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L'incubo del terrorismo

«Per tutta la durata della guerra che si prevede lunghissima la vita cittadina si svolgerà su di un piano normale. I pubblici ritrovi, i teatri, cinema, ristoranti, locali notturni, sale da ballo ecc. svolgeranno i loro programmi normalmente e rispetteranno gli orari di apertura e chiusura come in tempo di pace». Parole tratte dalla scena principale di una commedia di Eduardo, «La paura numero uno», scritta dall’autore napoletano nel 1950.

Può sembrare una follia, ma probabilmente nessuno è riuscito a raccontare meglio del drammaturgo napoletano cosa sia accaduto in questi ultimi sedici anni da quelle sconvolgenti immagini degli aerei schiantati sul World Trade Center. In queste stesse ore, nel 2001, l’Occidente prendeva coscienza della minaccia del terrorismo islamico. Tutti noi temevamo per le nostre vite con il disvelarsi di una nuova era di terrore e paura. «La paura numero uno» si stava impossessando di noi. Avevamo la guerra in casa dopo 60 anni di pace relativa dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Una guerra – che gli analisti definiscono asimmetrica – in corso ancora oggi: Madrid, Parigi, Mosca, Bruxelles, Dacca, Melbourne, Istanbul, Tunisi. Tutti i continenti sono stati coinvolti e noi ci siamo ormai assuefatti alle immagini del terrore.

Siamo in guerra, ma tutto procede regolarmente e quasi dissimuliamo una relativa tranquillità, salvo rifugiarci nel fatalismo. Eppure restiamo sospettosi in ogni nostra azione quotidiana. Guardiamo circospetti i nostri vicini di posto sulla metro, ci informiamo su ogni minimo dettaglio quando dobbiamo scegliere la meta di un viaggio o di una vacanza, passeggiamo con il timore che l’irreparabile possa accadere anche a noi. La guerra ci può sorprendere in ogni istante, come è accaduto alla giovane Valeria Solesin mentre assisteva ad un concerto al Bataclan di Parigi. O come è successo a Carmen, Luca e Bruno mentre passeggiavano appena un mese fa sulla Rambla di Barcellona.

Quell’11 settembre ha cambiato per sempre la vita di tutti noi. Tra gli scampati dell’attentato in Spagna, alcune persone trovarono normale rinchiudersi nelle celle frigorifere dei ristoranti per sfuggire, dopo l’investimento, al pericolo che i terroristi potessero continuare la loro azione sparando sulla folla. Siamo così assuefatti al terrore che ci sembrano ormai normali anche queste reazioni. Viviamo nella morsa delle nostre mosse più istintive senza neppure rendercene conto. Come accadeva ai nostri nonni che correvano ai rifugi sotto i bombardamenti di tedeschi e americani. Scene mirabilmente raccontate da Eduardo in «Napoli Milionaria» nel 1945.

Cinque anni dopo da quella commedia, Eduardo prese a raccontare invece il dopoguerra. A raccontare paure che, senza accorgercene, viviamo ancora oggi. Con «La paura numero uno», il protagonista della commedia Matteo/Eduardo, vive nel terrore dello scoppio di una nuova guerra. Matteo Generoso trova sollievo soltanto quando un finto annuncio alla radio conferma che la guerra è scoppiata per davvero: un conflitto che coinvolge tutti i Paesi del mondo, ognuno contro l’altro. Trova paradossalmente sollievo perché riesce finalmente a liberarsi della paura di aver paura. Quella stessa paura della paura che spesso ci porta a fare i gesti più inconsulti e orribili, proprio come accade nel corso della commedia di Eduardo.

La paura di una guerra che c’è, ma non si vede, la si percepisce. Anche in quell’occasione Eduardo aveva previsto tutto. Noi viviamo così. Sono sedici anni che siamo in guerra, ma tutto sembra proseguire normalmente. Andiamo al teatro, al cinema, passeggiamo per strada anche se, dentro di noi, viviamo paure inconfessabili e di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Perché la guerra, proprio come per il Matteo Generoso di Eduardo, ci abita già dentro. 

Valentino Di Giacomo

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Foto di Peppe Iovino

Erano gli ultimo giorni di settembre del 2001, in un ostello a Lisbona diventato rifugio degli Erasmus in cerca di una stanza o di una casa da condividere.
Internet si usava ancora molto poco, chi aveva un cellulare lo usava solo per telefonare o mandare sms, le notizie si guardavano in TV o si leggevano sui giornali, alle volte non era semplice neanche sapere che aveva fatto il Napoli… In ostello arrivò un nuovo ragazzo Italiano, anche lui Erasmus, anche lui in cerca di una stanza, aveva con sé il Corriere della Sera e La Repubblica, li davano gratis in aereo, i voli costavano un botto e il Low Cost non esistevano. “La Fallaci ha scritto una cosa assurda, Medioevo puro!”.

Mi accaparro la preziosa copia del Giornale e dopo aver visto che il Chievo di Del Neri aveva vinto ancora mi buttai su La Rabbia e L’Orgoglio“, l’articolo che sarebbe poi diventato il libro che molti in questi giorni stanno citando, mi auguro almeno dopo averlo letto.

Medioevo, Antonio, il ragazzo siculo che studiava a Siena, aveva usato la parola giusta: guerre di religione, superiorirtà culturale… Crociate. In quel flusso di coscienza scritto con inquietante ordine e lucidità le parti moderate e condivisibili passavano in secondo piano, se il principale giornale italiano pubblicava un testo del genere e la firma non era una qualunque, ma quella di chi ha fatto la storia del giornalismo, c’era da riflettere, c’era da rimettere tutto in discussione, c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Ero uno studente di letteratura portoghese, la mia amica Livia, che all’epoca ancora chiamavo Professoressa Apa, mi aveva convertito in uno studente di letterature portoghesi, mi aveva fatto scoprire l’Africa, non solo quella lusofona, e per scoprirla era necessario un nuovo modo di guardare le cose, un approccio che si distaccava da quello filologico/comparatista che cercavo di utilizzare nel mio percorso di studi.

