriano e in precedenza per il caso Astori. Fa bene De Laurentiis a tenere così tanto ai diritti d’immagine?

Dipende ovviamente dalle situazioni. Se vuoi per te i diritti d’immagine devi pagare stipendi più alti. Diciamo che occorre farli fruttare. Altrimenti è un’inutile forzatura.

Lo chiedo al tifoso, oltre che all’esperto: in città serpeggia un evidente malumore nei confronti del presidente. Eppure il Napoli nei suoi ormai 90 anni di storia non è mai stato per così tanto tempo ai vertici del campionato e da sei anni consecutivi si qualifica in Europa. C’è irriconoscenza oppure, anche in base a dati economici, il Napoli può realmente puntare al tricolore come chiedono molti tifosi?

I tifosi hanno negli occhi le vittorie dell’era Maradona e vorrebbero tornare a vincere. Purtroppo ho l’impressione che siano state sprecate occasioni irripetibili in queste stagioni, subito dopo Calciopoli. Le gerarchie del calcio italiano legate alla forza economica dei club si stanno lentamente ristabilendo. E potrebbe esserci sempre meno spazio per il Napoli. Detto ciò, De Laurentiis ha avuto grandi meriti nel far rinascere il Napoli e nel gestirlo con un’attenzione particolare ai conti. Ma la storia del Napoli prescinde dai presidenti.

Tra le critiche più frequenti nei confronti di De Laurentiis  vi è la sua “gestione familiare”. È davvero una gestione familiare quella del Napoli? E, in tal caso, tale gestione a tuo giudizio  ha ottenuto più benefici o danni per il futuro del calcio a Napoli.

Basta guadare la composizione del cda del Napoli ultra-familiare. In una prima fase era forse necessario amministrare il club con assoluto centralismo. Ma un club da oltre 100 milioni di fatturato annuo non può continuare a essere guidato con la formula dell’”uomo solo al comando”. L’era Maradona è stata anche contrassegnata da una società con figure professionali di grande spessore.

Perché il Napoli difficilmente acquista calciatori svincolati o a parametro zero? Qualche tempo fa De Laurentiis rimproverò a Bigon di non aver “pensato” a Tevez o Pogba. C’è forse dietro queste scelte di acquistare solo giocatori sotto contratto un’esigenza di bilancio?

Non credo. È solo una questione di opportunità. E poi se non crei situazioni ambientali di livello europeo e prospettive degne di un club europeo è difficile che certi giocatori accettino di venire.

Il Napoli non ha una sede, non ha un centro di allenamento né uno stadio di proprietà. Se De Laurentiis decidesse di vendere il Napoli, cosa venderebbe?

Un parco giocatori ancora di buon livello e un brand con un fascino rilevante. Nel mondo resta la squadra di Maradona anche se questo legame è stato reciso dall’attuale proprietà. 

Sulla questione stadio come si sta muovendo il Napoli

Non bene, direi. O almeno non con l’ambizione che mi aspetterei da un uomo come De Laurentiis. Ma penso che le colpe vadano suddivise con il Comune.

A quale giocatore del Napoli sei legato di più sia del passato che del presente. Dire Maradona non vale…

Allora dico Careca e Lavezzi.

Cosa pensi farà il Napoli di Sarri? Sei fiducioso su questa squadra?

Come tutti sono in attesa di capire come evolverà. Qualcosa si è visto nelle prime due partite, ma ho paura che manchino pedine fondamentali. Tutto dipenderà dalla forza mentale di resistere con lucidità alla pressione della piazza.

Un tuo giudizio sulla gestione Benitez.

Ho visto partite memorabili e sprazzi di gioco europeo. Quindi positivo. Resta l’amarezza per un progetto incompiuto e l’immenso danno economico delle due mancate qualificazioni in Champions in un solo anno. Ma le responsabilità vanno divise con società e squadra. Se c’è una cosa che mi ha profondamente deluso, per un uomo della sua preparazione e intelligenza, è stata l’incapacità di adattarsi alla realtà italiana e la scarsa flessibilità nell’impiego di schemi e rosa.

 

Una tradizione napoletana alla quale proprio non puoi rinunciare. La tua canzone preferita, il tuo cibo preferito, un posto di Napoli che ti fa sempre e comunque innamorare.  