Quell’approccio, in quel momento storico, diventò per me fondamentale non solo dal punto di vista accademico ma soprattutto per guardare le cose. Non serviva di certo per capire che quel testo di Oriana fosse razzista, anche perché era lei la prima ad ammetterlo, non serviva di certo a capire i controsensi e gli errori presenti nella lettera, né tantomeno avrei dovuto pensare a una risposta, visto ci avevano già pensato pensatori come Umberto Eco e Tiziano Terzani, ma per me in quel momento era fondamentale per identificare quale fosse il vuoto più grande presente in quel testo, quale fosse l’omissione più grande dell’autrice della “Lettera a un bambino mai nato“: il colonialismo.

Troppo facile dimenticare le responsabilità storiche dell’occidente, troppo facile parlare di guerra di religione, di “noi” e “loro” quando per secoli gli stati europei hanno cercato di renderli “noi” distruggendo culture e identità, impossessandosi di risorse e ricchezze e limitando le possibilità di sviluppo al solo assoggettamento politico, economico e culturale; troppo semplicistico sperare negli equilibri politici quando i confini nazionali sono stati decisi a tavolino con il righello sulle cartine senza tenere conto di storia, lingua, cultura e identità dei popoli che li abitavano. Questa  dimenticanza nell’articolo è grave perchè il saltare a piè pari il fatto che l’occidente abbia mediamente costruito una situazione sociale, politica e culturale a dir poco instabile forse fa pendere l’ago della bilancia della responsabilità storica dalla nostra parte anche quando si parla di attualità… E non è un piccolo particolare [Cit. Giusy Ferreri]

Qualcuno in questi giorni ha auspicato che i testi di Oriana Fallaci diventino obbligatori in tutte le scuole, non sarebbe male soprattutto per il suo contributo alla laicità e al libero pensiero che è stato fondamentale, e che nonostante l’uso strumentale che oggi si fa dei suoi scritti rimane alla base della sua crociata, ma parallelamente bisognerebbe rendere obbligatori gli scritti di Fanon e Said (giusto per citarne due) e magari, almeno per ciò che riguarda le attività più elevate del nostro essere, inziare a parlare di culture e non di cultura.

Che poi Oriana parla di Quel becero con la camicia verde e la cravatta verde, non sa nemmeno quali siano i colori del tricolore, quando parla di chi dovrebbe tutolare la nostra identità nazionale e poi aggiunge che vorrebbe riportarci alle guerre tra Firenze e SienaMagari chi ha proposto l’obbligo di leggerla nella scuole ha saltato qualche rigo, sopratutto quelli in cui si parla di difesa della laicità dello stato.

In questi giorni stiamo leggendo le storie delle 130 vittime di Parigi, stiamo guardando i loro volti, tutto questo ci sconvolge perchè a Parigi ci siamo stati, perchè ci arriviamo con un volo da 30 euro, perchè ci abbiamo fatto l’erasmus, perchè ci abita il nostro amico, perchè ci abbiamo fatto il viaggio di nozze e perchè ci portiamo i nostri figli al parco giochi… È giusto, è sacrosanto è umano che sia così,  ed è lecito esprimere il proprio cordoglio anche nei modi più naif.

Ma non sentiremo mai le storie e forse non guarderemo mai i volti di chi morirà, o perderà tutto sotto le bombe degli aerei francesi, americani, russi e di chiunque altro si aggiungerà. 

Eppure in entrambi i casi ci sarà chi morirà per un retaggio storico, per decisioni politiche e per manovre economiche che possiamo solo parzialmente immaginare.

Noi come loro, loro come noi pedine contrapposte schierate sullo scacchiere da mani invisibili.

Paolo Sindaco Russo

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Di alcune sciocchezze dette da alcuni certi nostri politici nel proporre soluzioni ai pericoli del terrorismo ne abbiamo già parlato ieri. Del resto in Italia il dibattito politico si è incentrato per mesi sull’evenienza che tra i migranti potessero trovarsi dei pericolosi terroristi venuti nel nostro Paese per compiere attentati. Senza accorgerci che, come a Parigi dove la maggior parte degli attentatori era di nazionalità francese, in Italia qualora dovesse accadere la tragedia sarebbe ad opera di cittadini che già vivono nelle nostre città da generazioni.

In realtà questa in atto, volendola chiamare guerra, è assai più culturale che di meri interessi economici. Per una parte dell’Islam gli occidentali sono “infedeli”. La propaganda delle organizzazioni terroristiche ha vita facile nell’inculcare l’odio verso i “maiali occidentali” perché in tanti Paesi islamici vige la rigida legge della Shaaria. La Shaaria non è una legge dello Stato, ma un codice religioso che, a secondo delle interpretazioni, può essere usata come mezzo per consentirsi qualsiasi atto.

E’ un po’ come quando fino a qualche tempo fa la Chiesa dettava legge in Occidente. Da Enrico VIII in poi le cose sono però cambiate: prima in Inghilterra, poi in Francia con la Rivoluzione Francese che per prima ha inculcato i principi moderni di uno Stato laico. In Italia ci è voluto assai più tempo perché il Vaticano insiste direttamente sul nostro territorio. Per affermare i principi del “libera Chiesa in libero Stato” ci sono voluti i Patti Lateranensi di epoca mussoliniana. Il punto centrale è che in Occidente gli Stati hanno di frequente dichiarato “guerra” alla Chiesa: a volte in modo implicito, altre esplicitamente. La Francia è ad esempio tra i Paesi europei dove la laicità è un concetto così assimilato che partiti un po’ “baciapile” come esistono da noi sono quasi impossibili.

Nell’Islam è invece assai difficile trovare Stati che abbiano conservato una propria indipendenza rispetto alla religione e i suoi dogmi. In Siria e in Iraq dove padroneggia l’Isis, come dicevamo, vige la Shaaria, un codice religioso che obbliga tutti ad essere sudditi alla legge di un Dio spesso interpretato secondo convenienze. Ne è una dimostrazione la guerra che da secoli coinvolge Sciiti e Sunniti, così come per loro non è impossibile pensare ad un “Stato Islamico” transnazionale.

Il calendario islamico segna la data 1437: un medioevo non solo formale, ma che spesso è nei fatti. Eppure i tanti islamici che vivono nelle nostre città sono spesso integrati alla nostra cultura. La loro emancipazione dai rigidi dettami religiosi riesce facilmente qui in Occidente, ma in tanti Paesi è impossibile attuare questa rivoluzione. Tutto ciò contrasta in maniera incredibile con la modernità dei mezzi usati dall’Isis: non quella delle armi convenzionali, ma dalla propaganda. Siti internet, merchandising con i loghi del califfato, account Twitter e Facebook usati da esperti social editor.

Il problema non è su quale Dio sia più giusto o quale testo biblico sia più fedele. Non è una questione di Corano o di Bibbia. Nulla cambierà finché i principi laici non riusciranno a penetrare in tanti Stati islamici che pongono ancora la Moschea al centro del villaggio e delle abitudini quotidiane. Un tempo anche noi non mangiavamo carne di venerdì… Un tempo facevamo le Crociate. Ma, appunto, eravamo nel Medioevo… Noi non possiamo fare guerra all’Islam, sono gli islamici che dovrebbero ricercare il proprio Rinascimento e la propria laicità. Non si uccide in nome di Dio.

vDG

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Mentre Parigi era sotto attacco allo Stade de France si giocava Francia – Germania. Un match al quale ha assistito anche il presidente transalpino Hollande, prima di lasciare l’impianto a partita in corso per provvedere a presiedere un vertice sulla sicurezza. In campo le due squadre schieravano tra gli altri Varane, Evra, Pogba, Diarra, Ben Arfa, Coman, Mangala, Cissoko, Rudiger, Boateng, Khedira, Gundogan, Sané. Cosa hanno in comune tutti questi calciatori? Hanno tutti la cittadinanza dei due Paesi, ma ognuno di loro ha origini africane o di altre etnie extra-europee. Eppure sono idoli nei loro Paesi, come in Italia lo sono o aspirano a diventarlo El Sharaawi, Balotelli, Okaka e tanti altri.

Quasi come se non se accorgesse l’Europa ha tra i propri cittadini persone che derivano da ogni parte del mondo. E soprattutto sono tutti cittadini che si sentono europei al pari di chi è nato a queste latitudini. Basta fare un giro nelle scuole e in un appello di classe ai soliti Esposito, Scognamiglio o Russo si troveranno i Mohammed, Konate o Yu Ming.

Non sono e non si sentono bimbi differenti da altri. E’ frequente che questi bambini siano italiani ormai da più di due generazioni: sono italiani, ma i loro cromosomi si sono scaldati in passato al sole della Libia, del Marocco, dell’Algeria o si sono nutriti di riso e spezie a noi sconosciute.

E’ imbarazzante che dinanzi ad una tragedia certi nostri politici parlino di chiudere le frontiere, di bombardare lo “Stato Islamico” come se questo fantomatico Paese esistesse realmente. Da Gasparri a Salvini tante sono state le uscite infelici di chi dovrebbe amministrare per nostro conto la res publica. Tutte parole al vento nel tentativo di risultare originali e acchiappare qualche voto stimolando gli istinti più bassi.

Non sanno forse questi soggetti che chi si è fatto esplodere a Parigi, chi ha sparato era probabilmente francese da oltre quattro o cinque generazioni. Come cittadini francesi era Amhedi Coulibaly, colui che solo pochi mesi fa assaltò, sempre in Francia, un supermercato il giorno della strage di Charlie Hebdo.

Così come, se un giorno dovesse accadere un attentato in Italia e chiaramente ci auguriamo che ciò non avvenga mai, i responsabili saranno soggetti allevati probabilmente nelle nostre scuole e che avranno pregato nelle Moschee presenti nelle nostre città.

Non ci accorgiamo che i Rudiger, i Varane, i Khedira, gli Okaka o gli El Sharaawi sono semplicemente ragazzi più fortunati di altri che per volere del destino giocano a calcio anziché prestarsi al fondamentalismo e al fanatismo di un dio che attraverso la malvagità di certi animi non è più un Dio.

Mi colpiscono le morti, le scene raccapriccianti quando avvengono questi episodi eclatanti. Mi addolorano. Ma mi spaventa assai di più la risposta che noi offriamo a queste tragedie. Risposte di istinto, di pancia, di totale assenza di ragionamento.

Mi lasciano un vuoto triste i tanti commenti che compaiono sui social network, anche quelli che rincorrono hashtag da milioni di retweet o milioni di “mi piace“. Quello più gettonato oggi è #PrayforParis. Così come la scorsa volta vennero riempite le bacheche a furia di #JesuisCharlie. A che servono mi chiedo? Si può partecipare a queste tragedie con un hashtag?

Le immagini che vediamo alla tv e sul computer sembrano quelle dei videogiochi. Una delle tecniche di reclutamento dell’Isis con i più piccoli avviene proprio attraverso dei war-games: si gioca alla guerra per poi farla davvero. Chi ha visto l’immagine di Coulibaly che davanti al supermercato parigino spara ad un poliziotto dice che siano identiche a quelle di un videogame.

Virtuale appare il sangue, virtuale è pure la solidarietà e la compassione di chi scrive sui social. Virtuali sono poi le soluzioni proposte da alcuni nostri politici che identificano per davvero l’Islamic State su una cartina geografica come il Kamatchka del Risiko da bombardare con i carrarmatini neri. E’ tutto un gioco. Non è vero finché ciò che vediamo è trasmesso su uno schermo. Chissà se un giorno dovessero presentarsi davanti a noi, nella vita reale, immagini del genere riusciremmo a percepirle sul serio come reali e non come un film o un reportage di telegiornale.