Più che altro non posso rinunciare all’intera gamma della gastronomia napoletana. Così come alla musica di Pino Daniele. Ogni volta che posso torno a Napoli per passeggiare sul lungomare e tra i miei vicoli…

Valentino Di Giacomo

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La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

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"Papà, c'è la nonna" "Dille di venire alla fine del mese"

Ha fatto scalpore l’affare saltato di Soriano. Non è stato il primo e, crediamo, non sarà l’ultimo. Certo, una considerazione  viene di farla soprattutto leggendo le critiche atroci e feroci rivolte a De Laurentiis che compaiono su alcuni siti internet e testate giornalistiche. Considerazioni che si concludono con una domanda che rivolgiamo a questi severi censori internettiani: premesso che il Napoli ha fatto sicuramente una brutta figura, ma voi operatori dell’informazione vi ritenete più seri della società partenopea con i vostri comportamenti quotidiani? A criticare il club azzurro e De Laurentiis sono infatti gli stessi siti e testate che ogni giorno propinano ai lettori gli “affari del secolo” in dirittura d’arrivo. Un rincorrersi di voci e finte indiscrezioni che di serio hanno ben poco. Facile criticare gli altri, più difficile è cercare di avere comportamenti quantomeno apprezzabili. Tutto per un click in più.

Soldatoinnamorato per una precisa scelta editoriale ha rarissimamente parlato di calciomercato, abbiamo tendenzialmente deciso di offrire ai nostri lettori soltanto le notizie di acquisti o cessioni al momento della loro ufficialità. Ci rimetteremo e ci abbiamo rimesso sicuramente in termini di visualizzazioni e di contatti sul nostro sito, ma ne abbiamo guadagnato sicuramente in salute e, speriamo, in credibilità. Nonostante tutto però, nonostante le assenze delle fantomatiche bombe di mercato, dei “sta arrivando”, “siamo ai dettagli”, “è quasi fatta” e tutta l’amena terminologia che non significa nulla (tipica dell’informazione pallonara), il nostro sito, anche se sorto da poco più di un mese, ha ottenuto consensi e visibilità che neppure ci aspettavamo.

Per noi il calcio è un gioco. E’ anche una passione vissuta intensamente, ma resta e resterà un gioco. Lo abbiamo dimostrato quando mentre tutti chiedevano acquisti, spese e di “cacciare i soldi” alla società, noi ci siamo inventati una provocatoria petizione (che poi ha anche una sua validità). Abbiamo chiesto a De Laurentiis di creare una maglia da gara anche per i chiattoni, anche loro vogliono indossarla: e le divise stretch degli ultimi anni lo consentono solo esponendosi a figure non proprio fantastiche. Una provocazione che ha trovato risalto su quasi tutta la stampa nazionale, persino Dagospia l’ha simpaticamente ripresa.

Quando bisognava farlo anche noi abbiamo criticato diffusamente la società quando non ci è piaciuto il suo operato. Lo abbiamo fatto spesso da quando siamo nati e abbiamo dovuto farlo anche oggi per la brutta figura fatta dal club nell’affare Soriano. Ma ci preoccupa lo stesso questo accanimento contro De Laurentiis. Bisogna distinguere la legittima critica da quello che ci sembra un accanito tiro al bersaglio che preoccupa. Avendo assistito alla prima in casa contro la Samp in Curva A e visto con i miei occhi i tafferugli di Domenica, avevo avuto il sentore che ci fosse “aria di camorra“. I “sistemi” non sono mancati mai al San Paolo, ma quest’anno ci sono giochi sottili che fanno paura. Stamattina ne scriveva anche Il Mattino, evidentemente non ci eravamo sbagliati.

Soldatoinnamorato non vuole essere né papponista, né aureliano. Vogliamo scrivere quello che pensiamo. Cerchiamo di farlo pubblicando anche le diverse opinioni e sensibilità che sono all’interno della nostra redazione, senza censure. Siamo magari un po’ “sarristi”, ma non esclusivamente per ragioni calcistiche. Piace un po’ a tutti noi la storia di questo allenatore nato a Napoli un po’ per caso, figlio di operai dell’Italsider. Gli auguriamo il meglio anche perché il suo bene sarà anche il bene della squadra che amiamo.

Ma, soprattutto, a prescindere da Sarri e De Laurentiis, dai tifosi di stadio e quelli da salotto, in quelle solite e tipiche distinzioni tipiche del nostro popolo e della nostra storia, qui sul nostro sito vorremmo cercare di scrivere non solo per acchiappare qualche click. Cerchiamo semplicemente di raccontare ogni giorno, attraverso le nostre rubriche, di una città che nei suoi mutamenti resta sempre da scoprire. Pur restando fedele ad un “modus pensandi” che la contraddistingue, per fortuna spesso in positivo, rispetto a tante altre parti del mondo.