La propaganda delle immagini cruente è il primo obiettivo delle organizzazioni terroristiche. Instillano paura, incertezze nella nostra vita quotidiana. E, forse, ci fanno apparire la nostra vita vissuta guardando gli schermi più elettrizzante ed anche più sicura di quanto lo sia prendere un autobus, un caffè al bar o assistere ad un concerto in un teatro.

Eppure il nostro impegno quotidiano, alla faccia di qualche politico chiacchierone, dovrebbe essere di non rinunciare alle nostre emozioni reali. Non a quelle suscitate da un commento su Facebook o da un hashtag su Twitter. Emozioni reali, sentimenti reali. Non questa fredda propaganda della solidarietà inservibile proprio come certe soluzioni proposte da alcuni nostri parlamentari.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Striscione del battaglione Azov, composto di volontari d'estrema destra, durante Dnipro-Napoli

Dal nostro inviato a Mosca:

Lunedì mattina, momento già critico per chi scrive (la combo lunedì e mattina poi è micidiale), e tra le pagine Facebook di alcuni amici russi una notizia assurda ma non troppo, per chi ha un po’ di dimestichezza con le tifoserie dell’Europa orientale: dopo l’aggressione a quattro tifosi inglesi (colpevoli di essere neri) del Chelsea all’Olimpico di Kiev durante il match con la Dinamo, il direttore dello stadio ha proposto di istituire un settore riservato ai tifosi di colore. Sì, avete capito bene: a 21 anni dalla fine definitiva dell’apartheid in Sudafrica, e a 60 dal boicottaggio dei bus a Montgomery negli USA, la divisione per colore della pelle sembra tornare in Ucraina. Ma gli ultras della Dinamo Kiev non sono soli in questa odiosa caccia al nero: a Pietroburgo le frange più radicali della tifoseria dello Zenit non vuole giocatori “africani” in squadra, e nel 2011 dagli spalti dello stadio Petrov volarono banane all’indirizzo di Roberto Carlos, allora giocatore dell’Andzhi. Un anno dopo, un gruppo di ultras della città russa uscì con un comunicato dove si affermava come non sarebbero mai stati accettati giocatori gay o di colore tra le fila dello Zenit. In Russia, paese dove si celebra ogni 9 maggio la vittoria sovietica sul regime nazista, gruppi con svastiche e celtiche sono presenti praticamente in ogni tifoseria, e le aggressioni razziste contro immigrati dell’Asia Centrale e “diversi” di ogni tipo sono spesso e volentieri commesse dai cosiddetti futbolnye fanaty.

In Polonia, altro paese che ha subito distruzioni immani durante la Seconda guerra mondiale, nel centro di Varsavia non è raro trovare celtiche, sigle del Ku Klux Klan e altri graffiti razzisti a firma dei supporter del Legia Varsavia, che si sono introdotti anche recentemente nel nostro amato San Paolo. Altri fenomeni di xenofobia sono presenti in quasi tutte le curve dell’Est europa, e l’odio verso i “neri” spesso si intreccia alle storiche ostilità interetniche di tutti contro tutti: russi contro polacchi, ucraini contro russi e polacchi, ceceni contro slavi, ungheresi contro romeni e slovacchi, bulgari contro turchi, albanesi contro serbi…

Il razzismo odierno è sempre la paura dell’altro, il terrore di perdere qualcosa. E il gioco più bello del mondo si trasforma in un’occasione per regolare conti irrazionali e ingiustificati. Le tribune per i tifosi di colore, però, potrebbero essere anche rivendicate da alcuni gruppi italiani, sempre pronti a invocare il Vesuvio e a bollare noi napoletani in ogni modo. Pensateci, e abbiatene paura.

Giovanni Savino

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Stasera ripartono le qualificazioni europee, alle 19-45 ora locale nello stadio di Tirana “Elbasan” andrà di scena il ritorno della partita Albania- Serbia.
Mi dispiace per voi ma con questo articolo non vi parlerò di pronostici utili per la vostra bolletta Europea.
Quella di stasera è una partita da alto rischio, esattamente un anno fa, nella capitale Serba si gioccava la partita di andata, dove il calcio si trasformò nell’ennesimo pretesto per far scoppiare delle tensioni tra le due tifoserie: Gli albanesi fecero atterrare sul campo un drone con la bandiera della propria nazione dove veniva incluso anche il Kossovo, il gentiluomo che mise in scena questa operazione, venne arrestato a Tirana poco tempo dopo con in macchina diverse pistole e alcuni biglietti della partita.

Notizie di oggi ci dicono che il pullman Serbo che accompagnava la squadra dall’aeroporto all’albergo è stato preso di mira da una sassaiola, che ha distrutto qualche vetro del bus.

Da come avete capito quella di stasera è un qualcosa che va al di la del calcio e dei valori che dovrebbe trasmettere, negli ultimi trent’anni nei Balcani lo sport e la politica si sono incrociati diverse volte, basti pensare che il capo ultrà della Stella Rossa di Belgrado: Željko Ražnatović, più conosciuto come Arkan la Tigre dei Balcani, durante le guerre degli anni 90 era il capo indiscusso delle milizie paramilitari Jugoslave impegnate nella pulizia etnica in giro tra le nazioni secessioniste.

Spiegare in poche righe un astio che dura da almeno 70 anni non è cosa semplice, perché tutto ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale, quando L’Albania fu costretta a subire il totalitarismo di un regime spietato e senza scrupoli, in quel tempo nella Repubblica federale Jugoslava un altro dittatore “Il Maresciallo Tito “ alla violenza alternava la possibilità a chi non era d’accordo con il suo regime, di andare via dal nuovo stato federale.

Questa scelta per molti Albanesi era una possibilità di libertà, infatti molti cominciarono a scappare dalla propria nazione per andare in Jugoslavia, da dove poter approdare in altre nazioni, la maggior parte si fermarono nella regione del Kosovo, diventando manodopera a basso costo per l’industria nazionale, fino a che Tito rimase in vita, riuscì a mantenere con la violenza tutti i dissapori nati tra i locali e gli immigrati.
Dopo la sua morte e con l’avvento di Milosevic scoppio la guerra che tutti noi conosciamo.

Stasera ci potrebbe essere qualche colpo di scena, perché giustamente i giocatori Serbi annunciano che se non sarà garantita la loro sicurezza potrebbero scegliere di non scendere in campo, per la cronaca sportiva il match e di vitale importanza per gli Albanesi che vincendo questa partita potrebbero centrare una storica qualificazione.

In tutta questa faccenda, il mio pensiero è rivolto a 70 ragazzi Serbi che fanno parte di un programma di studio bilaterale per favorire i rapporti tra le due nazioni, nel caso il match fosse annullato oppure scoppiassero dei tumulti come l’andata, questi ragazzi vedrebbero i loro sacrifici vanificati dall’egoismo di chi in nessun modo vuole trovare una situazione pacifica a vecchi dissapori oramai datati.

Per questo speriamo che almeno in questa occasione a vincere sia lo sport e la voglia di quella maggioranza Albanese e Serba che dopo tanti anni di guerre cerca con tutto il cuore di trovare un agognata pace tra le due parti.

Marco Manna

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Un'immagine dell'attacco su Homs, dal sito del Ministero della difesa russo

Dal nostro inviato a Mosca:

A un giorno esatto dal primo attacco aereo russo alle postazioni islamiste in Siria, sembrerebbe ovvio non scrivere d’altro, e di certo ci sono molti elementi interessanti, spesso sfuggiti all’attenzione di chi legge in Europa occidentale. La Russia è il paese con più musulmani in Europa, circa 20 milioni, e l’Islam è una delle religioni tradizionali, con popolazioni come i tatari o le varie nazionalità caucasiche che professano la fede nel Profeta da secoli: le fotografie e i “meme” su Mosca senza moschee sono una minchiata sesquipedale, solo qualche giorno fa è stata inaugurata dal presidente la riammodernata moschea, aperta ben 111 anni fa. E nonostante il razzismo, purtroppo spesso diffuso in vari settori della popolazione “russa” (poi sulla “purezza del sangue”, da studioso di nazionalità, m’è semp venuta ‘a risa qua: tatari, polacchi, tedeschi… matrimoni misti… o sui “valori cristiani”, ma è n’ata storia), l’Islam, come anche il buddismo, è presente in regioni importanti, furono i cosacchi calmucchi ad arrivare a Parigi currenn appriess a Napulione dopo che quest’ultimo s’era permesso di arrivare a Mosca, dove successe ca s’erano appicciati, per dirla con le parole di un popolare video torrese.

La decisione di attaccare l’ISIS è maturata da tempo, anche per via dell’appoggio ad Assad dato da Putin, che però va inquadrato nella storia delle relazioni di Mosca con il Medio Oriente: ‘o pate ‘e Bashar, Hafez, era un alleato dell’URSS. Poi c’è da dire come da mesi l’ISIS abbia iniziato, tramite i ceceni, a reclutare tra gli ipersfruttati immigrati dei paesi centrasiatici, notizia taciuta dalla disattenta (è un eufemismo, ma maleparole non si possono usare) stampa italica, ma portata alla luce da vari media russi: d’altronde, distrutti dalle condizioni di lavoro, trattati manco la chiavica da visioni che poco o nulla hanno da invidiare a Salvini, e poi chi va a servire il Califfato piglia dai cinquemila ai quindicimila dollari, somma che passa a cinquantamila se va con tutta la famiglia.

Mo’, cominciati gli attacchi, pare concordati tra Putin e Obama, sono però iniziate anche le prime jacuvelle, del tipo sceneggiata:

Washington “Omm ‘e niente, ma tu avive ditto ca’ bumbardave l’ISIS?”

Mosca “Ma che ne sacc, chille so’ tutte tale e quale, barbon e cchiù, barbon e men…”

E anche le scene del tipo “t’aggia mannat a New York pecché t’aviva ‘mparà e aviva trattà”, insomma, ‘a verità è una: le sicurezze della cara vecchia Guerra Fredda sono finite, con i due blocchi (anche lì, con molte intersezioni e distinguo) e alcune coordinate. Ora è il casino totale, come se fosse un continuo “schiaffo del soldato” in giacca e cravatta. Ma la cosa tristemente divertente è vedere quelli che sono gli analisti da tastiera o, come li chiamano qua da divano: quelli che sono per Putin mo’ tengono il Cremlino che prova a promuovere un’operazione assieme agli odiati yankees; i fan a stelle e strisce invece c’hanno Kerry e Obama che aprono a Mosca… Probabilmente gli unici in questa sporca faccenda ad aver mantenuto una propria coerenza e una propria resistenza sono i curdi di Kobane, soli e contrastati da tutti.

Intanto, opere millenarie vengono distrutte, intere vite eliminate da bombe e tagliagole, famiglie in fuga e strumentalizzate da squallidi razzisti e demagoghi… Non è che l’apocalisse è già oggi?