Vorremmo fare un altro tipo di racconto. Distante dai clamori generati artificialmente per rincorrere gli umori di piazza. Anche perché, tornando al calciomercato, ma serve davvero questo bombardamento di notizie che poi notizie non sono? Per dirla con Bellavista: “Ve li siete fatti bene i conti?”.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Per fortuna che sta per finire questo nomificio spudorato

Per fortuna che questo maledettissimo calciomercato sta per finire! Anche perché il Napoli non ci sta facendo capire nulla delle sue strategie. Poi, per carità, se abbiamo deciso qui a soldatoinnamorato di trattare con il contagocce le trattative di calciomercato è anche perché siti, tv e quotidiani fanno la gara a chi la spara più grossa. E noi a questa gara non partecipiamo. Vorremmo solo capire se è il Napoli ad avere le idee confuse oppure i giornalisti, nella loro corsa allo scoop, hanno iniziato ormai a sparare i nomi tipo slot-machine.

Leggiamo che il Napoli in queste ore sta trattando almeno una decina di calciatori e nei ruoli più svariati: da Maksimovic a De Maio, da Soriano a Vecino, da Samir a Kucka, da Klaassen a Lemina. Ne avremo certamente dimenticato qualcuno perché è diventato ormai impossibile star dietro a tutta questa valanga di nomi. La particolarità è che sono tutti calciatori con caratteristiche e ruoli differenti. Nessuno somiglia ad un altro. Un po’ come se il Napoli dovesse compare tanto per comprare, senza avere un identikit preciso di cosa gli occorra realmente.

A quanto pare, ad ascoltare radiomercato, Giuntoli non è più alla ricerca di un terzino. E’ una notizia. Tanto più se il Napoli ha inseguito Vrsalijko e Sala per settimane. Significa che sugli esterni resteremo così e che Ghoulam resterà in azzurro.

Nel ruolo di centrale, dopo aver inseguito Maksimovic per tanto tempo si sta virando su De Maio (a me piace). Ma c’è da segnalare che entrambi hanno dato il meglio di sè in una difesa schierata a tre. Scelte originali.

A centrocampo lo hanno capito pure i muri che il reparto è sguarnito. I titolari sono Valdifiori (sostituto Jorginho), Allan (sostituto David Lopez) e Hamsik che non ha alternative. Vecino potrebbe essere una soluzione, tanto più che Sarri lo ha già avuto con sé ad Empoli. Ci fanno però strabuzzare gli occhi le cifre di cui si parla: tra i 10 e i 12 milioni più bonus. Ma ormai tra un po’ ci abitueranno ad andare a fare la spesa e comprare il prosciutto a 2 euro l’etto più bonus…

Sembra poi che non sia tramontata l’idea di prendere un trequartista di ruolo: Klaassen dell’Ajax è un altro nome che è circolato tanto nelle ultime ore. Soriano la mattina è dato SICURAMENTE in arrivo e al pomeriggio boh.

Il capitolo cessioni è anche questo intricato: Zuniga dovrebbe andare via, ma non si è capito se qualcuno lo vuole (il signorino busca oltre 3 milioni di ingaggio). Ghoulam un giorno viene dato in partenza e un altro titolare già nella prossima partita di campionato. Di Strinic non si parla proprio: deve essere affetto da invisibilità. De Guzman se ne deve andare, lui non si è capito se se ne vuole andare e dove. Henrique resterà, forse no. Koulibaly, che il sottoscritto venderebbe anche solo per i bonus, ma pure gratis eh, non si è capito nemmeno lui cosa farà. Bisognerà trovare allenatori masochisti che hanno tanto tempo da perdere per insegnargli come si gioca a calcio, come si legge un’azione, come si difende… Però il fisico ci sta eh… E pensare che qualcuno lo definiva “più forte di Thuram“. Spero mi smentisca. Ma ormai non ci credo più.

Si lo so, faccio il giornalista, questo è un sito internet che parla anche di calcio e quindi vi aspettereste di leggere delle risposte, più che degli interrogativi. E invece ve lo devo proprio confessare: non ci sto capendo nulla! Per fortuna manca davvero poco alla fine di questo nomificio che è diventato il calciomercato. E in tutto ciò vorrei capire come i nostri ragazzi possano concentrarsi per giocare una partita importante come quella che ci aspetta domenica contro la Sampdoria. Perché, al di là di quel nome o di quell’altro, fondamentalmente a noi tifosi adesso interessa solo una cosa: fare quel fatto Domenica. Quale fatto? E’ un fatto che ci porterebbe al numero perfetto in classifica… Forza guagliù, domenica vogliamo vinc… (si è capito?): può segnare pure Zuniga o De Guzman all’ultimo minuto. A noi ci sta bene lo stesso.

Valentino Di Giacomo

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L'incapacità comunicativa del club

Immaginate per un attimo di essere Gonzalo Higuain. Avete militato per anni da titolare nel Real Madrid, avete giocato una finale di Coppa del Mondo e una finale (sfortunata) di Coppa America. Siete considerati tra i più forti attaccanti del mondo e, senza dubbio, il migliore che gioca nella nostra Serie A.

Immaginate di essere venuti a Napoli perché a vostra garanzia c’era un allenatore di caratura mondiale come Rafa Benitez, che la squadra dove state andando manifesta un deciso programma di crescita acquistando altri calciatori dal Real Madrid come Raul Albiol (campione del mondo e d’Europa con la Spagna) e Josè Maria Callejon.

Immaginate che, al momento di passare verso la vostra nuova squadra, siete certi che il vostro club disputerà il più grande torneo continentale che è la Champions League.

Dopo due anni vi ritrovate però ad aver disputato solo un girone di Champions e un preliminare perso contro l’Athletic Bilbao nel quale avete pure segnato. E poi avete chiuso la precedente stagione con una semifinale di Europa League ed un (ennesimo) rigore decisivo sbagliato che è costato alla vostra squadra il passaggio al preliminare di Champions.

Vi ritrovate oggi con un presidente che vuole trattenervi in questa squadra a tutti i costi, in un club che la Champions (vedi i motivi precedenti) non la disputerà. Nella sessione di calciomercato sono arrivati discreti calciatori, ma nessuno all’altezza per far fare un riconoscibile salto di qualità. Per di più è andato via un allenatore che nel suo palmares aveva Champions ed Europa League oltre ad alcune vittorie di Liga. Oggi c’è un bravo allenatore che per il suo secondo anno allena in Serie A, prima grande esperienza in un club medio-alto.

Fino a qui il quadro della situazione, sperando che siate riusciti a fare uno sforzo di immedesimazione. Di qui in poi c’è la totale assenza progettuale del club, non solo a livello di programmazione tecnica, ma con una paurosa mancanza di strategie comunicative che nell’era dei social media, di internet e dei blog è forse ancor più importante. O riesci a controllare i trend della comunicazione oppure ne resti divorato implacabilmente.

In molti mi hanno chiesto del perché ieri ho parlato, a proposito del Napoli, di un ridimensionamento psicologico. Sta tutto qui. Forse sulla carta gli azzurri, non avendo venduto nessun big e avendo acquistato discreti calciatori, sono più forti dello scorso anno. Manca però quella cornice, quella sovrastruttura che non solo ti fa essere una grande squadra, ma che ti fa percepire come tale. E’ facile essere percepiti come “grandi” se in panca hai un allenatore (forse pure sopravalutato tecnicamente) come Rafa Benitez che ad ogni conferenza pone l’obiettivo della squadra sempre più in alto. Facile essere percepiti come “grandi” se poi dimostri in campo di poter essere all’altezza di squadre come Borussia Dortmund, Arsenal, Wolfsburg, Roma, Juventus. Facile essere percepiti come “grandi” se negli ultimi anni sei l’unica squadra ad aver sottratto titoli in palio alla Juve.

Chi scrive non rimpiange Benitez. Anzi, ritiene che la presunzione e l’ottusità del tecnico spagnolo in certi casi abbiano nociuto non poco ai risultati del Napoli. Bisogna però riconoscere che passare dalle stelle alle stalle in maniera così repentina non può che essere avvertito come uno shock dagli stessi calciatori. Tanto più se squadre che fino a ieri battevi facilmente in casa e fuori, come Inter e Milan, danno segnali di rafforzamento importanti. Tanto più se la Roma ha acquistato i “tasselli mancanti”: una grande prima punta come Dzeko, un attaccante più concreto di Gervinho come Salah e forse pure un terzino sinistro come Digne in luogo dell’anonimo Torosidis.

Da questa impasse se ne esce in due modi: o con un grande acquisto riconoscibile come tale che dia maggiori certezze alla squadra oppure con una campagna di comunicazione del club che riesca a difendere in maniera più incisiva la scelta del nuovo allenatore. E’ bastata la prima sconfitta in una gara ufficiale (per carità, anche con una pessima prestazione, come scritto ieri) per mandare Sarri in pasto alla stampa locale e nazionale.