Giovanni Savino

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28 settembre 2015 Oggi divaghiamo un po’ e invece di parlare di astrofisica e scienza in senso stretto (checchè ne diciate l’ho fatto in passato!), parleremo di letteratura fantascientifica umoristica.
Avete mai letto la serie di romanzi “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams? Io ne ho sentito parlare per la prima volta da un collega tedesco (abbastanza nerd, devo dire la verità) e mi sono fatta convincere a saperne di più perché m’incuriosiva la trama: la Terra creata come laboratorio allo scopo di scoprire la domanda di tutte le domande. Ma andiamo con ordine.
Il protagonista dei romanzi, Arthur, riesce ad abbandonare la Terra poco prima che questa venga distrutta da una flotta di astronavi dell’Ente Galattico Viabilità Iperspazio, per permettere il passaggio di un’autostrada iperspaziale (o, almeno questo sembra essere il motivo). Inizia il suo viaggio nell’universo su una delle astronavi demolitrici, grazie all’aiuto di un amico alieno originario della stella Betelgeuse e ha come guida un piccolo computer chiamato proprio “Guida Galattica per gli Autostoppisti”.
In questi romanzi, alcuni scienziati (che sono in realtà la proiezione di esseri super-intelligenti esistenti su un piano dimensionale superiore… ehm… alieni va!) cercano la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto e lo fanno attraverso la costruzione di un supercomputer, chiamato Pensiero Profondo, che dopo sette milioni e mezzo di anni di computazione, fornisce la risposta. Ora, io sto per svelarvi questa risposta quindi, se vi è venuta una voglia improvvisa di leggere il romanzo (hmmm… ne dubito visto che ve l’ho presentato come conosciuto attraverso un nerd… ) non procedete oltre, anche perché la visualizzazione all’articolo l’avete fatta… quindi… , scusate, sono sempre troppo diretta.
La risposta fornita dal super calcolatore è “42”. Semplice. Alla richiesta di spiegazioni da parte degli scienziati che lo hanno creato, il computer risponde: “Ho controllato molto approfonditamente, e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.” A questo punto, per conoscere la domanda, Pensiero Profondo annuncia che costruirà un nuovo computer ancora più potente che non e’ altro che la Terra, il nostro pianeta.
Ora mi fermo qui perché sarei davvero crudele a dirvi se alla fine della storia la domanda viene scoperta o meno e, soprattutto, qual è.
Allora, sono riuscita ad incuriosirvi?  

21 settembre 2015 Oggi divaghiamo un po’ e non parliamo di un fatto accaduto a Napoli ma di un evento che ha fatto parlare l’Italia intera: l’elezione della nuova Miss Italia (eh, la solita arma di distrazione di massa in cui caschiamo tutti, ma c’amma fà).
Sta ragazza ha stupito tutti, non per la sua bellezza, ormai dettaglio secondario in un concorso di bellezza, ma per una gaffe che, detto tra noi, a me ha fatto pure ridere: “42. Vorrei aver vissuto nel 42, durante la seconda guerra mondiale per vedere che è sta cosa di cui tutti i libri parlano. Tanto non l’avrei neanche vissuta, visto che so donna e non avrei fatto il militare.” Evviva!
Flagello che si ripete da un tot di troppi anni (Wikipedia dice 76, ommamia), Miss Italia è uno dei tanti show che cerca di sopravvivere cercando di elevare il suo livello culturale, non limitandosi solo a far sfilare le ragazze e giudicarle dalla lunghezza delle cosce ma spronandole a parlare e raccontarsi. Un controsenso: se credo ancora che un concorso di bellezza fisica abbia senso ai giorni nostri, perché cerco di tramutarlo in altro? Ma fosse che neanche gli ideatori ci credono più? Comunque, non c’è problema, perché chi vota riesce sempre a ristabilire l’ordine delle cose, facendo vincere chi ha la coscia più lunga e ignorando completamente il tentativo di elevare culturalmente lo show.
Io sinceramente non ho un’opinione sul programma in sé perché non guardo Miss Italia. Però posso affermare con molta fermezza che se vi permettete di boicottare con polemiche inutili l’elezione di Mister Italia mi arrabbio e, soprattutto, non ritengo ci sia alcun bisogno di far parlare proprio nessuno in quel caso. Di come ci si depila lo so benissimo da me e preferisco limitarmi a guardare.
Comunque io, alla nuova Miss Italia, l’avrei votata solo perché finalmente non ha parlato di pace nel mondo ma, addirittura, dell’opposto.
Però, però. Alla fine dei miei articoli c’è sempre un però. Rileggendo la prima parte non vi viene da chiedervi se la ragazza abbia davvero “la guerra in testa” o sia solo un’appassionata di fantascienza e, anzi, ci abbia preso tutti per i fondelli? Il futuro, come vi ho ripetuto mille volte, è sempre già stato scritto da qualche parte e bisogna solo andare a scovarlo.
D’altronde, vuoi lo sapevate che la risposta a tutto era 42? Lei, sì.

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Occhi neri, sguardo spento dalla vita nella polvere di chi è stato lasciato solo da tutti, vivendo in un eterno oggi, dove le bombe dei giochi politici internazionali hanno distrutto non solo le case ma anche la speranza in un domani diverso.

L’auto sfreccia tra gli stradoni grigi e la polvere, onnipresente compagna di viaggio, si alza tutta intorno l’aria che ti brucia in bocca è il risultato dello scarico dei veicoli misto ai rifiuti bruciati tra un area e l’altra. Manca qualsiasi infrastruttura essenziale. Qui dove un bambino di appena 6 anni ha dovuto vedere 3 guerre e migliaia di missili passargli sulla testa, avendo, oggi, paura anche solo delle luci delle stele in cielo, è impossibile pensare a qualsiasi forma di sviluppo.

Palazzetti grigi arrangiati alla meglio, blocchi di cemento creati da mattoncini messi lì come lego, senza forma ne anima, con centinaia di famiglie accalcate, alternate da qualche spazio vuoto ricordo dello scorso luglio di fuoco. Alternati da market ad ogni nuovo quartiere passato, I clacson e le urla fanno da Colonna Sonora.

Il caffé sale pian piano l’acqua bolle e l’odore riempie il salone, mentre veniamo accolti dai parenti come familiari, lingue diverse senza barriere, comunicando a gesti e sopratutto umanita, porte spalancate li dove di muri ce ne sono gia troppi esterni. Un posto a tavola aggiunto non manca mai, dalla cucina arrivano pentoloni in abbondanza per bis, tris e qualche amico invitato last minute, sempre benvenuto. Fornaci, griglie e pentoloni si vedono un po’ ovunque, dalle strade alle case, ricche di sapori densi di tradizione e prodotti locali, carne frutta e verdure che come la gente intorno non perdono il loro gusto eccellente nonostante tutta la polvere intorno.