O De Laurentiis impara a fare il presidente e ad organizzare una vera struttura organizzativa attorno al club, dotata di un ufficio stampa e di “pensatori della comunicazione” all’altezza, oppure il suo giocattolo rischia di rompersi molto presto. Fino ad oggi De Laurentiis è stato un presidente eccellente, ha portato il Napoli dove gli compete di stare. Il difficile è restarci.

Lo ripetiamo: magari il Napoli sulla carta è già più forte dello scorso anno, ma manca quella percezione di potenza alla squadra stessa. Quella sensazione che fa scendere in campo i calciatori sentendosi più forti degli avversari e quindi di volerlo dimostrare con i fatti. In uno spogliatoio le percezioni sono tutto: se le cose iniziano a girare male (e hanno iniziato a girar male perché alla prima il Napoli è stato sconfitto) può scattare inconsciamente nella mente dei giocatori quella “caccia al responsabile”. Un tutti contro tutti fatto di clan e squadre nella squadra. Lo dimostrano non solo le dichiarazioni dei procuratori di Higuain, ma anche di Mertens e Gabbiadini. Sono tutti calciatori che sono arrivati a Napoli per giocare e per vincere e che troverebbero facilmente posto in altri grandi club. Ora il Napoli deve dimostrare con i fatti di saperseli tenere. Bisogna dare loro la percezione di giocare per un club che può vincere. Altrimenti meglio vendere e ripartire con calciatori meno affermati, ma più in linea con i progetti e le reali possibilità del club. Senza raccontarci favole che, viste le premesse, non avrebbero di certo un lieto fine.

Insomma, per dirla tutta: che lo trattieni a fare Higuain se poi non sai offrirgli un progetto all’altezza? Perché Higuain, al netto dei rigori sbagliati, è un lusso che questo club con la sua astrusa guida e le sue scelte comunicative, deve dimostrare di sapersi meritare. A Napoli si dice o 1 o 90. Con le mezze misure non si va da nessuna parte e il calciomercato del Napoli, fino a adesso, è stato di mezze misure. Da Mazzarri e dalla sua squadra di “vecchie glorie” e “giovani promesse” ci poteva stare navigare a fari spenti e andare avanti senza pretendere nulla. Lavezzi e Cavani erano giovani emergenti che raggiungevano il proprio picco di carriera insieme alla squadra stessa. L’Inter del “triplete” fece l’errore di tenersi gli artefici di quei successi non accorgendosi che andando via Mourinho si era chiuso un ciclo. Probabilmente un altro ciclo, dopo quello di Reja e di Mazzarri, si è chiuso anche con l’addio di Benitez. Se tieni Higuain, tra i più grandi attaccanti del mondo, non gli puoi prospettare il “Napoli operaio” di Sarri. Troppi equivoci pendono su questa stagione e la società non sembra attrezzata abbastanza per saperli risolvere. Ma siamo ancora in tempo. E chi scrive non è un “papponista”.

Valentino Di Giacomo

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Il ridimensionamento è psicologico

Che delusione, sarà perché ti amo“. Forse i Ricchi&Poveri più di tutti sanno raccontare i sentimenti dei tifosi del Napoli dopo il pessimo esordio in campionato contro il Sassuolo. Con la forza della razionalità ce lo si poteva aspettare questo inizio traballante degli azzurri, con la forza dell’amore ci si attendeva legittimamente qualcosina in più. E così ecco la delusione, oltre alla confusione. La razionalità impone di ricordare che se nel volgere di una sola stagione passi dal potere acquistare Gonalons o Mascherano e poi ti ritrovi Valdifiori, se tratti Fellaini o Kramer e poi prendi Allan, se punti a Darmian e poi prendi Hysaj, se tratti Skrtel e poi arriva Koulibaly… Che forse il Napoli non è poi così grande come si pensava. Si sono presi giocatori discreti, non si è ceduto nessun big per il momento, ma fenomeni non ne sono arrivati. Anche se il cuore ci spera.

Al di là del risultato, come abbiamo scritto a caldo sulla nostra pagina Facebook, lascia tante perplessità la prestazione balbettante degli uomini di Sarri. Il Napoli era andato in vantaggio con Hamsik e poi il buio totale. Pochissime le occasioni per impensierire il portiere del Sassuolo, mentre la squadra di Di Francesco ci ha graziato molte volte non concretizzando le tante palle-gol collezionate. Si ricorda persino una parata di tacco di Reina (finalmente un portiere!) su un tiro a colpo sicuro di Defrel.

Era solo la prima partita ufficiale, ma si sono visti errori vecchi e nuovi. La respinta centrale di Albiol sul primo gol è una specialità della casa: persino i ragazzini delle scuole calcio sanno che mai si rinvia un pallone centralmente, ma sempre sul lato. Vedere questo stesso errore riproposto per l’ennesima volta da un campione del mondo e d’Europa come Raul fa spavento. A questo c’è da aggiungere la solita imprecisione in fase di impostazione dei laterali: di Maggio ben sapevamo che su 10 cross ne indovina (forse) uno, su Hysaj possiamo dire al momento che ne è un degno erede.

Non ha funzionato il centrocampo: David Lopez non ha il passo e la personalità per reggere il confronto con Allan. A una settimana dalla chiusura del mercato sarebbe bene pensarci per tempo. Valdifiori ha offerto una prestazione di luci ed ombre, Hamsik ha fatto gol e poi ha balbettato (pur con tanto impegno) per l’intero match. In avanti Higuain non ha praticamente avuto un pallone giocabile, Mertens era invece troppo defilato sulla fascia per poter incidere nel fulcro del gioco. Insigne ha fatto tanta tanta confusione.

Tutte queste insufficienze sono aggravate dal fatto che il Napoli era andato in vantaggio e avrebbe potuto gestire meglio il match, invece si è fatto raggiungere e poi rimontare. Una squadra che vuole essere davvero grande queste partite le porta a casa. Resta la sensazione che i ragazzi di Sarri siano ancora un po’ impallati nella gambe dopo la sbandierata operazione “fatica&sudore” tanto a cuore a De Laurentiis in ritiro. Eppure questa squadra, per il modulo del tecnico toscano-partenopeo, presenta ancora qualche incongruenza. Qualcosina in fase di calciomercato bisognerà farla. Così come bisognerà comprendere come Sarri intenderà gestire l’abbondanza in attacco: ieri sono stati lasciati fuori Gabbiadini e Callejon. Il primo ha una media realizzativa importante, il secondo riesce a garantire spinta offensiva e tanto tanto sacrificio. Né Insigne nè Mertens sanno fare altrettanto, per adesso. E forse uno di questi è pure di troppo per gli attuali impegni del Napoli, come già scritto qualche giorno fa a proposito del belga.

Guardando altrove possiamo dire che se Sparta piange, Atene non ride. Alla prima ci sono state le prime importanti battute d’arresto. Oltre al Napoli è caduta in casa la Juventus, per i bianconeri l’attenuante è la mole di infortuni a centrocampo. Ieri tra i titolari, dopo le cessioni di Pirlo e Vidal e senza Marchisio e Kedhira, dei big c’era solo Pogba nella zona centrale. Il Milan ha imbarcato una brutta, anche se preventivabile sconfitta, a Firenze. La Roma ha pareggiato a Verona mostrando tanti tanti limiti, al pari del Napoli. L’Inter ha invece acciuffato la vittoria grazie ad un gol al novantesimo di Jovetic: un segnale, ma i segnali nel calcio contano tantissimo, chissà che… E poi la Lazio. I biancocelesti sono riusciti ad aver la meglio sul Bologna nonostante le assenze in attacco sia di Klose che di Djordjevic. Impresa non da poco. E si è confermato un ottimo acquisto Kishna, mi prendo l’antipatica licenza de l’avevo detto.

E’ un campionato che resta tutto da scrivere. I tre punti contano alla prima giornata come alle ultime, perdere altro terreno non è possibile se si vuole lottare per le prime posizioni. Non ci è piaciuto il Napoli, ma imbastire processi è prematuro. Il sottoscritto è convinto che il Napoli quest’anno faticherà davvero tanto, ma ribadiamo che è davvero presto per emettere giudizi. Il cuore vuole volare, la mente mi dice che questa squadra si è ridimensionata tantissimo a livello psicologico, più che tecnico, e che per calciatori di non eccelsa personalità si è messo alla guida un tecnico bravo, ma inesperto per le grandi piazze. Poi le alchimie giuste nel calcio possono sempre trovarsi, al momento un po’ di scetticismo da parte mia resta. Dalla prossima vorremmo cantare un altro evergreen dei Ricchi&Poveri… E vola vola si sa sempre più in alto si va… Speriamo. Anche perché col Sassuolo si è volati davvero bassi. Pure troppo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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