La madre guardando i miei tratti del volto mediterranei, i capelli ricci e la barba, mi parla in arabo nel giro di saluti, dicendomi che ha pensato fossi di khanou younis, quartiere dell’estrema periferia, una tra le piu povere e degradate. La guardo e le sorrido, pero in fondo vorrei avere le parole nella sua lingua per spiegarle che se dimenticassi del contesto per un momento, tanto di questa terra ha proprio tantissimo simile con la mia terra madre, tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo sbagliato, tutto il grigio e l’azzurro di chi e’ lasciato solo da tutti e vive in una resistenza quotidiana.

Tra quelle polverose strade ho visto piccoli grossi miracoli di umana bellezza, stelle brillanti in una fitta notte di questo tempo sbagliato.

Sguardi senza eta anneriti e duri ma al contempo brillanti nel sorriso in un attimo di gioco, in due porte arrangiate con gli zaini tra quattro palazzoni, o tra lo spazio di un edificio caduto.

Li dove si vive un eterno ‘inshallah’, se dio vuole, o ‘poi dio ce pensa’, e ‘cose e nient’ di Eduardiana memoria, li dove tutto e’ un tirare Avanti ogni giorno, in una straordinaria forza umana di vite di ordinaria resistenza, li dove non c’e’ ne vita ne morte, li dove e’ un tirare ad arrangiarsi tra mille difficolta, senza potersi mai sedere, ma sempre correndo in salita cercando nuova forza ogni ora.

Mohameed corre tra un pallegio e l’altro, orgoglioso, dietro quel Pallone tra le rare immagini di gioco in questo posto annerito dai brutti giochi della politica internazionale.

Di Gaza oggi si potrebbe scrivere tantissimo, storie e numeri circa giochi politici che sono come mani al collo, di un popolo che vive da oltre un decennio come nella piu grande prigione all’aria aperta del mondo. Senza la liberta di muoversi, pensare, cantare, e sognare.

Vite strappate dalle proprie mani in un eterna incertezza ed emergenza, un limbo di fuoco.

Si potrebbe raccontare di un economia artificiale, oggi, senza ne vita ne morte, con i tassi di poverta e disoccupazione ovviamente tra I piu alti al mondo. di una generazione media di ventenni e trentenni che ha dimenticato la parola domani, ma sopratutto quellla speranza. Si potrebbe parlare di bimbi senza sogni che ti disegnano case con le ruote con la voglia di fuggire alle prossime bombe. Si potrebbe raccontare di una striscia di terra di angoli di grande bellezza come passegiare tra I chilometri di lungomare, blu annerito di una terra lasciata senza I minimi servizi idrici e fognari cosi come di trattamento rifiuti, di un paese in eterna emergenza dove ogni piano di sviluppo resta un sogno lontano a causa delle probizioni Israeliane vigenti sulla striscia . Si potrebbe raccontare di giornate che iniziano docciandosi con acqua salata, per poi caricare una tanica con la quale ci si lava viso e denti, e poi un altra ancora da bere, così come si ricaricano tutte le batterie possibili dei dispositivi elettronici se si e’ fortunati di essere tra le 6 ore circa in cui vi e’ energia elettrica. Così come si potrebbe raccontare di studenti universitari della mia generazione che nel caso cadano nella sfortunata giornata con le ore di energia la notte studiano usando le risorse del web di notte dormendo di giorno.

Ma tutto cio, la storia e le immagini di questo decennale conflitto ha grande spazio su giornali e libri.

Dello sguardo annerito della generazione di Mohameed che corre dietro quel Pallone, 6 anni, 3 guerre, finora, e 0 sogni, conseguenza di quell’eterno conflitto non c’e’, invece, spazio su libri ne’ alte commissioni. C’e’ una vita oltre la morte, una difficilissima vita, pero in essa tutta la bellezza e la bruttezza di questo tempo.

C’e’ quel Pallone di cui troppi pochi sanno, che ha tanta voglia di urlare la propria voce, di bambino cresciuto troppo presto, I propri sogni spezzati, a quel mondo dinanzi la tv e nelle piazze dietro una bandiera. Quel Pallone non ha bandiere, ma e’ quello che perde di piu in tutto cio.

L’insegnante chiede ad alcuni che hanno gia qualcosina di Inglese di scrivere cosa vorrebbero essere da grandi, Mohameed scrive ‘what I would like to be, is to be, just that’, ‘cio che vorrei essere e’ essere, solo cio’, chiede di non essere piu un numero o una bandiera ma una persona, La sua persona.

La forza di quel sorriso, la brillantezza di quello sguardo nero, in quel quartiere arrangiato, in quella partita tra la polvere, ha una luce di immensa bellezza.  Quella di chi non puo mai stancarsi, di chi vive imparando a godere della gioia di un attimo in vite di quotidiana costante resistenza. Di chi deve indurirsi ed annerirsi per tutto il nero che questo tempo gli butta addosso, di chi e’ lasciato sempre solo a correre scalzo tra strade polverose Calpestato da tutti fuori, dentro ed intorno e trova sempre una forza in piu. Al contempo in tutto cio ho tastato tutta la bellezza di questo mondo di chi nonostante tutto ti insegna il valore di un sorriso, di una mano tesa ed una porta sempre aperta , di un ballo che unisce tutti nell’attimo di un gioco, in una terra in cui un posto in piu a tavola non si nega mai ed una marenna si divide sempre.

Il caffé bolle e da una periferia all’altra, da un lato all’altro del mare penso a tutta la bellezza e la bruttezza di questo mondo. Nel grigio di quei palazzetti, la polvere di quelle strade e la luce di quel sorriso.

Piccoli eroi quotidiani fanno miracoli di luce in posti dominati dal grigio, I salti dei ragazzi che fanno parkour, i movimenti di gruppi di ballerini e quelli di attori, qualche cantante, un rapper ed il rosso di quel naso da clown e quello di quel Pallone rosso che va colorando quei mattonino, piccoli grandi eroi quotidiani.

In quegli sguardi di quest annerita generazione di bimbi e ragazzi stretti in una vita di ordinaria resistenza, in quella tazzulella e cafe sempre pronta tra mille difficolta, in quel Pallone che corre tra la polvere senza mai fermarsi, in qualche gruppo di teatranti e clown, in quei volti di scugnizzzi resistenti ci ho visto un volto della mia Napoli.

Di chi non ha niente attorno, cui viene tolto tutto, ma crea tantissimo, e sviluppa un mondo interiore immenso. Di chi ha pochissimo e da tantissimo, di chi crea colori nel grigio.

Perché in fondo come in altri contesti insegno Peppino Impastato, se non guardiamo la bellezza, a cosa serve tutto il resto, le manifestazioni, le bandiere ed i cortei, ed io ho voluto camminare per Gaza, guardando alla bellezza della vita nonostante la morte, dei colori nonostante il grigio.

L’auto sta per partire per riportarci a casa, Yousef mi urla, mi giro, si gira, ed inizia al contempo un piccolo coro in un accento mezzo arabo e partenopeo che dopo poco suona cosi ole ole ole ole diego diego, li nel cuore del campo di jabalia, con lo sguardo annerito che si accende orgoglioso mostrandomi la sua consumata maglietta del Barcelona tra polverose strade e brillanti persone.

Mentre l’auto sfreccia riportandoci a casa, ripensando ad amici che ci hanno hanno chiesto di pensare ad una canzone della nostra terra da cantare alla prossima, mi risuonano nella testa quattro strofe guardando il tramonto Gazawo dipingere di colore le grigie costruzioni del campo di Jabalia:

Jesce journo ‘ncopp’ ‘e suonne ‘e chi nun ce sta e non sente più il mare.

Peppe Iovino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Paolo Russo

“Nonna sta genovese è la guerra!”
“Fa accussì schif’?”
“No nonna, è la guerra è un modo per dire che è ottima, si usa per le cose bellissime, straordinarie”
Ma pecchè a te a ‘uerra te par na cosa bella?

Non ricordo se fosse proprio una genovese, ma ho voluto citare il piatto che a mia nonna riusciva meglio, quello che quando lo faceva si fermava tutto il palazzo e doveva farne un po’ di più per qualche vicino più faccia tosta che veniva a chiederne un po’.
Fu un po’ una lezione di vita; al di là del fatto che noi riusciamo a trovare un’accezione positiva al termine guerra, forse perché non l’abbiamo mai vissuta, ma quel giorno mia nonna mi fece un po’ riflettere su una cosa: perché alle volte le metafore capovolgono il significato?

Perché indichiamo qualcosa di estremamente buono o bello con “la fine del mondo”? Pianto, stridore di denti, dolore, morte e violenza per dire che la vostra torta è riuscita bene mi sembra eccessivo, anche supponendo che la torta sia talmente buona che dopo non valga più la pena vivere, perché dire “la fine del mondo” e condannare così l’intera umanità all’estinzione e non limitarsi a un semplice “Pozz’ pur’ murì“?

Così ho pensato anche al contrario perché dobbiamo usare come insulto cose straordinariamente belle?
Pensavo per esempio a Babà utilizzato per indicare una persona poco sveglia, un fessacchiotto, eppure parliamo di uno dei dolci più complessi da fare in pasticceria, come tutte le cose semplici all’apparenza sbagliarle è un attimo. Per me una persona designata come babà, oltre a essere dolce e buona, accezioni con cui il termine è spesso utilizzato, dovrebbe essere un qualcuno tutt’altro che fesso, qualcuno che per arrivare dov’è non ha avuto possibilità di errore.

E che dire del Puparuolo? Ma vi pare sciocco un puparuolo? Dà più gusto all’estate si può cucinare in mille modi, se mi dici puparuolo penso a incredibili marenne a mare, penso a serate con amici, penso a grigliate e a tanto divertimento, se mi dici puparuolo penso più a Mast’e fest’ che a un insulto.

Se magari il baccalà così, fermo sotto sale può dare l’idea di un tipo un po’ abbonato e il provolone appeso al suo destino di certo non può essere usato come icona dell’astuzia, eppure a tavola ambedue diventano protagonisti, e a meno che non stiamo parlando di un provolone fatto con latte in polvere io non lo userei mai come insulto.

Viene anche da chiedersi perché il porco sia più rattuso degli altri animali e anche perché il ciuccio sia considerato ignorante. Ora non conosco le abitudini sessuali del primo e quelle culturali del secondo, ma dubito siano particolarmente diverse da quelle delle altre bestie.

Infine spostiamoci a mare dove, poverini, Purpo e Scorfano sono diventati emblema della bruttezza. Ma avete mai visto un polpo a mare? Mimetismo estremo, cambia forma e colore con una rapidità impressionante, si muove sinuoso fra gli scogli e nuota con movimenti quasi ipnotici. Voglio andare controcorrente e dirlo ‘O purp’ è bell!
Così come lo scorfano, provate a fare una zuppa di pesce senza scorfano e riparliamone. Sarà pure brutto ma è fondamentale.

Tutto questo sproloquio per dire cosa? Non ne ho idea, forse volevo solo dar un po’ di giustizia al puparuolo e ai suoi compagni di sventura. Certo stasera evitate di approcciare una ragazza dicendo “Si nu purp'”, o magari si, se non vi vatte avrete un buon argomento di conversazione a passerete una sarà che sarà la fine del mondo! Pardon, una serata che sia la guerra proprio! Ehm no… vabbuò Divertitevi!

 

Paolo “Sindaco” Russo

 

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